Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 14

Chapter 143,952 wordsPublic domain

Il signor Omobono, che da parecchi mesi non s'era più lasciato vedere, un bel dì ricomparve in casa della vedova; e fu appunto in quel tempo che Damiano, dopo la mala riuscita del concorso, aveva perduto il coraggio e la buona speranza. Chi lavora per il male sa troppo spesso scegliere il buon momento per mettere la sua trista parola. Il signor Omobono, un di coloro che non accattan brighe colla coscienza, speditamente infilzò alle due donne una corona di bugie. Cominciò a dir loro che affari di gran peso l'avevano tenuto per tutto quel tempo fuor di Milano, ma che non per questo egli soleva dimenticare gli amici; s'informò minutamente delle cose della famiglia, mostrando di pigliarvi grandissima sollecitudine, e maravigliandosi all'udire ciò che sapeva di già meglio di loro. In pochi dì, potè così riconquistare la sua posizione. La Teresa s'era messa nelle mani di lui: anche la Stella, quantunque in fondo del cuore sentisse non so quale rimasuglio d'antipatia, pensava d'essere con lui ingiusta, se non gli credesse del tutto.

Come prima, faceva l'Omobono di non capitare in casa della Teresa che all'ore consuete in cui presumesse di non essere frastornato dalla presenza di Damiano, o da quella del signor tenente Lorenzo. Damiano, in que' dì, non sapendo che farsi della sua vita, andava dal mattino alla sera vagando alla ventura fuor di città lontano da tutti, e pieno di mesti pensieri; intanto che il signor Lorenzo, preoccupato anch'esso della malinconia del giovine, altro non faceva dal mattino alla sera che girar sulle sue traccie, per dargli una buona gridata e metterlo, come diceva, alla ragione.

La Teresa adunque si andava sfogando col signor Omobono di que' novelli suoi dispiaceri. Ma intanto ella non sapeva che una disgrazia assai più grande era vicina, non sapeva che il suo Damiano, compreso nella coscrizione di quell'anno, poteva essergli tolto da un giorno all'altro. Non ci pensava, o credeva forse che Damiano, unico sostegno di una vedova madre, dovesse essere, per diritto, franco dalla coscrizione: nè certo avrebbe potuto capire come bisognasse ch'ella non avesse modo di campar la vita e che gli altri figliuoli non toccassero ancora i quindici anni, per far godere a Damiano l'esenzione dalla legge militare.

Nè Damiano aveva mai parlato con essa di ciò che poteva succedere. Pareva ch'egli neppur ci pensasse; non cercava più del signor Costanzo, o del signor Lorenzo e neppur del buon Rocco; il quale forse era il solo che avesse indovinata l'angustia da lui compressa nel cuore; il solo che, al suo passare per la via, lo seguitasse a dilungo con uno sguardo, in cui erano pietà e amore.

Ma sorvenne il tempo che a Damiano bisognò per forza preparar sua madre al tristo avvenire che aspettava. E si provò, con certi discorsi in aria, a metter innanzi l'incertezza delle cose del mondo, la necessità di rassegnarsi, di sostenere con forza quel peso che non si può gittar di dosso: ma sua madre non voleva capire. Ben lo comprese la Stella; ben vide essa dove andassero a finire quelle rotte ed amare parole di Damiano. Pure ebbe cuor di non piangere; e, senza dir nulla al fratello, fu lei che a poco a poco, si studiò d'avvezzar la mamma a quel pensiero che Damiano le potesse un dì o l'altro abbandonare.

In mezzo a cosiffatto contrasto di domestiche affezioni e dolori, il signor Omobono continuava con assiduità le sue visite; e si sarebbe detto che i pensieri d'inferno che lo avevano istigato fino allora contro a Damiano e a' suoi, si fossero quasi per miracolo dissipati; tal'era la mitezza, tanta la bontà che alle due donne pareva di scorgere in esso, tanta la magia che l'innocente bellezza della Stella adoperava sopra di lui.

Il bel quadro di Damiano, testimonio muto della sua anima dolorosa e infelice, giaceva polveroso e dimenticato in un angolo della sua stanza, dietro il tavolino coperto pure di libri polverosi e dimenticati; poichè il giovine, dal giorno in cui si mise in mente che la sua vocazione d'artista era stata una matta superbia e null'altro, aveva detto addio a' pennelli, alle tele, ai libri; era divenuto indifferente a tutto. Una mattina, il signor Omobono, passando per quella stanza, volle vedere il quadro; lo portò egli stesso alla luce della finestra; e sfoggiando sentenze pittoriche e paroloni, i quali eran bevuti dalle donne con riverenza, disse il quadro avere il suo merito; essere un peccato il lasciarlo così tra i ragnateli; potersene quando che fosse cavar de' buoni danari; infine volere egli stesso pensare a trovar fuori un compratore.

La madre si consolò tutta, e la Stella rispose che avrebbe detto questa fortuna a Damiano: ma quel signore, per fini suoi particolari, soggiunse che si guardassero bene dal farne parola con lui, finchè la cosa non fosse veramente accomodata com'egli intendeva. Pensava la giovinetta che forse da quel quadro, s'era proprio bello come a lei pareva, si sarebbe potuto ritrarre tanto prezzo da trovare un supplente per Damiano, se mai, incolto dalla coscrizione, non avesse per sè la Provvidenza. Ma tenne per sè il buon pensiero, e neppure ardì confidarlo al fratello.

Pochi giorni appresso, Rocco che, al suo costume, se ne stava sgusciando aromatiche corteccie sul limitare del fondaco, vide fermarsi un bel carrozzino signorile, cosa per lo meno strana, presso il portone della casa ove abitava la famiglia di Damiano. Allungò il capo fuor della porta invetriata, aguzzò gli occhi; vide aprirsi lo sportello e poi scendere un tale che subito riconobbe, per averlo sovente incontrato in casa del suo principale, quantunque non sapesse fargli il nome; dietro a lui un signore di nobile e serio aspetto, piuttosto sull'età, vestito d'un largo soprabito soppannato di pelliccia di martora: anche quel signore si ricordava benissimo d'averlo veduto più d'una volta passare per le vie della città. Erano il signor Omobono e l'Illustrissimo.

Il povero fattorino si sentì come una stretta al cuore al primo vedere quel vecchio signore; senza saper perchè, un brulichìo di pensieri gli si mosse in mente; e non so che cosa avrebbe fatto per indovinare che venissero a fare que' due e che dicessero fra di loro, come chè li vedesse ridere e gesticolare in segreto. Ben s'era imaginato che andassero nella casa della signora Teresa, e ne sentiva dispetto, anzi rabbia, dolore; voleva persuadersi che la era una sua fantasia; ma una voce interiore gli suggeriva che ci doveva essere qualche mistero, che ci covava alcun chè di sinistro: ristette immobile come un piuolo, e le sue pupille non si distolsero più da quella porta e da quella carrozza.

Passò un'ora buona prima che vedesse scender dalle lunghe scale i due signori: il vecchio gentiluomo rimontò nel carrozzino; il suo satellite, fatta una gran riverenza col cappello in mano, si dilungò per la via. Ciò che passò nel cuore di Rocco in quell'ora eterna, nessuno lo seppe, altro che lui. Voleva correre dalla mamma Teresa, per domandar la causa di tale straordinaria visita, e non aveva coraggio; voleva raccontare la cosa a Damiano; ma non sì tosto lo vide spuntare a capo della piazza, si sentì morir le parole in bocca; quand'esso gli passò d'accanto, rispose timido al saluto di lui; e passato che fu, si battè con un pugno la fronte, e disse:--Povero me; povero matto ch'io sono!

Ma il dì seguente, all'ora medesima, egli vide venire la medesima carrozza e fermarsi dinanzi al portone. Il vecchio signore però era solo nel legno; se non che, nell'atto che poneva il piede sul predellino, il compagno del dì innanzi, che se ne stava, poco lontano, aspettandolo, mosse con rispetto verso di lui, e gli porse braccio a scendere. Il garzone, a quella vista, arse e gelò; ma non si tenne più. Appena i due furono entrati nell'andito del portone, egli sguisciò fuor della bottega, passò cautamente di fianco alla carrozza, e pigliate le scale, salì dietro le loro spalle, senza fare il più piccolo romore.

--Per bacco! sono un po' lunghe codeste scale: diceva il vecchio signore all'altro che lo precedeva.

--Abbia un poco di pazienza, Illustrissimo, e potrà raccorciarle della metà: rispondeva, con un sogghigno muto, colui.

--Ehi, ehi! non vi capisco: come sarebbe a dire?

--Sarebbe a dire che, se le cose vanno, ella potrà, Illustrissimo, fare un miracolo, trasportare il quarto al secondo piano.

--Briccone e matto! mi maraviglio di voi: che cosa credete? Se vi ho dato ascolto, se son venuto fin qui, se ci torno, è stato ed è solo perchè voglio veder io, quando si tratta di far del bene....

--Certo che sì; conosco il suo cuore, Illustrissimo. Se io le ho parlato ancora di questa famiglia, l'ho fatto per premura....

--Eh! voi siete un volpone; vi conosco, galantuomo! M'avete dato a credere che la giovine sia una perla....

--E lo mantengo.

--Ma io vi ho ben poca fede: so che le bazzicate da un pezzo in casa.... e basta questo....

--Baje! chi mai le ha detto, Illustrissimo?

--Chi? il Rosso.

--Impossibile: che cosa sa colui de' fatti miei? E poi, non ha veduto forse lei, Illustrissimo, non ha conosciuto, non s'è persuaso fin da jeri.... E tra sè intanto bestemmiava dietro al Rosso, suo rivale nel favore dell'Illustrissimo.

--Buona gente, sì, buona gente, ripigliò il signore: e son disposto a far qualche cosa per loro. In quanto alla giovine....

Fin qui Rocco non aveva perduto sillaba della conversazione; ma allo svoltar della scala, temendo d'esser veduto, ristette un poco; e sebbene sbirciasse in su e tendesse l'orecchio, non potè capire il resto della frase.

Poco di poi s'arrischiò a salire di nuovo, attirato quasi da incognita forza che gli faceva dimenticare ogni rispetto e pericolo.

--Vedete un po': diceva il signore, fermandosi a un pianerottolo, per pigliar fiato. Se almeno lo avessi saputo un anno fa, contentando la vecchia con quel piccolo benefizio ch'era venuto ad implorare, le sarei entrato in grazia; e a quest'ora... È vero che il chierico c'è ancora, a quel che ho sentito, e di benefizj da imbonire abatini non c'è penuria in casa....

--Grazie a' suoi santi nonni, Illustrissimo.

--Eh! eh! Cosicchè quello che non s'è fatto si può fare.

--In quanto al figliuolo maggiore, egli è necessario tenerlo basso.... perchè ha una testa.... e certe idee singolari....

--Eh! gli pagheremo quella tela impiastricciata che ho visto jeri, e felice notte.

--Basta che si contenti. A buon conto, in quest'anno ch'è per venire, la coscrizione ci potrebbe anche liberare di lui....

--Sta bene. Alla peggio, se costui ha le idee matte, saprò guarirlo io: la conosco da un pezzo la superbia de' pitocchi; pare che minacci il mondo; ma dà giù, sul più bello, al veder la faccia d'uno scudo.

E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.

Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India, entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto, bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto della scala sullo stesso ripiano.

Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le scale.

Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue, quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto qualunque, quell'intrigo misterioso.

Capitolo Ventesimosecondo

Correre in traccia di Damiano, no: chi sa dove e quando gli sarebbe riuscito di ritrovarlo; quel bravo signor Lorenzo sarebbe stato l'uomo a proposito, ma egli lo conosceva appena, n'aveva soggezione, anzi paura, nè avrebbe saputo come dirgli la cosa. In questo turbamento di pensieri, che tutti gli si affacciarono in un punto nello scendere le scale, Rocco tornò in istrada, e vista la carrozza signorile ferma ad aspettare, e il grasso cocchiere, che sceso di cassetta, dondolavasi sulla persona a mezzo del marciapiede, mosse difilato a lui, con titubanza e facendo lo gnorri.

--Signor cocchiere? gli disse, cavandosi la berretta d'incerato, e sforzandosi di sorridere.

--Che cosa c'è? rispose, sguardandolo in cagnesco, il gallonato Automedonte.

--Nulla.... ecco.... perchè, vede qui--e si trasse di saccoccia una carta in forma di lettera, ch'egli stesso in fretta aveva ripiegata.

--Che cosa? dite su.

--Lei forse è della casa di quel signore che ho incontrato poco fa là dentro (e indicava il portone) e che mi regalò qualche cosa, perchè portassi subito questo biglietto al suo palazzo....

--Il mio padrone?... sarà lui: rispose l'altro che cascò di subito nella trappola che la bugia di Rocco gli aveva teso: E bene? Andate dunque.

--Gli è, replicò Rocco impacciato, che non so dove sia il palazzo....

--Come? non sai dove sia il palazzo ***, dell'illustrissimo mio padrone? Bestia che sei! gira di là--e gli appoggiò uno scapezzone che lo fece barcollare--che non puoi andare in fallo; poi torna, e vuoteremo un bicchier per uno alla salute del padrone.

Al Rocco bastò il nome della casa; e senz'altro dire la diede a gambe. Intanto egli sapeva chi fosse quel signore; e, camminando, studiava inventar qualche cosa che servisse a frastornare in qualunque modo i disegni ch'egli pensava (e lo avrebbe giurato) conducessero quell'uomo. Ma non aveva fatto cento passi, quando s'imbattè faccia a faccia nel signor Lorenzo, che a capo chino, a passo lento, e parlando fra sè e sè, pareva venirne appunto verso la dimora della vedova. Rocco si fermò; e sebbene, conoscendolo poco, non avesse mai osato aprir bocca col vecchio soldato, pure gli balenò in mente il pensiero di dirgli tutto e di fidarsi a lui. Il veterano non s'era accorto del garzone; dimodochè, quando Rocco, esitando come chi fa del male, e pronunziando a mezza voce:--Signor Lorenzo! ardì toccargli il braccio perchè si volgesse, egli si riscosse, e senza nemmeno guardare indietro, chiese:--Chi è là?

Il buon figliuolo raccolse il suo coraggio, e accompagnandosegli disse che veniva a nome della signora Teresa, di quella signora che aveva l'onore della sua conoscenza; e ch'essa lo pregava di passare da lei in giornata, per una cosa di premura.

--Eh! ci verrò, rispose il signor Lorenzo al giovine, dopo avergli data in isbieco un'occhiata d'uom che poco si fidi: ci verrò dimani.

--È impossibile; replicò il Rocco: l'aspetta quest'oggi, subito....

--Via, ho altro a fare; oggi non posso....

--Ma, poichè la è in queste parti....

--Che? che sapete voi? Oggi, no; e basta: E poi quella donna è una matta, e n'avrà una delle sue.

--No! signor Lorenzo; mi dia ascolto; bisogna proprio che lei venga con me, subito, senza perdere un momento: è il cielo che l'ha mandato.

Il povero Rocco disse queste poche parole con un accento così vero e doloroso, che il vecchio amico di Vittore si sentì come scosso ne' pensieri, s'accese d'un sospetto; e stringendo con forza il braccio del giovine:--Dite, dite su, presto--balbettò fra l'ira e il terrore--forse qualche disgrazia.... forse la buona Stella, la figliuola del mio Vittore.... non mi fate mistero! andiamo.

--Io non so, ma è per lei.... per quel caro angiolo che io tremo.... rispose Rocco, pieno di gioja segreta perchè il vecchio l'avesse compreso, prima ch'egli cominciasse a parlare. E, subito:--Per carità! le dirò....

--Ditemi tutto, e presto; ma andiamo intanto, andiamo innanzi.

Non era passato più di un quarto d'ora che il vecchio soldato di Napoleone, il secondo padre della Stella, a cui l'accorto garzone del droghiere confidò tutto quello che sospettava e temeva, entrava risoluto nelle umili stanze della vedova, senza pur domandare licenza di farsi innanzi, e senza cavarsi il cappello. Egli era alla presenza dell'Illustrissimo: la Teresa si levò da sedere tutta sgomentita; e la Stella, che stava in un angolo sul suo scannetto, si nascose colle mani la faccia.

Lorenzo stette un poco senza dir parola, non già perchè il superbo signore a cui veniva dinanzi gli mettesse soggezione o dubbio su quel che aveva a dire: ma per non so quale involontaria esitanza al vedergli all'occhiello del soprabito il nastrino di quella stessa corona d'onore ch'egli pure portava, come l'ultima reliquia di giorni che non dovevano tornar mai più. Ma fu un pensiero, un dubbio che passò; un altro pensiero gli disse che nulla v'era di comune tra quel grande e lui; che colui andava, per certo, debitore della croce che portava a' suoi scudi, alla sua nobiltà, ed egli invece l'aveva comprata sul campo della battaglia, col proprio sangue. Intanto l'Illustrissimo, quantunque maravigliato grandemente di quella brusca intervenzione, non aveva dato segno di malumore o di dispetto: ma volgendosi, tra ironico e compassionevole, alla signora Teresa, la quale guardando or l'uno or l'altro non sapeva più dove fosse, le domandò sbadato:

--Ehi! ditemi un po': chi è quest'uomo?

Arrossì a tale insolente interrogazione il veterano, e mordendosi le labbra, contento che colui gli desse appicco a parlare:--Quest'uomo?... ripetè: quest'uomo?... Certo che io non sono nè un marchese, nè un conte, nè altro titolato; ma qualcosa di meglio; sono, come dice, un uomo.

Non replicò direttamente l'Illustrissimo a codesta non meno insolente risposta; ma, volto sempre verso la vedova:--Voi conoscete, disse, degli originali, buona donna. È forse vostro fratello, cognato, parente?...

--Oh! signor mio, veda... cominciò la Teresa impacciata più che mai: è un amico nostro, un brav'uomo, un amico vecchio del mio povero marito. E se lei sapesse....

--E che importa di sapere a questo signore? la interruppe brusco il signor Lorenzo; sono amico di casa, e basta; l'amico mio, il padre di questa giovine ed io eravamo più che fratelli; Stella mi conosce, sono stato il primo ch'ella ha conosciuto.... E mi par bene d'aver diritto di venirci in casa vostra: non è vero, signora Teresa?

--Ma chi ve lo nega? riprese l'Illustrissimo, con qualche impazienza, volgendosi allora al signor Lorenzo.

--Vorrei vedere che qualcuno me lo negasse, che qualcuno credesse di mettere il piede qui dentro, a suo talento, e venire così alla buona, sotto maschera d'amicizia o di protezione, in queste mura, a distruggere il bene che vi abita, il bene che consola due creature, che, potrei dire, mi appartengono!

L'Illustrissimo, non uso a simile tuono di superiorità e di rimprovero, quantunque il veterano avesse parlato in guisa di supposto, doveva sentirsene ferito; e lo si poteva argomentare dalle torve occhiate che gli volgeva, e dall'inquieto agitarsi sulla rozza seggiola che al suo peso scricchiolava.

Alla fine, rotto il freno alla pazienza, l'offeso signore gridò:--E che vi pensate di venire a nojarmi colle vostre pretensioni? Siete ridicolo, per non dir altro: se avete qualcosa a fare in questa casa, fareste bene a trovar fuori altro momento.

--Ho qualcosa a fare, appunto come lei dice: e il momento è questo!--replicò con voce sonora e franca Lorenzo.

--Oh! vedete un poco che costui vuol mettermi soggezione!--E accompagnò tali parole con un riso di disprezzo.

--Io non voglio nè so metter soggezione a nessuno, ripigliò il veterano: ma sento in me una cosa che nessuno mi può togliere o guastare, e che si chiama onore: e so come si faccia star giù chi vuol soverchiare.

--Come parlate?...

--Parlo, come un uomo a cui batte qui dentro un cuore onesto; come un soldato che ha visto il mondo, e sa cosa vaglia, e ne fa conto quanto del fiocco de' suoi stivali. Un tale che faceva ballar sulle dita i re, ha toccato un giorno questa mano.... Ed io avrò paura di chi, per portare un nome scritto in carta pecora e contar gli scudi a migliaja, si crede lecito tutto?

--Ma costui dà volta al cervello!...

--Può essere! Ma intanto, non dimenticate ciò che questo vecchio matto vi dice.

--Per carità! uscì fuori con lamentevol voce la Teresa, la quale non capiva più nulla.

--Oh signor Lorenzo! timida aggiunse la Stella, che tutto comprese, e avrebbe voluto gettarsi nelle braccia del suo salvatore.

--Io non so, riprese pacato e severo il veterano, io non so quando veggo il male che si fa da quelli che il mondo chiama grandi, se possa dirsi che ci sia una Provvidenza. Ma so che la maggior parte è ancora dappertutto calpestata dai pochi; che ancora l'esser poveri è come un delitto; e i signori credono sempre d'aver ragione quando pagan l'infamia con un po' d'oro. Ma voi non vedete, e parlo a voi, perchè siete uno di quelli ch'io dico, non vedete tutto il male che vi divertite a fare; voi entrate nelle famiglie nostre e vi recate l'infamia come un beneficio; voi cercate la dimenticanza della noja signorile, la dimenticanza d'un giorno, d'un'ora.... E non pensate al dolore, alle lagrime che vi lasciate dietro, alle maledizioni che chiaman sopra di voi la vendetta di Dio!... Ma non sarà sempre così; se ne son veduti de' momenti in cui i potenti scontarono anch'essi la miseria da loro seminata nel mondo; e i dì che corrono non correranno sempre gli stessi, e la giustizia sarà più lunga!

--Quest'uomo non sa cosa si dica!--l'interruppe l'Illustrissimo, cercando nascondere il turbamento che suo malgrado gli s'era messo nel cuore.

--Eh via! tenete a mente, o signore, due altre parole di quest'uomo. Non so come mai abbiate saputo insinuarvi nella confidenza di queste buone creature; ma ne indovino il motivo. Il benefizio onesto e sincero teme, si nasconde; la vostra carità superba ostenta protezione e copre male la vergogna che marcisce di sotto. Voi volete rapire a questa povera casa la pace e la virtù che vi si nascondono: ma io ho gli occhi aperti.... e se fosse vero!...

--Basta così, costui è matto frenetico! disse l'Illustrissimo, alzandosi: non so come io abbia potuto sopportar finora le sue insensate ciancie; se volessi, potrei farlo pentire di quello che ha osato pensare, e dire....

Il veterano sogghignava alla sua volta; e, incrociate le braccia sul petto, andava picchiando colla punta del piede il terreno.

--Ringrazio il cielo, susurrava intanto, che ho potuto venire a tempo....

--Ringraziatelo d'avervi tolto il cervello: se non credessi che fosse così, la vedreste voi!...

E mosse per uscire. Le due donne, tuttora pallide e sbigottite, non sapevano farsi ragione dell'avvenuto. Ma l'Illustrissimo, giunto sulla porta, si rivolse e disse loro con aria benevola:--Mi rincresce ch'io non possa far nulla per voi: ma il mio carattere non lo permette, dacchè c'è chi sospetta le mie intenzioni; e poi, questo signore che tanto vi protegge, potrà fare anche la parte mia.--