Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 19

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Di lì a poco, non l'udendo pur fiatare, gli si volse di nuovo, ma con voce rabbonita:--Non intendo, per altro, di darvi troppa pena con quel che ho detto; solamente ho voluto farvi vedere come non bisogni confidare in noi, e nelle perfide illusioni della mente, e nelle superbie del mondo. Lasciamo fare a coloro che si sono assunti il grave carico di condurci, d'illuminarci, d'insegnarci a pensare, a sentire, a vivere. Voi dovete ormai essere in questa persuasione; i vostri studj, la vita che fate, l'avvenire a cui vi siete consacrato ve ne fanno un debito irremissibile. Morire al mondo.... morire alla volontà.... e poi, aspettare il premio della sommissione e della perseveranza.

Con questa predica, la quale, per dirla, era una delle solite dal Padre regalate al dabben giovinetto, egli stimava di tenere allacciata e compressa quell'anima bisognosa di puri affetti e di alte verità. Ma l'arido spirito non è parola di fede, e il gretto rigorismo non è consiglio di speranza e d'amore.

--Via, lasciam tutto questo: riprese l'ex frate: non è di voi che si tratta, ma della vostra famiglia. Prima di tutto, vi confesso che compiango l'abbandono in cui vedo la sorella vostra.... Ditemi un poco, quali sono le sue inclinazioni? la sua morale qual'è?...

--Oh, veda! essa è un angelo di bontà.

--Un angelo? badate a quel che dite, a simili irriverenti paragoni, de' quali, pur troppo, si fa sciupo a questo tempo.

--Voleva dire ch'è una giovine, come poche ce ne sono; è così savia, così buona; è come mia madre.... e poi attiva, onesta.... Oh se sapesse! con che virtù, con che coraggio veramente cristiano han sostenuto dolore, povertà e persecuzione....

E così dicendo, vivissimo affetto lo animava, e le sue guancie coprivansi di un leggier rossore.

--Che intendete di dire? accipigliato lo interruppe il superiore.

--No, non c'è fede nè virtù che abbia merito presso il Signore, se la virtù di que' buoni non gli è accetta.

--Fede? virtù? coraggio cristiano?... Ma dove avete imparato codesta confidenza tutta terrena, codesta cieca presunzione?... Io, vedete, io, con una parola potrei smentire tutto ciò che voi asserite così esplicitamente. Ma passo sopra anche a questo, per il turbamento in cui vi vedo.... se non che, ve ne prego ancora, moderatevi e date mente al poco che mi resta a dirvi.

--Parli, Padre, parli; e mi perdoni.

--Vi dirò dunque che ho in animo, per mezzo di certe pie e rispettabili persone, di sottrarre vostra sorella a' pericoli che la circondano; io ne aveva appunto già messa qualche parola alcun tempo fa; ma, adesso me ne fo un assoluto dovere; adesso, non c'è a perdere un'ora. Io son certo che in qualche pia casa, in alcuno di que' ritiri che la carità oculata apre anche in questa città alla virtù pericolante, ella potrebbe sperare d'essere accolta. Ma temo, ve lo confesso, temo la sua ripulsa, la sua ostinazione....

--E dunque, disse Celso con un sospiro, dovrebbe la nostra povera madre restar là, sola, in giorni come questi....

--Anche a lei si potrebbe pensare.

--Ma, se la Stella....

--Quella giovine cammina sull'orlo del precipizio, ve lo dico io; e.... tocca a voi a salvarla.

--A me? e come?

--Basta, per ora; sapete abbastanza, ci penserete su, e domani concerteremo meglio quello che convien fare. Voi siete forse lo strumento con che il cielo vuol menare a fine un'opera buona. Ora, ritiratevi pure; dormite in pace, e domani mi renderete grazie di ciò che intendo fare per la vostra famiglia e per voi.

E alzatosi dal seggiolone, egli congedava con un gesto grave l'abate, il quale mutolo e confuso salì al suo freddo stanzino. Il Padre poi passò nel salotto, ove la Dorotea avevagli apparecchiato, al solito, qualcosetta per la cena; e sedè per rimettere in sesto le potenze dello stomaco.

Capitolo Quinto

Amore e Odio sono veramente l'Ormuzd e l'Ariman che tengono il governo delle cose umane; e nella continua guerra che l'un l'altro si fanno, agitan del pari il potente e l'oppresso, turbano i sonni de' grandi e de' piccoli, stillano balsamo o veleno nella vita del più povero ed oscuro degli uomini. Amore e Odio non dimenticano mai; e per essi bisogna imparare quella dolorosa e fatale verità che il male non muore sulla terra. Ma quaggiù, noi vediamo che il piacere e il dolore, il bene e il male van dietro l'uno all'altro, e s'alternano, come le lucide ore e le ore brune, a tondo danzanti nel cielo della greca mitologia.--E che più? Vien tempo che anche il dolore si trasmuta per noi in ricordanza di soavità, in malinconico piacere; comechè abbiamo in noi stessi quasi sempre un rimedio alle sventure in quella forza di vita che, per non so qual sublime mistero, nutre insieme al dolore gli affetti che lo vincono e lo fanno, direi quasi, necessario. L'educazion del dolore suscita la virtù di combattere; perchè nel combattere è la vita.

Damiano, a quel tempo, vedevasi dinanzi la bella prospettiva dell'avvenire, come un cielo senza nubi, e contento dell'ignota ma onesta sua sorte d'allora, non pensava più alle angoscie passate, alla speranza un giorno sì cara e pur cagione di disinganni e di miseria. Ormai, l'unico suo voto era quello di rendere più sereni e più quieti i giorni che restavano da compire alla madre sua, circondandola d'attente e confortevoli cure, procacciando a lei e alla Stella, ove il potesse appena, quel poco agio che basta a render paghe e felici le anime buone vissute a lungo nell'aria della povertà. Le abitudini dell'assiduo lavoro e dello scarso bisogno gli avevan concesso di poter già mettere a parte alcune centinaja di lire, le quali confidava a mano a mano al vecchio signor Lorenzo, ch'era sempre l'unico suo consigliere e amico: onde riusciva, col picciol frutto che aveva cominciato a cavarne, a far qualche regaluccio alla Stella e alla mamma; ed era felice della loro gioja, della loro sorpresa.

Quando il principale gli dava libertà, soleva con uno o due degli artigiani suoi compagni andarne a diporto fuori della città, camminando per molte miglia, discorrendo all'avventata di tutto quanto gli venisse nell'anima, contento anche troppo, se in que' poveri giovani della sua età, fratelli suoi di fatica, avesse trovato alcuno che rispondesse alle idee non del tutto chiare, ma pur sentite e vagheggiate dal suo caldo pensiero; sia ch'egli parlasse dell'arte sua; sia che, levandosi quasi senza saperlo a più alte cose, tentasse d'esprimere alla meglio la semplice e generosa fede del suo cuore, e quella naturale persuasione di bontà e di giustizia che lo portavano ad amare così forte tutto ciò ch'era bello, tutto ciò ch'era buono.

Talvolta ancora si conduceva tutto solo fino all'umile stanza di Lorenzo. E il vecchio soldato, che, col tornar della bella stagione, si sentiva tornar la salute, il buon umore e la sua antica baldanza, lo vedeva così volentieri, e pregavalo che venisse a tenergli un po' di compagnia nella sua solita passeggiata. E pigliavano insieme verso a que' luoghi e per quelle stesse vie, fatte e rifatte tant'anni prima da lui e da Vittore, ricordandosi fra loro delle famose guerre d'Italia, di Spagna e di Russia, portando ancora la mano al cappello nel pronunziare il nome di Napoleone, e bestemmiando per aver campato dopo di lui.

Fermavasi per via, e appoggiandosi al bastone, il veterano parlava al figlio del suo fratello d'armi; parlava del gran cuore e della povertà di quel brav'uomo; poi passava a dir del suo paese, di tanti spergiuri, di tante infamie, di tanti tradimenti. Allora pareva rifarsi, qual era stato trent'anni prima, il fiero giacobino, il soldato patriota. E poi, al tornar del 5 maggio, ch'era pur l'anniversario della morte di Vittore, andavano silenziosi fino al cimitero del Gentilino. Lorenzo, all'occhiello del vecchio pastrano, aveva messo in quel dì un nuovo nastrino rancio e verde, nè diceva sillaba per tutta la strada; ma teneva gli occhi a terra, e il bastone sotto il braccio. E Damiano, venendogli a lato, provava allora una compassione, un dolore nell'anima, al veder cadere una lagrima dalle pupille del veterano su quella croce che portava il nome oscuro d'un eroe.

Così passando la sua onesta e operosa vita, nè più temendo per sua sorella, dopo quell'ultima spiegazione, esplicita abbastanza, che aveva avuto coll'Omobono, il nostro giovine, come tutti fanno quando ben cammina il presente, creava i più bei disegni per il futuro; nè scorgeva la tempesta che già s'adunava sopra di lui.

Era una domenica di luglio, non più di una settimana dopo l'incontro fatto di quel suo nemico; e in compagnia appunto del vecchio Lorenzo e di un altro giovinetto artigiano, col quale cominciava ad usare amicamente, aveva pensato fare un po' di festa, andando a merendar con loro fuor della porta Ticinese, in quella vecchia osteria che la tradizione del popolo ha destinata a luogo prediletto di gran ritrovo, in certe epoche dell'anno, e singolarmente nella festa di san Cristoforo.

Fuor dell'Arco ticinese, che il nostro Lorenzo s'ostinava, come sappiamo, a chiamar porta Marengo, seguendo la ripa del _Naviglio grande_ e quella lunga costiera fiancheggiata di case e di tettoje, vedi in mezzo a un pittoresco gruppo di casali, detti la Cascina Campagnuola, l'antica chiesa di san Cristoforo. Fu dedicata, fin dal trecento, per voto de' buoni Milanesi dopo una fiera peste; e d'allora in poi, ogni anno, nell'ultima domenica di luglio, è costume dell'allegro popolo, divoto delle sue feste e buontempone, d'accorrere a venerare il santo gigante, e a finir la bella giornata nella vicina osteria della _Samaritana_, vecchia quasi al par della chiesa, e sulle aje e ne' prati che la circondano. È una delle poche feste popolari che ancora durano ab antico. E in quel dì puoi colà studiare e conoscere, qual è veramente, il popolo della vecchia Milano, colla sua romorosa ilarità, colla sua balda e franca bonomia, che di solito non invidia a nessuno dove faccia il buon pro, e canti, e non pensi al domani, sempre contento, sempre lo stesso. Dico, di solito, perchè ci sono de' giorni in cui è tutt'altro da quel che pare... e sente ancora il suo sangue antico.

La chiesa sorge in mezzo a un verde pratello, ombreggiata d'alberi secolari, fra i quali spunta l'acuto e gotico campanile; sulla doppia facciata, tra gli acuti archi e i pilastri, s'indovinano ancora le reliquie di vecchie dipinture, e la croce rossa in campo bianco della nostra antica repubblica, il biscione de' Visconti, e un altro stemma, che si vuole esser quello dell'abate di san Vincenzo in Prato; a fianco della porta maggiore appar tuttavia, quantunque sbiadita e mezzo coperta dall'intonaco più recente, la gran figura di san Cristoforo, col Bambino sur una spalla e nella destra il bordone del viandante, come sempre il dipinse la volgar tradizione.

In quel giorno, le due strade correnti lungo il canale, dalla porta Ticinese fino alla cascina Campagnuola, formicolavano d'una confusa moltitudine che andava e veniva, a schiere, a brigate, a famiglie intere: anche per il canale andavano e venivano continuamente parecchie barche, tirate da magri ronzoni, stracariche di tanta gente, che ogni poco minacciavano d'affondare. Que' che tornavan per acqua cantavano allegri a piena gola, e mettendo certi strilli sonori, significavano anche troppo la gioja della passata festa: i passeggieri delle due rive rispondevano a quelle canzoni, a que' gridori, e sventolavan frondi e banderuole, in segno di riconoscimento e di saluto; uomini, donne e fanciulli chiamavansi a nome di qua, di là, per ogni parte; salutavansi con tali sode dimostrazioni di fratellanza che facevano strillar le zitelle, bestemmiar gl'innamorati: e ad ogni biroccio, ad ogni carretta incontrata, era un far cerchio alla gente che su vi stava accalcata, un ripetere i canti, un ricominciar le grida trionfali e matte.

Nella piccola osteria poi, era un andirivieni, un tramestìo, una gazzarra di casa del diavolo; piene la cucina, le stanze terrene e il pian di sopra; intorno a lunghi deschi, alle rozze tavolaccie, su' panconi malfermi stavano a giuocare, a trincare, a urlar di gioja bande d'amici, di conoscenti, di compagnoni, tutti artigiani, garzoni, bottegai, braccianti, la più numerosa, la più disgraziata parte del popolo; i quali, per lo più, altro sollievo non trovano alla dura vita di sei giorni fuorchè di dimenticare il settimo fra mezzine e fiaschi, lontan dalle donne, da' figli e da' vecchi loro. Sedute sulle ripe e sparse per la campagna, nel dintorno della chiesa, avresti veduto le famiglie de' buoni borghigiani, le men povere e le più contente ch'eran venute alla festa del santo, cavar fuori de' canestri le loro provviste, e far qua e là, con una allegriona da non credere, il loro desinarino sull'erba. Era una scena tutta italiana, vivace, tumultuosa, degna che qualche pennello de' nostri giovani artisti la sapesse ritrarre; e parevan come la voce di questa scena il suonare a vespro delle campane, e il canto de' salmi ripercosso dalle vôlte della chiesuola affollata, e diffuso in lontananza per l'aria tranquilla; mentre vedevasi scendere il dorato riflesso del sole cadente sull'accolta moltitudine, sulle antiche mura del tempio, e sul vicino prospetto della città, come un lungo e malinconico saluto.

Nel giardinetto dell'osteria, sedevano a un deschetto, un po' lontani dal maggior chiasso e dalla folla de' bevitori, il nostro Lorenzo, Damiano e Giovanni, l'allegro compagno della fabbrica ch'era venuto con loro. Tra tutti e tre avevano rosicchiato una magra pollastrina arrosto, inaffiandola d'un buon boccale di bianco; e già pagato lo scotto, stavano chetamente cianciando fra loro, senza dar mente agli strilli, agli scambietti, alla filosofia tirata in iscena dagli altri, non pochi de' quali erano già in cimberli e, camminando a sbilenco, non sapevano più trovar l'uscita dal giardino dell'osteria.

Il signor Lorenzo, ch'era in vena quel dì, si piaceva in mezzo a quello strepito popolare, e cominciava a parlar con foga più pronta, più franca delle sue idee favorite. Ma Damiano, che fino allora era stato anch'esso più gajo del consueto, non rideva più, e stava fiso e pensieroso guardando l'antico soldato; mentre Giovanni, a ogni poco, usciva fuori a mezza voce con una canzone di fresco insegnatagli dalla sua bella amorosa.

Damiano non rideva più, dacchè s'accorse d'uno sciancato, ladra figura d'accattone, il quale s'era appostato all'angolo della tavola stessa, ov'egli sedeva cogli amici. Costui, lestamente zoppicando sulla sua stampella, aveva camminato fin là, sempre dietro a' passi loro, e facendo vista di non trovare altro luogo s'era colà messo; poi, fatto recare del miglior vino, vuotava bicchier sopra bicchiere, e di tanto in tanto lanciava uno sguardo di traverso a Damiano, con aria provocatrice.

Di lì a poco, furon vedute accostarsi a quella tavola due altre persone, le quali scambiarono prima fra loro qualche sommessa parola, poi un'occhiata col pitocco; e costui si tirò più vicino a Damiano, per lasciar luogo a' nuovi venuti.

Intanto, fra la gente stipata nell'osteria, e precisamente dietro un finestrone della cucina, un tale s'appostava, a cui sopratutto premeva di non esser notato, ma che seguiva, coll'impazienza negli atti e negli sguardi, la scena che stava per succedere in quel canto del giardino. E di là in effetto poteva vederne abbastanza, perchè la siepe di pruni, che separava l'orto dal cortiletto, era sfrondata e rotta in più d'un luogo.

--Ascoltate i miei giovani: diceva a voce alta il buon veterano, che in quella lieta giornata sentivasi, dopo il tedio di tanti mesi, ringalluzzare: Vedete! se tutti quelli che sono qui avessero capo e cuore, come voi due che, per dirla com'è, tenete un po' a quel ch'eravamo noi, vostro padre, o Damiano, ed io a' nostri bei tempi... oh! allora si potrebbe far qualcosa di meglio che non vuotar fiaschi, o cantar vespero, in onore e gloria del santo dal buon viaggio!

--Non parlate così forte, signor Lorenzo! l'interruppe Damiano, perchè, in pubblico, non si sa mai che razza di bracchi ci fiutino attorno.

--Eh! che m'importa a me? Tanto meglio! io per me, quel ch'ho nel cuore l'ho sulla lingua; la mia franca ragione l'ho detta sempre, in viso a tutti. E non son io, se...

--Bravo, signor Lorenzo! gridò l'ardito Giovanni: E così facessero tutti!...

--So quel che dico, io: ripeteva Damiano.

--Tu sei un buon giovine; anzi, sei un uomo! tornò da capo il veterano. Ma non hai veduto quello ch'ho veduto io!... E perchè gli uomini, in certi tempi, son come le pecore, tu vai dietro al vezzo degli altri, e non ti senti il coraggio di dir forte quel che pensi.... Lo so bene anch'io, che c'è de' traditori, de' rinnegati, e peggio. E non ho forse visto io andar tutto alla _cà de' cani_, per causa di que' maladetti che han saputo dar a bere alla povera gente?....

--Pure, non potè tenersi d'osservare Damiano, è meglio far che parlare!

--Oh sì! benedetto te: ripigliò il vecchio: questa è la prima legge! Ma, chi svigna, o sta a covar l'uova, come si dice da noi, appena venga un buffo di traverso, cosa volete che faccia?... Lui, quell'ometto che faceva ballar il mondo sulle dita, non ha voluto saper che una cosa: _Avanti!_ l'ho sentito io, le cento volte, gridare: _Avanti, miei Italiani!_ E noi, avanti! sarà quel ch'ha da essere... e l'Europa era nostra. Ma, vedete, finchè egli camminò con noi, che sapevamo la sua strada, ha fatto quel ch'aveva a fare; poi, quando ha voluto impancarsi anche lui sopra un trono, e venire a patto coi tuppè, addio bel tempo!... Eh! fu pur troppo così!

--Caro signor Lorenzo, avrete ragione, ma, per carità, non dite di più: insistè Damiano.

--Oh, sta a vedere!...

--C'è della gente che cerca rogna....

--Sta bene! chi cerca trova. Credete ch'io abbia paura di qualcuno, io?

--E noi pure, disse Giovanni, siam qui pronti a dar di buona moneta a chi vuole; a ognuno il suo!

--Sì! gridò ancora Lorenzo: A ognuno il suo! Voi, buona gente, vi contentate di pane e di preti!... e venite qui a far baldoria, senza pensare all'jeri nè al domani; e non sentite, non pensate nemmanco a quel che potrebber fare i poveri diavoli; e se c'è un rinnegato che vi bestemmii le sue imposture, voi tremate! voi non sapete, no, piantar questo nel cuore d'una spia!...

E così dicendo, l'audace vecchio, afferrando un coltello che gli venne tra mano, ne ficcò d'un colpo la lama nelle tarlate assi del desco.

In quel momento, lo sciancato, ch'era lì coll'orecchio teso, senza perdere sillaba di quel dialogo, alzatosi di botto, cacciossi in mezzo tra Damiano e il vecchio soldato, e martellando sulla tavola colla sua stampella, gridò:--Chi è l'infame che insulta i galantuomini col nome di spia?

Con lui saltarono su gli altri due, che fino allora non s'erano occupati che di tracannar bicchieri, squadrando in cagnesco i vicini, senza però far nessuna parola. Appena Damiano li vide alzarsi e venir verso di lui con un'aria d'insulto e braveria, comprese ch'era cosa concertata, e che quelle faccie proibite volevano a ogni costo attaccar briga: pur non sapeva che pensarne, non ricordandosi d'aver mai veduto nessun di coloro.

Il primo che si fece innanzi, dal volto ulivastro, dai grigi mustacchi, schizzando furore dal solo occhio che gli restava, era armato d'un grosso bastone; e calcatosi in testa il cappello, stese la manca fin quasi a toccare il viso di Damiano. Intanto il compagno, che pareva un facchino vestito dal dì delle feste, abbrancò di lancio il braccio di Giovanni, che s'era vôlto per veder che fosse. L'uno, come forse l'indovina il lettore, era quel tristo del Martigny, il maestro di scherma, che, uso a garbugli e a risse, aveva preso sopra di sè d'aggiustar con Damiano le partite dell'Illustrissimo e quelle ancora del cavalier Lodovico. Il compagno era un furfante, postogli a' fianchi per conto suo, dallo stesso signor Omobono.

E costui appunto, tanto gli stava sul cuore la vendetta, era venuto in compagnia a quella festa, senza che nessuno il sapesse. L'uomo che da una finestra della cucina aguzzava gli occhi per vedere come andasse a finire la cosa, era lui.

Capitolo Sesto

Lorenzo e Giovanni balzarono in piedi a un tempo, stupefatti per quella provocazione; anche Damiano levossi, per toglier di mezzo una seria cagion di litigio; scavalcò la panca, e volgendosi a quell'ignoto che pareva volersela pigliar con lui, gli disse con ira a stento soffocata:--Venite in disparte voi, signore, se avete a dire con me; parlate pur chiaro, che son qui a rispondere.

--Corpo del diavolo! E come non avrei a dire...? cominciò l'altro, alzando la voce, e serrando in pugno il bastone.

--Non alzate la voce, l'interruppe Damiano. Se avete bisogno d'imparare a vivere, son qua io.

--È stato quel vecchio birbone, che m'ha fatto venir la muffa: ripigliò colui, levando il bastone verso Lorenzo; il quale, strabiliato ancora, non sapeva a chi volgersi de' tre che gli stavano attorno co' pugni stretti e la bestemmia in bocca.

--Lasciate stare quell'uomo: Damiano ripigliò: son qua io, rispondo io per lui.

--Non s'insultano così i galantuomini, come avete fatto voi....

--E chi v'ha detto una parola...?

--Quel vecchio vostro compagno ha dato della spia a qualcuno di noi.... e levò in aria il coltello, per il demonio!

--Via! non era per voi....

--L'ho veduto io, io l'ho sentito, vi dico... e non son uso a questa sorte di villanie....

--Voi sì piuttosto, continuava il giovine, a fatica frenandosi, voi sì vi poneste presso di noi, con un'aria insopportabile.... Fatevi indietro!

Fidando di tagliare a mezzo il diverbio, traevasi verso l'entrata del giardinetto, intanto che la gente, chiamata dal romore e dalla speranza di veder menare le mani, faceva ressa alla porta.

--Indietro voi! Noi siamo galantuomini....

--E noi chi siamo, per il cielo!

--Siete una mano di straccioni, e ve la darò io la lezione, io ve la darò, se non....

--Questa sera.... domani.... quando e dove a voi piace; ma non qui: non facciamo scene; ch'io non perda la pazienza.

--Che domani? che pazienza? Rispettate i cittadini, e non avrete brighe.... E così dicendo, l'insolente Martigny pigliò per l'abito Damiano e fece con una strappata per torselo d'innanzi.

Il giovine, a cui già bolliva il sangue, non ci vide più; e trovando impossibile di scampar altrimenti da quell'uomo, che pareva l'avesse giurata a lui, volle farla finita. E sferrò un pugno così violento nel petto del maestro di scherma, che lo mandò rovescioni sulla panca, sì che ne perdè il cappello, e rimbalzarono dal desco in terra fiaschi e bicchieri.

--Dalli--addosso--bravo!--uh! uh!--gridava la gente, accerchiando i due campioni.

Intanto Lorenzo e Giovanni, che la folla aveva divisi da Damiano, rimbeccavano ingiurie e bestemmie agli altri due compari del maestro; e tra la gente che li accerchiava, molti ridevano, molti potevano appena tenersi dal prender parte al parapiglia.

Lo sciancato faceva di sopra il capo mulinare la gruccia, gridando che avrebbe rotte le ossa del vecchio maladetto che non portava rispetto alla gente onesta: Giovanni, riurtando a forza, lo tratteneva, cercando tirarlo in altra parte; mentre il veterano, non sapendo più dove si fosse, gridava con furore:--Poveri imbecilli! che non capite nè manco che cosa siate!... Io, vecchio come sono, ho cuore di tenervi indietro tutti! Badate ch'io sono una vecchia lama, irruginita sì, ma salda ancora.... Largo vi dico! lasciatemi passare, ch'io ne voglio degli altri.... Dove sono i miei compagni?... Qua, Giovanni, Damiano!--E faceva per romper la folla che lo accerchiava.

--Uh! il vecchio matto?--Via di qua!--Cos'è stato?--Una spia...!--Addosso!--Lasciate stare la povera gente!--Abbasso il vecchio!--Dalli alla spia!--Dalli!