Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 23
Sorrise quella, e stringendosi al cuore la mano di Stella:--Abbiate pazienza, la mia figliuola; adesso troverete la vostra nuova famiglia.--E don Aquilino, a capo dimesso, strisciava dietro alla protettrice; e per consolarsi di quella trista spedizione, pensava che la signora contessa, nel ritorno, non avrebbe potuto a meno di pregarlo che volesse favorire quel giorno la sua tavola.
Attraversarono un altro andito, un'altra stanzaccia, e si trovarono alla fine in una specie di salotto di ricevimento, più decente, più arioso, che rispondeva sur un orticello: due donne d'età provetta, vestite di saia oscura, che sedevano presso un finestrone, al loro apparire si levarono in piedi, e rispettose mossero verso la dama. Ma questa permise con un cenno che tornassero a sedere; e sedendosi ella pure in un seggiolone addossato alla nuda parete, si volse alla più attempata delle due donne:--Madre Eleuteria: lentamente disse: ecco la giovine della quale le è stato parlato. Ella si raccomanda alla sua bontà, al suo compatimento; vogliamo sperare che un po' di vita edificante e ritirata varrà a far fruttare quelle disposizioni che la grazia spirituale, più che il merito e l'opera nostra, ha fatte nascere nell'animo suo. Avvicinatevi, Stella: baciate la mano della vostra superiora, della vostra nuova madre; noi vi poniamo sotto la sua tutela; e qui, se vi mostrerete docile, obbediente, se darete segni di compunzione, d'emenda, vi sarà restituita ben presto quella quiete di coscienza che il mondo vi voleva rapire. È bella la virtù che illibata passa attraverso il mar tempestoso della vita; ma la virtù che caduta si rialza è più bella e più gloriosa. Il cuor penitente è come il corallo che, uscendo dall'acqua all'aria, si assoda.
La fanciulla non sapeva spiegare a sè medesima quest'artificioso parlare. Ella si sentiva tranquilla, innocente; pensava e amava, come ne' primi dì della sua vita; e non per altra cosa che per il bene di sua madre e di suo fratello, accettando la prova che le era domandato, colà ne veniva con quello stesso religioso sentimento di purità con cui, pochi anni innanzi, s'accostò alla sua prima comunione; nè avrebbe potuto comprendere il perchè l'austera dama le imponesse come penitenza ciò ch'essa faceva per virtù d'amore. Ma un'idea incerta del male, uno sgomento confuso de' pensieri ch'essa non aveva provato mai, la contristavano; e mentre voleva dir qualche parola, si sentì come stringere il cuore da una fredda mano. Forse comprese che là non era il luogo della sua pace, che là altre angustie, altri terrori l'aspettavano; che forse era perduta per lei ogni contentezza, ogni serenità della vita. Incontrò lo sguardo severo di quelle donne, e ammutolì. Non la pietà incauta, faccendiera, nè l'insofferente zelo che fa servire le verità sante e consolatrici alla propria ambizione, sollevano le anime sconfortate alla speranza, alla rassegnazione. La parola compassionevole e amorosa, quella parola che trovò una consolazione per tutti i dolori, che col soffio della carità rinnovò la terra, non insegnava ad anneghittire gli affetti, a stringar la volontà nello scrupolo, a far pauroso il dovere: ma fu parola di libertà e d'amore.
--Essa è figlia d'un soldato: ripigliò indi a poco la dama protettrice: sua madre, troppo debole, trasandò quelle pratiche che potevano esser medicina alle cattive influenze mondane. Oggidì più che mai, in ogni stato si diffonde la zizzania del mal costume: v'ha di quelli che si fanno del vizio un mestiere; e questa poverina camminava sull'orlo dell'abisso: se non che, il cielo ha permesso non fossero vani gli sforzi di quelle persone le quali si consacrano a opere che il mondo chiama filantropiche, e che io dico cristianissime. In una parola, noi l'abbiamo salvata; e in questa casa, dove tante anime furono strappate al male, essa viene di buon grado, madre Eleuteria, sotto l'egida della sua virtù, a racquistare il candido vestimento dell'innocenza.
La dama, superba di codesta edificante parlata, guardava attenta or la madre Eleuteria, or la fanciulla, e pensava di leggere ne' loro composti visi il trionfo della sua clemenza. Allora, indirizzandosi a don Aquilino:--A lei, signor abate!... noi abbiam fatto la parte nostra; a lei, la sua.
Allora la madre Eleuteria, che non aveva pur detto una sillaba alla nuova figliuola, ma s'era fatta a guardarla alla sfuggita, s'alzò; e avvicinatasi a un vecchio armadio, l'aperse con una delle grosse chiavi che teneva appese alla cintura, ne trasse due registri e una cartella, e li depose sullo scrittojo ch'era nel mezzo della stanza, e dinanzi al quale s'era affrettato a sedersi don Aquilino, come obbedendo a una forza invisibile.
La madre Eleuteria (chè così era chiamata fin da quando, uscì ancor giovine dal suo monastero, soppresso fra gli ultimi, al cadere del passato secolo) teneva come superiora le redini di quella pia casa da poco tempo fondata per le povere zitelle. Avvezza alla muta disciplina del chiostro, essa vedeva a malincuore l'autorità, la tutela e gli scandagli che si usavano dalle persone da cui era stata chiamata a regolare il Ritiro; e avrebbe voluto a suo beneplacito fare e disfare, col sistema adoperato in altro tempo dalla madre priora nel convento ov'essa pronunciò i voti. Vecchia e irosa, voleva essere adulata, temuta; nè pativa che persone secolari e influenti nel mondo volessero dar legge a lei. Ne' trent'anni e più da che, logora dalle piccole passioni della vita monastica, s'era per così dire consumata nello squallore d'una soppressa casa di religione, essa non avea vagheggiato che una speranza, una gloria; quella di vedere riaprirsi, per opera sua, lo stesso convento dond'era stata cacciata, e di condurvi uno stuolo di povere creature, o, per usare un suo bel paragone, una famiglia di candide colombe. E su queste, sperava alla sua volta esercitar l'assoluto impero del quale non era riuscita a gustar la voluttà fino allora, causa la grave responsabilità e l'obbligo di piegarsi alla formalità, alle regole minute, a una a una prescritte dalla curiosità delle dame protettrici, e più di tutto dall'onnipotenza di chi poteva farle molto bene, o molto male, ajutando o tergiversando l'effetto dell'unica sua cura. La contessa Cunegonda, la quale aveva una autorità più grande, e però a lei tornava più incresciosa, era quella di cui la superiora del Ritiro sopportasse il giogo con maggiore dispetto. E la contessa ben sel sapeva; comechè si fosse accorta dal silenzio ostinato della vecchia, che per certo avrebbe fatto anche allora (come quasi sempre faceva) ogni prova per rifiutarsi all'accettazione della giovine, e perciò appunto volesse a ogni costo trionfare, e contasse più che altro sull'appoggio del pauroso prete. Il quale dal canto suo, in mezzo a quella lotta di poteri, pensava che non s'era mai trovato al mondo in un ginepraio così spinoso.
Egli dunque, messosi allo scrittojo, alzava e abbassava macchinalmente il capo sui libracci che aveva dinanzi, continuando a tenere la penna nel calamajo di peltro, senza saper come incominciare l'interrogatorio. Pur conveniva adempirla questa formalità, ch'era voluta dal regolamento della casa prima dell'ammissione di ciascuna zitella.
Bisogna che la superiora godesse di quel suo impaccio, poichè sguardando la dama con due occhi fulvi e maligni, e facendo scorrere colle dita convulse le avemmarie del rosario che le pendeva dalla cintura, sogghignava tra sè, pensando che, se il volesse, poteva col più lieve pretesto rimandar quella giovine; tanto più facilmente, che la vedeva colà condotta con certo mistero, del quale le sarebbe piaciuto aver la chiave. Ma la contessa, prevedendolo, andò incontro all'ostacolo; e come don Aquilino non voleva, o non sapeva fare il dover suo, levossi con mal celato dispetto, e venuta alla scrittojo:--Poichè vedo, disse, che qui si medita di stornare un'opera di carità, non so nè cerco per qual fine, bisognerà, ch'io medesima n'assuma tutta la responsabilità. In quel punto, la Stella si fece animo, e senza levare il capo cominciò a dire:--Mi perdonino, se mai son io causa di dispiaceri; ma, quand'abbiano sentito a dir qualcosa di me, oh! non lo credano, no, per carità!... Io sono povera, sono abbandonata; ma non ho fatto del male. La mia povera mamma ha avuto molte disgrazie; mio padre l'ho perduto da più di tre anni; un mio fratello non istava più in casa con noi; l'altro.... l'hanno condotto in prigione. E noi... siam restate senza nessuno. Oh! se qui posso lavorare e guadagnar qualche cosa per la mia mamma.... io sarò contenta. Ma non credano, per amor del cielo, che io abbia fatto del male; è una cosa che io non posso sentirla dire, perchè non è vera.
Don Aquilino scosse il capo, un po' stupito che la fanciulla si sentisse il cuor di parlare come aveva fatto, un po' malcontento di vedere come la povera ingannata lasciavasi bellamente incogliere da quella sorte. Ma le parole di lei forse toccarono la ruvida scorza della superiora; la quale, smesso per allora il proposito di tener forte contro ciò ch'essa chiamava un'intrusione, si fece alquanto più serena in viso, e rispose:--Poichè siete voi che mi pregate, figliuola, io non metterò innanzi certe difficoltà, che pure avrei diritto d'opporre... Prego solamente la signora contessa che si degni, per lo innanzi, di sentire in anticipazione anche il mio voto speciale; il regolamento me ne dà facoltà, e responsabile del buon andamento della casa, son io. Intanto, attesa l'ottima volontà di questa giovine, e per nessun altro rispetto, noti bene! per nessun altro rispetto... passo per questa volta la mancanza dei requisiti e carte.... come sarebbe dell'assenso scritto della madre e del contutore; e inoltre....
--Si calmi, madre Eleuteria: rispose, punta sul vivo, la contessa: tutto sarà fatto, come vuole; non mancherà nulla, lo dico io, perchè la giovine che le si presenta sia accolta senza nessun aggravio della sua coscienza. Perdoni.... per altro; ma ragioni gravi, e che mi è impossibile comunicarle, richiedono che questa fanciulla sia, senza perdere un'ora, ricoverata qui....
--Or bene, riprese la superiora, mi rimetto: solo, dove io non abbia a saper come stieno le cose, dichiaro di lavarmene le mani, e non rispondo di nessuna conseguenza.
--Sì, sì, lasci pensare a chi tocca. E lei, signor abate, non perda tempo, metta sul registro nome, condizione della giovine, giorno, eccetera: tutto poi sarà ratificato e posto in piena regola quanto prima, con quegli attestati, documenti e ricapiti che la madre superiora, o anche lei, don Aquilino, potessero desiderare.
--Obbedisco a chi può comandarmi: balbettò tutto umile il prete. E con mano tremante, quasi che scrivesse la propria condanna, si pose a sgorbiar d'uncini e graffi quel grosso libro su cui figuravano i nomi di tutte le ricoverate. E tirava in lungo, sperando che qualche incidente sorvenisse: ma fu inutile. Le donne lo lasciarono finire; e prima che avesse finito, la Stella, con licenza della dama protettrice, era stata condotta nell'interno della casa dall'altra vecchia, ch'era la maestra anziana.
Le fanciulle del Ritiro uscivano del piccolo refettorio, al momento che la lor nuova sorella venne a rincontrarle. Ella si trovò in mezzo a forse venti giovinette, poveramente vestite, delle quali la maggior parte, senza por mente a lei, si sbandarono di subito per la cameraccia terrena, ove solevano spassarsi per un'ora, dopo il desinare, prima di tornarne alla scuola o a' lavori. Due o tre di quelle cominciarono a fissarla curiose, a bisbigliar tra loro; ella restava in un angolo tutta sola e vergognosa. Credeva di trovarsi fra tante buone sorelle, che le facessero animo, che le domandassero della sua mamma, delle sue disgrazie; e nessuna la salutò, nessuna le disse una parola. Avrebbe pianto così volentieri; ma la soggezione e il batticuore le soffogavano anche le lagrime.
La stessa sera, nel gabinetto della contessa Cunegonda, si scambiarono le più calde congratulazioni per quella vittoria riportata sul secolo. Il Padre Apollinare, l'incipriato consigliere, e il conte Alberigo moralizzarono sulla necessità di raddoppiar di zelo per il miglioramento de' costumi del basso popolo; e la dama e due nobili amiche, fautrici anch'esse del Ritiro, si facevan tra loro le apologie per aver saputo, con tal rispetto delle apparenze, condurre a buon fine quella pratica. Tutti convennero che importava di tener segreta la cosa; poichè poteva da taluno credersi diretta ad attraversar certe mire perverse e a combattere lo scandalo col buon esempio.
E quella medesima sera, forse all'ora medesima, l'Illustrissimo, tornato a casa dal teatro prima del consueto, scese di carrozza e, senza nulla chiedere nè della padrona, nè d'altri, si ritirò subito nel proprio appartamento. Mentre il Rosso lo precedeva con gran premura, per tenersi pronto a' suoi cenni, se mai avesse voluto mettersi a letto; egli, contro il costume, si lasciò andare, come in distrazione, a far certe domande al suo fedel cameriere; le quali, a chiunque altro, fuor che a colui, potevano far nascere strane induzioni. Ma il Rosso, per sistema, non badava che a' fatti: cosicchè, quella sera, d'altro non s'accorse fuor che della cattiva luna del padrone.
--Ditemi un po'.... gli è un pezzo che non vedete l'Omobono?
--Non saprei.... quindici giorni.
--Pare impossibile! Non son io, se non vengo a capir bene che storia è questa.... Maledetti tutti!
--Si quieti, Illustrissimo, si quieti; badi che non sentendosi troppo bene....
--Taci tu.
Intanto egli s'era messo a sedere; e il Rosso, stirate le cortine, apparecchiavagli il letto. Dopo qualche silenzio, il signore ridomandò, ma sbadatamente:--Non avete sentito a raccontar nulla di nuovo?....
--No, Illustrissimo.
--Dite, conoscete voi la famiglia di una certa vedova.... della vedova d'un soldato di Napoleone?
--Aspetti! fosse quella che stava di casa là verso la piazza Fontana?
--Credo bene.... Non sai nulla dunque?
--No, perchè?
--M'era impegnato d'ajutarla quella famiglia; e mi si dice che altre persone.... di conto precisamente per farla a me, si sieno adoperate.... Ne hai notizia?
--Che io possa morire, Illustrissimo, se ne so qualche cosa.
--Eh! vedo che anche voi perdete il buon senso, non vi conosco più.
--Perdoni....
--Non importa. Posso farla vedere alle canonichesse e a tutto il partito.... Io, me la rido, ah! ah!...
--Mi sento consolare, vedendola a ridere.
--Basta così. Andate pure. Domani, di buon'ora, passerete dal signor Omobono; venga qui nella mattina, e non manchi, e non parli con nessuno. Al signor Consigliere, farete l'imbasciata che già v'ho dato.... avete capito bene?
--Non dubiti.
Intanto l'Illustrissimo s'era coricato. Ma, levandosi sul gomito:--Versatemi nella tazza la solita pozione.... È un altro impostore anche lui il dottore!
--Vorrei vederlo un po' quieto: disse il Rosso, con una smorfia che voleva parere un sorriso.
--Sì, sì... andate via, che sarà meglio.... Tirate le cortine, chiudete bene le porte.... tenete a mente quel che v'ho detto.... Così.
--Felice notte, Illustrissimo.
E il cameriere andandosene, almanaccava qual cosa mai al padrone avesse fatto montar la muffa, che lo sentiva dir parole così piene di bile.
--Comunque sia, egli ha bisogno di me: borbottò: e se stasera mi fa torto, domani avrà di grazia a sgaglioffare qualche bel sovrano, per tirarmi dalla sua.
E serrata a chiave la porta dell'appartamento, andò a dormir sopra al malumore dell'Illustrissimo.
Capitolo Undecimo
La prigione, ove Damiano stava intanto aspettando la fine del processo, che l'aveva incolto così in mal punto, era un camerotto umido, basso che rispondeva nel cortile delle carceri, di fronte a una muraglia bruna, altissima. In quella s'aprivano alcune rade finestre quadrate, munite di doppia inferriata, e mezzo nascoste da un assito inclinato, ond'era tolta ogni luce, ogni vista, fuorchè d'un lembo del cielo che da codesta specie di spiraglio potevasi contemplare. Erano le carceri comuni; e, per mancanza di luogo, chiunque venisse condotto in quelle triste mura vedeva passar non pochi dì fra la compagnia de' ribaldi d'ogni stampo, che quasi senza tregua sottentravano l'uno all'altro. Damiano, chiuso dapprima nella carcere comune, aveva di là veduto più d'una volta sorgere e cadere il sole; e ciò che che in que' dì sofferse, io nol dirò. Sul suo capo pesava una grave accusa; era indiziato come principale istigatore della rissa accaduta alla festa di san Cristoforo; non avendo solamente resistito alla forza pubblica, ma essendosi lasciato sorprendere sul fatto, con un'arma alla mano. Convenne che l'autorità inquirente spendesse alcun tempo, per verificare circostanze, esaminar prevenuti e testimonii, spacciar requisitorie, passare a confronti, prima di determinare se dovesse o no aprirsi contro i detenuti il processo criminale. Per buona ventura, il fermo contegno del giovine artigiano, la semplicità con cui espose l'accaduto e la concorde testimonianza di parecchie persone che, senza prendervi parte, furono presenti al fatto, sventaron di subito le intricate e maligne deposizioni fatte da coloro che speravano d'uscire al fine di perder Damiano. Il giudice, a cui toccò di sbrigare quel processo, che sebben fosse poca cosa, aveva nondimeno stuzzicato un gran vespaio, sospettò che il giovine accusato potesse esser vittima di qualche complotto; e nel sospetto lo tennero poi certe parole; dettegli a fior di labbra e con ostentata indifferenza da persona che molto poteva per il suo avvenire. Ma egli che, per ingegno e coscienza, aveva saputo meritarsi, quantunque in giovine età, l'onorevole carico del magistrato, raccapricciò di quella prevenzione che credeva si volesse istillargli: e adoperando tutta l'accortezza e il buon volere d'uno spirito saggio e onesto, seppe in poco tempo, se non dedur legalmente, conoscere almeno come stesse la cosa. Ma, di tutti gli accusati, non restava in carcere che Damiano: come che gli altri, mancando legali motivi per tenerli in cattura, fossero stati in quel mezzo rimandati, con ammonimento di presentarsi allorchè dovessero venir citati per la regolare inquisizione. E tal determinazione fu presa dopo che una persona di molta autorità seppe che in quella trista bisogna era implicato il Martigny, uomo indispensabile nel gran mondo.
Appena il giudice ebbe a scorgere l'onestà di Damiano, ingiunse fosse collocato a parte dagli altri prigionieri, gli si usasse tutto il possibile riguardo: fece anzi quant'era in lui, per metter fine al processo; ma non prevedute circostanze parevan sorgere in mezzo, ogni volta ch'egli s'accingesse a ripigliarne il protocollo.
Eran due mesi che quel giovine oppresso aspettava che fosse conosciuta la sua innocenza. Gli parevan due anni; e nel suo cuore, al rammarico de' primi dì, al pensiero dell'abbandono e dello squallore in cui s'imaginava di veder la famiglia, era succeduta un'ira soffocata, un fremere della volontà costretta a consumarsi nell'aspettativa; talvolta un delirar confuso, una maledizione della vita e della virtù. Solo, sempre solo, in faccia al bujo dell'avvenire; minacciato dall'infamia; oppresso dalle memorie di que' tre anni passati; consapevole della propria innocenza, e costretto a sopportar la vendetta di nemici troppo potenti, e l'indugio della giustizia; Damiano vedeva tornare il dì, tornar la notte, ma non udiva nessuna voce che gli dicesse di sperare. Così, dentro di sè, sentiva morire il coraggio, ultimo compagno dell'innocente.
Talora, ripensando a quelle illusioni, già da lui vagheggiate per tanto tempo, prorompeva a maledir gli uomini, sè stesso, la Provvidenza: e, abbrancando le grosse inferriate, domandava al cielo perchè l'avesse condannato a vivere; e provava un'orrenda tentazione di finirla, spezzandosi il cranio contro quelle barre. Talvolta poi si raffigurava alla mente il padre moribondo, la madre sua, l'abbandonata Stella, e sentivasi bagnato di lagrime il volto; pensava che forse l'anima di suo padre in cielo, e quelle due anime innocenti sulla terra, pregavano per lui che non poteva pregare; che forse il Signore non l'avrebbe dimenticato. Ma, per lo più, un invincibile abbattimento, una calma cupa gli prostravano l'anima e le forze; passava ore e giorni, immobile sur uno sgabello, presso all'aperta finestrella, con le gambe a cavalcioni e un gomito sul ginocchio, appoggiando alla mano la faccia, e guardando fuori, senza pensar più dove fosse, senza ricordarsi di nulla. E invidiava, con fanciullesca voglia, la rondine che attraversava quel poco cielo aperto, fin dove gli fosse dato giunger coll'occhio, il passero svolazzante sul tetto di fronte: e diceva di sè più felici il moscerino ronzante, e il ragno che tesseva la sua tela fra le spranghe di quel pertugio.
Un dì, vennegli all'orecchio il canto lontano e malinconico d'un altro prigioniere; non potè distinguerne le parole; ma, ingannato, credè di conoscere la voce di Giovanni, del suo compagno in quella trista scampagnata del san Cristoforo. Pensando che anche quel povero Giovanni avesse perduto, per cagion sua, e chi sa per quanto tempo, pane e libertà, sentì crescer l'angoscia che portava nel cuore. Per la prima volta, da che si trovava colà, cadde ginocchione, levò la mente a Dio, e pregò.--Nel pregare, sentì una consolazione così pura, così soave che si fe' a pensare come colui che ha fede nella verità non deve maledir, nè disperarsi, nè lasciarsi vincere dall'oppressione; perchè la giustizia è una sola, e la verità non può mancare.
Ma qui, domandava perchè mai in quel tempo nessuno v'era stato che, ricordandosi di lui, gli avesse fatto almeno saper novelle della sua famiglia: parevagli impossibile che nessuno spendesse qualche passo per ottenergli, se non altro, una pronta decisione del processo; ovvero sia, per cercar di vederlo, di mandargli una parola, un saluto. Gli repugnava di farsi amico del secondino, il solo che avrebbe forse potuto servirlo, più ch'egli non pensasse: pure, un dì, si rassegnò ad umiliarsi a quell'uomo; e lo pregò, esitante, se mai volesse incaricarsi di portare una parola, ch'egli avrebbe scritto, alla sua famiglia.
Il secondino negò sulle prime, dicendo ch'era un impiegato incorruttibile, e che mai non avrebbe tradito il proprio dovere per tutto l'oro del mondo; poi, venendo a patti colla coscienza, tornò verso il prigioniero; e senz'altro dire lo guardò, soffregando lievemente il polpastrello del pollice su quel dell'indice, con significanza. Il giovine non seppe rispondere, guardò via, però che non aveva nulla a dargli; e colui con uno sdegnoso:--Uf! e un'alzata di spalle, girando sulle calcagna, se n'andò, e rinchiavossi dietro con ira i catenacci.
Damiano si rassegnò, confidando che da un dì all'altro, chiamato alla presenza del giudice, e chiuso il processo, potesse finalmente esser conosciuto non colpevole di nessun delitto. Ma egli non sospettava le imputazioni che, sotto mano, per opera di testimonj venduti, erano state soffiate; non sapeva trattarsi, nientemeno, che di farlo apparir reo di sollevazione e di resistenza armata alla forza pubblica. Ma le accuse di persone diffamate, e le circostanze perfidamente inventate non valsero contro la parola precisa della legge, e contro la fermezza d'un giudice saggio. Il quale sempre più comprese l'accusato essere stato per forza tirato in quel garbuglio, per qualche intrigo di cui non riusciva a sviluppar le fila; contento però, nello svolgere il processo, di veder dissiparsi un pericolo da principio temuto, che l'inquisito dovesse consegnarsi al criminale. Il buon magistrato se ne consolava sinceramente; poichè egli non era un di coloro, i quali, dov'è appena un rimendo, fan di tutto per trovare uno schianto.