Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 21
In quella sera, fra il contraccambiarsi di onoranze, di proteste d'umiltà e servitù, fra uno strisciar d'inchini e un curvar delle reni e delle teste, suonavano ancora le inzuccherate melensaggini de' Caloandri di vecchia data, e ne sorridevano alcune dame, non senza aristocratica schifiltà. Ma su que' diversi parlari trionfava l'infranciosato cicalío de' giovani cavalieri, i quali facevan diversi crocchi, o presso gli aperti balconi della sala, o intorno a' tavolieri di giuoco.
E nondimeno, in quella titolata conversazione, si sarebbe potuto indovinare che una misteriosa preoccupazione signoreggiava gli animi di tutti; come le nuvole estive che in un cielo azzurro passano tratto tratto dinanzi al sole. Era facile presumere che una grave e diversa cura tenesse desti e sospettosi l'un dell'altro il padrone e la padrona; poichè marito e moglie, da un capo all'altro della sala, si sogguardavano alla sfuggita, quasi in atto d'ira a lungo simulata e di tacita disfida. Pareva che non pochi de' nobili invitati fossero nel segreto di quell'intestina discordia e pigliassero parte fra i due potenti rivali: e veramente, a ogni poco, la conversazione animata, romorosa, di subito languiva, moriva; e cominciavano qua e là per le sale le confidenze bisbigliate all'orecchio da vicino a vicino, mezzi sogghigni, parole tronche di maraviglia o di riserbo: tutti segni che bastavano a dinotare qualche cosa di grande e d'arcano che s'aspettasse o si temesse. Alla destra del canapè, ritta e altera, sedeva discorrendo colla padrona di casa un'altra dama ossequiata e potente, la contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo. Alla dignità della persona, all'abito di seta nera rabescata, al maestoso girar del capo, adorno d'una cresta di merletti, vedevasi in lei l'abitudine del comando, mista a quella specie d'umiltà superba, per la quale aveva saputo farsi quasi centro d'una nuova e segreta inquisizione. E l'Illustrissimo la temeva. Vicino a lei stavano in ampii seggioloni due altre contesse sue amiche, di nobiltà pura come l'oro, e di pietà famosa. Sul capo dell'una torreggiava un turbante di velo cilestrino che proteggeva due vistose ciocche bionde, fatte lavorare espressamente a Parigi; l'abito di mussola di seta che vestiva, non abbastanza accollato, pareva voler permettere di gettar lo sguardo sugli avanzi di tesori che un dì furono il tema di qualche arcadico sonetto, se la dama non si fosse tenuta con molta cura ravviluppata in una gran ciarpa turca che le scendeva fino a' piedi. L'altra contessa portava in vece una cuffia pomposa, somigliante al paniere di Flora; non aveva nè ricci, nè giojelli, non vestiva così sfoggiata come la sua vicina; ma le si vedeva nel languor degli occhi, nel torcere del collo e nella contegnosa postura una certa pretensione, comechè innocente, d'esser creduta giovine ancora: chi solo avesse guardato alle sopracciglia nere e al roseo delle guancie, non alle rughe sottili, nè agli occhi appannati, nè alle labbra a studio ristrette, poteva anche dire che al più toccasse la trentina.
Dietro a queste tre inseparabili potenze tenevano il campo cinque o sei signori, alcuni in piedi, altri seduti, facendo le spese della conversazione: due preti: un consigliere; e un zio materno della padrona di casa, uomo ricchissimo, che sputava tondo e non poteva soffrir contraddizioni: e presso al muro, nella penombra, quali astri minori, due persone di mezza età, che non fiatavan quasi mai se non interrogate, ma, guardando sempre all'ultimo che parlava, sorridevano, chinavano il capo in atto di consentimento.
--Cara signora marchesa: diceva con voce nasale l'incipriato consigliere Zebedia, ripigliando il filo del discorso, che una sdegnosa occhiata, volta a quella parte dal padrone di casa, aveva interrotto: io lo ripeto; se vogliamo riuscire a metter argine al torrente delle novità sovversive, bisogna che uniamo tutte le nostre forze, la volontà, la prudenza, la carità, e anche un po' d'accortezza; poi, con quel potere che naturalmente ci fu dato.... essendo noi in alto, e governando il presente, per meritarci il bene futuro.... dobbiamo adoperare a fondar le basi di quella terrena gerarchia, senza cui il mondo, in men di quarant'anni, andrebbe di nuovo nel caos.
--Eh! queste sono teorie e null'altro, signor mio: gli diè sulla voce con una cotale asprezza il conte Alberigo, zio della padrona. Vi so dir io che il mondo non andrà in polvere così presto; son migliaja d'anni che coloro, i quali la pensano al par di voi, cantano su questa solfa, e il mondo è sempre stato di chi l'ha saputo pigliare. La gente grida a quando a quando, strepita, tambussa, fa come l'asino a cui si tolga il basto, raglia, calcitra, fa il tombolo sull'erba; rimettetegli la cavezza, e torna contento a obbedire. Ma.... tocca a noi, a noi, vi dico, di saper comandare.
--Sì, sì: ripigliò il consigliere col suo tuono flemmatico: ma quando l'ordine sociale va sottosopra, quando si grida così forte per la vil moltitudine... un formicajo che finora tenne sempre il suo nome di plebe, e adesso crede nobilitarsi col nome di popolo.... eh! eh! eh!
--E notate! entrò a dire uno dei due tonsurati; e dalle opinioni sue, che in parte già conosce, non tarderà il lettore a ravvisare il padre Apollinare. Notate bene che, pur troppo, siam noi che li abbiam guasti e sbrigliati costoro. Quel gridar tutto di lumi, lumi, istruzione, incivilimento, umanità, e tant'altri paroloni, ha messo loro il capostorno, per tenermi al paragone, qui, del nostro conte Alberigo....
--Catechismo e abbecedario! aggiunse l'altro reverendo, un pingue e rubicondo canonico, l'erudito dell'illustre comitiva. Catechismo e abbecedario! la dev'esser questa la scienza del popolo, se si vuole che stia cheto al suo luogo. E tocca a noi, che abbiamo studiato, a sminuzzar loro tale dottrina. Il popolo, come lo vogliono questi filosofastri, questi profeti della moderna Babilonia, è un sogno, un'astrazione; bisogna studiarlo nel fatto questo popolo, che un classico, un sapientone del paganesimo chiamò giustamente _bestia di molti capi_.... Chi ha letto, ne sa.
--Don Fulgenzio mio, rispose il conte Alberigo, è ben vero che una parte della colpa è nostra; noi, in cambio di tenerci nel grado competente, abbiam cominciato a transigere: fatto il primo scalino....
--Certamente, siam andati giù giù, ci siam mischiati con la folla, e ne proviamo gli urtoni: aggiunse il consigliere Zebedia.
--Ma lo scandalo peggiore, si mise dentro allora nel discorso la contessa Cunegonda, la decadenza dell'ordine e delle podestà, e quindi la rovina della morale e il trionfo della miscredenza, furono la vergognosa mescolanza delle classi, la profusione delle ricchezze nel piacer mondano, la corruttela dell'oro sostituita allo spirito vero della carità, alla savia e oculata beneficenza.
Arrischiando cotali querele nel cerchio de' suoi fidi alleati, la vecchia dama guardava all'altro lato della sala, ove, in mezzo a più romorosa conversazione, primeggiava riverito, contornato, adulato, suo fratello l'Illustrissimo. E per comprendere tutta la portata di siffatte allusioni, conveniva essere nella confidenza di certe cose importanti e segrete, venute a galla nell'intimo crocchio della contessa Cunegonda, in quella stessa mattina. S'era parlato, ma sempre in nube e con tutta convenienza, di certi bassi e volgari intrighi, che potevan mettere in compromesso la dignità di qualche famiglia; s'era buccinato di certe indegne persone che, approfittando della debolezza dell'Illustrissimo, adoperavano il suo nome e il suo oro, per occasione di vizii e di vendette.
Anche la consorte dell'Illustrissimo, la quale fino allora, in sì dilicata materia, aveva saputo serbare il più scrupoloso riserbo, apparve in quella mattina, ad ora insolita, nel consiglio della dama cognata. Le due vecchie eccellenze confabularono in un appartato gabinetto, per mezz'ora buona.
E fu, dopo tal colloquio, che la contessa Cunegonda e i suoi inquisitori decisero, senza dimora nè riguardo, di soffocare, finchè c'era possibilità, quegli scandali. Venne in mezzo il padre Apollinare, il braccio destro della contessa, a parlare, in proposito, della famiglia di Damiano, e delle cose ch'eran succedute, aprendo anche un usciolino a' suoi sospetti: ma egli ne sapeva più che non dicesse. E la conchiusione fu che si togliesse da ogni pericolo quella povera giovine, collocandola al più presto in un ritiro: al che però si doveva riuscire con grand'arte e mistero; non volendo la contessa Cunegonda, a rischio d'uno scandalo peggiore, rompere guerra aperta all'Illustrissimo fratello.
Il quale, dal canto suo, bisogna dire che avesse subodorato qualche cosa di questa pia trama; poichè, qualche ora prima, al punto di sedere a tavola, al fido suo Rosso, venuto a fargli non so che misteriosa imbasciata, aveva risposto:--Fa domandare l'Omobono domani mattina; e la vedremo!
Capitolo Ottavo
Mentre così, da una parte del salone, s'agitavano in quel grave consesso opinioni, pregiudizj e piccole ire di congregazione o di partito, con le maestose apparenze d'ordine sociale, di moralità, di guasto popolar costume; dall'altra parte s'eran qua e là formati diversi gruppi, d'uomini e donne eleganti, secondo che volevano simpatia o curiosità, indifferenza o noja.
L'Illustrissimo aveva lasciato il corteggio de' vecchi alla sua dignitosa metà; e passando dall'uno all'altro de' crocchi più allegri, piacevasi di sfiorare, qua e là, le avventure curiose, la cronaca scandalosa della settimana, o le insulse novità della politica. Così, tenendo in credito la sua degnazione e popolarità, sentiva solleticarsi l'amor proprio da' complimenti che non gli mancavano; così spariva visibilmente dalla sua fronte la nube del sospetto e della inquietudine, onde per tutto il durar del pranzo parve offuscato il consueto suo buon umore.
Stava egli ritto in quel momento nel circolo d'alcune dame, le più giovani e le più belle della conversazione: neppur uno degli elegantissimi che loro facevan corona avrebbe osato contrastargli il diritto d'entrar nelle grazie di questa o di quella, con piacevolezze o complimenti a suo grado. Alcuni giovinetti di primo pelo, poco gelosi di lui, discorrevano fra loro a mezza voce, ridendosi forse delle sue pretensioni alle galanterie, e l'un l'altro da capo a piedi pavoneggiandosi con disinvoltura, occhieggiando e scambiando bei motti, nel gergo alla moda.
L'Illustrissimo s'inchinava con molta cortesia sulla spalliera d'un seggiolone, ove stava più abbandonata che adagiata una dama forestiera, donna sui trent'anni, bellezza famosa, la quale sebben cominciasse ad appassire, pur non aveva scordata la magia delle occhiate or languide or truci: un braccio ignudo e ben tornito, e il vezzo con cui, agitando il miniato ventaglio, concedeva all'aria commossa di scompor lievemente i veli del seno, chiamavanle intorno, come farfalle inquiete, i damerini più svenevoli e più azzimati. Ma l'Illustrissimo, antico buongustaio di bellezze, avevale posta tutta l'attenzione, e n'accoglieva essa l'omaggio con singolar compiacenza; intanto che tre o quattro altre signore, stelle di minor chiarezza, affettavano di non volgersi neppure verso la fortunata che loro usurpava in quella sera i primi onori. Pure non mancavano anche a quelle, tra i cavalieri di mezz'età, ammiratori più modesti; i quali co' frizzi d'uno spirito un po' stantìo chiamavano sulle labbra di quelle corrucciate un sorriso che presto fuggiva. Tra que' giovani signori del bel mondo notavansi alcune nostre conoscenze: il cavalier Lodovico, assiduo presso una signora vezzosa, alquanto attempatella, a cui parlava spesso misteriosamente; il conte Achille, che s'era discostato a cominciare una partita d'ecarté colla giovine sposa dell'amico suo; e infine il marchesino Roberto, il quale, come fa la cingallegra, balzellando leggiadramente dall'uno all'altro gruppo, da questa a quell'altra damina, diceva le più scempie cose del mondo, rideva, e faceva ridere.
Nel vano d'una finestra, due sconosciuti a' quali nessuno poneva mente, forse perchè, in quella vicinanza di purissimi sangui, nè l'uno nè l'altro aveva tampoco la miseria d'un _don_, se ne stavano a discorrere alla buona, osservando le variate scene di quella illustre commedia. Il più giovine, trasandato anzi che no del vestire, e con una lunga capigliatura cadente, non poteva essere che un letterato od un artista; l'altro, severo in volto, abbottonato l'abito, e con una tabacchiera d'oro in mano, non avresti fallato a dirlo un medico. Come poi fosse loro piovuta la fortuna d'un invito in quel giorno, nol sapevano neppur essi argomentare. Fatto sta, che trovandosi impacciati in mezzo a quelle etichette, e fuor di luogo, come in troppo rarefatta atmosfera, s'erano messi in disparte, ciarlando sotto voce di tutto quel che vedevano, intanto che venisse il buon punto d'imboccar la porta inosservati. E bisogna dir che ne sapessero abbastanza di tutte quelle grandezze, comechè non morisse loro la lingua in bocca.
--Ve l'ho detto io, che il nostro antìtrione è sempre quello: diceva il più giovine: il prurito de' suoi vecchi lo pizzica ancora.... Vedetelo, che fa il cicisbeo a quella novità d'oltremonti.
--Avete ragione; maledette queste pavoncelle forestiere, che ci portano le loro smorfie e il loro gergo!
--Eh! che volete? son passatempi.... e poi questa non è che opera buffa; il serio è dietro le scene.
--Cioè?
--Se fosse tutto qui, non ci sarebbe che da ridere; qui si scambiano cerimonie, si va in visibilio, l'un liscia l'altro.... roba falsa, princisbecche! Vorrei ben legger io dentro al picciol cuore di tutti questi grandi.
--Ma voi m'abborracciate della morale....
--Perdonate, sapete, se pago di questa moneta i favori dell'Illustrissimo; ma in capo mi frullano certe fantasie così nere, che temo non mi faccia mal pro il suo gran pranzo, a cui son venuto in mal'ora.
--Confesso, che ne abbiam sentito di belle; cose, cose.... che fanno angoscia allo stomaco.... scusatemi un po'....
--Lo dite dunque anche voi, dottore?
--Ma sì.... Date orecchio a quello sbarbatello che si dondola sull'anche, lì presso al paravento, dinanzi a quella dama dal color ch'essi dicono sentimentale, e che noi diciamo itterico.
--Di che cosa parlano?
--Imparate, se volete far breccia.... Li sentite? Lei ha detto:--Marchesino, _c'est une mystification!_ E lui:--_Pas vrai!_... il filo de' diamanti che ha in fronte la famosa contessa, per me non vale il nastro che allaccia il vostro bel piedino!... Che, vi par della frase?
--Oro colato; non si può dir meglio.
--Lo so ben io, che a star qui nell'ombra, come facciam noi, c'è da goder mezzo mondo.
--Se ci sentissero!
--Pur troppo, a venire in certi siti, bisogna lasciar la carità del prossimo alla porta.
--Bella scusa!--E offerse al suo giovine vicino una presa di tabacco.
--Grazie no, dottore. Ma ditemi, chi sono quelle sfingi, che là, intorno al canapè, fanno tanta corte alla padrona di casa?
--Oh! quelli sì lo sanno il fatto loro. È la solita comitiva della sagrestia: là si fruga, là si giudica e si condanna; e quelle vecchie han le braccia lunghe, sapete! Però, tutto quel che fanno è per fin di bene; e prima di tutto, per fin di bene, vogliono comandar loro. Anche questa, giovinotto, è strada buona per far fortuna: pigliate l'imbeccata da una di quelle grinze contesse, e siete sicuro di toccare il segno.
--Obbligatissimo; spero proprio di non averne bisogno.
--Ah! ah!... Vedete, quest'oggi, io l'ho capita, c'è delle nuvole per aria. In tutta sera, l'Illustrissimo non ha mai aperto bocca nè colla signora moglie, nè colla contessa sorella. Ne' dì passati, a dirvela in confessione, s'è parlato di certe storie, cosette un po' losche per verità, e pare che l'Illustrissimo c'entri anche lui in qualche modo... S'è parlato.... ma, zitto! per amor del cielo! d'una giovine, alla quale si voleva.... far del bene.... mi capite?... e d'un suo fratello, o amante che sia, a cui si pensò di dare, così alla lesta, una buona bastonatura, per commissione....
--È impossibile! sarebbe una cosa infame, troppo infame!
--Forse non sarà vero; io non ve la do come cosa storica; ma pure, non so che di simile ci dev'essere.
--Permettetemi, dottore, ch'io non vi creda. E poi, cos'ha a fare ciò che mi dite, coll'aria che regna qui stasera, come di due campi nemici?
--Canzonate?... Mettete un po' che sia; e pensate voi che guai, che subisso n'avran fatto nel loro crocchio le cuffie e i parrucchini! Anzi, vi dirò, appunto l'aria che spira mi fa pensare ci sia del positivo.
--Siete pur maliziosi voi altri dottori!
--Eh! che volete? voi li scrivete i romanzi; noi ne siamo testimonii, e talvolta anche parte.
--Basta, voglio saperne di più.
--Abbiate però giudizio, se vi piace di godere qualch'altra volta le grazie dell'Illustrissimo.
--No, no; qui mi par di soffocare; non è luogo per me: può stare, ma non ci vengo altro in queste sale. Buon per noi che, tra i nostri signori, per dir vero, ce n'è pochi di simile stoffa; altrimenti, s'avrebbe ragion di dire....
--Eh! voi avete ancora troppa poesia in mente. Fate com'io fo; ridete in un cantuccio, e con una scrollatina di capo, dite: Fralezze umane!
I due sconosciuti passarono dietro le spalle d'alcuni servitori, sopravvenuti in quel punto ad apportar sorbetti e rinfreschi; infilarono le porte del sontuoso appartamento, e uscirono umili e pedestri, insalutati perfino dal guardaportone.
La conversazione intanto si faceva più animata in qualche gruppo; e se ne togli l'immobile circolo della padrona di casa, tutti gli altri, cavalieri e dame s'aggiravano di su, di giù, contraccambiavansi cortesie e saluti, parlavano di musica, di mode, di corsi e d'altre nullaggini. L'Illustrissimo non aveva ancora finito di chiacchierar colla contessa forestiera; ma dalle gentilezze di prima il colloquio piegava a non so qual vaga e indolente querela sul tedioso vivere in una città che non sia Londra, Parigi, o Pietroburgo. E vedevasi che l'Illustrissimo voleva sfogare un resto del suo mal umore; poichè, interrompendo la dama in mezzo a non so qual complimento:--Sono illusioni: le diceva: Milano è pettegola, come la più piccola città di provincia. Credete che qui si possa dire o far cosa alcuna, senza che tutti lo sappiano e ciarlino a loro posta?... Io per me sono sempre stato superiore a tali miserie.... ma intanto, le convenienze, i riguardi, l'opinione, non ci lasciano libertà nè pace.
La dama faceva le maraviglie, con un accento che aveva più del tartaro che del francese; e l'Illustrissimo seguiva:
--Così è, cara contessa! delle donne come voi ce n'è poche.... Di rado lo spirito e il buon gusto vanno di conserva colla bellezza; e le nostre signore.... Oh! non mi fate dir di più, che ne conterei di stupende.
Appunto allora, una sonora risata, di quelle che di rado turbavano gli echi delle magnifiche sale, interruppe le varie conversazioni; e tutti gli occhi si volsero al crocchio de' giovinotti più azzimati, i quali presso all'aperta balconata s'erano stretti ad udire una curiosa storiella che il marchesino Roberto finiva allora di raccontare:
--È proprio così, come ve l'ho detta: continuava nel suo falsetto l'imberbe garzone, racconciandosi intanto la lucida chioma arricciata e il nodo della cravatta:--E del povero Martigny non sapete nulla?... Quel diavolo incarnato ne ha fatto una delle sue, e non so come finirà. È stato un affar grosso e serio, ve lo dico io, una mezza rivoluzione; gli serrava addosso un centinajo d'artigiani e d'altri imbecilli.... e il maestro tira di qua.... para di là.... gira, pesta e tempesta.... in men che nol dico, ne mise alla ragione, cioè per terra, un venti almeno; e chi sa cosa avrebbe fatto degli altri, se non capitava sul luogo un fulmine di soldati e di gendarmi, che in un momento nettarono il campo di tutta la canaglia, e condussero il disgraziato Martigny in prigione.
A questa grave notizia, che il marchesino fece seguire ad una scandalosa avventura narrata dapprima, onde s'era desta la prepotente ilarità di que' giovani signori, tutti trasecolarono; alcuni si mostrarono scontenti; altri dubitarono, altri dissero che non ne credevano niente. Solo due persone non fecero motto, l'Illustrissimo e il cavalier Lodovico, i quali forse ne sapevano più degli altri. Ma la nuova di quell'accidente non era tale da occupar troppo a lungo la lieta adunanza; se ne rise ancora un poco, e la cosa finì.
A sera avanzata, signori e dame tornarono qua e là a' tavolieri di giuoco; e passavano dalla sala di conversazione in quella del bigliardo, e nelle altre splendenti stanze dell'appartamento. Più di una giovine marchesina, più d'una schizzinosa contessa, ammansandosi a poco a poco, degnaronsi di dare orecchio alle amabili confidenze di questo o di quello: alcuna dilungandosi di sala in sala, a braccio del più fortunato de' figurini alla moda, s'appartò non veduta sur un terrazzo tutto adorno di fiori esalanti soavissimo profumo; alcun altra, mollemente adagiata sovra morbido sofà, in solitario gabinetto rischiarato dalla timida luce d'una lampana d'alabastro, ascoltò per la prima volta da uno de' suoi adoratori misteriose confidenze, tutte scintillanti di motti francesi.
A quell'ora, la contessa Cunegonda era già partita; e appena partita lei, anche la padrona di casa annunziò ad alcune delle dame che la circondavano come, per la sua solita emicrania, non potesse trattenersi di più: e rientrava nel suo appartamento. Questo fu come il segnale dello scioglimento del consiglio per tutti i suoi fedeli; disparvero l'un dopo l'altro; ma non senza fare all'Illustrissimo profondi inchini, augurii e saluti. Egli, che per dispetto aveva affettato di non accorgersi neppure che sua moglie avesse lasciata la sala, ringraziò con molta freddezza que' signori, e a più d'uno non rispose che con un leggiero chinar del capo.
Capitolo Nono
E la Stella?--La Stella intanto, a cui nulla era noto della sorda guerra che le due misteriose avverse potenze andavan facendo tra loro, quasi per disputarsela come una preda, aveva passato que' giorni in una muta e penosa incertezza.
Dopo la disgrazia succeduta a Damiano, la madre e la figliuola vedevansi innanzi un avvenire tristissimo, muto e senza speranza. Già da varie settimane si trovavan nella solitudine e nelle lagrime: continuavano a lavorare per vivere di giorno in giorno; ma il lavoro era scarso, mal pagato; mancava colui che con tutto il suo coraggio le sostenne fino allora, colui che coll'animoso sagrificio di sè medesimo seppe far loro dimenticare che il tempo della povertà potesse venire. Que' tali, che da prima si lasciarono vedere a ogni poco, spacciando promesse di favori e di protezioni, non s'erano più veduti; le due abbandonate donne, affatto sole, già non potevano pensare al domani senza spavento.
La Teresa, e per l'età e per le molte angustie patite, si sentiva venir meno la forza di dì in dì; il continuo lavorare le struggeva la fiacca salute; e già più d'una volta, al venir della tarda sera, accorgevasi di non esser riuscita a guadagnare quanto bastasse per il pane della giornata. La povera donna non diceva nulla; ma la Stella s'era bene accorta che la vista della mamma s'affievoliva; che ormai, nel cucir di bianco, essa più non sapeva infilar la cruna dell'ago; cosicchè s'era ridotta, la più gran parte del dì, a lavorar di maglie, rattoppando le calze grossolane de' vicini poveri com'essa.