Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 13
Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno, vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.
Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di Stella, per la via ond'era venuto, calò.
Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli sorrise e non seppe dirle nulla ancora.
Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo, essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua giovine maestra.
Capitolo Decimonono
Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.
Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte, vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna innamorata.
Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi appena si levi sopra il comune.
Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore: amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.
Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela, e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que' dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un giudizio che poteva decidere per sempre di lui.
Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.
Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera. Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano, quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo tacque.
Entrata appena la famiglia nella sala ov'erano disposti qua e là, sui cavalletti, i quadri de' concorrenti, ecco che la Stella mette un grido di gioja e riconosce, sulla prima tela che le si offre alla vista, il proprio volto in quello della bellissima giovinetta ivi dipinta. Allora comprese il segreto di suo fratello; e correndo con impeto ingenuo, affettuoso nelle braccia di lui, disse:--Oh perchè, Damiano, perchè fino ad oggi non hai voluto a parte de' tuoi pensieri quelli che ti vogliono tanto bene?
--Mia cara, buona sorella, le rispose il giovine, tenendola stretta al cuore; non dir nulla, per carità; tu mi vuoi bene, e vedi tutto bello; ma non sai che il bello dell'arte è quel fuoco che uccise chi lo rapì, come credevano gli antichi. Io non ho fatto nulla ancora... e, dentro di me, gelo e tremo.
Intanto anche la signora Teresa, avvicinatasi al quadro, domandava una cosa o l'altra, ora al signor Costanzo, al quale non pareva vero di poter dir quel che sentiva, ora al suo Celso, che dopo lungo tempo era venuto dalla solitudine dello studio a passar quel giorno presso la madre. La buona famiglia, da un solo affetto raccolta intorno al quadro, in quel momento sentiva una gioja ineffabile e santa, che brillava nel volto sereno di ciascuno. Era in verità una scena gentile e così vera che avrebbe commosso ogni cuore.
--Oh! spiegami un po', Damiano, come la è andata: a lui diceva sua madre, col volto sereno e con le lagrime negli occhi: dunque un quadro così bello, così grande, sei tu, proprio tu, che l'hai fatto?... E come hai potuto, il mio caro figliuolo, lavorar tanto in così poco tempo, fra gli studj della scuola e i travagli della nostra povera vita?
--Oh mamma, rispondeva, era il mio spasso, la mia consolazione!
--Capisco bene adesso, la Teresa ripigliava; capisco il mistero che ti teneva tutti i dì lontano dalla tua mamma per ore ed ore.... E io, vedete un po', andava imaginando certe ragioni, certe storie.... che il Signore me le perdoni!
--Madre mia, tornava a dir Damiano: la povertà e l'amore insegnano di grandi cose. Io, sì, ve lo confesso, nella mia fatica pensava più a voi che a me; e mi pareva di veder nell'avvenire que' giorni che forse avrei potuto farvi; a voi una vita meno angustiosa, meno grama; a me... Poi, bisognava proprio che io provassi: era una fiamma che io mi sentiva qui dentro! Con tutto questo, vedete, forse è un sogno, è sperar l'impossibile!
--Ecco, sei sempre quello! lo interruppe malinconicamente la Stella.
--Non parlar così a traverso, disse il signor Costanzo, facendo la voce grossa e severa: mi fai proprio rabbia!... la tua modestia è una bella cosa.... ma, quando è chiaro, come due e due fan quattro, che tu sei nato pittore.... Oh vorrei vederla!... capisco già che la va sempre di quel trotto; i buoni stanno allo scuro, e i nani si credono giganti. Ma qui, non c'è che dire.... tu devi vincerla su tutti: ho un par d'occhi anch'io.... e, al caso, mi sentiranno.
--Eh! voi mi volete bene, forse troppo! dicevagli il giovine.
--Sì: ma il ben che ti voglio non mi benda gli occhi, e posso dichiararti tondo che la tua Erminia vale lei sola tutte l'altre insieme che stanno qui attorno.... e se que' signori non hanno la vista d'una spanna....
--Guarda, mamma, com'è bella ed espressiva la faccia smorta di quel cavaliere che sembra proprio appena tornare in sè.... quello è Tancredi: non è vero, Damiano?--Così domandava la Stella, appoggiata al braccio del fratello, con amorevole compiacenza levando la piccola mano verso il quadro:--Me la ricordo bene la sua storia.... mi ricordo quell'amore della bella Erminia, che tu m'hai letto un dì nel Tasso.... Oh! que' versi mi facevan piangere.
--Buon Damiano! così anche Celso diceva il sentimento del proprio cuore al fratello. Dio ti fece un gran dono, e tu hai saputo metterlo a frutto. È impossibile che il tuo merito, adesso oscuro, non abbia ad essere, quando che sia, conosciuto e compensato. Sì, tu farai onore a' tuoi, al nome di nostro padre; e noi sarem fortunati di appartenerti.
--O miei buoni! il giovine esclamò: Che Dio vi protegga. Ma non mi parlate, non mi parlate così!--e s'era fatto severo in viso--So che il conforto di quelli che ci tengono in cuore val meglio della pubblica lode, la quale tante volte si vende e si compra a buon mercato: e il veder questa gioja sui vostri volti, e quelle lagrime di mia madre e di mia sorella, son per me un premio più grande della mia speranza. Ma se tutti v'ingannaste? Se fosse il bene che mi volete quello che vi fa vedere sulla mia fronte ciò che il Signore non vi ha messo, una luce ch'egli dà a ben pochi su questa terra!.... Allora, addio ai sogni del giovine, addio alle fantasie di tanto tempo, addio a' begli anni gettati via per nulla; per quanto io mi faccia non potrò più arrivare a quell'altezza dove il cuore libero respira!... E al destarmi, mi troverei tuttora al principio del cammino, senza più tempo, senza più lena di fare quello che avrei dovuto far prima... quello che tutti gli altri fanno.
--Vedi, come sei tu! mio povero fratello! lo riprendeva amorosa la Stella: questi sono i pensieri che ti facevano tristo e taciturno; e in vece di guardare il bene....
--Sì, aggiungeva la madre: in vece di sperare, tu vuoi togliermi la contentezza e la consolazione che m'avevi date. Ma no! è impossibile che quando si ha quel cuore e quel pensare che tu hai, non si riesca a tutto quel che si vuole. Ed io, intanto, ringrazio il Signore che m'abbia dato un figliuolo come il mio Damiano: sì, che Lui ti benedica.
A queste parole, il giovine sollevò la fronte rasserenata come prima; e parve, la sua mesta sembianza rischiararsi di quella luce interiore, che viene da un'anima pura e contenta. S'avvicinò alla madre; e chinandosi un poco, prese con riverenza la mano di lei, e la baciò.
Capitolo Ventesimo
Inosservato testimonio di questa scena, un uomo semplice all'aspetto, di mezzana statura, dai capegli già misti di bigio, e trasandato anzichè no del vestire, aveva udite, non volendo, le loro parole; aveva veduto quel figlio baciar con affetto la mano materna. Facendosi innanzi, si volse al giovine artista, e:--Siete voi, disse, che avete fatto questo quadro?... E l'atto, e il mite suono di voce, ma più ancora il lampo degli occhi intenti e gravi additavano in quel nuovo venuto l'uomo grande e modesto che conosce e sente, l'uomo di genio che sempre cerca le impronte della bellezza, che ovunque ne scopra alcuna, si rallegra e tiensi felice d'aver vissuto un giorno di più. Non lo avevano mai veduto; ma Damiano sentì batter forte il suo cuore appena incontrò, levando la testa, lo sguardo dello sconosciuto. Oh! che sentimento sarebbe stato il suo, se alcuno avesse detto allora a Damiano il nome di quell'uomo onorevole e illustre; nome ch'io taccio per riverenza alla più bella virtù degli uomini grandi.
Il giovine stette un poco sopra di sè; poi, vinto dall'impero di quello sguardo che non si staccava da lui:--Sì, rispose, con voce sicura: questo è il primo mio quadro.
--Voi siete nato pittore, o giovine! riprese lo sconosciuto: datemi la mano. Io non so chi siate, ma ho sentito le vostre parole, e già vi sono amico.
Una gioja inesprimibile balenò negli occhi di Damiano, nell'atto che stese la destra: l'altro la strinse fortemente nella sua, dicendogli:--No, non è vero che l'arte nostra sia morta, come grida una generazione d'egoisti, la quale si rassegna troppo facilmente a rinnegar patria, religione, famiglia e tutto! Noi Italiani siamo ancora qualche cosa, per dio! se pur da noi stessi non ci condanniamo a morir per sempre; la fiamma de' nostri antichi non è spenta del tutto; ma l'arte, questa patria del pensiero che cerca la bellezza, ha bisogno di figliuoli che facciano sagrifizio per essa. O giovine, non temere! Ascolta la voce che ti chiama, va pur dietro all'inspirazione del cielo: ma ti guarda da que' tristi che gelosi della buona coscienza degli altri, e d'animo imbecille, vorranno soffocarti nel cuore la divina scintilla. Vivi oscuro ed umile, studia lungamente; non istancarti del pensare; non andare in cerca dell'applauso, e non rider mai, nè da te nè con altri, dell'antica fede dell'arte. La via che cominci è dolorosa e lunga più che non pensi; ma se cammini di buon passo per tempo, se non hai sete troppo presto di un nome, se non vuoi dell'oro, tu potrai giungere là, dove a pochi è concesso.... Soffri, sii misero e forte; e un dì, forse, sarai grande!
A tali meste e solenni parole, la gioja che irradiava il volto di Damiano, disparve: le due donne, l'abate, e con essi Costanzo, s'erano discostati un poco e non osavano più aprir bocca, compresi da rispetto; cosicchè i due artisti rimasero soli in faccia al quadro. Allora lo sconosciuto, avvicinatosi lentamente alla tela, con voce pacata e sommessa, disse, e fece toccar al giovine ad uno ad uno i difetti che l'acuto suo sguardo vi aveva distinto: non erano molti, degni i più di scusa, e facili a venir tolti via; tali anzi che rivelavano una mente viva e ardita, la quale non aveva cercato ajuto che a sè medesima. Prontamente Damiano conobbe, a parte a parte, quelle mende che dapprima non aveva saputo trovar fuori; ed era appunto ciò che il faceva così malcontento dell'opera sua. Dopo questo, si fece lo sconosciuto a lodare la semplice invenzione, la forza del disegno, una certa naturale purezza di forme, un'armonia di colori, una buona temperanza di tinte e di gradazioni di luce; sopra tutto la verità e l'affetto che spiravano dalle due belle figure di Erminia e di Tancredi, nelle quali si poteva leggere quella espressione che inutilmente cercava sull'altre tele.
--Tu vedi, amico mio, conchiuse, ch'io son sincero con te: quelle due teste bastarono a rivelarmi ciò che un dì potrà fare il tuo pennello, o piuttosto l'anima tua. Queste care figure le hai vedute nella fantasia; le ha trovate, indovinate il tuo cuore; son due tipi, come diciam noi, che nessun maestro ti avrebbe potuto insegnare, fuorchè il miglior de' maestri, quello che vive qui dentro, l'amore. Ma ascoltami bene: io non so se tutti vedranno e giudicheranno al par di me; molti pregi, e pregi massimamente di studio e di scuola, spiccano negli altri quadri che ne stanno in giro; ma, te lo ripeto, nessuno ha ciò ch'io veggo nel tuo. Dove il giudizio toccasse a me, penso che tua sarebbe la corona: ma se mai la schizzinosa servilità al precetto e la pedanteria ci mettessero la coda; se mai ci fiatasse sopra l'ingiustizia ch'è losca, o l'intrigo che di soppiatto guasta le cose migliori, non ti smarrir dell'animo, o mio giovine; anzi fanne augurio per la vita penosa dell'artista che hai cominciata: perchè il genio costa dolore.
--Grazie, o signore! le sue parole io le terrò scritte qui dentro: rispose Damiano, fu un premio anche troppo grande per me quello che oggi ho udito dalla sua bocca.... Io non dimenticherò mai, che ho potuto stringere questa mano, come la mano d'un amico....
Il signor Costanzo s'avvicinò al nostro giovine, e gli disse in segreto il nome di quell'uomo con cui aveva parlato; nome ch'egli stesso era riuscito a sapere, domandandone un vecchio inserviente che di là passava. Damiano arrossì; le parole che cominciavano a uscirgli del cuore, a un tratto, gli mancarono; ma ebbe coraggio d'accostarglisi di nuovo, dicendo:--Questo giorno sarà uno de' più belli di tutta la mia vita!
Si lasciarono; e Damiano, partendosi con la famiglia, aveva l'anima rapita da lieti pensieri, e fra sè diceva:--Egli è il vero artista, egli è grande e buono!
Mentre così apparecchiavasi Damiano al cammino della vita e alle difficili prove che l'accompagnano, la sciagura che troppo presto aveva cominciato a seguitarlo, non s'era già perduta per via, e lo teneva d'occhio di lontano, come fa la tigre del deserto colla sua preda. Colui che una fatalità gli aveva suscitato contro, forse per mettere a prova la sua virtù e il suo coraggio, quel signor Omobono da lui temuto insieme ed abborrito, maturava in segreto il modo di tirar nelle sue mani la sorte della povera famiglia. Il genio del male, pareva averlo inspirato. Forse, se Damiano fin dal principio si fosse mostrato a lui devoto, se avesse accolto le sue profferte d'amicizia, il lievito dell'odio non sarebbesi diffuso nel cuor di quell'uomo. Nessuno poteva dire quali tristi pensieri egli covasse; perchè si fosse accanito così contro di quelle oneste creature. Fatto sta, che in quel tempo, quantunque non si fosse lasciato vedere, egli sapeva tutto ciò ch'era successo nella loro casa.
I nostri buoni amici intanto s'eran forse di lui dimenticati; però che i buoni, quasi sempre, credono troppo poco al male. Ma ciò che aveva voluto, che voleva ancora, egli il sapeva. E se i cattivi ponessero, per ritornare al bene, la più piccola parte dello studio che fanno per camminare spediti nella via del male, le ragioni del serpente non sarebbero ancora così spesso ascoltate; e l'animo sarebbe pago di quel conforto che viene dalla sperienza della virtù.
Era passato alcun tempo; e Damiano, pensando all'incerta riuscita del concorso, non sapeva por mente a nessuna cosa, non aveva pace un momento. Pure, per non so quale alterezza, fors'anche pel timore di mutare il dubbio che l'agitava in una trista certezza, non volle parlarne con nessuno, non volle neppur sapere il giorno nel quale la sua sorte dovevasi decidere; e fece forza a sè stesso per non pensarci. Ma il signor Costanzo non poteva star nella pelle; e se proprio in que' dì non fosse sopravvenuta una grossa febbre a inchiodarlo nel letto, non sarebbe stato cheto per certo, fino a che non avesse saputo di buon canale che la corona era posta al quadro del suo Damiano. Chi sa che appunto il dispetto di non saperlo di subito, non gli abbia tenuto addosso quella febbre una settimana di più.
Una mattina però, Damiano, partendosi dalla casa del pittore, andò quasi involontariamente e per non so quale presentimento verso la via di Brera. La maggior frequenza di gente che a quella parte incamminavasi, gli mise un ribrezzo nella persona; e confuso nella folla s'affrettò anch'esso verso l'antico e severo palazzo, dal quale era uscito l'ultima volta, pieno di così alta e bella speranza. Entrando nell'ampio cortile, parevagli che tutti gli occhi fossero sopra di lui; tremava e sudava al tempo stesso; forse l'anima sua sentiva già tutta la verità.
Pure, salì insieme cogli altri, che non gli ponevano mente, nè gli risparmiavano, in passando, qualche urto; attraversò la prima e la seconda sala già tutte piene di giovani allievi, di persone curiose o indifferenti: messo appena il piede nell'altro salone, vide pendere in faccia a sè sulla parete a destra un quadro, a capo del quale era attaccata la corona d'alloro!... E quel quadro non era il suo!
Altro non seppe, non vide; gli si annebbiò la vista, sentì una fitta nel cuore; e sarebbe forse caduto a terra, dove non si fosse appoggiato al piedestallo d'un monco colosso di scultura greca, a cui per caso trovavasi vicino. Nessuno s'accorse di ciò ch'egli pativa dentro di sè; anzi nel passare, un buon ambrogiano che voleva vedere, sapere, e non perdere il proprio tempo per nulla, se gli accostò, e additando il quadro incoronato, gli chiese ingenuamente:--Mi saprebbe dire che cosa sia quel quadro là, e perchè abbia quella corona?...
Il giovine risensò a quella voce, rialzò l'avvilita fronte, ma non potè lasciar di volgere un'occhiata al suo povero quadro confinato in un angolo, sotto una scarsa luce. Poi, con tutta la calma possibile, fece contento quell'ambrogiano dabbene, spiegandogli l'argomento della pittura, e dicendogli che il quadro colla corona, fra i molti mandati al concorso, era il più bello.
Uscì di quelle sale; ma non ebbe il coraggio di tornar subito a casa, di rivedere sua madre e sua sorella: rifatta la via fino alla dimora del pittore Costanzo, andò a sedere di nuovo al letto di lui; là, senza dir nulla, appoggiati i gomiti ai cuscini, chinò la testa nelle mani; e volle, ma non potè piangere.
Capitolo Ventesimoprimo