Damiano: Storia di una povera famiglia

Chapter 12

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Egli non poteva patire che il giovine gittasse via così il più santo dono del cielo, l'inspirazione della bellezza. Una mattina che Damiano gli parlava del proprio avvenire, egli tirò in campo tutti gli argomenti possibili per dissuaderlo. Gli fece toccare le difficoltà, le spine della via sulla quale voleva mettersi; gli fece vedere impossibile d'ottenere, prima di tre o quattro anni, un impiego stabile; intanto egli era all'età della coscrizione, nè senza miracolo avrebbe potuto schivarla; che il miracolo lui stesso lo farebbe, dando ascolto al suo vecchio amico. E qui si spiegò chiaro, che avesse a finire ben presto il quadro del concorso a cui aveva lavorato parecchi mesi nell'inverno, e a mandarlo all'Esposizione: quel quadro, senza dubbio, doveva essere il più bello; e il suo giovine autore, coll'onor della corona, avrebbe goduto il privilegio legale di andar esente dal servigio militare.

Queste ragioni, scossero non poco i pensieri di Damiano. E sopra tutto l'idea della coscrizione che lo avrebbe potuto da un dì all'altro strappare a' suoi, questa spina che da un pezzo eragli fitta nel cuore senza che nemanco avesse osato parlarne con sua madre, fu quello che il vinse. Una timida ma calda speranza, che fino allora non aveva ardito confessare a nessuno, quasi neppure a sè stesso, e che poteva forse decidere il destino di tutta la sua vita, si rianimò in quel giorno; e già nel cuore egli dava volentieri ragione al vecchio Costanzo. Era la speranza di riuscire, quella che dà vita a tutte le cose grandi e belle. Pure, la sua mente dubitava ancora.

--Ascolta, amico mio, dicevagli il buon pittore, con voce così commossa che ben mostrava la verità di quel che sentiva. Ascolta; tu sei giovine e padrone della tua vita. Il Signore ti ha dato quel che a pochi egli dà, il fuoco dell'anima; ma guai se questo fuoco lo lasci morire!... Ama la pittura, amala com'io, quest'arte sublime.... Ma fatti coraggio, vinci gli uomini e il tempo, e avrai quello che non seppi trovar io, un nome. Io, vedi, fui un povero disgraziato; mi fece spavento il cammino che bisognava salire, e mi misi a sedere al basso. Ora son vecchio, ho perduto tutto; nè posso che rimpiangere il passato, come i vecchi fanno.

--Anima nobile e onesta! pensava il giovine, intanto che l'amico suo, ragionando, gli serrava con affetto la destra.

--Ma tu, seguiva Costanzo, hai la mente serena e la volontà calda; tu devi levarti, chè il puoi, sopra a questa gente che ti circonda e vorrebbe soffocarti collo spauracchio del bisogno, colla tirannia dell'impossibile; due cose che fanno morire quanto v'è di generoso, di vero. Soffri ancora per poco, e verrà giorno, te lo prometto io, che la moltitudine sarà costretta ad ammirarti, a ripetere con riverenza il tuo nome; e diranno: Vedete quel giovine? è un gran pittore, è l'allievo del vecchio Costanzo!... Oh! ch'io li possa sentire a dir così!...

--Ascolta, amico, lo interruppe Damiano; e chi mi darà tempo e libertà ch'io mi ponga a studiare?... Chi penserà intanto a mia madre?...

--Dammi ascolto, figliuolo, riprese il vecchio, e fa quel che dico; metti insieme una cinquantina di scudi.... a tua madre, a tua sorella penserò io... quel poco che posso.... e poi, la Provvidenza non c'è per niente. Fa dunque così; non dir nulla agl'ignoranti, i quali ridono sempre del povero che combatte e spera; va con Dio, va fino a Roma, e domanda il tuo avvenire a Raffaello, a Michelangiolo, a Guido e a quegli altri pochi loro fratelli. Se puoi piangere dinanzi a que' miracoli degli uomini, se il cuore ti batte più forte e la mano non ti trema, segui pure la via: potrà esser lunga e difficile, ma è certa. E quando il tuo cuore onesto ti dirà che sei degno del voto dei buoni e della parola di quelli che sanno, ritorna allora dal pellegrinaggio, a consolare tua madre, a rallegrare il tuo amico Costanzo.... Oh sì! io spero esserci ancora, quando sarà menzionato il tuo nome fra quelli per cui non va a morire l'onore della povera Italia nostra.

Così con ardore parlava il vecchio maestro; e per verità, non aveva parlato mai a Damiano con tanta persuasione, con tanta semplicità e grandezza d'affetto. Nè a lui pareva vero che un uomo dato al mestiero, costretto, da che viveva, a lottare colla povertà, sentisse ancora così altamente di quell'arte ch'eragli stata ben poco liberale de' doni suoi: forse per questo, ne pigliava maggior conforto e coraggio; e sentivasi commosso, ammirando quest'anima ingenua e buona, alla quale forse, in altro tempo, era mancato ciò che egli stesso andava allora cercando, forza e volontà.

Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non aveva più d'un mese di tempo.

Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve, quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.

Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo, le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato. Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo d'opera della Esposizione.

Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure, crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice, studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa, sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci volle; perchè è più facile fare il male che il bene.

Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla, smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei, ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano. Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser povero per compatire sinceramente a chi è povero.

In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere, stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello ardito salutava col soprannome di _Pestapepe_, aveva reso più d'una volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.

Capitolo Decimottavo

Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de' poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione! Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!

Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre. Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte. Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa, prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato, come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!

Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio, aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio, come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero fanciulletto!--Unico amico suo era il cane del casolare che spesso venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui, per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore; ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.

Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte. Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima desta appena da un barlume di ragione?... Errava per le campagne correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo. A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una canzone che finiva così:

Del tuo figlio ascolta il pianto; Madre mia, dove sei tu?

L'han portata al campo santo; Non verrà mai più, mai più!

quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.

In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui, intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano; nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.

Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco, col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione. D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento; cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo, vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima; cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio. Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno; pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù. Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava, ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.

Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente, dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse, ch'era tocco nel _nomine patris_.

Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco; il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna, rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.--Buon dì, matto; che novità?

--Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e a piuma a piuma l'oca si spenna.

--Eh, cosa vuoi dire?

--Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.

--Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.

--Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in mente di vincere.

--Matto, ti saluto.

--Ti saluto, savio, che fai ammattire.

Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi giuoco di lui.

Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità: scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto. Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto, rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i ritornelli delle sue canzoni.

Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui, una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro, dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco: per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il canarino sulle sue dita.