Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 18

Chapter 183,775 wordsPublic domain

Amava lo studio, amava la pace del meditare; e avendo di buon'ora raccolte le forze della mente e del cuore nella contemplazione delle sacre dottrine, seppe fare di questo studio l'unica contentezza della sua vita, il suo fine. Alla mattina, dopo le funzioni della chiesa vicina, alla quale soleva accompagnare il Padre, per servirgli la messa e attenderlo poi nella sacrestia, se ne tornava a casa con lui; e intanto che il superiore, nel damascato seggiolone a fianco del camminetto, sorbiva lentamente il cioccolatte, egli, seduto dall'altro canto, gli faceva ad alta voce lettura dell'ultimo quaderno della _Voce della Verità_, ovvero delle _Memorie di religione e di morale_, che il Padre a quando a quando interrompeva con qualche pio commento, fra l'una e l'altra fetterella di pane abbrustolato. Poi Celso ritiravasi nel suo camerino, dove una vecchia fantesca gli recava una scarsa zuppetta di brodo annacquato, solita sua colezione: il povero abate pensava alla mamma, alla povertà di casa sua; e quel magro cibo gli tornava abbastanza saporoso. Si metteva a studiare, e studiava colla quieta delizia dell'anime timide e buone; finchè non tornasse al suo ritiro la vecchia arcigna, per chiamarlo nel salotto. Il Padre gli regalava allora, per mezz'ora buona, una filatessa di consigli e d'avvertimenti morali, sfoggiando di tanto in tanto la quintessenza della sua dottrina teologica, che allo studioso abate, benchè non osasse pur confidarlo all'aria e quasi ne sentisse rimorso, non era mai sembrata gran cosa. Per tal guisa l'ex frate soggiogava a poco a poco quell'anima sì tenera del dovere. I molteplici affari, de' quali il Padre era centro, lo obbligavano ad una estesa e vigile corrispondenza, alla quale ormai non poteva più bastare da solo. Far venire un compagno sarebbe stato il meglio; ma la cosa nè era facile, nè prudente; e poi il Padre non voleva socii, non voleva riscontri. Fu per questo ch'egli aveva deciso di allevare sotto agli occhi proprj e formarsi, per dir così, una creatura, che fosse come cosa sua, attaccata al suo volere, di null'altro curante, sottomessa, muta. E questa fortuna era toccata al buon abate Celso.

Finita la cotidiana spirituale conferenza, il Padre, a un'ora dopo mezzodì, permetteva al suo alunno di tenergli compagnia al desinare; e allora, se pur nol vincesse qualche grave preoccupazione, si piaceva di spogliar la sua scorza austera; allora parlava anche, ma sempre con cauto riserbo, di cose mondane e di cittadini pettegolezzi, a' quali soleva pigliar parte, berteggiando a suo modo, anche la vecchia Dorotea che li serviva. Celso di tempo in tempo metteva egli pure qualche timida parola; ma ogni volta, appena desse ragione al Padre, la serva padrona gli saltava quasi al viso; e dove all'incontro, ch'era di rado, si fosse posto dalla parte di questa, l'ex-frate lo mangiava cogli occhi, strozzandogli in gola gli scarsi bocconi.

Bevuto il caffè, fatto un po' di chilo e un sonnellino, il Padre usciva. E di solito non tornava più a casa fino ad una cert'ora, senza che si riuscisse a sapere nè dove, nè che mai avesse a fare. L'abate intanto saliva al suo stanzino, a' fedeli volumi latini, alle solitarie meditazioni. Verso il tramonto, lo si vedeva attraversare, colle braccia raccolte al petto e gli occhi a terra, l'erboso cortile della canonica; entrar nella chiesa per la porta della sagrestia; e colà, nell'ombra del coro presso l'altare deserto, leggere e pregare fino a quando, data la benedizione della sera, la chiesa rimanesse deserta dagli ultimi fedeli. L'anima di Celso in quelle ore poteva sollevarsi al cielo; pregava per i suoi; domandava al Signore la grazia di camminare per la diritta via, e gli offeriva l'olocausto della sua giovinezza e l'incenso della sua fede.

Anche in questa rigida e monotona vita, Celso sperava e amava; ma nel tempo stesso provava una stanchezza, una malinconia che non di rado mutavansi in dubitanza e terrore. Era l'alito di quell'uomo che aveva cominciato a penetrare il suo spirito; era quell'alito che lo anneghittiva, senza quasi ch'egli lo sapesse. La vera e santa parola della religione non inaridisce i cuori; ma li tempra soavemente al bene; non è parola d'ira e di vendetta, ma di perdono e d'amore.

Celso aveva sortita un'anima sensitiva in un corpo gracile e delicato; e però quella cieca e paurosa dottrina, che insensibilmente gli veniva stillata in cuore dall'ex-frate, gli avvelenava quasi ogni fidanza del bene, e lo prostrava in lunghe e dolorose incertezze. Pensando al passato, la sua mente tornava limpida e sicura; egli sentiva più forte il bisogno d'amare coloro che vivevano e pativano con lui; venerava la memoria di sua madre, non aveva altro desiderio che di vedere i suoi cari, di vivere con loro.

Ma poi, appena udisse la voce del superiore, chinava il capo, adempiva il più piccolo suo cenno; e quasi sempre si pentiva de' pensieri che aveva avuto. Se usciva di casa, camminava timido, rasente la muraglia, raccolto nella breve sua cappa, il viso affilato, pallido sì ma dolce, le labbra smorte e sottili, la testa inchina: avresti detto che volesse fuggir frammezzo alla gente; e sovente faceva sorridere il passeggiero. Ma più d'uno guardandolo, con un segreto senso di compassione, usciva a dire:--Quel povero abatino non vuole arrivar a tempo a dir messa!

Così, per mancanza d'alimento, la sua oscura vita pareva consumarsi nel silenzio, come la lampana dimenticata nell'angolo d'una chiesa deserta.

Il vecchio orologio a pendolo, che spiccava sulla tavola del camminetto, nel salottino dell'ex frate, aveva già battute le sei del dopo pranzo; e contro l'usato il Padre tardava a rientrare in casa. La Dorotea, nella cucina a terreno, seduta presso la finestra, e inforcati gli occhiali sul naso, stava sgusciando semi di popone in un piattello; pareva che intanto biascicasse giaculatorie, ma in vero brontolava per la tardanza del padrone. E l'abate Celso s'era fermato nel salottino, aspettandolo, come credeva dover suo.

Seduto in un angolo, egli teneva fra mano un libretto, col quale aveva fatto da poco tempo conoscenza, e per caso, avendolo ritrovato mentre frugava nella libreria del Padre. Quella lettura, da principio, l'aveva turbato e commosso non poco nelle sue umili convinzioni, mettendo dentro di lui per la prima volta alle prese la ragione e il sentimento: e gli s'era accesa in cuore una fiamma, che facilmente poteva in breve distruggere la semenza sparsa per quasi due anni dalla rigida e gretta parola del Padre. Leggeva, e cadevagli intanto qualche lagrima; una vasta e sconosciuta regione parevagli che s'aprisse dinanzi al suo intelletto. Quel libro era un'antica edizione de' _Pensieri del Pascal_.

La vecchia Dorotea, la quale, fin dal principio, quando s'accorse che l'abatino non volle prendere da lei l'imbeccata, come le sarebbe tornato acconcio, non parlavagli mai, se non per mortificarlo o dirgli villania, quel dì, punta dalla voglia di saper come e perchè mai il padrone non fosse tornato ancora, entrò nella saletta, col pretesto di metter ordine a qualche cosa; e cominciò a stuzzicar con mezze parole il giovine Celso, il quale, sprofondato nella sua lettura, non le badava punto nè poco.

La saletta era quadrata e bassa, ma dipinta a scompartimenti con ghirlandette intrecciate di grappoli, sparse d'uccelletti e di conchiglie; alcuni quadroni vecchi e foschi, in nere tarlate cornici, la ornavano, dopo aver marcito per due secoli nel refettorio di qualche convento. Alle due finestre pendevano tende di percallo, di bianche fatte giallognole, che già ragnavano; sul pavimento un tappeto altra volta verde; in faccia al cammino un elegante canapè di mogano, coperto d'un bel trapunto a vivi colori, mobile degno del gabinetto d'una damina. Sulla sponda del camminetto, a lato della specchiera, pendevano quadretti di santini e madonne, ricamate sulla seta da nobili e divote mani; poi un mucchietto di libercoli ascetici, di manuali, il rituale e il breviario. V'eran pure qua e là su' tavolini, e per le scansie cento cosette d'arte, che mostravano la pretensione dell'ex-frate ad esser tenuto un buongustajo, statuìne di cera e di porcellana, vasi o canestri d'alabastro con frutti e fiori, galanterie d'oro falso; ricordi e doni votivi d'illustri coscienze.

Sorgeva sullo scrittojo una formidabile falange di latini in-folio, legati in pergamena, che quantunque non tocchi da anni, dovevan dare a' visitatori sommo concetto della sapienza teologica del Padre. Sotto un gran Crocifisso sculto in legno di bosso, che pendeva dalla parete tra la finestra e il camminetto, vedevasi l'inginocchiatojo; e presso a quello un comodo seggiolone coperto di rascia rossa: era là che alcuni peccatori titolati, ammessi all'intimità del Padre, venivano a prostrarsi in certi giorni a' piedi suoi.

Dall'altra lato sorgeva la libreria riservata, chiusa da ondate vetriere allo sguardo de' profani; e là dentro, in un cantuccio particolare e segreto a tutti, andava a seppellirsi il carteggio epistolare del Padre, e tutto ciò che potesse in qualche modo metterlo sott'occhio a persone delle quali a lui non tornava acconcio destar la vigilanza. Un altro scaffale rozzo e aperto, ingombro da cima a fondo di vecchi volumi teologici, ascetici, stava nella piccola anticamera: ed era quella la biblioteca a cui il Padre consentiva che ricorresse il giovine abate, nel primo entusiasmo dello studiare che in que' giorni lo rapiva da ogni altro pensiero della vita.

Intanto, la Dorotea masticava il suo mal umore, veggendo che don Celso non s'era pure accorto della venuta di lei: quando, a un tratto, nell'altra stanza s'udì un suono di campanello, prima leggiero, poi ripetuto, alla porticina dell'appartamento. S'accorse di subito la vecchia che non era il solito tocco del suo padrone; pur non riusciva a indovinare chi potesse mai venire a quell'ora. E si volse, per correre a vedere. Ma il passo della Dorotea non era così pronto come l'impazienza di quella persona: onde, innanzi ch'ella avesse attraversata l'anticamera e schiusa la gratellina della porta a spiar chi fosse, s'udì scampanellare un'altra volta.

--Che tu sia mal.... Misericordia! mi fa dire una bestemmia.--E intanto, tirando la stanghetta del chiavistello, schiuse a spiraglio la porta, e intravvide una giovinetta, che in modesto atto, anzi timoroso, chinata la faccia, stava esitante, senza farsi innanzi e senza parlare.

--Chi siete? cosa volete, a quest'ora?...

--Ah se sapesse!... scusi, sappia....

--Che scuse? chi siete?... ripete più risentita la vecchia, mettendo un pugno sull'anca.

--Forse non mi conosce più; sono la sorella dell'abate Celso.... ho bisogno, sul momento, di dirgli una parola.

--Sorella?... sul momento?... Che sorella?

--Si tratta d'una gran cosa.... Per amor del cielo! mi lasci venire innanzi.

--Mo, siete bella! sono obbligata a conoscervi io? a quest'ora non si va per le case....

--Oh! non mi faccia piangere.... è per la povera mamma, è per il nostro Damiano!...

--Andate via, vi dico; il Padre non c'è; e queste son ore illecite.... e non si parla con nessuno.

Se non che il giovine abate, per codesto diverbio distolto un istante dal meditare sul severo volume, alzando il capo, riconobbe la voce di sua sorella: e correva verso di lei nell'altra stanza:--Mia buona Stella, sei tu? perchè vieni qui, tu, così sola?...

Ma non ebbe finito di dire, che mentre la fanciulla affannosa s'avanzava verso di lui, nel vano della porta rimasta aperta, videsi comparire, all'incerto lume del crepuscolo che rifletteva sul pianerottolo, la negra e inquisitoria figura del padre Apollinare.

Capitolo Quarto

All'improvviso comparir del padre Apollinare, gelarono le parole sul labbro della tremante giovinetta, si snebbiò subitamente il volto della vecchia, e l'abate Celso, fulminato da quel noto sguardo austero, indietreggiò d'un passo; ma, nella confusione del momento, non si scordò d'intascar prestamente il tomo del _Pascal_, che teneva ancora fra mano.

Il Padre, che per fermo aveva riconosciuta la giovine e indovinato fors'anche, press'a poco, a che ne venisse, si avanzò lento e contegnoso; e facendo capir con un cenno all'abate Celso che lo aspettava nel salotto, ve lo precedette. La vecchia, tra sospettosa e impaziente, gli si tenne alle calcagna, per veder di cavare dalle sue prime parole qualcosa dell'avvenuto, o, se non per altro, per metter male.

Intanto Stella, come rianimata dall'angoscia medesima che le stringeva il cuore, corse pronta a Celso, e giungendo le mani:--Ah tu non sai, proruppe sommessamente, tu non sai perchè vengo qui.... Il nostro Damiano....

--Damiano?... ma cosa è successo?--E Celso impallidì.

--Oh Signore! non ho il cuor di dirtelo.... ma, è vero! Ieri.... sulla bass'ora.... L'han preso, l'hanno condotto in prigione.

--Povera mamma! poveri noi!--esclamò il giovine abate; e subito, abbassando la voce:--Ma come?... ma perchè mai?

--Dio lo sa!

--Ma cos'ha fatto?...

--Per me, son certa che Damiano non ha fatto nulla di male.

Appena si dissero queste rapide, dolorose parole, la porta del salottino venne aperta dalla Dorotea, e fu udita la voce del Padre:--Don Celso, venite pure... E passi anche lei, quella giovine.

Senza più far motto, il fratello e la sorella, benchè tutti e due col cuore spezzato, si fecero innanzi. L'abate si accostò allo scrittojo, dietro al quale stava il Padre nell'imbottito seggiolone, colle braccia incrocicchiate, coll'occhio scrutatore, colla fronte impensierita. Ma la fanciulla, appena fu nella stanza, si fermò tutta peritosa tra la porta e la finestra: non osava sollevar gli occhi, e non sapeva perchè il cuor suo tremasse più di prima.

--Che cosa dunque siete venuta a fare in casa mia?... disse, rivolto alla giovine, con voce tutt'altro che confortatrice, il Padre.

La Stella non rispose, non ardì nemmanco levar la fronte da terra.

--Una disgrazia ben grande... cominciò a dire Celso, accorgendosi della timidezza e della confusione di lei.

--Mettete ch'io sappia già tutto: con più rigido accento s'indirizzò il Padre al suo giovine accolito: mettete ch'io sappia che Damiano, quel vostro fratello, il qual segue da un pezzo la mala via, cominci a ricogliere ciò ch'ha seminato.

--Ah no! no, non creda.... uscì con impeto allora la povera Stella, che troppo amava il suo Damiano per sentirlo malmenare così, nell'ora della disgrazia, e tacere.

--Come, Padre? lei dunque sa?... la interruppe Celso, affinchè non venisse a cadere anche sopra di lei il rimprovero del suo superiore.

--So quel che è: ripigliò l'ex frate, collo stesso rigido e monotono attento.

--Ma è una cattiveria, sa, è un'ingiustizia che gli han fatto.... disse la Stella, sfidando con innocente franchezza quell'impassibile sguardo. E poi:--Anche lei lo sa? e non son passate le ventiquattr'ore?...

--So tutto, ripeto. Gli è poco che vostra madre ha parlato col reverendo parroco di san Calimero; non è così?... D'altra parte, le son cose che, pur troppo, si ponno predire buona pezza prima che succedano.

--Oh! se lei conosce questa cosa trista, si fece coraggio a replicare l'abate, per carità, Padre, ci dica tutto quello che sa, ci tolga da quest'angustia, ci assicuri lei che nostro fratello è innocente.

--Non vi accorate così: con flemma riprese il Padre: son cose, è vero, che riguardano un poco le vostre attinenze col secolo....

--Ma è nostro fratello!... non potè star di ripetere la giovinetta.

--Un po' di rispetto, quella giovine; lasciatemi dire, e pensate ch'io vi posso far del bene. In quanto a voi, don Celso, lo sapete, quantunque a me non tocchi di farvene ricordare, quello che per voi ho già fatto. Alla morte di vostro padre, che, per verità, nel tristo tempo suo, poco e male ebbe a pensare a' figliuoli, io vi ho ricevuto in casa mia, per esaudir quel buon desiderio, a cui l'indole vostra e la divozione di vostra madre v'indirizzavano; vi ho fatto studiare, vi ho scampato dall'influsso de' pseudo-filosofi del tempo nostro; e come il vostro cuore è docile, ho potuto concepir di voi le migliori speranze.

--Ma io tremo adesso.... ma io penso...

--Pace, il mio giovine, pace, indifferenza, e sommissione: son queste le virtù necessarie, per ottenere la grazia d'un distacco totale dagli affetti e dalle cose di quaggiù.

--E la mia povera famiglia ch'è oppressa? e una madre....

--Vi ho detto: pace! e voi vi agitate e tremate, come l'uomo ch'è schiavo della passione e della colpa. Raccoglietevi un poco, ricomponete il cuore, e ragioniam delle cose pacatamente.

--È impossibile! io voglio vedere mia madre; in un momento come questo, essa ha bisogno di me; chi vuole che le parli, che le dica una parola di consolazione?... E poi... Damiano! chi lo ajuterà, chi farà un passo per lui?.....

Mentre così parlava con tutto il calor dell'anima affettuosa, Celso fece come per tirarsi più vicino alla sorella; e questa, a cui le gelide parole udite crescevano l'angoscia e lo sgomento, mosse vivacemente verso di lui.

--Sì, diss'ella: noi vogliamo andare dalla nostra mamma!

--Noi vogliamo!--E il Padre crollò un poco il capo, poi sorrise tra amaro e scherzoso; e continuò col medesimo tuono inesorabile:--Lasciate pensare a cui tocca; noi rimedieremo, per quanto si possa, al mal fatto, purchè la vostra volontà si pieghi e si rassegni ai rimedii necessarii. È bene che, per ora, voi, don Celso, rinunziate a veder vostra madre; è già notte, nè io potrei permettervi d'uscire; non sarebbe dicevole e onesto che, ad ore così tarde, vi faceste veder per la via insieme ad una giovine, ben che sia vostra sorella.

L'abate, avvezzo già da lungo tempo a una cieca e timorosa obbedienza, non sapeva più che ripetere; l'affettuosa e buona sua volontà finiva a ceder sempre all'inflessibile autorità del Padre, dalla quale non egli s'era arrischiato discostarsi mai. E per lo passato molte volte aveva provata nel cuore non so quale dolcezza nell'umile sagrificio di sè; ma in quella sera che l'affetto parlava più forte, più vivo, non sapeva rassegnarsi.

E cercava qualch'altra ragione da metter fuori; quando la Dorotea, la quale s'era tenuta in disparte durante quel colloquio, e pareva trionfar in sè stessa della piega che prendeva la cosa, non per altro che per segreta stizza e mal talento verso il timido abate, si fe' a un tratto in mezzo al fratello e alla sorella, e con un cotal suo fare d'ipocrita compunzione:

--Domando scusa, se dico anch'io una parola. Non può stare, certissimamente, come osserva sua signoria, che si passi sopra all'onestà e al decoro: ma intanto, appunto per la ragione che l'ora è indebita, questa giovine dovrebbe già trovarsi in casa sua; se le preme d'esser tenuta una figliuola onesta.

--Anche questo è ben vero; riprese l'ex-frate: cosicchè, don Celso, abbiate pazienza; bisogna che vostra sorella torni, senza perdere altro tempo, a casa.... Anzi, pensandoci su, troverei bene che la non avesse ad andar sola, e che la signora Dorotea volesse accompagnarla.

--Io? ma, come? e lei crede?....

--Ci avreste difficoltà? una donna come voi?

--Una donna come me? Cosa mai s'imagina vostra signoria?.... E come potrei tornarmene indietro così sola, attraversar di notte la città, nell'ora di tutti i pericoli, mettere in compromesso il mio carattere, il mio pudore?.... Dico la verità, che vostra signoria, in questi trent'anni, non mi ha mai comandato cosa simile.

Ma l'abate sentivasi tutt'altra voglia che di ridere; onde quel subitaneo inferocir della vecchia gli fece quasi più male, che non gli avessero fatto fin allora le gelide osservazioni del suo superiore. Se non che la Stella, raccogliendo il suo coraggio innocente e sicuro, tolse via ogni dubbio, e si fe' a dire:--È vero; ormai è notte, e la mamma mi aspetterà; domando perdono, se son venuta qui a disturbare. Celso, preghiamo il Signore, per Damiano e per noi... Quello ch'è lassù, non abbandona!

E senza attendere di più, uscì del salotto, e diede le spalle a quella casa, donde quasi la discacciava con indifferente apatia un uomo che invece avrebbe dovuto, per il sacro carattere che portava, compatire e consolare.

Il padre Apollinare, e l'abate rimasero soli. La Dorotea ch'era ita a chiuder la porta dietro la fanciulla, si sentì paga abbastanza che la cosa fosse riuscita al suo verso; accese la lucernetta di studio del suo padrone, e posta che l'ebbe sullo scrittojo, senza far altre parole, calò per l'interna scaletta nella cucina, e si rimise tranquilla al suo passatempo di sgusciar semi di popone.

L'ex frate non parlava, e Celso, turbato da mille diversi pensieri, avrebbe pur voluto domandargli qualche cosa di più chiaro e di più certo sul caso di Damiano; ma non osava.

Forse il Padre indovinò quella segreta angoscia, ma non mostrò d'accorgersene. Trasse fuori non so che lettere, le trascorse, le rilesse; si pose a scrivere lentamente; spolverò, ripiegò, suggellò il foglio, poi l'allogò a parte in uno stipo dello scrittojo.

Passò quasi mezz'ora; e l'animo di Celso, quantunque oppresso e travagliato, non aveva saputo formar un pensiero di collera o di amarezza contro colui ch'egli riguardava ancora come il suo benefattore. Alla fine, il Padre levò la testa, e come s'avvedesse in quel momento della presenza dell'abate:--Come? siete ancor qui? avete forse qualche cosa a dirmi?

--Potrei adesso, rispose con esitanza, andarmene coll'angustia che ho nel cuore? Ho veduto piangere mia sorella, non posso correre presso mia madre; e quanto al povero Damiano....

--Dite, dite pure.

--Quanto a lui, non so nulla ancora della verità; faccia il Signore che non sia!

--Non vi ho dunque detto abbastanza? ripigliò il Padre, corrugando la fronte, e col tuono severo di prima. Or bene, datemi ascolto. Non per nulla, io cercava fin qui di staccarvi dalla perniciosa influenza, non dirò della famiglia, ma del fratel vostro. Io sapeva come costui avesse cominciato male; e di fatto, non tardò a pregiudicar sè stesso in faccia alle persone oneste, a svegliar l'attenzione dell'autorità: sebben non avesse dato ancora serio motivo di censura, lo notavano come una testa calda, turbolenta.... Da ultimo, nella fabbrica ov'è impiegato, cominciò a mettersi in lega cogli artigiani più giovani e più disperati, a farsi loro caporione, e a menar baldoria nelle taverne de' sobborghi. Questi suoi capricci d'indipendenza, questa audacia erano tristi principj; e tristo, come doveva essere, ne fu l'effetto. Per dir tutto in una volta, jersera, ritrovandosi nella compagnia di molti altri scioperati in uno di que' luoghi aperti al bagordo e al cattivo costume, egli ne venne a rissa con alcuni malandati del suo stampo, passò a vie di fatto.... e colto in flagranti, fu catturato.

Come si rimanesse Celso, mentre gli ferivano il cuore, l'una dopo l'altra, queste implacabili parole, lo si può appena pensare. Le sue memorie, il suo affetto, ripugnavano a crederle vere; pur non sapeva imaginare nè come nè perchè mai il Padre avesse a nutrir quel rancore contro il suo sventurato fratello.

--Ecco il frutto della insubordinazione e della indipendenza, di questa matta morale del secolo!...

Cosiffatta breve, irosa conchiusione, pronunziata dopo una pausa, con non so qual feroce cupezza, dal padre Apollinare, strinse troppo forte il cuore del suo alunno, che più non seppe nè parlar nè pregare. Anzi, non potendo quasi reggersi in piede, s'abbandonò sulla prima seggiola che gli venne trovata; e se il mesto lume della lucernetta fosse giunto fino all'angolo ov'egli era, il Padre avrebbe veduto qualche lagrima rigargli la faccia.