Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 22
Quella buona figliuola, comechè si sentisse la morte nel cuore, e non rare volte, quando stava al telajo, le cadessero lagrime mute sui graziosi ricami, faceva di tutto per supplire col lavoro più lesto, più attento e non intermesso, a ciò che la madre non poteva. Nondimeno era ancor troppo poco, per far loro sopportare con un po' di fiducia e di pace que' miserabili giorni. Quante volte ella, senza ristar dalla fatica, sollevava gli occhi al cielo con un sospiro di preghiera! Quante volte, nel mezzo d'un bel dì sereno, udendo la mamma rammaricarsi che facesse nuvolo e ci si vedesse appena, la fanciulla soffocava lo schianto del cuore, e mentiva, dicendo ch'essa pure distingueva a fatica i minuti disegni del ricamo.
Sulle prime, la Teresa usciva spesso a dire che quelle brave persone a cui s'era già tante volte raccomandata si sarebbero un dì o l'altro ricordate di lei; ma la Stella, che mai non aveva potuto creder sincere le belle parole di que' protettori, non sapeva persuader sè stessa che n'avesse a venir bene. Quando poi i giorni passarono, e si portarono via con sè quella tenue speranza; quando, dopo lunghe settimane, non riuscirono a saper nulla del destino di Damiano, e non videro comparir più nè Giovanni, nè il signor Lorenzo, i quali avevan pure data parola di far tutto il possibile per quel povero innocente; allora le due abbandonate conobbero che oramai non avevano che mettersi nelle mani della Provvidenza.
Esse non sapevano che nè l'onesto veterano, nè Giovanni il lavorante non eransi dimenticati del perseguitato Damiano; non sapevano che, se loro mancò il cuore di tornar su per quelle scale, non fu per altro se non perchè, con tutta la buona volontà, non vennero a capo, in tutto quel tempo, di saper nulla di consolante. Nè, d'altra parte esse avrebber sentito, ne' loro semplici cuori, nè imaginato come quell'esser così dimenticate, nel momento più doloroso, dalle potenti persone abbastanza informate della loro disgrazia, dipendeva forse da un calcolato concerto, per fini non facili a scoprirsi.
Così passavano, d'una in altra angoscia, d'uno in altro spavento, i giorni e i mesi. La Stella tremava per sua madre; ogni dì più, era stretta a convincersi ch'essa non poteva durare sotto a quel travaglio della povertà; e parevale, oltre la crescente debolezza degli occhi, covasse qualche male, che l'avrebbe da un momento all'altro ridotta nel letto. Celso venne ancora qualche rara volta, appena potè fuggire all'inasprita vigilanza del suo superiore; ma non venne che per crescere il loro affanno, piangendo anche lui, e non trovando nessuna via per fare ciò che pur sentiva essergli sacro dovere.
La Stella, in que' due mesi, facendo quasi miracoli, poteva giungere in tempo a pensare a tutto; e a furia di crucci, di stenti e di pietosi inganni, era riuscita fino allora a tener nascosta alla madre la mancanza delle cose più necessarie. Ma la povertà era in casa.
Già da parecchi dì non si vedeva più fuoco sul loro camminetto; spento il fornello, per mancanza di carbone, e perchè la scarsa provvigione di legne, fatta da Damiano alcuni mesi innanzi, era finita. La Stella, che faticava dì e notte, quando non le mancasse il lavoro, tornava quasi ogni mattina da due o tre onesti mercanti, sole pratiche a loro rimaste, cercando colle lagrime agli occhi qualche anticipazione sul prezzo de' ricami che aveva ancora in mano; ma non sempre poteva raccorre più di quanto bastasse per non morire quel giorno. A tarda mattina, un po' di pane raffermo e mezza chicchera di latte bastavano per la sua colezione; ma voleva che la mamma mangiasse qualcosa di caldo; e lesta scendeva ella stessa alla più vicina osteria, per farle bagnare col brodo appena fatto una piccola zuppa. Al cader del sole, le poche monete avanzate, eranle appena bastanti per comperarsi in quella osteria una scodella di minestra allungata, che spartivano fra tutte e due.
Il piangere poi che faceva la povera fanciulla, quando, di notte, si trovava sola, e non sapeva più pregare, e faticava a prender sonno nel suo umile lettuccio, il piangere e il pensare a quel ch'era, a quel che poteva essere, ella sola lo seppe.
Ma pur qualche volta consolavasi un poco, allorchè la mamma, che non s'era avvista ancora di tutta la verità, dicevale d'alcuna cosa che desiderasse avere, ed ella riusciva a contentarla. Spesso bisognava però che nascondesse con piccole menzogne quello che in casa non poteva farsi come di consueto: così, quando non ci furon più legne, le aveva detto come stimasse più comodo farsi dar la minestra dall'oste, fintanto che non tornasse Damiano, per aver libero tutto il giorno al lavoro. E la mamma non vedeva la Stella arrossire; non vedeva come in que' momenti, col darsi attorno a qualche cura, ella studiasse di nascondere che la sua voce tremava.
Intanto avvicinavasi il giorno d'un santo, che fa terrore a tanta povera gente, il giorno del san Michele. Sapeva bene la Stella come Damiano, di poco passata la Pasqua, avesse pensato a pagare al signor Pietro la metà della pigione di quell'anno: ma tenevasi pur certa che se prima del dì fatale, non fosse contato il restante, quest'uomo dal cuor di sasso, dopo essersi ricattato su quella po' di robicciuola che loro restava, le avrebbe mandate con Dio. Ma dove trovarle settantacinque lire? chè manco non ci voleva. E chi si sarebbe fidato d'imprestargliele? e come restituirle, se la disgrazia non si fosse stancata di star con loro? Lasciando poi, che alla modesta fanciulla ripugnava l'andarne qua e là a piangere, a raccontare la sua miseria; e che non voleva dir nulla alla mamma, per non vederla patire di più. Pensò che poteva ricorrere al signor Lorenzo: quel brav'uomo, l'avrebbe, se non altro, ajutata con un buon parere; si sarebbe dato attorno anche lui. Ma egli da un pezzo più non era tornato; onde la poveretta si mise in capo che di loro non volesse proprio saperne più.
Una mattina però si fe' cuore, e senza dir nulla alla mamma, andò ella stessa fino a casa sua, in via di san Simone. Ma non lo trovò: la porta era chiusa; e un vecchio calzolajo che abitava una stanza vicina, sullo stesso pianerottolo, le raccontò che da un bel pezzo il signor cavaliere sbucava col sole, e non si lasciava più trovar da nessuno.
Tornò a casa, non parlò; e venuto poi il mezzodì, disse alla mamma che doveva uscir di nuovo per certo lavoro a lei promesso; e pigliato di nascosto un picciol rinvolto, che già aveva preparato fin dalla mattina, se ne andò tutta tremante. Ella camminava rapida e confusa di via in via, quasi che temesse di esser veduta; le sembrava come se gli occhi di tutti la spiassero, e come se andasse a far del male. Schivando i luoghi più frequentati, sboccò nella via de' Tre Monasteri, ed entrò frettolosa nella porta del Monte di pietà.
È in quella casa, che va a finir tutto ciò che nel tugurio e nella soffitta è insegna di ricchezza, è reliquia d'agio o di comodità; è là che il povero si distacca da qualche preziosa memoria de' suoi vecchi, il miserabile impiegato dall'ultima sua posata d'argento, la vedova dell'operaio dal suo anello di sposa, dal crocifisso che pendeva al suo letto. Quanti misteri e quanti dolori potrebbero esser narrati da chi sapesse che cosa voglion dire tutti que' depositi della sciagura, così molteplici, così diversi, che di continuo vanno e vengono, e formano come gli anelli d'una catena che lega il povero alla sua povertà!... Ma quella casa è un luogo benedetto; e uomini santi furono i primi che già da secoli cominciarono a spartire, nelle mani di chi non ha pane, un tesoro a tempo raccolto dalla misericordia.
La Stella non era mai entrata colà, e non sapeva trovar parola per dire a che fosse venuta; ma una vecchia servente del luogo, nella quale, benchè la fosse incallita, non era del tutto morta la compassione, vide l'imbarazzo della poveretta; e facendosela venir dietro nelle stanze d'ufficio destinate a' depositi, pigliò dalle sue mani quel rinvolto, lo sciolse, e vi trovò una piletta d'argento, una grossa fibbia, d'argento anche questa, che pareva aver servito a una cintura militare, e una collanetta di belle granate col fermaglio d'oro: era tutto quanto della passata modesta fortuna restava alla famiglia. Quella collana poi l'aveva, per sua memoria, lasciata alla Stella una buona signora, morta da parecchi anni; la quale, allorchè abitavano in Quadronno, essendo priora della dottrina in san Celso, volle accompagnar la fanciulletta alla prima comunione. In pochi minuti fu stimato quel piccol deposito; e fatte alcune annotazioni sui registri dell'ufficio, quel signor impiegato mise in mano della Stella un biglietto di pegno, le contò ottanta lire di Milano; poi si voltò stizzito a un gruppo di donne, che s'affollavano colle loro miserie intorno al suo banco, e:--Una alla volta! disse: non è il pozzo di san Patrizio, questo!
Il pensiero dell'onor di suo padre e di Damiano, e l'affetto che dona coraggio e fede, sostennero la fanciulla in quel doloroso passo. Ritornò verso casa sua, più quieta, più franca, coll'interna persuasione d'aver compito un dovere: entrata in una chiesa, ripensò alla buona signora che in un dì più bello le aveva donata quella collanetta, e pregò per lei come per isdebitarsi d'essersi così divisa da quella memoria cara. Poi, ebbe coraggio, prima di svoltare nella piazza Fontana, di salire ella stessa al bugigattolo, ove si rimpiattava fra un monte di stracci e ferrerie, il signor Pietro, sottaffittatore del vasto casamento. Quell'avaro rantolone la ricevè con aria nè corrente nè brusca, non sapendo se venisse per pagare, o per cantar la solita canzone della disgrazia; ma si fe' netto in ciera, al toccar delle monete, che la fanciulla, con qualche parola di scusa, aveva posto sulla tavola. Alzò gli occhi, guardolla fisso, con una certa smorfia maligna, quasi che volesse domandare donde le fosse fioccato quel ben di Dio. Per buona ventura, ella non comprese.
Rientrata in casa, sentivasi come le fosse stato levato un peso dal cuore, e correva lieta alla mamma, per chiederle perdono di quel suo tardare, quando il suon d'una voce lenta e grave le venne all'orecchio. Si fece innanzi, e nella persona che, senza accorgersi della sua venuta, continuava a parlare autorevolmente alla mamma, essa riconobbe il Padre Apollinare.
Il Padre, dicendo aver saputo da poco tempo le strettezze della famiglia, veniva a proporre alla Teresa lo spediente di collocar la figliuola in un ritiro, dove non le sarebbe mancato nulla di quello ch'è necessario, diceva, per questa vita e per l'altra. Fu un colpo per la povera vedova quest'annunzio; ma non sapeva trovar ragioni per combattere que' solenni argomenti.
Appena s'accorse della fanciulla, il Padre la fece sedere, parlò a lungo anche a lei, senza voler che gli rispondesse; le fece comparir come una grazia quella ventura che le si offeriva così a proposito, le disse che a sua madre non sarebbe mancato più nulla, poichè s'ella acconsentisse ad entrare nel Ritiro, non doveva venir meno anche alla madre sua, la protezione d'alti personaggi, che le provvederebbero di quanto fosse di mestieri; le diede a capire, in aria di mistero, che dalla sua sommissione sarebbe venuto così il maggior bene per la famiglia tutta. E conchiudendo riflettesse seriamente a quel tanto che, in tutta coscienza, le aveva significato, si levò, lasciando le due donne confuse e senza fiato. Ma prima d'uscire, si volse indietro a promettere che sarebbe tornato la mattina appresso per sentire una decisione.
Quella sera, nell'intima consueta società della contessa Cunegonda, si menò non poco trionfo di così bella vittoria, e ci fu chi storpiò in proposito il patetico paragone della pecorella smarrita.
Stella, alla domane, levatasi coll'alba, aperse la sua finestra. L'aria freschissima, il sereno e la prima luce che irradiava la statua della Madonna del Duomo, la consolarono un poco dagli ardenti e nuovi pensieri che non le avevano lasciato gustare sola un'ora di sonno in tutta notte. Guardava malinconica la luce maestosamente riposarsi su quelle cento candide guglie erette al cielo, che da tant'anni vedeva ogni mattina indorate dal nascente sole, così leggiere, così trasparenti, che le imaginava scolpite dalla mano degli angioli; guardava le case, le finestre più alte che l'una dopo l'altra s'aprivano; e la sottoposta via, e la vicina piazza Fontana, ove compariva qualche lesto artigiano, o qualche femminetta del popolo, o la carriuola del lattivendolo. E pensava che il dì appresso non avrebbe respirato così sola e in libertà quell'aria che veniva dalla Brianza; pensava che non avrebbe veduto forse mai più que' tetti, quelle case, quella parte del cielo.
Tornò nell'angolo della stanza ov'era il suo letto; e pian piano, senza farsi sentire, distaccò dalla parete, ov'era appesa, la gabbia del suo canarino, e la posò sul davanzale. L'uccellino pigolava lietamente, e saltellando sugli staggi della gabbia, batteva le alette e pareva chiamasse col primo gorgheggio la sua buona amica. Stella gli sorrise, lo chiamò essa pure coll'usato vezzo, e dopo aver guardato svolazzar su e giù quel solo compagno d'ogni sua gioja e dolore, che le tornava sovente alla memoria il povero Rocco, stese la mano a un tratto, e come sorpresa da un pensiero, aperse lo sportellino della gabbia. Il canarino balzò fuori della piccola prigione, andò a posarsi sulla mano, e poi sur una spalla della giovinetta; di là spiccò un leggier volo, gorgheggiando più arguto, ma ritornò subito sul parapetto a cui Stella s'era appoggiata; fece per due o tre volte lo stesso, rivenne un momento sulla spalla di lei, quasi volesse renderle grazie della libertà, e salutarla ancora; alla fine prese il volo e fuggì via per l'aperto cielo. Quando Stella nol vide più, nè più intese il sottile suo canto, si rasciugò una lagrima; e partita dalla finestra, la socchiuse, perchè il sole, che alzandosi a grado a grado cominciava a penetrar nella stanza, non avesse a turbar troppo presto il sonno della madre entro l'alcova.
Preparò, come l'altre mattine, la colezione per la mamma e per sè; e andava pensando che forse da un dì all'altro, lasciato in libertà e conosciuto innocente, sarebbe tornato a casa il fratel suo; ma ella non le avrebbe posto più quella tazza e quel pane sul suo tavolo, presso il balcone. Mezz'ora di poi, Stella avea disfatto il letticciuolo in cui non doveva più dormire; e raccolte poche robe da portar con sè, e le piccole memorie della sua fanciullezza, cose che solo avevan pregio per lei, andò incontro alla mamma, colla faccia bella e serena come all'usato.
Indi a poco, s'aperse la porta, e il signor Lorenzo più rannuvolato, più sbattuto del solito, dopo tanto tempo, si lasciò vedere.
--Sei stata tu, la mia figliuola, cominciò a dire, che jer mattina sei venuta a trovare il vecchio lupo, a san Simone?... Non diventar rossa, che non è il caso. Vedi, se io t'ho indovinata! Quel mio vicino di casa, Gaspare il calzolajo, al quale tu hai parlato, diceva che l'era una bella tosa, così e così, con un far buono e la faccia un po' malinconica... È lei, senz'altro: ho detto io: ma cosa vorrà mai?... Vecchio maledetto ch'io sono! nè ho più tempo a mutar nè il pelo nè il vizio... e se mi va a traverso una parola, se un cristiano non fa a mio modo.... non son più io.... gli volto l'occhio; e lì, duro, incocciato, come un marmocchione.... Ma con te no, la mia Stella! con te, che sei la figliuola del mio Vittore, no!... Dì su, dunque; ti bisogna qualche cosa dal tuo compare? Dì su...
La Stella tremava; ella non s'era spiegata con sua madre; e, ben che molto avesse nel cuore, non sapeva che rispondere a quella interrogazione brusca insieme e affettuosa. Se non che il signor Lorenzo s'accorse che una lagrima cadeva dagli occhi della fanciulla: fece due passi innanzi, guardò lei, guardò la signora Teresa; e pensato un poco:--Che c'è di nuovo? ripigliò: nè tu parli, nè parlate voi.... Oh! la vedo, c'è magagna sotto. E cosa v'ho fatto io, perchè non vogliate più nulla da me?.... Quanto a voi, signora Teresa, lo so bene, sono i vostri preti che v'han messo su contro di me; ma io, tanto e tanto, voglio esser buono a qualcosa ancora.... Io penso a Vittore.... e non sono un voltafaccia io....
--Scusate, signor Lorenzo: disse finalmente la vedova: mi dispiace proprio che vi siate incomodato.... ma avete torto di pensar male di noi. Certo che ci sono.... delle brave persone che s'interessano a favore di me.... e della mia povera figliuola.... Anzi, vi dirò....
--Cosa serve, mamma?... timida la interruppe la Stella.
--Parlate chiaro una volta! disse il vecchio soldato, inquietandosi. Già n'avrete fatta un'altra delle vostre....
--Come sarebbe a dire, signor Lorenzo? quasi che il trovar chi pensa alla mia creatura, e il poterla allogare in una casa benedetta non sia una grazia singolare, una fortuna del cielo!...
--Se l'ho detto io! scappò fuori l'antico cisalpino, perdendo la flemma. Ecco, cos'hai fatto, o Vittore, a pigliarti una beata!... Vedi, dove vanno a finire i tuoi figliuoli. E io, vecchio mulo, che m'ostinava a volerne cavar qualcosa.... Già, l'ho capita da un pezzo! la casa del mio compagno d'armi non è più la mia casa. Bisogna che me ne vada via, com'era venuto, senza la medicina d'un po' d'amore.... Pazienza! morirò solo, e non importerà a nessuno che io non ci sia più.... Ma tu Stella, ricordati! se i tuoi protettori, un dì o l'altro, non facessero più nulla per te, il fratello di tuo padre venderà la sua croce d'onore, per darti un pezzo di pane.
E senz'aspettare quel che fossero per dirgli le donne, se n'andò in furia fino alla sua dimora, e stette chiuso per tutto quel giorno. Nessuno de' molti casi della sua vita aveva lasciata, come quello, un'amarezza così fiera nel suo cuore.
Partito lui, la Stella, senza parlare, gettava le braccia al collo di sua madre, prorompendo in un largo pianto.
Sul mezzodì, un modesto calesse coperto si fermò alla porta della casa. Poco stante, la Teresa, non ancora rinvenuta dallo sgomento in che l'aveva messa la brusca visita del veterano, vide entrare una dama, sul tramonto dell'età, dal viso secco e composto, colla cuffia bianca a bendoni, nera la veste, nero lo scialle. Le veniva alle spalle un prete dal collo torto e dalla logora zimarra; il quale, a ogni parola di lei, abbassava il capo; col forzato sorriso di chi assente per riverenza o paura. Quella dama era, nientemeno, la Contessa Cunegonda: nella sua qualità di dama protettrice del Ritiro, compariva, spalleggiata da don Aquilino, a lei mandato dalla cognata espressamente per compire quell'opera tra loro così caritatevolmente deliberata.
Don Aquilino volle dir qualche parola alla giovine, che umile s'era fatta innanzi, per baciar la mano della dama; ma la pia massima che stava per metter fuori finì in una muta contorsione di labbra. La contessa, salutando con degnevol cenno di mano la vecchia Teresa, la quale confondevasi a cercar ringraziamenti e scuse, trasse dolcemente a sè la fanciulla, e accarezzandole i neri e lisci capelli, le disse, con affettata unzione:--Venite, brava giovine! facciam di buon cuore il sacrificio della volontà ribelle... prepariamoci all'umiltà, alla cieca ubbidienza.... rispondiamo alla chiamata... e allora vinceremo i tre nemici dell'anima nostra, il mondo, il demonio, la carne.
La Stella commossa, non da queste parole, ma dalla forza degli affetti che l'avevano combattuta tutti que' giorni, volse indietro il capo, per non lasciar vedere le lagrime; mentre la Teresa, edificata dalle esortazioni della dama protettrice, giungeva le mani in atto di ammirazione compunta; e il restío cappellano, che non capiva del tutto quel metter quasi il coltello alla gola per far il bene, comechè non avesse l'animo di fiatar contro la potente volontà di chi lo mandava, a ogni poco traeva la tabacchiera dal taschino del giustacuore, e colle grosse prese del rapè cercava dissipare non so qual nebbietta dalla coscienza.
Dopo altre poche e serie parole, la Stella che avrebbe voluto ancora baciare e ribaciar la mamma, fece forza a sè stessa, e s'accontentò di stenderle la mano; poi subito, pigliando ella stessa il suo fardelletto, disse alla dama ch'era pronta. Un servo, che di fuori aspettava, accorse a levarle di mano l'involto; e don Aquilino, fino allora mutolo testimonio, fattosi gran coraggio, credè bene di cucir insieme questo magro conforto:--State di buon animo, figliuola! portate volentieri anche voi la vostra croce.... e poi, non andate già sotto clausura.... e se proprio non aveste vocazione....
Ma la dama, vibrandogli un'occhiata di fuoco, gli tagliò la parola:--Come parla, signor abate? le pare? mettere in dubbio il buon proposito di questa brava giovine?.... Il cielo glielo perdoni!
Il prete non ardì aggiunger sillaba; e facendo spalla alla porta strisciò una riverenza, e lasciò che la contessa e la giovine gli passassero innanzi. Alla Teresa mancò la forza di accompagnarle. Quel momento le riusciva troppo doloroso; e per la prima volta, l'idea di rimaner sola, di non poter forse veder più la figliuola le parve insopportabile.
Sentì lo strepito del calesse che s'allontanava; e giunte le mani in atto di preghiera, sollevò gli occhi al cielo. Poi li girò intorno, ma le pareva di nulla vedere; quasi tentone, si trasse fino all'angolo ov'era il letticciuolo: lo trovò disfatto; cercò coll'annebbiato sguardo la porta, per la quale era uscita la Stella; ma una tetra oscurità le copriva ogni cosa, come fosse già venuta la notte. Per la prima volta, un orribile dubbio le sorse in mente, il dubbio d'esser cieca per sempre. Si mise a sedere, e non potè piangere.
Le due povere stanze eran mute, ed essa era sola.
Capitolo Decimo
Intanto il calesse della dama protettrice avanzavasi, al pesante trotto di due cavalli svizzeri, verso il Ritiro. Stella, seduta rimpetto alla contessa, teneva chino il pallido viso e taceva; e questa, ritta sulla dignitosa persona, le volgeva a quando a quando una compassata parola che credeva di conforto. Ma il prete, rincantucciato a fianco della dama, nulla trovando a dire, girava gli occhi ora torbidi ora pietosi dall'una all'altra, e osava appena pensare nel fondo del cuore come il voler per forza che gli altri a questo mondo facciano il bene a nostro modo, non è quel fior di carità ch'essi pretendono. Attraversata gran parte della città, il calesse svoltò in una via lunga, deserta, fiancheggiata d'un'alta e tetra muraglia: indi fermossi all'ingresso del Ritiro. Don Aquilino smontò il primo, ma col piede quasi non sapeva trovare il predellino; si volse per dar mano alla giovine, che sebbene nel tragitto non avesse mai aperto bocca, pure, all'aspetto, pareva divenuta più sicura e tranquilla. La dama, nello scendere, si chinò all'orecchio del prete per susurrargli qualche cosa ch'egli appena comprese, e a cui rispose con un umile chinar del capo. Entrati nel vestibolo, don Aquilino tirò il cordone; e al primo toccar del campanello, la porta tarlata e massiccia del Ritiro s'aperse, senza che si fosse veduto alcuno. S'avanzarono per l'andito bujo, intanto che la porta, come s'era aperta, si richiuse dietro di loro. La dama si volse con piglio più dolce alla Stella, e prendendola per mano la guidò sotto un porticato basso, chiuso all'ingiro da vetriere cadenti, dalle quali penetrava una luce verdognola, opaca: di là passavano in un camerone terreno, deserto e fatto più tetro da vecchi quadri, bucherati e grommosi che pendevano dalle umide pareti. Il silenzio, l'aria morta e il freddo sepolcrale di quel luogo, destarono un vago terrore nella giovinetta, che, riguardando timidamente la dama:--Oh Signore! le disse: dove mi conduce? questa casa pare una prigione!...