Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 15
E con tale schernevole saluto, se n'andò, ruminando tra sè la vergogna del fallito disegno e il modo più pronto di ricattarsi dell'offesa.
Partito lui, Lorenzo rimase immobile, al luogo istesso, incrociate ancora le braccia, china la testa, tutto in pensieri. Forse dubitava d'esser caduto in inganno, d'aver precipitato, d'aver tolto alla famiglia del suo amico un'onesta protezione. Ma più ci pensava, e più gli pareva impossibile che quel ricco signore non covasse qualche tristo intento, forse incerto, forse lontano, ma non men vero. Non poteva farne parola colle donne, vedendo il loro sgomento: esse non sapevano come rompere il silenzio, e pendevano da' rapidi sguardi, da' moti convulsivi dell'antico soldato.
In quella, entrò Damiano. Vide il signor Lorenzo nel mezzo della stanza, ritto e cruccioso, che non s'era accorto del venir suo; la madre che levando gli occhi pareva cominciare una preghiera; la Stella ansiosa correre a lui e abbracciarlo, nascondendogli in seno la faccia.
--Che c'è di nuovo, mamma? domandò Damiano.
Questa voce riscosse Lorenzo dalla sua preoccupazione: egli mosse verso il giovane che s'era trattenuto all'entrare, e pigliatolo per mano:--Ringrazia, gli disse, la Provvidenza che il tuo amico vecchio ci sia ancora, e possa far qualche cosa quaggiù. Sappi che son venuto forse in tempo per impedire un gran male, una disgrazia che poteva metter l'infamia sulla fronte di tua sorella, e di vostra madre, e sulla tua, se il caso non m'avesse condotto sui passi di chi la macchinava!...
--Che cosa dite, signor Lorenzo? domandò il giovine con voce soffocata dall'ira.
--Io ti dico che un uomo potente, un di quelli che gettano un tozzo di pane per il delitto che fanno commettere, aveva posto gli occhi addosso a tua sorella, e ha avuto il cuore di venir qui, egli stesso, pochi momenti fa!...
--Dio! forse quello che saliva in carrozza al momento ch'io svoltava in casa?
--Lui! lui! ma io ciò che sentiva, gliel'ho detto in faccia; ho parlato per te, Damiano, e per me; e l'ho ben visto che tremava e voleva bravarmi.... Eh! sono un vecchio tarlato; ma il cuore è sempre quello, cuore di galantuomo.
--Ah! per amor del cielo, s'arrischiò a dir la Teresa: se quel signore se la prendesse con noi? se volesse vendicarsi in qualche maniera? Forse egli....
--Forse? che forse?
--Ma... credete dunque che venisse con cattive intenzioni?... Egli voleva vedere il quadro di Damiano; lo voleva comprare, sai? lo voleva comprare.
--Povera donna! borbottò Lorenzo: già voi sarete sempre la stessa.
--Il mio quadro?... domandò con furia Damiano: E come seppe colui?...
--Ma, veramente.... rispose impacciata la Teresa.
--Su, dite, dite, c'è qualche mistero?
--Qualcuno glien'avrà parlato.... una brava persona.... per altro.
--Chi? chi?...
--Andrete in collera, se ve lo dico....
--Non volete spiegarvi voi?... Animo, Stella, parla, parla tu.
--Oh! Damiano: risposegli la sorella: guarda la mamma; non farla piangere.
--È tutt'una: voglio sapere chi è.
--Bene: disse allora, facendosi coraggio, la vedova: è un tale che può ajutarci e ajutare anche voi.... sì, vedete, me lo disse tante volte. È quel signor Omobono....
--Ancora quell'uomo?
--Non mi fate quegli occhi; non mi guardate così.
--Tacete! capisco adesso questo mistero d'inferno.... Voi siete tanto buona che non arrivate a comprenderlo. Ma il cielo ci ha protetto un'altra volta; ringraziatelo, ringraziatelo, vi dico. E voi pure, nostro amico! seguitò volgendosi al signor Lorenzo: voi pure siate benedetto.
Dette queste parole, Damiano si fe' cupo, parve dimenticar dove fosse, quanto aveva udito e detto. Un sorriso forzato, amaro, stavagli sulle labbra; e dalla penosa espressione del volto, da' moti della persona indovinavasi l'urto degli affetti del suo cuore. Tutto ad un tratto, si spiccò dalle donne, corse nella prima stanza, afferrò il suo quadro del Tancredi, staccandolo impetuosamente dalla parete, afferrò un rugginoso pugnale antico, ch'era sulla tavola accanto al letto, e si diede a stagliar per lo lungo la tela con furia crescente. I lembi ne caddero sparsi a terra; ma egli, non pago ancora, calpestò con gioja selvaggia lo scassinato telajo e i pochi avanzi del dipinto che ancor v'erano attaccati.
Quand'ebbe finita questa frenetica distruzione, pose giù il pugnale, si cacciò indietro con una mano i capegli, e guardandosi attorno, con terrore, quasi per conoscere dove fosse, andava mormorando fra sè:--Ora non c'è pericolo che qualcuno lo veda: addio, o fantasma del povero giovine!... Comincierò da capo la vita!...
Teresa, Stella e Lorenzo stavano a vedere sulla porta; ma nessuno di loro potè indovinare ciò che sentisse in quel momento l'anima del giovine artista.
Capitolo Ventesimoterzo
Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu, al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.
La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado, d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto, diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra' quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que' signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità, venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano, annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che, tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte. Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il destino non era in mezzo di loro.
All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che, contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter vivere e di poter amare.
Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.
Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse dell'urna.
Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce il nome di Damiano.
Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma, gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più. Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte, come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva replicare di sì alla voce del cuor suo.
Non presentandosi alcuno a rispondere per Damiano, uno de' parrochi astanti pose nell'urna la mano: il Commissario prese la polizza e disse ad alta voce il numero 57: poi la fece passar nelle mani di que' signori impiegati.
Gli occhi di Damiano s'incontrarono un'altra volta con quei di Stella. Fu appunto allora, che un bottegajo del vicinato, un omaccione calvo e panciuto, che a pochi passi da loro contemplava con curiosa calma quella scena, uscì fuori a dire:--Gli sta bene a costui! s'è fidato alla sagrestia, e l'ha servito per la pasqua... ah! ah! ah!--Intanto il fratello e la sorella, senza dirsi parola, s'erano uniti in un solo sentimento, quello di nascondere alla madre la decisione fatale: essa poi, non avendo udito chiamare il figliuolo, s'illudeva già che non glielo avrebbero tolto, e pensava potesse anche essere effetto delle raccomandazioni che, nascostamente da lui, s'avea procurate in que' giorni. Celso invece comprese la cosa qual'era: ma Damiano vedendo gli occhi di lui pieni di lagrime, gli si chinò all'orecchio e stringendogli di nascosto la mano:--Non parlare, Celso: gli susurrò: non parlare, per amor della mamma! Chi sa? Dio può ancora ajutarmi!
Poco appresso, dilungatosi d'alcuni passi:--Andiamo a casa, mamma: soggiunse con far tranquillo: per oggi non sarò più domandato; me lo disse or ora, passando, uno di questi signori impiegati. Andiamo!
--Sì, sì, il mio figliuolo; andiam pure, ch'io non so più in che mondo mi sia. E poi, che importa lo star qui più o meno? Tutto è in mano del Signore, Egli darà ascolto alle mie orazioni.
Tornarono a casa, nè lungo la via si fece altra parola. Ma saliti alle loro stanze, andò la Stella a nascondersi in un angolo e cominciò a piangere dirottamente; e la madre, nell'udire quel pianto, a domandarne la cagione: cosicchè Damiano s'ingegnò a farle credere che la sorella avesse mal di capo, e si crucciasse di non poter lavorare in que' giorni che il bisogno si faceva maggiore. Ma non volendo la madre sentirla a pianger così, col dire che avevano troppi guai senza pensare a quelli che potesser venire, la fanciulla riuscì a soffocar lo schianto del cuore; e si mise, come al solito, al suo telajo.
In verità, come si può imaginare, la condizion della povera famiglia era in quegli ultimi mesi non poco scaduta; scemato della metà il lavoro; per la malattia di Teresa, perdute molte pratiche già bene avviate, cresciuta all'incontro la spesa, e consunti i pochi avanzi fatti da principio. Tutto quel che Damiamo ritraeva dal travaglio dell'intera settimana, bastava a stento a lasciarli vivere giorno per giorno. E il tempo della sventura sopravenne. Così al paro di tanti e tanti altri, de' quali è ignota ed oscura la povertà, perchè lo sforzo della fatica, la vergogna e un resto d'orgoglio la fan nascondere, vedevano anch'essi venir la miseria, la vedevano venire lenta, ma implacabile, dopo che invano credettero di poter sostenere il peso della vita col coraggio e colla fede.
Il solo che facesse, quantunque angustiato al par di loro dalla mala fortuna, tutto quel che poteva per ajutarli, era l'antico soldato di Napoleone. Ma poteva ben poco. Pure, già da un anno e mezzo, era lui che pagava la pigione de' suoi buoni e poveri amici: e, dicendo di voler tutto per sè tal diritto, per quel po' di tempo che aveva a campare, s'indispettiva al sentir parole di riconoscenza. Con tutto ciò, la memoria del passato faceva a lui e a Damiano veder più scuro l'avvenire; e l'ultima disgrazia che si aggruppava coll'altre, poteva essere come il principio della disperazione.
La Teresa, debole all'usato e confidente, s'ostinava nel credere che quel signore il quale alcun tempo prima era venuto ad offrir loro protezione, avrebbe certamente saputo adempir la promessa: in questa fede la tenne ferma una recente visita del signor Omobono, tornato apposta per discolparsi, colle migliori apparenze, di que' sospetti che l'ostinata avversione di Damiano aveva desto contro di lui nel cuor della vedova. E siccome l'animo umano troppo spesso vuole, direi, ostinarsi nella contraddizione e trovar nebbie nell'evidenza stessa, quando l'evidenza non sia opera sua; non parrà strano che la Teresa, rimproverata dal figliuolo come cieca e imprudente, volesse in cuor suo star dura in sul non essersi ingannata: dico, in cuor suo, perchè la buona donna non avrebbe forse osato di spiegarsi chiaro con Damiano, dopo ch'egli, un dì, in un momento di mal umore, le aveva detto di voler piuttosto morir di fame e veder morire lei e sua sorella, che ricevere l'elemosina di quel signore. Queste parole la Teresa non aveva saputo spiegarsele; nè s'era accorta come Damiano tenesse dentro le sue terribili ragioni, per non vedere avvilita lei stessa, e non turbare l'anima incontaminata della sorella, con certe rivelazioni che quasi sempre si lascian dietro lagrime e veleno.
Così l'occhio del potente vizioso fermandosi appena sull'umile casa ne aveva sbandito, forse per sempre, la libera pace, unica consolatrice delle comuni sventure.
Lo stesso giorno che seguì la decisione della sorte di Damiano, stavano insieme a desinare. E come quel dì, Celso, colla permissione del padre Apollinare, poteva passarlo tutto in compagnia della famiglia, la mamma si era studiata di fargli un po' di festa. Sulla piccola mensa, oltre la solitaria marmitta, compariva un piattello di carne lessa, e una torta di latte che aveva ammannita la Stella la mattina stessa, pensando la buona fortuna che, sperava, dovesse toccare a Damiano. Ma il cielo non l'aveva voluto! Imaginate dunque con che diversi affetti sedessero allora a quel deschetto. Scambiavano i figliuoli malinconiche occhiate; e per nascondere, almeno in quell'ora, alla mamma ciò ch'essa, per il pietoso inganno di Damiano, ancora ignorava, sforzavansi a vicenda di trangugiar qualche boccone e di dire qualche allegra parola.
La Teresa così, non avendo da un pezzo avuta la consolazione di vedersi riuniti d'intorno i suoi tre figli, e tenendosi quasi certa che Damiano potesse uscir salvo della coscrizione, lasciavasi andare ad un insolito buon umore; parlava ella sola per gli altri insieme, voleva che i figliuoli facessero buon viso al suo pranzetto. Ma aveva bel dire; la sua gioja li accuorava di più, e la loro parola cadeva languida, e fredda; come le rade stille d'un tralcio reciso che piange.
Capitolo Ventesimoquarto.
--Perchè mi guardate così, Damiano? cominciò la Teresa, un momento che il figlio, contemplandola fiso, pensava che fra poco non doveva veder più il caro volto materno, che ott'anni eran lunghi, che forse al suo ritorno non l'avrebbe più trovata su questa terra.
--Per nulla: rispose il giovine. Son contento che ti ritrovo molto meglio, mamma, della settimana passata.
--Ma pure hai qualche cosa, pensi a qualche mistero....
--Dio mio! che cosa posso pensare?
--Via, entrò Stella: sai bene, mamma, che Damiano n'ha anche troppo delle ragioni per crucciarsi. E dire che poteva esser l'onore e l'ajuto nostro, se appena avessero conosciuto il suo talento; ed ecco che per noi....
--Non toccar questa corda: l'interruppe Damiano: te ne prego di cuore. C'è degli uomini, ed è il maggior numero, io credo, tirati dalle circostanze per una via opposta a quella che vedono coll'anima: io son uno. Se non ci fosse mancato da vivere, o se dentro di me avessi trovato il coraggio di metter la testa in terra dinanzi a taluni, o di darmi a credere di più di quel poco ch'io sono, sarei riuscito. Invece ho fatto bene a dir addio all'idea matta che m'ha rotto il sonno per tanto tempo: sì, sì, ho fatto il mio dovere. Studiando anni e anni, avrei forse finito a valere niente di più d'un imbianchino: che bene vi avrei portato allora? la miseria.
--Metti da parte questi pensieri, Damiano: dicevagli Celso. Tu hai tanto maggior merito d'aver saputo rinunziare ad un avvenire che poteva essere così bello. Ma se le cose andassero per il giusto....
--Che vuoi? non fui la sola, ne sarò l'ultima vittima della sfortuna e dell'intrigo. Pure sì, lo confesso anch'io, sperava che la dovesse andar meglio! E le parole di quel pittore che non ho più veduto dopo quel dì, mi stanno qui nel cuore. So come vanno le cose. Due dì prima che fosse chiuso il concorso, fu portato un quadro migliore del mio. Molti avevan capito, e se l'eran detto all'orecchio, che c'era la mano di un maestro conosciuto, che il premiarlo sarebbe stata una brutta ingiustizia. Eppure il dì appresso, quel quadro portava una corona d'alloro e un nome; e molti han detto che quello non era il nome di chi l'aveva fatto. Forse non è vero.... forse era il suo!
--Ma senza queste cattiverie, prese a dire le Stella, oggi non ci toccherebbe....
--Che cosa? anche tu dunque?... l'interruppe la madre.
--Nulla, mamma, nulla: rispondeva Damiano: sapete che la Stella mi vuol troppo bene....
--Ma se invece, ripigliò la madre, tu m'avessi dato ascolto, se m'avessi lasciato parlar di te a qualche persona di proposito, la sarebbe andata altrimenti. E anche adesso, dove non fosse venuto in mente a me di mettermi in mano di qualcheduno, saresti, come sei, salvo dalla coscrizione?
--Per carità, mamma; non parlare, non parlare; lo sai ch'io non posso sentirle a dire certe cose.... Così cercò disviare il discorso Damiano.
--Ho sbagliato forse a far quel poco ch'io poteva, io povera donna, per il tuo bene?
--Dio ti benedica, mamma! però sarebbe meglio non gettar via così de' passi che posson menare a male....
--Ecco, sempre gridori e malcontenti: già son io che fo tutto colla testa nel sacco, che credo a tutti, che metto in compromesso la famiglia.... E alla Teresa cominciava a tremar la voce.
--Ma chi ti dice questo? ripigliò Damiano impazientito.
--Quietati, mamma; lo sai pure il bene che ti vogliamo: aggiunse Celso.
--Oh! ripetè quella: acquietarsi, tacere? se non me lo rinfaccia adesso, mi ricordo dell'altre volte. So che non gli andò mai per il verso quel negoziante che ci ha pur ajutati ne' brutti momenti, nè quell'altro signore che aveva promesso e poteva farci del bene. Ma già, lui non vuol dipendere da nessuno; e coi signori l'ha sempre avuta.... è quella benedetta superbiaccia che ha ereditata da suo padre; perchè anche col mio Vittore, con quel brav'uomo, qualche volta c'era da ammattire. Bisognerebbe però pensare a tirar innanzi altrimenti. In quanto a me, se mi cruccio, non è per me, ma per voi altri.... già non potrò durarla molto; e il Signore lo sa....
Qui la madre piangeva; Celso e Stella le si fecero intorno, cercarono di calmarla; Damiano, appoggiando i gomiti ala tavola, nascondevasi la faccia, pensava e lagrimava.
--Vedi, mamma, come fai: disse di lì a poco, tu li cerchi i crucci! È vero che, per me, avrò fallato a incocciarmi di poter solo bastare alla famiglia; ma io lo credeva, io lo voleva. Ora sento di aver troppo confidato in me; siam troppo poveri, i tempi son cattivi: ho lavorato, sudato, ma inutilmente; speriamo che Quello ch'è lassù non ci abbandoni. Pure, mamma, se tu sapessi tutta la verità; se tu pensassi che quando il ricco viene a parlare al povero, di rado il fa per bene.... Ma! guai al povero che si vende!
--È impossibile, ti dico, è impossibile; sono le tue solite malinconie; casa nostra ha un nome onorato, e vostro padre era cavaliere.
--Che importa? noi siamo nella miseria, e tutti i miserabili hanno lo stesso nome! gridò amaramente il giovine.
--Ma credi tu, tornava a insister la madre, mal soffrendo l'ostinarsi del figliuolo, contro ciò ch'essa faceva a fin di bene; credi tu che non mi prema il nostro onore?... e che se appena potessi dubitare, temere....
--Già tu sei impastata di buona fede, come sei stata sempre. E se quel dì che tu aprissi gli occhi, fosse troppo tardi?... E tutto quello che intanto si può dire di noi?... di mia sorella?... Pensa a quel ch'è successo, l'anno passato; pensaci.
--Oh! io per me ci ho pensato. Da quel dì che vostro padre m'è mancato, son sempre, come si dice, andata giù a oncia a oncia; ormai ci sarò per poco; e poi toccherà a voi a pensarci; allora farete quel che vi piace.
L'amarezza di queste parole fece ammutolire i figliuoli che, veggendo la madre prendere in mala parte quant'essi dicevano, stimarono meglio tacere che ritentar di persuaderla. Ma, per la verità, era da compatire la disgraziata donna se il lamentarsi diventava in lei più che un'abitudine, un diritto. In quel dì poi, illusa dalla fiducia di veder salvo Damiano, non avendo di che piangere, parevala quasi di trovare una compiacenza nel suo dolore passato, una gioja nel toccar le piaghe ancor vive del proprio cuore.
--Io poi lo so: ricominciava essa: nessun bene v'ho fatto, nè posso farvi a questo mondo; non ho più vista, nemmeno per agucchiar negli stracci, come ho fatto fin adesso; ho gli occhi stanchi, pieni di punture; forse li perderò del tutto.... ma prima che mi tocchi anche questa, il Signore, spero, mi chiamerà con lui.
--Non dir così, per amor di Dio, buona mamma: riprese Damiano. E che faremo noi senza di te? e che ti abbiam fatto perchè desideri tanto di abbandonarci?
--Non m'intendo che mi vogliate male; ma ormai non ho a far altro che starmi colla rocca in un cantone; sono un soprosso per voi!...