Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 17
Ormai Damiano vedevasi più contento della propria condizione. La povertà, che prima aveva tenuto lui e la famiglia nelle sue strette, più non gli fece spavento, dacchè vide che col volere e colla rassegnazione un uomo può bastare a sè stesso ed a' suoi quando che sia. Gli artigiani, de' quali era il capo, gli volevano bene, perchè si mostrava amorevole e buono con loro, e studiava di tenerli in onore; sua madre e sua sorella, che per lui avevano cominciato a contar giorni migliori, non ristavano dal benedirlo, e vivevan contente della sua contentezza, vedendolo ogni dì, quanto prima era malinconico e sdegnoso, altrettanto sereno e in pace.
La bottega del maestro intagliatore era situata in una delle più larghe e frequenti corsìe, grandiosa, ben ordinata, fornita di macchine e modelli d'ogni maniera, sì che poche di simili, o nessuna, tu n'avresti trovato in Milano. Vi si contavano da trenta e più operaj, distribuiti a' diversi lavori d'intaglio, secondo che volevano esser fatti da mani più o meno adatte ed esperte; ma posti tutti quanti sotto la vigilanza di Damiano, il quale avea l'incumbenza di capo-disegnatore. E quegli operai, giovani la maggior parte, gli obbedivano tutti di buon grado, comechè egli se li tenesse quali amici e compagni, non esigendo da loro che puntualità, attività e concordia.
Eran sei mesi che il giovine si trovava così allogato nella sua novella condizione; e poteva dirsi veramente che l'officina avesse mutato faccia del tutto; poichè l'artefice, al cui luogo era entrato Damiano, non sapeva, un po' pel rozzo costume e un po' per ignoranza dell'arte, tenere imbrigliata quella mano d'uomini d'ogni stampo, che si ridevano di lui e s'eran fatti pressochè tutti rissosi e beoni. Ma quando Damiano venne e li conobbe, volle che, prima d'ogni cosa, fosse data licenza ai cattivi; e rinnovata così la piccola schiera degli operai, tutto camminò in breve a dovere.
I lavoratori erano separati in tre vasti locali a terreno, ben rischiarati da alte e frequenti finestre; le tavole de' modellatori, degl'intagliatori e dei semplici falegnami si succedevano in lungo ordine; cosicchè ciascuno a parte accudiva al proprio lavorìo, e pur tutti in una stavano sotto l'occhio del padrone, a cui bastava di venire a quando a quando sul principale ingresso dell'officina, e di volgere uno sguardo all'ingiro, per accertarsi in un momento come la faccenda non potesse camminare in modo più ordinato e pronto. A capo dell'officina, sopra un rialto ricinto da un cancello di legno, era il piccolo studio di Damiano; il quale, stando colà a disegnare, a rivedere o correggere i disegni preparati da' modellatori, teneva sempre l'attenzione su tutto l'andamento della manifattura, e bastava colla sua presenza a metter freno a que' tumulti e guaj che qualche volta, sebben di rado, venivano a nascere.
Così, al paragone di quella ch'era stata prima, la fabbrica del signor Natale era diventata un modello d'ordine, e di puntualità, cotanto può sopra le inquiete e resistenti volontà di molti la mitezza e il buon senno d'un solo, allorchè con sincerità e benevolenza non calpesti ma consigli, non rampogni ma persuada coloro a cui tocca obbedire.
I giorni operosi e alternati dalle cure diverse del novello stato fuggivano lieti e uguali al buon Damiano. Ogni mattino, trovandosi al suo scrittojo, in mezzo alle sue cartelle di disegni, a' pochi libri dell'arte sua e alle svariate e fantastiche creazioni della matita e del pennello, circondato da brava gente, fra cui non era un solo che non sarebbe, come si dice, ito nel fuoco per lui, sentiva vieppiù cara quella contentezza che viene dal dovere adempito e dalla virtù confidente nella riuscita; e ringraziava la Provvidenza che gli avesse fatto in tempo rinunziare a più alte, ma più dolorose speranze. Quando poi, la sera, ritornato a casa, trovava la vecchia mamma intenta ad apparecchiar quel desinare che la fortuna rabbonita le concedeva di non rifiutarsi, quando udiva la sorella canticchiare in armonia col canarino che rispondevale dalla gabbia sul davanzale, o la vedeva inchina al telajo trapuntar frettolosa, per non perdere gli ultimi raggi del sole morente dietro le aeree guglie del Duomo; allora, superbo quasi di pensare che quella modesta pace era opera sua, egli provava una gioja non mai gustata, non pur creduta in addietro, e gli spuntava negli occhi qualche lagrima di tenerezza. Anche la Teresa, da parecchi mesi rinfrancata di salute, più non aveva indosso quell'umor tetro e increscioso che già l'intristiva: e se ora, per gli anni cresciuti e per la vista che andava scemando, non reggeva più ad agucchiar tutto il dì com'era usata, godeva almeno di star sempre in faccende, qua e là per la casa, e di pensare a cento cose: dappoichè quel ch'era guadagno de' figliuoli era pur suo bene; nè più si vedeva stretta a darsi passione, ad anfanare in tutto per non morir di fame.
Allorchè poi all'onesto giovine riusciva con qualche risparmio, o regaluccio del principale, di poter comperare un vestitino di percallo od un cappellino di paglia per la sua Stella, ovvero uno scialle di lana color marrone, od una scatola da tabacco per la mamma, era in casa una festa, un'allegria per tutta settimana. Quelle anime eccellenti avevano perduto quasi la memoria delle disgrazie passate; e senza spavento di que' giorni in cui avevano dovuto lottar contro la povertà e l'infamia, e che potevan tornare, confidavano nel Signore e lo ringraziavano di non averli dimenticati. Il segreto poi della Teresa era il pensare al tempo non lontano in cui Celso, detta la prima messa, avrebbe ottenuta qualche piccola parrocchia in campagna e un loghicciuolo; e là avrebbe con sè raccolta tutta la famiglia.
Capitolo Secondo
Ma in mezzo a giorni così utili, così buoni, così lieti, la nostra famigliuola era stata un poco conturbata da due avvenimenti, i quali parevan di poco conto, nulla avendo di straordinario, e che invece furono gli anelli a cui doveva riannodarsi la catena delle disgrazie che l'aspettavano ancora.
Un giorno, Damiano passava dalla fabbrica allo studio terreno del signor Natale, situato all'opposta parte del cortile, recando seco il libro giornale delle fatture, com'era la pratica, affinchè il principale lo rivedesse, innanzi di pagar le mercedi agli artigiani. Appena messa la mano sulla maniglia della porta, gli vennero all'orecchio due voci alterate e violente: una era quella del signor Natale; l'altra voce, aspra, imperiosa non parvegli nuova; ma non sapeva ricordarsi dove l'avesse udita la prima volta. Egli stava per ritrarsi, allorchè il principale, accortosi d'alcuno che veniva:--Signor Damiano, gli disse, siete voi? fatevi pure innanzi, ho a parlarvi.
Il giovine entrò; e alzando gli occhi sulla persona che stava rimpetto al suo principale con albagìa e disprezzo, si sentì rimescolar tutto il sangue, e un rossore improvviso corrergli al volto, e una nebbia coprirgli la vista. Si fermò, fece forza a sè medesimo per contenersi e tacere: aveva già compreso che quel signore stava dibattendo col padrone, per ritardargli forse d'un altr'anno il pagamento di costose commissioni d'arredi e forniture, per le quali da gran tempo era suo debitore. Ma quando lo sguardo di questo signore s'incontrò nello sguardo di Damiano, la parola gli fu tronca sul labbro; la lunga polizza che teneva in mano spiegata gli sfuggì dalle dita, e involontariamente abbassando gli occhi dinanzi al lampo d'ira che fiammeggiò in quelli di Damiano, divenne bianco come un panno lavato. Le parole altere che stava per dire al negoziante finirono smozzicate in un garbuglio di frasi che non volevano significar nulla.
--Che c'è di nuovo, signor mio? disse il negoziante, strabiliando, nè sapendo come spiegare quell'improvviso mutamento di tuono, quella sprezzante signoril pretensione caduta di botto al sorgiungere di un testimonio.
--Nulla, nulla, nulla: balbettò quel signore: non fo per dire.... stava pensando.... credeva.... anzi non dubitate.... pagherò subito.... venite voi stesso, ma voi, sapete, entro domani.... anche quest'oggi, se volete, a casa mia.... e vi saranno puntualmente sborsate le milleduecento lire....
--Quando parla così, ha ragione, signore! riprese il negoziante: mi scusi, veda, mi scusi un po', se ho dimenticati i riguardi; vede bene, noi contiamo sui crediti grossi; sono i nostri capitali. Ma le ripeto, mi perdoni; e se mai non le tornasse comodo così subito, aspetterò qualche giorno ancora.
--No, no, venite pure domani.... vi aspetto e vi saluto.--E come si trovasse in aria non respirabile, ansante, trasudato, si tirò indietro fino alla porta, che pareva quasi gli mancasser sotto le gambe. Damiano crollò il capo in atto di compassione; tutto lo sdegno, che alla prima gli avea gonfiato il cuore, svanì; e pensando all'anima vilissima di colui che fuggiva spaurato da una sola sua occhiata, volle risparmiargli maggior vergogna, e non rispose al suo principale che, non sapendo capir nulla, gli domandò se conoscesse quel signore.
Era colui il cavalier Lodovico, quel giovinastro che un anno prima aveva creduto di poter facilmente tirare a male la sorella di Damiano. Egli era divenuto marito scioperato ed elegante; nella sua casa, addobbata come impone la barocca arte rediviva del seicento, passava per un de' tipi dell'uomo di moda. Dopo il suo matrimonio e i viaggi e la cresciuta boria e l'eredità del titolo e del censo paterno, il cavalier Lodovico non aveva più riveduto il giovine che un giorno, in casa sua, non temè di gittargli una sfida e di chiamarlo assassino. Forse più non pensava a quella insipida avventura. Ma il trovarsi, allorchè meno s'attendeva, al cospetto d'un uomo ch'egli doveva odiare più di qualunque altro, comechè il suo cuor di coniglio gli togliesse di guardarlo in faccia due volte; il pensar che colui poteva, quando che fosse, rovesciarlo dal piedestallo su cui con tanta pena erasi arrampicato, bastò a fargli quella mattina lo strano effetto che vedemmo.
Al punto d'uscire, il cavaliere per mala sorte inciampò, e barcollando volse indietro uno sguardo, quasi per cercar chi l'ajutasse a tenersi in piè: il signor Natale, buon uomo, s'alzò e a lui corse, temendo non cadesse per male improvviso; se non che Damiano, il qual sapeva il vero male di lui, stese il braccio e trattenne il negoziante, lanciando in quella al signor cavaliere una fredda occhiata. E con un sogghigno di più fredda ironia: --Lasci pure, disse, signor Natale, non s'incomodi; il signor cavaliere ha messo un piede in fallo!
Egli se n'andò; ma nel suo petto bolliva l'odio, e come tutti i vili, da quel dì cominciò a pensare di tirar sicura e nascosta vendetta di quella umiliazione.
Damiano ebbe il cuore di non ispiegare qual fosse il segreto di siffatto incontro al principale, che, sospettando qualche cosa, ripeteva le inchieste; nè la sera, quando tornò a casa, ne fiatò co' suoi, quantunque la sola vista di quell'uomo avesse rinfrescata nel fondo del suo animo la vecchia ruggine e il primo dolore di un insulto non rincacciato in gola a chi lo fece. Egli, in faccia a quell'uomo sentì per un minuto la gioja d'averlo quasi fatto sprofondar nella vergogna con un'occhiata, con un sogghigno; ma, passata codesta fiera voluttà d'un istante, la memoria del passato prese a tormentarlo, e ne fu per più giorni travagliato.
Non era corsa più d'una settimana da quell'incontro di mal augurio, quando un dì, poco prima dell'imbrunire, partendosi dal negozio innanzi la solita ora, e sboccando nella piazza Fontana all'angolo della casa, ove continuava a dimorar la famiglia, gli parve vedere svoltar nel portone un'altra persona, colla quale da lungo tempo non s'era incontrato. Era colui ch'egli riguardava a ragione come l'autore di tutto il male ch'era toccato a' suoi, l'unica persona forse, per la quale egli si fosse sentito capace d'odio; in una parola, il signor Omobono.
Al solo vederlo, una folla di pensieri gli occupò la mente; il cuore gli battè più rapido: e raddoppiò il passo dietro a lui. Aveva subito indovinato che quell'uom tristo, cogliendo la congiuntura della sua assenza, non aveva temuto di ritornare in casa sua; pieno di sospetto che non fosse la prima volta, e che sua madre, debole troppo, potesse dar fede ancora alle di lui infamie, cieco dalla rabbia che lo faceva gelare e sudare a un tempo, gli corse incontro difilato, e lo raggiunse ch'era già a capo della seconda scala.
Allora gli si piantò dinanzi; e levando il capo arditamente, gli attraversò il cammino, e:--Cosa viene a far qui, lei? gli disse.
--Vengo pe' fatti miei: rispose colui duramente: vada per i suoi.
--Non mi conosce più, signore?
--Non so chi sia. Mi lasci andare, dico.
--Non sa chi sono?
--So che lei è un temerario.
--Io son quello che v'ha detto, a voi, di non metter piede mai più in questa casa, se vi premeva il vostro fiato. Vi ricordate?
--Voi siete un matto. Lasciatemi andare o chiamo gente.
--Non chiamerete nessuno; ma darete ascolto a quel che ho a dirvi.
E fattosegli più accosto, gli serrò il braccio con forza convulsiva; sicchè l'altro, temendo un eccesso, si rivolse pieno di spavento per veder se alcuno venisse.
Ma Damiano il tenne forte, e squadrandolo da capo a piè, e crollando il capo, con voce sorda ma pur minacciosa, seguitò:--Noi siamo poveri, ma non abbiam bisogno di voi, nè di chi vi manda. Noi abbiamo la nostra onestà, voi mangiate il pane dell'infamia, e siete peggior del ladro, peggiore fors'anche della spia....
--Guarda che cosa dici! gurgugliò l'altro.
--Il tuo mestiere, io so qual è, o demonio! Ma bada, e tien bene a mente: io ti tengo d'occhio; e lo giuro, per Dio che ci vede, non verrai a capo del tuo mal disegno! Se poi ritorni sulle mie scale, le potresti misurar tutte d'un salto, te lo prometto io....
--Lasciatemi stare!
--Va pure.... ma no, aspetta.--E qui gli diè un altro squasso; onde colui di pallido si fe' livido, e sentì cadersi il cuore nelle calcagna.-- Dirai a chi li manda o ti paga, che saprò, se capita, farlo stare a segno anche lui, come adesso te: che se lui annega nell'oro e può comperar la giustizia, io mi farò giustizia da me.... Ora va, cane senza denti, birbone dannato!
Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita della destra, e aggiunse:--Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho detto, e stieno fra me e te!--L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del dialogo.
Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane del pagliajo colla coda fra le gambe.
L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono, bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il nome dì suo padre, e finì dicendo:--Dio non abbandona il povero, quando esso non si vergogna della sua povertà!
Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.
Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani, quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia. Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico; disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata, ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro della fabbrica.
Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto, in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.
Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a quando a quando l'un contro l'altro i pugni.
--Dunque m'avete ben capito, signor Martini.... diceva l'Omobono.
--Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a ogni minuto?
--Via! non andate in bestia.
--C'è bisogno di fare il nome alla gente?
--Lo so che non c'è bisogno, e vi domando scusa; ma già, tant'e tanto, non c'è chi vi possa conoscere; foste una volta il Martini, poi fra Martino, ora siete il signor Martigny: chi vi può stanar di sotto a quel vostro bigio pelo, fuor che il diavolo, vostro compare?
Colui fece un ghigno strano di compiacenza, da disgradarne quel suo compare; e brandendo a mezzo con rapido gesto la grossa canna d'India armata d'un pome di piombo, se la rigirava di sopra il capo, facendo mulinello con certa sua braveria, che scompigliò un poco e fe' bestemmiar fra i denti gli astanti e la bottegaia dal suo banco.
--Badate dunque, ripigliò l'Omobono, di far sì che nessuno sia posto in compromesso. L'amico, lo conoscete, è un magricciuolo, uno scempio, che con un buffetto gli fate baciar la terra.
--Tutto va bene; ma, il sapete, che io non m'immischio in nulla, disse il compagno facendo tonda e grossa la voce, se non ci va dell'onore....
--È un affar d'onore, ve lo dico io.... un grosso affare....
--So press'a poco--e tornava a parlar sommesso--di che si tratta; e non la guardo per il sottile. Quanto all'amico, lo conosco un po' anche lui.... è uno sbarbatello, ma sa il fatto suo; e l'ho veduto io in certa occasione mostrar, come si dice, il viso a chi si sia....
--Sarà! ma tanto più merita una lezione; è un della canaglia....
--Canaglia? piano; un par mio non l'appicca colla canaglia.... E poi, vi dico io che colui non ha cuor di piccione, e morde chi l'addenta.
--Il mio committente, quel signore che sapete.... perchè, torno a dirvelo, io non c'entro per niente in questa storia.... se lo conosco appena colui! e se anche m'avesse fatto del male non tengo l'osso in gola io.... Ma, con uno, come quel tale di cui vi parlava, la faccenda cammina diversamente.... Egli non se la potrebbe pigliare al tu per tu con simil razza.... e non di manco tiene una vecchia partita da saldare.... a qualunque costo. Ma lui.... capite? quando paga, paga bene.
--Questo è il manco! disse il collega scrollando il capo, ma non senza darsi involontariamente una fregatina di mani. Del rimanente, a voi tocca a far nascere l'occasione; perchè io, in questa sorte di cose, non son uso a metter fuoco ai buschi; e per non espormi a' garbugli del poi, non fo mai il provocatore. Voglio che la faccenda cammini chiara, come l'acqua fresca.
--Ci penso io, vi ripeto, e non abbiate paura di nulla: figuratevi, se una persona come voi, un amico, vorrei tirarlo in ballo, senza esser ben certo che ne venga fuori con onore!... Anche a me, mi preme più che non crediate. Così noi siamo, come suol dirsi, sicuri come due principi; e in certi casi, lo sapete, non si ha mai torto; c'è chi serra un occhio.
--Sta bene. Dunque....
--Dunque, mi rivedrete al più tardi domenica ventura: il luogo vel farò sapere. Ma, silenzio, per carità, signor Mar....
--E siam tornati al sicutera, corpo del diavolo!--E qui battè sul deschetto tale un pugno, che turò la bocca al compagno.
--Sia per non detto; un'altra caraffa.... e amici come prima.
--Eh! che del vostro birrone me ne infischio.... è un acquerello che nemanco vale a rasciacquar le gengìe. Fate portar del buon cognac; quello sì m'acconcia lo stomaco.
--Bottega! cognac, del buono.
--Subito! belò la padrona dal banco; e uno sciancato mariuolo, uscendo da un camerotto interno, mise innanzi ai due galantuomini una boccia impagliata e due nani bicchieri arrovesciati sur un vassojo di peltro; stappò la boccia, volse i bicchieri, e li colmò del liquore.
--Alla salute di quell'amico!
--Come volete; e alla nostra!
Il signor Omobono, che aveva fatto l'invito, cominciò a bere a centellini; l'antico maestro di scherma tracannò il bicchiere d'un fiato, e cogliendo il punto che l'altro mise giù il suo, votò pacatamente anche quello, come fosse un cordiale. Poi tolse fuori dalla tasca del lungo pastrano turchino una pipa corta e la borsa del tabacco, empì il camminello, e accostato il brano di una bisunta dama di cuori al lumicino ch'era in un canto della buja bottega, accese la pipa. Assaporando le prime boccate di fumo, si calcò il cappello sugli occhi, e se n'andò in compagnia del suo degno amico.
Capitolo Terzo
In un'angusta e solitaria cameretta dell'antica canonica di san ***, passava intanto i suoi dì, nel silenzio e nel raccoglimento de' sacri studj, Celso il minor fratello di Damiano, sotto la rigida, mortifera disciplina del padre Apollinare, suo protettore e maestro. Già abbiam veduto come quest'uomo, in una certa sfera dell'alta società, fosse riverito e potente. L'ex-frate, poichè egli era tale, sebben da tutti per segno di rispetto fosse ancora chiamato Padre, era venuto da parecchi anni a Milano; ma nessuno sapeva lo scopo della lunga stanza ch'egli vi aveva tenuto. Non era mai stato per certo un luminare della sua congregazione; ma, con una cotale austerità di frasi, col gelido costume, e con una specie di ascetica indifferenza alle cose del mondo, egli copriva forse alti e misteriosi fini. Da gran tempo cercava un'umile e mansueta creatura, della quale potesse foggiar l'animo a suo talento, e sperava d'averla rinvenuta in Celso.
Il buon chierico, aveva passato non breve stagione nell'assidua ubbidienza ad ogni benchè menomo volere del padre Apollinare, ch'egli chiamava suo benefattore; non movendo passo fuor di casa, non distaccandosi mai dai polverosi in-folio che il superiore gli faceva digerire l'uno appresso l'altro; non osando neppur chiedere di visitare la sua famiglia: e non si faceva lecito tampoco d'andarne a leggere l'ufficio della Madonna nell'attigua chiesa, senza la permissione del Padre.