Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 16
--Oh Signor Iddio! abbiate compassione di lei e di noi!... Damiano proruppe, con tale un accento che fece rabbrividir Celso, la sorella, e toccò anche l'inacerbito cuore della madre.--No, seguitava, non posso tacere; voleva nascondervi la verità, o dirla più tardi che potessi. Ma ora, voi me la strappate. Non voi, non voi partirete di qui, madre mia! Ma io, io, povero pazzo, sarò quello chè v'abbandonerà, e presto: è finita per me.... andrò dove mi manda la sorte.... partirò soldato.
--Santa Provvidenza! esclamò la madre. Non è vero, non può essere! io lo so di sicuro che sarai salvo; me l'hanno promesso. Sei tu, Damiano, che mi vuoi abbandonare; ma Dio, vedi, ti castigherà!
--Andate là, buona donna: riprese egli amaramente: vivete in buona fede; sono i signori che mi proteggono; sono io che v'abbandono, io che doveva lavorare, guadagnar la vita, fare il garzon di bottega, il fabbro, il falegname.... e che invece.... sono sempre stato un pan perduto.
--Per carità, Damiano, quietati: diceva la Stella: vedi in che stato è la povera mamma, come trema, come ti guarda!
--È il dolore che ti fa parlare: soggiungeva Celso dal canto suo, col cuore straziato. Tutto non è ancora perduto; e tu fai torto a te, al tuo buon senso....
--No, no, vi dico; la mamma ha ragione; e Dio castiga me e voi insieme perchè non ho fatto il mio dovere. Maledetta illusione!... maledetta superbia!... Se avessi avuto anch'io il coraggio che hanno tanti, che han tutti, non saremmo a questo termine!... Oh mamma, avete ragione; Dio mi castiga, l'ho meritato. Abbandonerò la mia casa, questi luoghi, questo cielo che pareva mi parlasse; andrò lontano, lontano, non tornerò più.... Celso farà lui quel ch'io doveva.... Ma, dopo un pezzo, quando penserete a Damiano, oh! gli perdonerete allora, ditemelo! e gli farete un po' di luogo nel vostro cuore; e qualche volta parlerete di lui colla Stella, e con Celso, non è vero mamma?... Lasciate ch'io la porti con me quest'idea che potrà darmi un po' di gioja, farmi dimenticare anni e anni di solitudine e di schiavitù!
Piangeva Stella; sua madre, senza piangere, senza parlare, si levò dalla seggiola, e aperse le braccia al figliuolo: Damiano vi si gettò con tutto l'abbandono dell'amore e del dolore.
Celso guardava commosso quell'abbracciamento; e l'atto con che poi rivolse gli occhi al cielo, fu come una preghiera. Oh! il Signore, in quel punto, avrà benedetta la povera famiglia.
Venuta la sera, Celso doveva tornarsene alla casa del suo superiore e maestro; Damiano ve lo accompagnò. Cammin facendo, i due fratelli si contraccambiavano confidenze e conforti; ma la mestizia di Damiano era cupa; egli ruppe più di una volta in parole d'ira e di maledizione. Prima di lasciare il fratello, a pochi passi della canonica di san ***, gli serrò con forza la mano, e:--Quando non sarò più con voi, gli disse, penserai tu alla mamma, alla Stella, al nostro buon nome.... Giura, fratello, giuralo per l'ora in cui morì nostro padre, guai a chi tocca il suo nome!
All'Ave Maria, tornò a casa; scrisse due lettere, una al signor Lorenzo, l'altra al suo vecchio amico il pittore: non aveva più cuore di rivederli.
V'ha de' momenti in cui l'anima, nella solitudine, nella notte, sente in un punto tutto il peso della vita, e patisce della stessa sua forza, il pensiero. Allora la vigorìa, la gioventù, il dolore vinto non contano più nulla; la ragione abbandonata a sè medesima, non sente più l'alito dell'affetto, ride delle lagrime, perchè essa non sa piangere; divora in un momento molti anni di vita, nè altro rimedio ai mali sa trovare che il disprezzo, veleno dell'egoismo; ovvero la più stolta delle consolazioni, il dubbio e la necessità del male.
Dire lo sgomento, i terrori, l'agonia che provò Damiano in quella notte, non è possibile, nè forse parrebbe cosa vera. Tutto il sentimento che fino a quel dì l'aveva fatto forte contro la trista vita, in un istante era svanito; tremava di sè, de' suoi pensieri; poi, con un soprassalto di paura volgevasi indietro, sentivasi perduto; e peggio ancora, si sentiva vile; e desiderava di morire.
Morire?... Questa parola gli mise il bujo nella mente; ma una volta che la terribile idea gli stette dinanzi, non potè più scacciarla da sè. Dopo lunghe ore di febbre morale, di martirio, al cospetto di quel futuro che non gli bastava l'animo d'incontrare, non pensò più nè al nome di suo padre, nè alla madre o alla sorella, infelicissime. Accosciato sulla sponda del letto, serrate al petto le braccia, pallido, immobile, si sprofondò in quel solo pensiero: poi, levatosi lentamente, guardossi attorno come chi commette un delitto, fece due o tre giri nella stanza, e con un sorriso forzato, quasi frenetico, mormorò:--Ho vissuto abbastanza per capire che cosa è la vita; nessuno saprà nulla di me, mai più!...
Aveva risoluto di fuggire, d'andare a morir dimenticato, lontano da casa, in un paese, dove combattendo per una patria non sua, potesse presto finire la vita; pensava di sottrarsi così alla sorte che lo aspettava, a un sagrificio per lui insopportabile.
La lucernetta che spandeva una luce moribonda sulla tavola sparsa di carte, di disegni e libri scompigliati, mandò un improvviso bagliore; la fiammella allungossi come una lingua di fuoco; e si spense. Dai piccoli vetri della finestra cominciava a penetrare il primo indistinto lume dell'alba.
Allora Damiano sospirò, un brivido mortale gli corse per l'ossa; soprastato alquanto, levò gli occhi al cielo; ma la testa gli ricadde sul petto: l'ultima voce della speranza non ebbe virtù di uscir del suo cuore.
Si levò risoluto per partire; ma, passando dinanzi la porta socchiusa dell'altra stanza, il pensiero di quelle due creature che sole lo amavano sulla terra, quei pensiero che tacque tutta notte, gli parlò allora, e sì forte che sentì di non potere staccarsi dalla vita senza dare un muto addio, senza contemplar per l'ultima volta coloro a cui volle ma non seppe rendere un solo giorno felice.
Entrò pianamente: la cortina dell'alcova era sollevata; il respirar greve della madre dormente gli veniva all'orecchio. Si fece innanzi; e il cuore battevagli più forte. Vide la Stella che inginocchiata a piedi del letto di sua madre, abbandonato il capo e le braccia sulle coltri, dormiva. Era in guarnellino succinto; mezzo disciolta la treccia, e giacente in quell'atteggiamento in cui vediamo talora scolpito un angelo che piange sovra una tomba. La buona fanciulla aveva continuato a lavorare silenziosa fino a tarda notte; poi, messasi in ginocchioni a pregare presso il letto materno, il sonno era venuto a trovarla in mezzo alla sua candida orazione.
Una soavità inesprimibile toccò l'animo di Damiano: quella vista fu come un avviso del cielo. Gli parve che un peso gli fosse tolto dai cuore; i cupi pensieri che aveangli dato tortura, che lo avevano condotto a disperato proposito, cominciarono a dileguarsi, come nebbia che vapora, al raggio dell'aureola che pareva circondar l'innocente addormentata. La Stella forse sognava in quel punto del fratel suo; e in sogno pregava ancora.
Damiano sospirò profondamente; quand'ecco, la giovinetta sorge d'improvviso sbigottita: poi riconoscere il fratello, gettarglisi al collo con tutta la forza del dolore, come se negli accesi sguardi e nella pallida faccia gli avesse già letto l'ascoso disegno, fu un momento. Non si dissero cosa alcuna, ma i loro occhi si parlarono e l'anime si compresero. Mentre Stella lo teneva abbracciato, Damiano si sentì tornar in cuore la pace; gli parve quasi si riaprisse il cielo per lui. Trovandosi fra le braccia di sua sorella, udendo la madre che, risvegliata in quel punto, chiamavalo a nome, più non seppe spiegare a sè stesso come, un momento prima, avesse potuto pensar di fuggire, di morire. Fatta la mattina, levate le donne e messo un po' d'ordine nella casa, Stella indossò il piccolo scialle e il suo velo; poi facendo per uscire, come soleva quando non la pressasse il lavoro, ad ascoltare una messa in Duomo, s'arrischiò di pregare il fratello che venisse con lei e colla mamma. Damiano, che da lungo tempo non era più entrato nella casa del Signore; udì quell'invito come una inspirazione:--Oh! tu non sai, disse, il bene che m'hai fatto!
Andò egli pure con loro, e là sotto gli archi del Tempio maestoso, dove fanciullo aveva trovate le prime speranze e le splendide immagini dell'arte, si prostrò dinanzi al tabernacolo, depose nella preghiera il segreto dell'anima, chiese colle semplici orazioni che gli aveva insegnate sua madre perdono e soccorso da Colui che, dopo avergli data la sua parte di dolore, gli dava allora quella consolazione.
Tornarono a casa; e Damiano sentivasi tutt'altro da quel di prima. Cominciò a figurarsi meno trista la propria sorte, tornarongli in mente i nomi di tanti che, prima del suo, erano usciti dall'urna de' coscritti; e trovò in sè stesso la forza di rassegnarsi al destino. Quel dì e i seguenti spese a metter in regola le poche faccende della famiglia; parlò col signor Lorenzo, a cui volle confidare l'ultimo frutto de' suoi guadagni di quell'anno; finalmente andò anche dal pittore Costanzo, a pregarlo d'informarsi qualche volta de' suoi, e di dargliene poi notizia, quando fosse lontano. Poi, stette ad aspettare che il giorno della visita del militare e quello della partenza, venissero; e bramava che la sua sorte fosse, quanto più presto, decisa.
Già da parecchie settimane, il giovine Rocco più non era tornato a visitare, come soleva, gli amici suoi. Damiano e le donne non sapevano che pensarne; quand'ecco, una mattina--era alla fin d'aprile--s'apre la porta, e tramutato di sembianza e di vestito, da non conoscerlo più, lo vedono comparire.
--Signora Teresa, signora Stella! diss'egli con voce timida e commossa: vengo a salutarvi, perchè... men vo lontano di qui, dove Dio vuole.
E stesa loro una mano, col rovescio dell'altra rasciugossi una lagrima. Era vestito d'una casacca nuova di tela grossolana; portava le uose nere e male assettate alle gambe, e sul berretto alla soldatesca, cucito in rosso il numero 8. Una gioja schietta gli sfolgorava dagli occhi di quando in quando; ma un misto di tenerezza e di non so qual vergogna lo faceva arrossire, gli troncava a mezzo le parole. A un tratto si fermò su' due piedi, come aspettasse che gli dicessero qualche cosa; e appoggiando il rovescio della mano al berretto, storpiò in modo burlesco il saluto del soldato.
Damiano era uscito; e le donne sulle prime non seppero spiegarsi quella metamorfosi del dabben giovinotto. Ma quand'egli, impacciato a parlare più ch'esse nol fossero a comprenderlo, balbettò che quel dì partiva collo schioppo e col zaino; e quando porse loro in un foglio con un gran sigillo non so che carte per Damiano, e fatta una giravolta sui talloni cercò d'imboccar la porta; allora la verità fu come un lampo per la Stella. La quale, correndo a lui col volto bagnato da lagrime di gioja e di riconoscenza, non potè stare dall'abbracciarlo come fratello, dicendogli:--Che il Signore ti compensi, o nostro amico, o nostro protettore! Egli accetti il tuo sagrifizio, Egli solo ti può benedire.
E ciò detto, lasciò con angelica espressione d'affetto cadere la testa sul cuore semplice e sublime di Rocco.
Arrossì il poveretto fin nel bianco degli occhi, si confuse, volle dir qualche cosa, e non lasciò capir altro che questo:--Quel ch'io fo, me lo insegna il mio buon angiolo!
E togliendosi bruscamente alle inchieste, alle premure, alle benedizioni della madre e della figliuola, per tema che Damiano tornasse troppo presto, aggiunse:--Pregate qualche volta anche per me, che non ho conosciuto nè padre, ne madre; a cui nessuno, fuori di voi, ha voluto bene!
E se ne andò difilato, senza aver coraggio di volgere indietro la testa.
Aveva lasciato alla vedova le carte che dichiaravano essere lui entrato al servizio militare in luogo di Damiano: e la mattina appresso, col cuor leggìero e contento, e colla persuasione di aver fatto la cosa più naturale del mondo, partiva cogli altri coscritti per lontane contrade, onde forse non doveva tornare mai più.
_Fine del tomo primo._
DAMIANO
STORIA D'UNA POVERA FAMIGLIA
RACCONTATA DA GIULIO CARCANO
Vol. 2.
MILANO
BORRONI E SCOTTI
TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI
1850
Capitolo Primo.
Che sarebbe mai la vita, se l'uomo non portasse con sè quella consolazione che da nessuna filosofia gli può esser data, ma ch'è più vera d'ogni filosofia, la speranza del bene? E dove andrebbe il figliuolo del povero a cercar la ragione della onestà e del coraggio, la sua allegrezza e la sua pace, la forza della fatica, l'affetto de' suoi, se non avesse la speranza, quella virtù bella come la fede, forte come l'amore?... Ah sì, tutti dal primo all'ultimo, dobbiam respirare e soffrire per qualche cosa di più grande, dì più vero, che non sia la giustizia di questo mondo.
La scuola severa delle nazioni, il cammino dell'incivilimento, quel progresso, di che tanto si scrive e si ragiona al nostro tempo, generano verità che, per esser feconde, debbono maturare nel popolo. Coloro che han cuore di rinnegar questo bisogno di libertà e di giustizia che ovunque si fa sentire, e coloro che non sanno levarsi col pensiero ad un'altezza, dalla quale l'individuo col suo egoismo e colle sue piccole passioni dispare nell'immensa luce del vero, e il mondo si presenta allo sguardo, qual fu da principio, l'opera di Dio, maledicono l'avvenire, s'attaccano ostinati al passato; e incapaci del sacrificio, adoperano a seminare odii, vendetta e corruzione, quasi per far necessaria e perpetua in terra la legge di Caino. Ma invece è scritto:--«_Il ricco e il povero si scontrano l'un l'altro: il Signore è quello che li ha fatti tutti._»
Un anno vede passare uomini e cose; ma Dio non le perde di vista. Un anno passò, da che nella famiglia di Damiano eran succeduti i pochi e oscuri avvenimenti narrati fin qui; pochi e oscuri, ma pieni di contrasto, di dolore, e che potevano esser cagione d'altri affanni, d'altra miseria. E in quell'anno la disgrazia, che s'era dapprima ostinata nella sua persecuzione, pareva come averli dimenticati nella povera vita che menavano, sdegnosa forse di mettere a più dura prova le anime semplici e coraggiose che di buon'ora s'eran fatte dimestiche con essa. Anzi in quel tempo il cielo s'era fatto sereno anche sopra di loro; e come par più lucido e bello il cielo dopo la tempesta, così anche la vita, ben che di molto non fosse mutata per essi, passava almeno più tranquilla e più contenta; e poche liete vicende avevano posta ne' lor cuori quella confidenza del futuro che nessuno può promettere lunga e certa sulla terra, ma che pur sempre è grande ajuto a' buoni.
Non vo' già dire che alla nostra piccola famiglia fossero mancati in quell'anno giorni d'angustia e d'amarezza; e prima di riposare nella tranquillità in cui la ritroviamo al ripigliar del nostro racconto, aveva contate novelle disavventure, attraversate altre prove: il patimento e la disperazione erano entrati un'altra volta nella casuccia; e là s'era tribolato, s'era pianto e pregato ancora.
Damiano, allorquando seppe l'incomparibile sagrifizio che il buon Rocco aveva fatto per lui, non volle a nessun patto accettarlo; e senza por mente alle lagrime, agli scongiuri de' suoi, si profferse alle autorità per rompere l'obbligazione assunta in sua vece dal compagno; corse di qua, di là, ma non ne venne a capo, poichè tutto era in regola; e lo stesso signor Lorenzo, senza nulla dirne, aveva dato mano al buon garzone nel mandare innanzi quel suo generoso proposito. Altro rimedio dunque non vi sarebbe stato che d'arruolarsi egli pure in compagnia dell'amico, il quale per parte sua giurava di non voler lasciare il servizio militare, nel quale s'era fatto scrivere--diceva--proprio per genio e ardor guerriero. E poi il battaglione dei nuovi coscritti era partito; e non ci volle meno di tutta l'autorità ed eloquenza del vecchio commilitone del padre suo per distorre Damiano dall'ostinata volontà di dividere la sorte dell'uomo che aveva offerto la propria per la libertà di lui. Inoltre, l'antico soldato nutriva in segreto altri disegni sul figliuolo di Vittore; e per qual sia cosa non avrebbe sostenuto di lasciarlo partire; senza dir poi che, al suo modo di vedere, avrebbe creduto di far troppo oltraggio alla memoria del velite amico suo.
Ma l'interno scontento e l'urto di tanti e contrarj affetti, oltre ai travagli durati in quel tempo, avevano rotto le forze di Damiano; e una violenta febbre che lo sorprese fu quella, più di tutto il resto, che vinse l'ostinata sua ripulsa e gli fece consentire che Rocco avesse a dare otto anni della sua vita per lui. In questa non breve malattia, Stella, buona e amorosa consolatrice, non si distaccò mai dal suo capezzale; e Damiano, ch'era sempre taciturno e tetro, lasciava sfuggir qualche volta un leggiero sorriso d'amore appena la sorella venisse a sedergli a lato, e cercasse coll'ingenua dolcezza delle sue parole spargere qualche balsamo sull'anima sua malinconica e ferita. Ella sola poteva comprendere ciò che Damiano patisse; ella sola poteva avere la forza di soffocar l'angoscia e distrarre dall'inquieta mente del malato i fantasmi che l'assediavano tuttora, e che, al rincrudir della febbre, parevano pigliar rapido moto e sembianze più strane.
Già da prima Damiano avea giurato di dire addio per sempre all'arte, l'unica e la più cara cosa che fino a quel dì avesse avuto sulla terra: poichè fallire il primo passo, vedersi innanzi ogni dì più grandi dubbiezze da superare; i pericoli da vincere; la mancanza di una guida severa e forte, che lo reggesse sul principio del difficil sentiero; e più ancora la tirannia del bisogno che gl'imponeva di lavorar senza posa, per sostenere la sua e due altre vite a lui più care della sua; tutto l'aveva persuaso di rinunziare al primo suo sogno di gloria, e di mettersi senza dimora per qualche sicura e facile via che gli desse modo di trovare un pane quotidiano. La voce del dovere aveva parlato più forte; la ragione rinvigorita gli dimostrava che l'artigiano, se pure attivo e onesto, può esser utile, può esser grande nella mediocre sua sfera, meglio che il tronfio artista il quale prostituisce l'ingegno alle fastose passioncelle o alle lascivie della moda; meglio che il ricco, il quale si stima filantropo e tutore delle arti perchè getta alla cieca il suo oro a que' che si vendono, corpo e anima, a' suoi pranzi, alle ville, alle feste, vili peggio di que' giullari e di que' nani e buffoni che facevan codazzo a' tirannelli del medio evo, per diradar con motti e piacenterie le nebbie della lor noia. Damiano dunque si rassegnò, poichè gli veniva manco e tempo e studio e libertà, a cercarsi un'arte più umile, per la quale bastasse aver onestà, buone braccia e volontà costante.
Ma, caduto malato, gli convenne aspettare a mettere ad effetto il suo proponimento; e intanto la perdita del povero pittore Costanzo, di quel suo amico e maestro, che andava di lui così superbo, questa perdita che Stella voleva, ma non seppe, tenergli nascosta, aveva cresciuta la sua tristezza sì fattamente, che non parlò più del passato, e si consolò quasi d'aver rinunziato a tentare di riuscir grande nell'arte.
Appena si riebbe dal male sofferto, Damiano volle pagar l'ultimo tributo del cuore all'uomo semplice e virtuoso ch'egli aveva amato come fratello, venerato come padre; e andò al cimitero di san Gregorio fuori della porta Orientale, dove avevano sepolto, dopo il più gretto mortorio, il vecchio pittore. Quest'uomo, rimasto solo al mondo, poi ch'eragli morta la moglie e morto il figliuolo, aveva veduto svanire ad una ad una le sue liete aspettative; eppur seppe conservarsi nell'anima modesta le giovenili illusioni, l'ilarità e la pace d'una vita cominciata e compiuta in una nuda e antica soffitta, dinanzi al suo emerito cavalletto, a' suoi vecchi e polverosi modelli di gesso, non lasciando nessun desiderio quaggiù, fuor quello di potere avanzar tanto da andarne a morire a Roma, nella città eterna, nella patria degli artisti, com'egli usava dire. Damiano versò una lagrima sulla recente fossa dell'amico, e gli dolse di non averlo potuto vedere negli ultimi momenti, dubitando fosse morto col pensiero di essere stato, come da tutti, anche da lui dimenticato.
Un mese di poi, il giovine aveva cominciato una novella vita, e si sentiva contento della fatta risoluzione. Egli s'era allogato nell'officina d'uno de' più stimati intagliatori in legno che fossero nella città. E come, appunto di quel tempo, vedevansi tornate in onore, nelle case de' signori, le antiche suppellettili scolpite a fogliami e rabeschi, porte, specchiere, cornici fornite di bizzarri emblemi, di fiori, di puttini, di sfingi e di tutti i capricci dall'arte partoriti nel secolo del Bernino, il nostro Damiano, il quale conosceva per genio naturale e per istudio il disegno d'ornamenti, e avea somma facilità nell'abbozzar figure e fregi con novità e buon gusto, fu accolto, festeggiato dal padrone dell'officina, e posto di subito alla testa degli altri artigiani, affinchè ne vigilasse e dirigesse i lavori. Egli allora, volendo proprio riuscire a bene in quest'arte, comechè fosse la men lontana dagli studii da lui fatti e amati tanto, imprese a ricercar più attento come potesse acquistar quella maestria che aveva pur bastato a dar nome e fama a non pochi. Anzi, persuaso quanto sia facile, in questo genere dell'arte, il cadere nel lezioso, nel trito, nel falso, pose studio soprattutto ai modelli de' famosi fregi che sono ancora la maraviglia di chi li vede dipinti nelle logge del Vaticano e a cui die' nome Raffaello; s'innamorò di quel sapor d'arte antica che il Cellini trasfuse nelle sue delicate e stupende invenzioni; e cercò, per quanto era da lui, che tutte le opere lavorate nell'officina del suo principale avessero non so qual rimembranza di quella gentilezza d'arte italiana, che mai non potè scompagnarsi dal vero bello. In questo modo ogni più piccola opera che si fosse, ogni arnese, quantunque comune, dalla più modesta cornice di legno fino all'ampia seggiola stagliata, allo scolpito padiglione e alla superba scansia adorna di statuette e di stemmi, non usciva dal negozio del signor Natale, senza chiamar sopra di sè l'attenzione de' committenti, che vi trovavano eccellenza di pensiero e di fattura.
Così ben presto, la ricca bottega del signor Natale l'ebbe vinta sulle altre rivali in quell'arte; le commissioni, in pochi mesi, eransi più che addoppiate; parecchi fabbricatori e negozianti di suppellettili forestiere (come bisogna fare, per accontentar lo svanito gusto di tanti ricchi che aggrinzano il naso, solo al sentirsi proferta merce del paese) facevano di nascosto lavorare in quella fabbrica ogni sorta d'arredi e d'ornati, che poi vendevano a gran costo, come preziose novità venute di Parigi e di Londra; la perfezione del lavoro cresceva il diritto d'elevarne il prezzo, e quindi rendeva agevole di compensar meglio i buoni artigiani. Tutto questo il signor Natale lo doveva allo zelo, all'attività del nuovo commesso: di modo che, dopo i primi mesi, per tenersi sempre più a' propri negozii, s'indusse ad aumentargli la mercede, da tre a quattro lire al giorno, lasciandogli anche sperare di più, se l'industria avesse a continuar per quel buon cammino.