Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 25

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Queste parole mettevano un brivido al coadjutore, il quale avrebbe voluto pur sapere che cosa quel disgraziato portasse con sè; e fece per accostarsegli; ma lo teneva indietro il raccapriccio di veder l'anima, soffio di Dio, fatta così vile e imbrutita in una delle sue creature.

--Ah! ah! ah! ripigliava l'ubbriaco.--E la mia donna?... Io per me la lascio piangolare a conto e dir le litanie.... E men vo a berci sopra.... Senti, signor oste! tu sei il solo a cui do del signore.... senti bene! La mia donna mi fa un'altra creatura; bisogna cercarle un padrino.... non sarebbe buono quel barlotto che tu sai?... No? pazienza. C'è ancora la _Cà grande_.... A' figliuoli di nessuno ci pensa la Provvidenza!... È una gran bella invenzione la Provvidenza!... Allegria in casa!... Presto dunque, oste del buco d'inferno.... un'altra gocciolina! Prendi questa povera stroppiatella.... e porta di quel da tredici!...

Il prete s'accorse, mentre il cencioso ubbriaco gli passava a fianco, che quella lacera coltre da lui trascinata dietro involgeva una creaturina appena nata; la quale, soffogata forse dal paterno braccio che forte la serrava, mise allora un vagito.

--Taci là, figlia della miseria!--gridava, sbarrando gli occhi e levando la destra sulla testina dell'innocente, quel miserabile--Taci! hai già imparato da tua madre a guaire?... Quella grama me n'ha già dati cinque della tua stampa, e se non ci fosse la santa che protegge i colombini.... lo so io quel che farei.... Taci, che non ti sentano, chè non vo' portarti indietro, io!--

E la bambinella a vagire di nuovo. Quel padre snaturato ruppe allora in altri accenti più pazzi che feroci; e il prete inorridito volle correre per istrappargli quella innocente, paventando forse un gran male. Ma colui, credendosi inseguito, precipitò i passi, giunse allo sportello di quella ruota, la quale nell'ore buje s'apre ad accogliere il deposito sacro di tante infelicissime, a cui la povertà o la colpa negò di portare in faccia al mondo il più bel nome che suoni in ogni idioma. Colà fermossi, girò gli occhi intorno, come fa la fiera che sente il cacciatore, svolse dalla coperta la bambinella, e fattosi innanzi barcollando, a stento riuscì a deporla entro l'oscuro pertugio; fece rigirar l'assito; poi, non potendo tenersi di metter fuori un urlo di gioia, s'avviò difilato verso il ponte, e cominciò a cantare non so che ribalda canzone da taverna, frammezzata di rochi strilli.

Addolorato da quella funesta scena, ma sollevato in una dal terrore che provò per la disgraziata creaturina, l'abate Teodoro, come la vide in sicuro, fatto più malinconico di prima, studiò il passo e rientrò nell'Ospitale, per quell'andito che fa capo al ponte.

Il buon prete che, al finir d'ogni sua giornata, benediceva al Signore, perchè gli avesse dato di rasciugar qualche lagrima, di versare in un'anima immortale il balsamo d'una pia speranza, con alcuna di quelle parole che fanno ritornar l'uomo a sè stesso; il buon prete aveva in quell'ora così pieno d'amarezza il cuore, che sentiva più doloroso il vuoto delle cose umane; e, dubitando quasi di sè, provava un ineffabile bisogno di raccogliersi nella pace dal santuario. Entrato nella piccola chiesa dell'Ospitale, s'inginocchiò. E pregando per quel miserabile e per la sua creatura, il pensiero di lui levossi alla sorgente d'ogni puro sentimento e d'ogni verità, a Dio; e contemplando coll'animo i grandi beneficj della Provvidenza, sentì rimorso della sua tristezza, e pianse d'aver dubitato un istante.

Uscito della chiesa, svoltò alla manca, e per il portico del cortile maggiore passò nella più antica parte del fabbricato, che è quella fatta innalzare da Francesco Sforza; e salita una scaletta riservata, si trovò nelle due stanze ch'erano a lui destinate in quell'abitazione del dolore e della morte.

La povera bambinella, che aveva veduto poc'anzi abbandonata nel primo dì della vita, forse a morire prima del tempo, forse a cercare invano il seno di mercenaria nutrice, gli richiamò alla mente, per una di quelle non rade corrispondenze de' pensieri, una memoria lontana, infelice; la memoria d'un fatto, che gli stava da un pezzo nel cuore, e del quale, con molto suo dolore, e per quanto gliene premesse, non aveva mai saputo riunire le rotte fila.

Appena giunto nella sua nuda cameretta, l'abate accese il lume, e frugò in un cassettino dello scrittojo, che ingombro di libri e fogli era situato sotto la finestra; di là tolse fuori un piccol fascio di carte. Il suggello della sopracoperta appariva rotto, ma il piego era annodato da una cordicella, di cui suggellati erano i capi. Si pose a sedere allo scrittojo, e con mano inquieta, aperto ch'ebbe il piego, fece scorrere parecchie carte, e si pose a leggerne alcune.

La prima di quelle carte, ch'egli andò a scegliere fra l'altre, come quella che fosse la più importante o la più preziosa, era la copia d'un antico atto d'esposizione cavato da' registri della Pia Casa di santa Caterina alla Ruota: v'erano descritti, insieme al nome e cognome che a caso vien posto al trovatello, gli altri contrassegni più precisi che potessero valere a constatarne l'identità personale.

Quell'atto portava in fronte la colomba col ramicello d'ulivo in bocca, emblema pietoso della pace del Signore, e, assicurata al disotto con suggello, come contrassegno di riconoscimento, una mezza immagine di sant'Anna, trovata sul bambino:

Il giorno 16 N. 183 Ottobre 1811 1811

_Dalla P. C. degli Esposti a S. Caterina alla Ruota

Nome _Rocco R***_

Età: anni -- mesi -- giorni _due_

trovato nel torno nella scorsa notte

alle ore 8-3/4 pomeridiane

involto in

_Pannilini num. 3_ di tela fina orlati di merletto.

_Copertine, num. 2_, imbottite di percallo cilestro

_Fascie num. 1_ fine.

_Cuscini num. 1_ con. fodera bianca di tela battista ricamata.

_Cuffini num. 1_ di mussolino ricamato, foderato di seta azzurra.

_Camicietta num. 1_ di tela grossolana, marcata in cotone rosso colla lettera _E_. Un piccolo Agnusdei di panno bianco e nero, trapunto in seta bianca con un

I H S.

Si è fatto battezzare il giorno 16 ottobre 1811_

Oltre a codesta carta, che il prete trascorse rapidamente coll'occhio, eranvi alcune lettere di diversa data e senza alcuna sottoscrizione. Fra quelle, a studio ne tolse fuori una, meno lacera e senza soprascritta, della quale vedevansi qua e là cancellate le parole: la scrittura appariva stentata, confusa; ma il contenuto era veramente l'espressione d'un'anima sventuratissima: e il buon prete, rileggendola, lasciava cadere a quando a quando fra le palme la testa, e gli venivano le lagrime.

«Signore!

«Se merita compassione una povera infelice, che ha perduto tutto a questo mondo, virtù, salute, onore, e quasi anche la vita, oh! non rifiuti almeno di ascoltare forse le ultime mie parole. Lei sa quello ch'io era, e a che sono ridotta; io non accuso nessuno della mia disgrazia, fuori di me stessa: ho tanto pianto, ho tanto pregato, che spero il Signore vorrà perdonare a me, e a lei pure. Sono tre anni, posso ben dirlo, che ho cominciato a morire; e in tutto questo tempo, lei non volle più vedermi, nè sentir più a parlare di me: eppure, se sapesse ciò che io ho patito, non mi lascierebbe finire così colla disperazione nell'anima. Una povera donna, che non ebbe altro conforto, altra speranza nella sua colpa, fuorchè una parola, un nome, che non potè mai sentir pronunziar dalla sua creatura, vive in miseria, nell'angolo d'un solaio, nascosta agli occhi di tutti, e oramai senza forza di levarsi dal letto del suo dolore. Questa donna merita lo stato a cui è venuta, perchè si lasciò ingannare, tradire, perche tradì i proprj doveri; ma le han tolto il suo figliuolo, gliel'hanno levato dalle braccia appena nato, dandole a credere che ben presto le sarebbe restituito; essa tacque, chinò la testa e pianse. La meschina non aveva più madre nè padre, nè nessuno al mondo; era stata per un mese invidiata, felice, circondata d'illusioni, vestita di fiori e di veli, come una povera vittima; poi discacciata, sola, nella vergogna e nell'infamia, collo spavento della vita e della morte. Cosa mai le restava a fare, se non che gettarsi, senza pensar più altro, nell'abisso che le era aperto dinanzi? Pure, trovò un po' di forza in sè medesima; e il pensiero di un innocente, frutto del suo peccato e maledetto per lei, questo pensiero l'ha salvata. Allora, ebbe la fede di vivere per lui soltanto, d'inginocchiarsi dinanzi a lui, di trovare nell'amor suo quel perdono che non ardisce domandar al Signore. Aspettò tre anni, e aspetta ancora.... Ma, adesso non è più tempo; il dì tremendo s'avvicina; e Dio avrà presto finito di contar le mie lagrime. Oh! che almeno Egli non le trovi poche al paragone della mia colpa!

«Se le resta qualche memoria del passato, o signore, non disprezzi la preghiera d'una povera moribonda: io non prego per me, ma prego per il mio figliuolo; ch'esso almeno non abbia a portare su questa terra la pena del suo nascimento, che non abbia a maledire il nome di sua madre!... Dopo tanto cercar di lui, ho saputo che vive ancora, ma lontano di qui, ma in tal luogo, dove a me sarebbe adesso impossibile ritrovarlo. In questo momento terribile, rinunzio volentieri alla speranza di vederlo una sola volta: così Dio mi tenga conto del sacrificio! Ma un pensiero, un rimorso che non mi lascia mai, è lo spavento ch'egli, nato nell'obbrobrio, cresciuto nella povertà, possa forse un giorno mettersi per la strada del vizio e del delitto.... Oh! fate, mio Dio, ch'egli almeno viva e muoja innocente, ch'egli sia salvo, s'io debbo morire disperata! Perdonatemi, o Signore, perdonatemi in lui!

«La forza di scrivere questa lunga lettera ha esausta la poca lena che mi restava: ora non ho più nulla a fare quaggiù. Chi sa se il buon sacerdote, che venne a confortarmi il cuore coi pensieri della religione, che mi parlò della infinita misericordia di Dio, e mi sostenne in quest'ultima giornata, vorrà incaricarsi di portarle queste parole d'una poveretta, che lei forse ha da tanto tempo dimenticata? Ascolti quell'uomo del Signore, che verrà a ricordarle il mio nome, il nome di una, che fra poche ore sarà morta. Egli le raccomanderà il mio figliuolo; gli provveda almanco di che vivere una vita sconosciuta e onesta; io la scongiuro, per tutto quanto lei ha di più sacro!... Si ricordi, che tutti abbiamo a morire, e che ogni nostra buona azione è scritta in cielo. Non lo sanno gli uomini, ma Dio lo sa chi sia il padre del mio povero figliuolo!... Oh se avessi la consolazione di finire nella certezza che quell'innocente non sarà abbandonato del tutto, benedirei il Signore di morire così presto, a venticinque anni, senza aver gustato una sola ora di felicità! Ma così.... Egli m'assista, e non mi tolga la fede e la speranza!»

«Marianna».

Letto ch'ebbe, l'abate Teodoro si rasciugò gli occhi, e sospirando disse:--Parmi ancora di vederla quella disgraziata, là sur uno stramazzo disteso a terra, tutta tremante, e senza pur la forza di piangere.... Era una giornata piovosa del marzo.... Povera donna! e morì rassegnata.... Ma quel potente signore, che volle come ridere allorchè io gli parlai, che rifiutò d'ascoltarmi quand'io m'arrischiava di mettergli dinanzi agli occhi quella scena.... Mi pare ieri!--Signor abate: mi disse: ella mi piglia un tuono che non s'usa più con certe persone.... In verità, non capisco di chi voglia parlare.... E poi, a che pigliarsi fastidio di cose che succedono tutti i giorni?... Il mondo è fatto così!--Queste erano le sue risposte. Buono ch'io non son solito a darmi vinto così presto! quando tornai all'assalto, quel signore alzò la voce, ma io parlai più forte di lui; allora il vidi venir giù a poco a poco, raumiliarsi, promettere di far qualche cosa. Che uomo!

Qui prese un altro di que' fogli; e come per tener dietro al filo de' pensieri che l'occupavano, vi corse sopra cogli occhi. Quel foglio, a lui medesimo indirizzato, era questo:

«Reverendo Signore!»

«Ho l'ordine di passare nelle sue pregiatissime mani la somma di milanesi lire seimila (dico L. 6000) da investirsi per la causa e ne' modi a lei noti; della quale somma ella potrà disporre, come e quando crederà meglio, a beneficio della persona per cui ebbe già ad interessare l'illustrissimo signor ****. Lo stesso illustrissimo signore dichiara però, secondo anche le precorse intelligenze, che non intende assumere nessun obbligo verso la detta persona, considerando questo assegno quale semplice e graziosa donazione.»

«Ciò mi onoro parteciparle, per espressa commissione, e starò attendendo il piacere di Lei, reverendo signore, per disporre il pagamento della somma sovraindicata; mentre mi protesto con tutta la stima,

Di Lei, «dev. obbl. umil. servitore. «_M.*** procuratore._»

In seno a questa lettera c'era copia della ricevuta delle seimila lire che l'abate Teodoro aveva trasmessa a quel signore; comechè fosse persuaso che nulla di più sarebbegli fatto d'ottenere a pro dell'orfano d'una madre più disgraziata che colpevole, della quale, come ministro del Signore che perdona, volentieri aveva accettato la misera eredità. V'era pure una cartella del Monte dello Stato, portante l'annuo reddito di fiorini ottanta; poichè il prete, null'altro sapendo se non che il fanciullo era tuttora vivente, senza averne mai potuto scoprire alcuna traccia, volle serbar intatto e sicuro quel tenue peculio, ch'egli considerava come proprietà d'un suo pupillo. Anzi, per trovar modo a togliere dalle strette il giovinetto, ove la sorte favorisse le sue ricerche, aveva dato a frutto, d'anno in anno, presso un buon notajo di sua confidenza, gl'interessi di quella rendita a lui intestata; e così mano mano, sendo corsi quasi vent'anni, egli era giunto a raddoppiare il piccolo capitale. In ogni caso poi, pensava che, alla sua morte, quel danaro sarebbe stato de' poverelli. Le ricevute di que' frutti e le quietanze del notajo presso il quale avevali dati a mutuo, con uno specchietto delle somme relative al credito, erano fra quelle carte, unite tutte, dalla prima all'ultima, con un ordine scrupoloso.

Bisogna dire che l'abate Teodoro non avesse perduta ogni speranza di sdebitarsi del sacro dovere assunto; giacchè, dopo ch'ebbe ripassate le carte, le quali non credemmo inutile di por sott'occhio al lettore, pigliò, con non so quale convulsiva agitazione, un fascetto di lettere ch'era entro lo stesso cassettino dello scrittojo donde levò prima il piego.

--Ecco qui--diceva, trascorrendole e tornando a leggerne qualche brano, costretto quasi dall'intima forza del pensiero che quella sera lo signoreggiava--ecco qui l'attestato, come il Luogo Pio consegnasse a una balia in campagna il fanciullo; ecco le fedi di sopravvivenza di lui, firmate dal parroco, colle quali i contadini che l'avevano ricoverato venivano a ricever due volte l'anno quel poco di roba e danaro, che suol dare la Casa. Dopo il diecinove, quando il fanciullo poteva avere poco più di sett'anni, non ne trovai più indizio.--Tacque, e stette alquanto sopra pensiero.--Oh! se non fosse morto quel buon parroco di ***, ch'era proprio il padre della sua greggia, uom di senno e di cuore, come ne abbisognano alle nostre campagne, forse ne saprei di più.... Quell'ottimo amico era pur riuscito a seguir la traccia del povero giovinetto.... Era ben lui che allora mi scriveva: «Questo povero fanciullo pareva scemo dell'intelletto; la famiglia che il teneva in casa, lasciavalo tutto il dì solo nella campagna.... più d'una volta io stesso, ne' miei passeggi, lo trovai seduto su qualche rialto di terra, a guardar il sole, e mi faceva una gran compassione.... Un bel dì, non fu più visto nel paese: seppi però, da un curato amico, come fosse ricoverato qualche notte in un casale della sua parrocchia: ho scritto alla Deputazione di quel paese, e n'attendo risposta....»

--E in quest'altra:--«Non credo ch'egli sia morto, come voi dubitate; però, credo che non torni facile seguirlo nel suo misero pellegrinaggio. Ho saputo, or fa qualche mese, che un fanciullo perduto, di quattordici anni all'incirca, che potrebbe anche esser lui, fu visto a****, piccola terra a un venti miglia di qui. Se il Signore non ha avuto pietà di lui, se non lo tolse ancora di mezzo alle miserie di questo mondo, si dovrebbe pure, una volta o l'altra, averne contezza: potrebbe, fors'anche, essere stato chiuso in qualche pio ricovero come derelitto...»

--E un mese di poi, era ancora lui che, venuto a Milano, e passato apposta a ritrovarmi, mi diceva, ben me 'l ricordo: Ho speranza di farvi saper qualche cosa del vostro infelice orfanello; ho raccolte le più piccole circostanze, che mi danno non so quale conghiettura più fondata di ciò che avvenne di lui; ve ne scriverò al più presto.--Furono le stesse sue parole.... Ma!... dopo alcune settimane, quel brav'uomo non era più! Ed io non seppi far più nulla; e queste carte sono ancora qui, e tutto mi sta, come un rimorso, sulla coscienza....

Capitolo Decimoquarto

In quel punto, don Teodoro intese alcuni colpi leggieri e ripetuti all'uscio della scaletta; presumendo già chi potess'essere, si volse appena dallo scrittojo, e domandò:--Che c'è di nuovo?

--Don Teodoro, venga presto.... al numero trent'uno, crociera dell'Annunziata: una grama creatura, che, può darsi, ma non arriva a vedere il domani....

Così rispondevagli, entrando nella stanzuccia, un vecchio infermiere, colla cadente sopravvesta di tela verde e un goffo berrettino di felpa dello stesso colore, che appena proteggeva il suo calvo cucuzzolo. Era il capo infermiere delle crociere delle donne, un poveraccio che aveva consunto sessant'anni di vita fra le mura dell'Ospedale e quelle del vicino asilo de' trovatelli: dove, come tant'altri figli di nessuno, ebbe egli pure la sua culla e una capra per balia, e dipoi un tozzo di pane, fino a quando gli riuscì, per buona sorte, di farsi impiegare prima come portantino, poi come infermiere dello spedale: tutto il suo mondo era là. Vedeva entrare malati, feriti, agonizzanti; uscir pochi vivi, a furia i morti; sentiva passeggiando, colle mani intrecciate dietro le schiene, per le crociere affidate alla sua vigilanza, i lamenti d'uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, che finivano d'ogni guisa di morte: e per lui era lo stesso, una cosa naturale; vi poneva mente quanto il capo dell'orchestra, prima che s'alzi il sipario, agli stentati accordi de' suonatori. Egli soleva riconsegnare al povero, che partiva sano e allegro, i pochi panni con cui era venuto, con la medesima indifferenza che mostrava nel tirare il lenzuolo sulla faccia di quello che aveva appena reso l'anima a Dio. E con tutto questo, il _Ghezzo_, che così lo chiamavano tutti, perchè vestito, com'era sempre, di color verde, somigliava al ramarro a cui il lombardo dà siffatto nome, era forse il più galantuomo fra tutti gl'inservienti dell'Ospedale. E quantunque un po' brontolone, dove appena potesse far cosa alcuna per secondare il desiderio de' suoi ammalati o de' parenti, allorchè capitavano a visitarli, senza però transigere col proprio dovere, lo faceva volentieri; nè v'era pericolo che volesse il compenso nemmen della croce d'un quattrino. Il Ghezzo era una particolarità del suo genere: in quella casa del dolore, in mezzo alle tribolazioni, egli era dappertutto, egli dava orecchio a tutti i guaj; tirava innanzi con una buona scrollatina di spalle; ma poi faceva, come si dice, l'impossibile per ajutare chi ricorresse a lui; nè gli mancavano le occasioni.--Se i poveri diavoli non s'ajutano un po' per uno, diceva, chi volete che faccia per loro?...

--Don Teodoro! ripetè egli, vedendo che l'abate, contro il solito, era distratto: Faccia presto, le dico, se vuole arrivare in tempo.

--Andate innanzi: secco rispose: io vengo subito.

--Aspetto per farle lume, don Teodoro....

--Or bene, eccomi.

Il Ghezzo, pigliato il moccolo dallo scrittojo, precedeva il prete: e discesi così dalla scaletta, attraversarono lo spazioso cortile, e salirono al portico del piano superiore, rischiarato in quel punto dagli obbliqui raggi della luna, la quale cominciava a spuntare tersa e lucente, di sopra la lunga linea bruna formata dall'opposto lato dell'edificio. In quel vasto asilo delle miserie, in mezzo all'alto silenzio della notte, ai passi del vecchio infermiere e dell'abate rispondeva, sotto le vôlte de' portici, un'eco tanto malinconica, che don Teodoro, già prima addolorato nell'anima, diventava ancor più cupo e pensoso. Spirava un vento sottile, che faceva dondolar cigolando le lanterne appese qua e là, all'entrata d'ogni crociera; nè altro romore interrompeva quella mesta quiete notturna, fuorchè lo strepito di qualche catenaccio dischiuso con una strappata, o di qualche porta sbattuta dal vento, o il monotono rintocco dell'ore da tutti i campanili della città.

Ma, nel momento che don Teodoro, svoltata l'ala del portico, stava per entrare nella crociera dell'Annunziata in compagnia del Ghezzo, occupato, giusta il suo costume, a brontolar fra sè, vide all'altro capo del portico, in mezzo al bujo, comparir due lumi e alcune persone; e ben comprese che da quel lato un'altra infelice creatura moriva, e che un altro ministro del Signore le recava nel punto stesso il pane dell'ultimo viaggio. Quella vista lo richiamò al santo dovere del suo ministero; e facendo forza per cacciar dalla mente l'estranea sollecitudine che l'avea dominata, alzò l'anima a Dio; e, raccolti i pensieri, s'accinse più commosso che mai all'opera di consolazione e di perdono per la quale era chiamato.

Entrarono nella lunga, silenziosa crociera. Settanta povere donne, madri, fanciulle, vedove, spose, languivano colà l'una a fianco dell'altra, vittime dell'infinito numero delle febbri tifiche e acute, che sotto forme così mutabili e diverse mietono ogni anno tanta parte del popolo. Que' letti, distanti fra loro non più d'un braccio, coperti di una coltre a liste azzurre e bianche, con un piccolo crocifisso a capo di ciascuno; quella negra tabella, portante l'iscrizione della malattia e il numero del letto dell'inferma; quel numero dato a ciascuna, fin dal primo entrare, invece del suo nome, che nessuno forse pronunzierà più sulla terra; tutta questa trista scena, sebben fosse quella che di continuo aveva sotto gli occhi, non eragli sembrata mai così trista, mai non avevagli stretto il cuore come in quell'ora.

Attraversando per lo lungo la crociera, guardava di tanto in tanto, con pietosa apprensione, le povere ammalate, le quali, non potendo trovar requie, arse o abbrividite dalla febbre, sembravano come implorare da lui, con una lunga occhiata, una parola di conforto, una benedizione: avanzavasi, e ne scorgeva più d'una stendere fuor delle coltri lo scarno braccio, e bere a stento un po' d'acqua per mitigare il fuoco che le consumava; udiva qualche bisbigliata prece, qualche gemito sommesso e trattenuto di chi soffriva di più, e il respirar tardo, affannoso d'alcune da cui forse sarebbe stato chiamato fra poco. E tutte quelle creature del Signore, aspettando ciascuna l'ora sua, pativano e tacevano.

Abbenchè non passasse ora, senza che questa vista compassionevole gli rinnovasse i pensieri misteriosi e tremendi; nondimeno don Teodoro, che continuava volonteroso quel sagrifizio della sua vita, appunto perchè era per lui il sagrifizio di tutti i giorni, nè mai aveva perduto lo spirito del pietoso amore che, purificandosi in mezzo a miserie e a patimenti, diventa la virtù d'un santo, sollevava a quella vista, dal profondo dell'anima, una preghiera all'Eterno. In quell'istante, pensando a tante disavventure, a tanti dolori che sono sulla terra, egli domandava, per tutti i suoi fratelli, la rassegnazione e la fede.