Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 24
Era una notte d'agosto. Muta l'aria, e il cielo ingombro di nuvole nere, che passavano lentamente sulla luna; un'afa, una quiete nell'atmosfera, come quando s'avvicina un temporale; le muraglie della carcere, che, percosse tutto il dì dall'infocato sole, parevano mandar fuori tuttora una vampa; e d'ogni intorno, nel cortile delle prigioni, silenzio e oscurità. Damiano s'era gittato in un angolo, sul duro stramazzo; ma non trovava requie, nè sonno; i suoi pensieri non erano mai stati così mesti e dolorosi come in quella notte: e vedeva fargli cerchio strani fantasmi, e mano mano che lo stringevano più da vicino parevagli che diventassero giganti: sentiva come voci misteriose lontane, e risa di scherno; e un'ansia non mai provata gli toglieva quasi il respiro.
Indi a poco, romoreggiò il tuono in lontananza; e spessi e rapidi baleni, a schiarar sinistramente il bujo spazio del cortile; e agitarsi l'aria, e goccioloni di pioggia a flagellar la muraglia, a penetrar per la spalancata finestra nella stanza del prigioniero. Egli balzò dal giaciglio, corse all'inferrato pertugio, per respirar l'aria commossa; e fu come se la guerra degli elementi scatenati nell'alta notte lo rallegrasse, gli rendesse la vita. Seguiva coll'occhio ardente il crescere e l'infuriar del temporale; gioiva che la natura rispondesse colla sua voce alla tempesta ch'egli pure aveva in cuore; imaginando che ogni fulmine fosse quasi una maledizione del cielo alla terra, pensava allo sgomento che forse in quell'ora provavan ne' loro letti, sotto padiglioni di seta, coloro che lo avevano perseguitato; mentr'esso, tranquillo e sorridente, affacciavasi a quella scena, e ne ringraziava il cielo.
A poco a poco, il vento si racchetò, la luna, che s'era nascosta, si svolse dalle nubi diradate; il cielo tornò spazzato, e l'aria racconsolata e fresca. Le imagini dell'amore, le meste e sempre care rimembranze vennero nell'anima di Damiano al luogo de' pensieri d'ira e di vendetta. Egli s'era tolto dalla finestrella; e postosi a sedere sulla sponda del saccone che gli serviva di giaciglio, s'abbandonò a malinconiche fantasie.
--Oh! cos'è mai la vita?..... diceva fra sè: È come il dì ch'è passato.... come questa notte, prima di tempesta, e poi di pace. Tocca a noi a scegliere una delle due strade: può esser quella del bene, o quella del male.... Oh! perchè io, che ho domandato così poco al mondo, io, che non voglio altro che fede e amore, non ho saputo trovar fuori una sorte onesta, quieta sulla terra?.... Eppure, capisco che ho torto, quando maledico quelli che m'han fatto del male. E anche adesso.... anche qui, non vorrei mutare, per la lor vita, la mia. Com'è dunque che, mentr'essi mi tolgono la libertà, e mi costringono a starmi nella miseria, nel fango, a meno ch'io non voglia essere un birbante o un vile.... com'è, ch'io mi senta più sicuro, più forte di loro?.... com'è ch'io mi pento d'aver loro augurata la disgrazia, e vorrei compiangerli.... e quasi anche perdonare?
E dopo qualche silenzio del cuore, i suoi pensieri facevansi più distinti: non avrebbe saputo spiegarli così quali erano, ma li sentiva fortemente.
--Ah! è vero!--pensava--Bisogna bene che quelli che non vendon la vita, che passano per il mondo onesti e sinceri, e portano con sè all'ultimo giorno lo stesso cuore che loro ha dato il Signore; bisogna bene che questi, se non trovan altro compenso, abbian quello almeno di poter dire, e sentire in sè stessi: Siam contenti d'aver fatto il nostro dovere... E io, potrei dire così?... Ora, conosco che in questi anni che mi son passati così presto, forse ho tradito la mia sorte, forse ho confidato troppo in me e negli altri! Ma almeno, se fui temerario e imprudente, se mi mancò l'esperienza delle cose, nulla ho fatto mai per cattiva intenzione, nè per avvilire gli altri uomini. Solo ho creduto aver diritto a farli stare, i prepotenti che incontrai sul mio sentiero.... e dissi la verità, perchè sentiva che la verità vien fuori da' cuori onesti. E allora, cos'ho trovato? Gente che m'è venuta addosso come a un furioso!... Dio del cielo! se sapessero quel ch'io sento, se potessi dirlo a loro quel che spero e che patisco!... Quando io aveva perduta la mia prima speranza.... forse è stata fatalità, fors'anche giustizia.... io non ho accusato nessuno; contento del primo pane onesto che m'aveva dato la fatica, ho contato anch'io qualche dì felice!... Ma ora, cosa sarà della povera mamma e della povera Stella? Chi penserà a loro, chi le difenderà, se que' tali che credono di poter comperare coll'oro l'onestà della povera gente, tornassero a farsi vicini a loro, nella solitudine? Penso che il signor Lorenzo, quell'uomo che non ha paura di nessuno, non le avrà abbandonate... E il Signore, poi che mi dà questa forza di aspettare il giorno fissato da Lui, non c'è forse per tutti?
E qui, si raccoglieva alcun poco nella persuasione che, malgrado la sua prigionia, i suoi cari vivessero come prima in pace modesta e oscura, senz'altra angoscia che quella d'attendere il momento che egli tornasse fra le loro braccia.
--O sogni, o mie speranze d'una volta!--tornava a dir nel suo cuore--dove siete adesso? Quand'io non contava più di dieci anni, aveva trovato un compagno, e lo amava tanto, e credeva di poter passare con lui tutta la vita. Il mio cuore, fin d'allora, cominciò a battere per le cose che mi somigliavan grandi e belle!.... Mi ricordo ancora di quelle sere che, raggruppato fra le ginocchia di mio padre, io pendeva dalla sua bocca; nè osava respirare, al sentirlo raccontare i tempi della repubblica, le prime battaglie dei Cisalpini, e ripetere il nome di Bonaparte! La Stella, ch'era ancora ben piccola, mi guardava e nascondeva il viso nel vestito della mamma; ma io sguizzava di consolazione, superbo che mio padre si fosse trovato in quelle guerre di giganti. Povero padre! è morto ignoto, dimenticato, nè altro a noi lasciava che il suo antico onore!... Poi quando, ancora in quegli anni, io fuggiva di casa, e là nel silenzio del Duomo deserto, che mi pareva così vasto, così misterioso, io andava girando, come perduto, fra quelle colonne, fra quegli altari, o sedeva al piede d'un monumento, e qualche volta mi sentiva inquieto, nè sapeva perchè!.... Fu là che un giorno, sul tramonto, io m'era fermato poco lontano dall'altare di santa Tecla, a contemplar quel quadro antico dell'Annunciazione, quel quadro che allora, nella sua religiosa semplicità d'espressione, ho trovato così bello, così vero! In quel momento, un lungo raggio di mille colori, penetrando dalle storiate vetriere d'uno de' finestroni, cadeva sul quadro e lo rischiarava d'una tal magía di luce che mi figurai di vedere un'apparizione. Fu in quel punto che mi venne in mente, per la prima volta, che se una felicità doveva esserci anche per me su questa terra, sarebbe stata di potere un dì o l'altro far un quadro come quello.--Non fu che un sogno, lo vedo bene; ma, al ricordarmene, mi vien da piangere.... Pazienza! Non sarà tutto perduto!...
In siffatti pensieri, Damiano passò gran parte di quella estiva notte. Dall'ira allo sconforto, dall'amore e dalle incancellabili memorie del passato alla persuasione che bisogna accettare la vita qual ce la diede il Signore, per aver pace e speranza di bene, egli riprovò, in quelle poche ore, tutti gli affetti che avevano fino allora agitato l'oscura sua vita.
Ma una coscienza libera e forte, che sa patire e tacere, è la medicina più vera, più santa nelle sciagure. Dopo tutta quella interna battaglia, l'anima di Damiano s'era fatta serena. Si pose a giacere sul saccone di paglia, dormì tranquillo il restante della notte; e al suo ridestarsi, il sole era già alto.
Capitolo Duodecimo
Lungo il basso androne che metteva alle diverse prigioni, e fra l'altre a quella di Damiano, passeggiava da quasi un'ora il soldato che, sul mezzodì, vi avevano posto in sentinella. O che fosse già ristucco della fazione, o che altra cosa non andasse per il verso al soldato, l'avresti veduto fermarsi a ogni poco, e origliare alla porta or di questa, or di quella prigione; poi, come impaziente di tornare all'aperto, avvicinarsi ad una finestrina ingraticolata di ferro, che mandava nell'androne appena un fil di luce; e sguardar giù nel cortile, ove si scorgevan passare guardie, secondini e prigionieri che andavano e venivano. Ritornando poi indietro, sostava a capo della scala interna, e poneva l'occhio al basso con cert'aria di sospetto, come se colà stesse in aspettazione d'alcuno. Alla fine, si lasciò scappare a mezza voce:--È vero che, per un camerata, bisogna, come si dice, chiudere un occhio... perchè una mano lava l'altra.... questo si sa; ma se colui tarda a capitare, non so come l'andrà a finire...
In quella che così diceva il soldato, s'udì un passo su per le scale; e un giovinotto, soldato anche lui, fu lestamente in cima; guardò se non fosse spiato, poi venne franco al compagno.
--Sei tu?
--Non mi vedi?
--Va là.... non perdere un minuto.... t'ho dato parola, e ti lascio fare; ma quasi, quasi son pentito....
--Eh, tu sei galantuomo, Maldura; sei un buon camerata.... e l'abbiam fatta insieme la maladetta vita. Ma dì.... hai potuto scavare quel che mi preme?
--L'ho fatto cantare quel dannato secondino; e, se non fallo, la porta è quella là.
--Bene.
--Ma fa presto, sangue di me!.... ch'io non vo' stare alla catena corta, per amor tuo.
--Oh! tu hai fatto anche troppo.... è una parola che io voglio dire a un amico; e tu, credilo pure, fai un'opera di buon cristiano.
Non avevano scambiate fra loro, a sommessa voce, queste poche parole, che di già l'ultimo venuto, s'era messo accosto all'uscio ferrato che il compagno gli additava; si chinò a terra, e fece strisciar sotto l'imposta una cartolina ripiegata che tolse fuori dalla manica del suo guarnaccotto di grossa tela.
Damiano che, avvezzo già abbastanza al monotono alternar del passo d'una sentinella, nulla aveva udito di quanto s'eran detto i due soldati, stette un poco senza pur guardare verso la porta, preoccupato com'era dal pensare a ciò che sarebbe stato, se tanto si aspettava a far giustizia anche a lui. Ma un tocco leggiero che intese nella porta, gli fece volgere il capo; e senza poter nemmanco immaginar che fosse, corse a raccoglier quella carta, e l'aperse. Non erano che due linee sgorbiate a fatica su rozza cartaccia, sgrafii neri che somigliavan più uncini da stadera che parole. Ma Damiano comprese tutto; appena le tenne in mano, e riuscì a dicifrare una di quelle parole, tremò, divenne pallido, fissò gli occhi alla porta; pur non intese più nulla. Rilesse da capo: quella carta, dirizzate un po' l'aste, e messe a luogo non so che lettere rimaste nella penna, si poteva capire così:
_"Ricordati, Damiano, che non sei solo; il povero Rocco è tornato; e, dovesse morire, farà qualche cosa per te"._
Non aveva finito di leggere, che quel tocco alla porta fu ripetuto; e una voce, che da tanto tempo non aveva udita, sommessa pronunziò:
--Damiano!
--Dio del cielo! sei tu, Rocco?....
E corse, quasi fuor di sè, contro all'uscio sprangato, come se volesse gettarsi nelle braccia dell'amico suo. Il buon Rocco stava dall'altra parte, contentone d'esser riuscito a farsi conoscere, e cercando se mai, per qualche fessura, gli venisse fatto di vedere la faccia del suo Damiano.
--Damiano! diceva intanto: chi m'avesse detto che t'avrei trovato qui?.... È una gran birbonata che t'han fatto, lo so bene!... Oh, se potessi!... Intanto, è stata la Provvidenza che mi fa capitar qui adesso... Io ho del cuore.... sai? E per te...
Il giovine prigioniero si sentiva troppo commosso per poter rispondere: i pensieri gli si confondevano, gli pesavan sul cuore; non sapeva trovar nulla da dire a quell'uomo ch'eragli stato più che amico, più che fratello, che s'era sagrificato per lui. Sentiva che altro non avrebbe potuto se non istringerlo sopra il suo cuore.... E gli era impossibile.
--Damiano! tornò Rocco a dire: posto che questa maledetta porta non vuole che io t'abbia, per adesso, a vedere.... oh parlami! dimmi che sei contento di me... che mi vuoi bene ancora.... Ho tante cose a raccontarti anch'io....
--Rocco, mio Rocco!.... cominciò Damiano quasi piangendo: tu sei cento volte migliore di me.... Il Signore ti vuol bene, perchè t'ha dato un cuore, come nessuno l'ha al mondo.... Ma io, cosa potrò mai far io, per tutto quello che hai fatto per me?....
--Lascia andar questi discorsi adesso; c'è ben altro a pensare.... Io non ho che un quarto d'ora, o poco più, da poterti star vicino... È stato il Maldura, un mio camerata che, messo qui di guardia, m'ha lasciato fare il tiro.... Oh ti conterò tutto: ma prima, dimmi: dov'è la mamma Teresa? lo sai.... E lei? il mio angelo custode?....
--Rocco! non le hai vedute? non ne sai niente tu?.... Io sto qui a morire, da più di due mesi; non so più nulla di nessuno.... E non ho fatto del male, vedi, è stato un tristo accidente.... Ci ha da voler tanto a conoscere la verità?
--Dunque non sai niente anche tu?....
--Ma perchè parli così?... Non hai cercato di loro? Non le hai vedute? non sei stato in casa?
--In casa? no.
--Ma perchè non ci sei stato?
--Ci son tornato tre volte su quelle scale, ne' due dì passati; perchè, devi sapere che sono arrivato qui al principio della settimana, insieme a una compagnia de' nostri che mandano al paese... Come ti diceva dunque, ho parlato con la Margherita, quella vostra vicina; e fu lei che mi disse che.... la mamma Teresa aveva cambiato di casa; e che, quanto a te, un pezzo fa, una domenica... t'avevan messo qui dentro, e buona notte!
--Oh Rocco! in che momento ci troviamo!
--Cosa dici?.... Non crucciarti, sai, non pensar male.... E poi, c'è rimedio a tutto, quando si ha del cuore e la coscienza netta....
--Mi pare impossibile! È un miracolo del cielo.... Ma tu, Rocco, com'è che sei qui? Non sono venti mesi, da quel dì che la tua anima così grande t'ha fatto partir soldato per me.... e hai potuto tornare?....
--Se te l'ho detto, la è una storia lunga.... vorrei bene che tu la sapessi; e hai ragione di dire ch'è un miracolo, se son qui. Malann'aggia quest'uscio che sta fra noi due! Verrei così di gusto ad abbracciarti, a stare un po' con te, a dirti la mia storia.
--Non andar via, no; conta su, parla di te; è la prima voce che sento da due mesi, la prima che sento nell'anima.... ed è la tua, Rocco!
--Tu sei ancora quello, Damiano! che sia ringraziato il cielo. Starò qui presso, finchè il camerata non mi strapperà via.... È un buon cuore anche lui, il Maldura.... e se tutto quello che sentiamo dentro di noi, lo potessimo fare.... Basta, non è questo che importa adesso. Senti, Damiano, non son più quel Rocco d'una volta, a cui n'han fatto d'ogni stampa; ho messo giudizio anch'io, cioè ho cominciato a fidarmi poco degli uomini: ma non li ho pagati della stessa moneta ch'è toccata a me! Ho fatto una vita dannata abbastanza, là, in que' paesi luterani: eravamo sul confin de' Turchi, e non c'era poco da fare a tenerli indietro que' maledetti del turbante. Il loro mestiere è di nettar le stalle di que' patacconi del paese, portando via e bestie, e fieno, e tutto.... E noi mandati là, poveri diavoli, a far penitenza de' nostri peccati! Una notte, d'inverno.... è sempre inverno là... io, con altri sette de' nostri, facevamo la ronda a una terra di confine; non c'era strada, e s'andava giù, fino alle costole, nel fango e nella neve; alcuni, per conforto, avevano accese le loro pipe.... quando, all'improvviso... pin, pan, pan, pan... una ventina di que' cani rinnegati, ci serrano addosso.... e noi saldi là! Era il buon momento di pigliar caldo; ci siam fatti insieme, e giù una furia di schioppettate alla fortuna.... Li vediam voltare i cavalli, e in mezzo alla notte sparir come il vento.... Ma un di loro, scappando via, si butta indietro, tira.... e l'è toccata proprio a me! Son restato là per terra, come un asino; e quando il Maldura mi levò su, e lui e un camerata m'han portato via, e poi lasciato giù al nostro ospedale, io non ho saputo più altro. Dopo un mese, quando Dio ha voluto, son tornato in piedi; ma la palla di quel Turco dell'inferno m'era entrata in un braccio.... e il tuo Rocco aveva finito di far l'esercizio. Io però ho ringraziato il cielo, pensando subito che guadagnava cinque anni, e che forse sarei tornato a casa.
--Rocco, Rocco!
Così, con tuono basso ma focoso, scrollandolo forte per un braccio, lo chiamò il camerata. Ma egli non sapeva staccarsi da quel fianco dell'uscio, a cui s'era appoggiato.
--Rocco! e tutto questo, tu l'hai fatto per me! dicevagli Damiano.
--Sì, sì.... ma adesso bisogna ch'io ti lasci qui e dia la volta.
--Non andartene così!
--È il Maldura, vedi, è lui che mi strappa dal muro; è finita la guardia, e anche lui ha ragione.... Ma, lascia fare a me; tornerò.... ti darò conto di tutto....
--Ah sì; voglio saperlo, dove sono mia madre e mia sorella... Va, va, buon Rocco, non perder tempo. Che il Signore t'accompagni!
--Damiano! Non la darei quest'ora, per niente al mondo.
I due soldati s'allontanarono. Damiano tese l'orecchio finchè potè udire il suono de' loro passi: poi, quando non intese più nulla, strinse le mani, guardò in cielo, e il suo pensiero si levò con fede al Signore.
I giorni, e le settimane passarono, E Damiano altro non seppe nè di Rocco, nè de' suoi: questo dubbio era per lui un'angoscia mortale; e ricaduto nella disperazione e nelle cupe fantasie di prima, ammalò. Il medico delle prigioni, la seconda volta che lo vide, provò per lui simpatia; e persuaso che il male provenisse, più che d'altro, dall'incertezza che l'aveva oppresso, s'arrischiò di farne parola al giudice inquirente. Il quale, uomo giusto e di cuore, ottenne che in due giorni fosse spacciato quello a cui non erano bastati due mesi.
E Damiano, appena si riebbe, fu levato dal carcere e condotto alla presenza dall'autorità; e dopo serie ammonizioni per lo avvenire, gli fu detto ch'era in libertà, essendo stato sospeso il processo, per difetto di prove legali.
Capitolo Decimoterzo
L'abate Teodoro, uno de' cappellani dell'Ospital Maggiore, tornava, sul cadere d'un bel dì d'ottobre, lungo la strada che fiancheggia il canale interno della città, fra il ponte di porta Tosa e quello di porta Romana; dove appunto si chiama il _Naviglio_ dell'Ospitale. Tornava solo da un breve passeggio, per ricondursi alle malinconiche stanzette che gli servivano d'abitazione in quel vasto edificio, nel quale a migliaja vanno a morire ogni anno i poveri di Milano e del contado. Egli non era vecchio: alto della persona, ma alquanto incurvato, avea lineamenti fortemente scolpiti e pallidi, lo sguardo pensoso e quasi sempre mezzo velato dalle palpebre: il suo passo rapido, come di persona sollecita d'arrivare al termine della sua via, e qualche involontario gesto con cui l'avresti veduto risponder talora all'interna agitazione, mostravano in esso l'uomo che conosce la vita e il dolore, e che animoso e forte vuol compiere quaggiù la vece che gli fu posta.
Era un giusto e sapiente prete, che amava l'oscurità, e l'umile coraggio d'una vita tutta di sagrificio e d'amore. Egli che, uscito appena del Seminario, e annoverato già fra i più eletti novelli sacerdoti, per dottrina teologica, congiunta a un assiduo studio d'erudizione civile, avrebbe potuto a buon diritto pretendere a qualche invidiata ecclesiastica dignità, o aspirare alla celebrità di sacro oratore, aveva chiesto invece un posto pericoloso, poco ambíto, ignoto quasi del tutto, quello di coadjutore spirituale al servizio de' poveri infermi dell'Ospitale maggiore. E colà, dove sapeva maggiore il bisogno di portar la parola di consolazione e di verità, egli viveva da sedici anni, modesto, non conosciuto dal mondo, come il primo dì che v'era entrato; ma benedetto più che padre, più che amico, da tutti gl'infelici che aveva confortato a patire, a rassegnarsi, a morire; da tutti i suoi fratelli che sortirono quaggiù l'eredità della disgrazia, e ne' quali volle imparare a conoscere, ad amare la gran famiglia umana. Amico di pochi altri preti, e di qualche giovine saggio e onesto, che per venirlo a ritrovare volentieri attraversava il malinconico ponte che mette al gran cortile dell'Ospitale, l'abate Teodoro passava i suoi giorni nella spontanea e sublime annegazione di sè medesimo, adoperandosi al bene, contento se gli rimanesse un'ora da consacrare alla vedova inferma, circondata dalla sua corona di figliuoli, o al vecchio povero e vergognoso languente sulla paglia nella buja soffitta, o all'artigiano che la febbre aveva strappato dal lavoro: e tra questi egli soleva spartire il frutto del suo piccol beneficio, del quale gli avanzava la maggior parte, comechè di ben poco gli facesse bisogno per vivere. Era, in una parola, uno di quegli uomini, de' quali così scarso è il mondo; che non sono nati per sè stessi, e che, non curando le spine del sentiero, insegnano a' proprii fratelli la vera virtù, la vera filosofia della vita, camminando sempre animosi e sicuri, colla coscienza che Dio, come disse il poeta:
Fece l'uom buono a bene....
Quel dì, l'abate Teodoro, più mesto e preoccupato del solito, s'incamminava a casa con passo lento e ineguale, pensando al tristo caso d'una povera madre ch'egli aveva poche ore prima assistita nell'agonia. Essa era morta di lenta e penosa consunzione, lasciando quaggiù dieci figliuoli: tre maschietti, il maggiore de' quali su' quattordici anni, e sette fanciulle, tapine creature, pressochè tutte rachitiche o scrofolose, a cui poco o nulla valeva d'avere il padre, lavoratore di seggiole di paglia, già logoro anch'esso dallo stento e dagli anni. Il pensare, che nel giro della superba e splendida Milano, languivano, come quella, tant'altre famiglie alle quali non poteva bastare la larghezza della pietà cittadina; il ricordarsi ch'egli stesso era l'ultimo d'una numerosa famiglia venuta in basso, e che aveva veduto morire in breve tempo padre e madre, e andarne disseminati fratelli e sorelle alla ventura nel mondo, moltiplicando il numero degl'infelici; queste e altre più amare considerazioni avevan raccolta una tetra nube sull'anima del buon coadjutore. V'ha di tali uomini che hanno bisogno di vivere nel sentimento del dolore; che in esso ritemprano, per dir così, le loro forze contro le ingiustizie terrene e la legge de' violenti; uomini che nacquero colla coscienza della sventura, accettarono severi e tranquilli le più difficili prove della vita, e che, giunti al fine della loro carriera, potranno dire come il forte antico: Il Signore mi coperse collo scudo della sua buona volontà. Essi vivono combattendo e sperando; essi sperano, perchè sanno che la sventura stessa è utile, quando s'afforza colla ragione; e che senza fede non c'è libertà.
Nel momento che l'abate Teodoro, giunto all'angolo d'un antico murello, prima di svoltar nella via di San Barnaba, che riesce dalle mura al ponte dell'Ospitale, levava gli occhi, raccogliendo alla persona la cappa, s'accorse d'un uomo che veniva innanzi a onde, tentennando a ogni passo, e facendo prova, ma invano, di tenersi alla muraglia. Quantunque si fosse fatto sera, potè vedere, al lume della lanterna della via, che quell'uomo col pesto cappello calcato in testa, e coperto di luridi panni, lottava a fatica contro i fumi del vino, e falciava l'aria gesticolando colla destra, in atto d'ira e di maledizione. Scorse poi che, sotto l'altro braccio, egli si teneva ravvolto qualche cosa entro una vecchia coltre, della quale i lembi cadenti scopavano il terreno; e l'udiva bestemmiar con rotte voci, che gli vennero un poco distinte quando colui si fe' più vicino, senza pensare d'esser tenuto di vista.
--Malann'aggia! diceva esso.--L'uomo e la ragione.... sono due cose!.... Io sono un povero diavolo, non sono un uomo io....--E qui dava in uno scroscio di risa.--La fame.... cosa importa mai? è una brutta strega.... la fame! bisogna farla affogare in un tino di vin nuovo.... Anch'io fo così! quando ho fame, bevo.... Evviva la ragione!...