Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 11
--Ma per combattere che si faccia, seguitava vieppiù rinfiammandosi il padre, il nemico non si stanca e trova sempre armi ed offese. Molto avanza ancora del lievito infernale che bulicò sì fattamente sul finir del secolo passato: tutto ciò ch'era perduto non è riconquistato ancora.... il male sussiste; e guai, se ingangrenisce!... E per non dilungarmi in così trista via, eccovene in piccolo nella famiglia della quale si parlava, un palmare esempio. Un vecchio militare, mezzo rinnegato, amico del padre defunto, vuol governarla a suo capriccio: già ha guasto il cervello al maggiore de' figliuoli, un capo scarico da cui non si può cavarne nulla; per fortuna del cielo, si fu a tempo di salvare il minore, quel giovinetto del quale la degnissima signora contessa degna prendersi pensiero.... Ma non ci volle poco a venirne a fine, e per un filo quell'avanzo di giacobino non rovesciò tutto! Nè basta: c'è una figliuola, la quale tocca appunto l'età pericolosa; e in mezzo a una madre debole, a uno sventato fratello, a un vecchio peccatore, non c'è a garantire uno spillo per l'onestà sua. Ma noi non ci stancheremo nell'opera buona, noi veglieremo nell'ora che il leone rugge; non è vero, signora contessa?... Ricordiamoci quello ch'è stato detto.... Noi pure dobbiam essere pescatori d'uomini.
--Veramente, ora si tratterebbe di pescare una donna: non potè tenersi dai dire il consiglier Zebedia, il quale, con tutto il suo zelo e sussiego, nutriva certa predilezione per i motti piccanti e le freddure.
Rise, muta, a fior di labbra, la dama; il padre tacque e si fe' serio.
--Oh! ad altre cose e più importanti, soggiunse allora la contessa; passiamo, se non vi dà incomodo, nel mio gabinetto di studio, signori, e vi mostrerò il risultato delle corrispondenze di qui e di fuori, intavolate per il fine che voi sapete, sopra le quali mi bisogna il vostro prudentissimo avviso.
Ciò detto, si levò dal canapè; e attraversando con imperturbata dignità parecchie stanze, seguìta da' suoi due accoliti, il laico e il cherco, disparve ne' recessi del palagio.
Capitolo Decimosesto
Mentre le tre vecchie potenze mettevano così in comune importanti segreti, tirando pe' capegli que' principii che, secondo loro, dovrebbono essere i cardini del mondo, la povera famiglia, che s'eran degnate di prendere sotto la lor protezione, non sapeva i pericoli che più davvicino la minacciavano.
--Sentite, Teresa: diceva, la sera di quel dì stesso, la vecchia pegnataria alla vicina, lieta di averla trovata sola: domani ci sarà qualche cosa a spartire; ho fatto consegnare al palazzo di quel signore, di quel cavaliere che sapete, il corredo della biancheria, della quale fra me e voi s'era pigliata la commissione; una bellezza, vi dico niente, una bellezza!
--Lo credo bene; fra me e la figliuola vi abbiam spesi dietro gli occhi.
--Ma c'è de' guai, sapete: quel signore ha arricciato il naso sul conto.... figuratevi! che cosa ne sanno gli uomini? ho avuto bel dire, che non si stava in sul tirato, che c'era appena da vivere.... non l'ha voluta capire.... Per dir tutto in una parola, s'è concluso che quel conto l'avrebbe saldato la sua signora zia, e che si tornasse, o s'avesse a mandare per questa faccenda. Che cosa volete? Siamo stati in quest'accordo; e domani...
--Ci tornate voi?...
--Così potessi! Ma ho che fare fin sopra i capegli; andateci voi, Teresa; mandate la Stella, se non volete andar voi...
--Ma io, vedete, non so trovarci nè via nè verso, quando si tratta di conti.
--Mandateci la Stella, che l'è una piccola strega, e saprà fare... Già si tratta di parlare con una gran dama... e ci vuol proprio lei. Io e voi, Teresa, non sapremmo farcela valere; ma le ragazze l'han sempre la ragione, n'è vero?...
Quando la Teresa fece alla figliuola la commissione della signora Emerenziana, la fanciulla, senza esitare, acconsentì a recarsi, la mattina seguente, al palazzo di cui la vecchia aveva lasciato l'indirizzo.
Venuta la mattina, si preparava ad uscire; ma, forse per caso, Damiano si trattenne più dell'usato; ond'ella, per non parlarne con lui, che nulla ne sapeva, aspettò: tanto più che l'aveva veduto mordersi le labbra dispettoso, al solo udir menzionare dalla mamma la signora Emerenziana. Se non che il giovine notò qualche imbarazzo nella sorella, e stette pensoso; indi, preso il cappello, senz'altro dire, uscì di casa. Partito lui, la Stella s'acconciò il velo, un piccolo scialle di lana quadrettato, salutò con un bacio la mamma, e dicendole che n'andava per quel conto della signora Emerenziana, disparve. Appiè delle scale, non s'accorse di Damiano che, non visto, l'aveva aspettata, e che lasciatala avanzare un poco nella via, le si mise dietro.
Suonava per la città il mezzodì. Il cavalier Lodovico, approffittando d'una breve assenza di don Ambrogio, così chiamavasi il padre suo, aveva pensato d'invitare appunto quella mattina i più intimi amici suoi ad una splendida colezione. Stava da ben tre ore aspettando la piccola ricamatrice, e s'indispettiva che non fosse venuta ancora. Questa tardanza metteva sossopra il suo piano; e ci aveva studiato sopra non poco. Gli ordini i più precisi eran dati; e pensando di sbrigarsi in poco d'ora della sua nuova conquista, compiacevasi tutto di poter serbarne il racconto agli amici, in quella colezione, la quale doveva esser quasi un commiato dalla sua vita di scapolo.
Ma suonato il mezzodì, alcuni degl'invitati già capitavano; e la fanciulla non s'era veduta. Il dispetto del giovine cavaliere era al colmo: da mezz'ora andava masticando l'unica bestemmia inglese, ch'era tutto il saper suo di quella lingua.
Il conte Achille, quel suo fido Acate, che solo era a parte del segreto, entrando nel salottino a rincontro dell'amico, gli lesse in volto il malcontento; argomentò fra sè potesse essere per la mala riuscita del suo intrigo; ma, per allora, si tacque
In compagnia del barbuto conte ne venivano altri due signori; l'uno un giovinotto sulla trentina, il quale alla sfoggiata cravatta, all'abito stringato, mostrava ancora la pretensione d'uno zerbino di primo pelo; l'altro, uno smilzo giovincello che, avanzandosi a dondoloni, diè una forte stretta di mano all'amico, e cominciò a ridere di quel fatuo riso che spesso tien luogo del bello spirito. Costui, erede di un gran casato, e tronfio del suo nome e della fama de' suoi cavalli inglesi, era da poco tempo entrato nel gran mondo sotto l'egida d'una facile matura beltà.
Questi signori stavano in aspettazione nel salotto, sdrajati ne' seggioloni presso la tavola su cui erano sciorinati non pochi disegni di caricature equivoche, e parecchi volumi degli ultimi romanzi di fattura parigina; e, mentr'essi sbadigliavano beatamente, guardando gl'intagli rappresentanti i più famosi cavalli da corsa del Regno Unito che pendevano incorniciati dalle pareti, framezzo a fioretti sciabole e stocchi, a guanti di difesa e visiere e corazze imbottite, indispensabile fornitura d'ogni elegante spadaccino; il padron di casa andava e veniva inquieto, turbato, sfogando la sua bile or sull'uno or sull'altro de' servitori. Tornò poi nel salotto, e sdrajatosi in compagnia degli amici:--Chi manca ancora? domandò.
--Tu lo saprai, rispose Achille, lisciandosi col palmo della destra inguantata la colta barba: io, per me, quando prometto, son puntuale così coll'amico come coll'amante.
--Ben dici, bell'uomo! aggiunse uno de' colleghi: anch'io, dove si tratti di pranzo o colezione, sono esatto come un creditore.
--Chi dunque s'aspetta?... chiese il terzo.
--Oh vedete! ripigliò Lodovico: me n'era scordato; quella buona lana del Martigny, il nostro allegro maestro.
--E credi che verrà?
--Sì, per tenerci allegri, se vi sarà bisogno.
--Ma chi gl'insegna la creanza di farsi aspettare? interrogò il barbuto conte.
--Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon tuono.
Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi, franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva; il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello. Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene accarezzar le spalle al prossimo.
Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti; e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in anticipazione dal figliuol suo.
Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti; solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai creduto alle sue rodomontate amorose.
Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto. Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si volge al servo e dice:--Che passi pure.
--Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.
Era la Stella.
Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle ginocchia.
Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.
Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:--Questa è mia sorella, disse: guai al primo che la tocca!....
Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore, e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:--Io ti conosco, disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene! vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.
Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che, per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione: ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.
Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine, vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò un'altra volta in faccia, e:--Non ho altro a dire! riprese: andiamo, sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma... non sono io quello.
Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.
Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto, dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso eccezionale di battersi con quel _manant_. Grave era il problema; tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un gentiluomo avere _un affar d'onore_ con uno della canaglia; e tanto più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione; un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto il credito e il nome del cavaliere.
--Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.
E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.
Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè, da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva che cosa fosse il mondo.
Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo. Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato. Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un fare distintissimo.
Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo milanese, quello del giovine e galante marito.
Allora, ne' circoli delle belle signore e ne' pranzetti cogli amici, s'arrischiò egli stesso a menzionar fra le sue giovenili conquiste quella della piccola ricamatrice, e la seppe colorire in modo che le dame anziane, scandolezzate, gli davano sulla voce; l'altre pudicamente sorridevano; e i compagni allegri gli battevan le mani. Chinandosi frattanto in leggiadra postura sulla spalliera del canapè ove sedeva la sposa dell'amico, il conte Achille le susurrava all'orecchio:--Ah! signora, bisogna vendicarsi, e presto, de' galanti tradimenti che le fa quello sventato di suo marito: bisogna dargli una lezione.... si fidi, si fidi di me!...
E la sposina arrossiva; nè osando riguardare il suo chiomato adoratore, mordeva co' labbruzzi gli orli dorati del ventaglio.
Capitolo Decimosettimo
Intanto nella povera famiglia si pativa. Allorchè la troppo confidente e buona Teresa cominciò a tremare nel suo cuore, allorchè cominciò a capire che cosa siano i cattivi, ad aprir gli occhi sui pericoli della sua innocente creatura, ella prese a sospettare di tutto e di tutti. In poco tempo, la voce di quel ch'era successo, portata attorno dalle curiose donnicciuole, travestita dalla malignità o dalla scempiaggine altrui, creduta al di là del vero anche da' buoni che spesso han troppo paura del male, fece metter molti occhi addosso alle due donne, e brulicare sul conto loro sospetti. Chi disse, chi ripetè, rincarando la dose; chi battezzò a dirittura la madre e la figliuola con nomi da non dire; e vi fu perfino chi s'attentò di mettersi su per le buje loro scale, battendo sfacciatamente a quell'uscio, su cui un modesto cartello portava scritto in bel corsivo: _Ricamatrice e Cucitrice_.
Da quel dì, la Stella non fu più veduta così ilare, così contenta come prima; da quel dì una nube di malinconia cominciò ad appannare il sereno della sua fronte; e per la prima volta, il sentimento della povertà e del disonore le turbò quella fede, nella quale era vissuta fino allora senza temere, senza odiar nessuno su questa terra.
Damiano, ferito nel più vivo del cuore, andava meditando vendetta; ben vedeva che, senza farsi ragione da sè, non sarebbe riuscito a nulla: poichè vecchia è la commedia del mondo, ove il vizio titolato e vestito d'oro grida più forte della virtù coperta di poveri panni e senza nome. E poi, superbo com'era dell'onor di suo padre, Damiano repugnava troppo a ripetere il nome di sua sorella in così trista faccenda; e scorgeva la necessità di tirare un velo su quel ch'era stato.
Ma, dopo fatta codesta risoluzione, tornava alle idee di prima; sentiva più vivo l'insulto sofferto; pensava che l'unica via di lavarlo era quella di forzare il giovine signore a stargli a fronte: quantunque sapesse d'esporsi a quasi certa morte, si compiacque per alcuni dì in tale consiglio; indifferente, se non pago, di togliersi alla vita, la quale, allora più che mai, parevagli difficile a portare. Non ne volle dir nulla a sua madre; e divisava il modo di costringere il nobile seduttore a battersi con lui.
Poi, dopo una notte vegliata nel tormento dell'anima, ripensando a sua madre, alla Stella, a Celso, sentì mancarsi il coraggio di morire. Venuta la mattina, andò a cercar del fratello e per buona ventura il trovò solo. Alle parole confuse, concitate di Damiano, il giovine cherico, già a parte dell'avvenuto, seppe leggergli negli occhi il suo progetto; e tanto disse e così affettuoso parlò che Damiano, gittandosegli al collo, pentito come d'un fallo commesso, gli promise che, come lui stesso aveva detto, lascierebbe al Signore il castigo de' cattivi.
Con tutto questo, il dì seguente tornò sopra a quel pensiero; tormentato dentro di sè da tanta incertezza, volle confidarsi col signor Lorenzo, come col solo suo protettore; persuaso che il vecchio soldato, non uso a pigliar mai in ischerzo nessuna cosa, l'avrebbe soccorso colla severa sua esperienza. E in verità; quando seppe il caso, quell'antico della guardia reale lasciò scapparsi di bocca certe negre bestemmie che non aveva scagliate fuor che a' cosacchi; e giurava d'aggiustar lui a ogni modo la cosa, come si doveva. Ma, ponderando seriamente, cominciò a dubitare, e poi vide che, se anche il nobiluzzo birbone si fosse degnato di battersi, Damiano poteva giuocare con lui un mal giuoco; pensò che alla fin fine egli doveva tenergli luogo di padre, e in tuono risoluto conchiuse che per allora bisognava rinunziare a quel proposito; soggiungendo con un cotal gesto misterioso: --Fidatevi pure di quel che vi dico io, non mancherà il momento di rendere pane per focaccia a quel cattivo mobile non solamente, ma a molti altri del suo stampo.
Quel che tagliò fuori ogni dubbio fu il sapere, quasi subito, che il signor cavaliere aveva stimato prudente di mutar aria per alcun tempo. Poi, di lì a pochi mesi, fatto che fu il matrimonio del quale abbiam parlato, nel cuor di Damiano, a quell'avanzo d'ira che vi stagnava, successe compassione e disprezzo; che se prima gli bolliva dentro la smania di vederlo diffamato come sel meritava, allora sentì quasi che avrebbe potuto perdonargli.
Così, tornato in pace con sè, la buona volontà di adempiere, come meglio sapeva, il suo dovere, nel momento del maggior bisogno, era in lui rinata più viva che mai. E come, finite allora le scuole del liceo, egli toccava ormai i vent'anni, si mise a pensar seriamente alla via che gli conveniva di scegliere.
Il buon mercante, presso il quale continuava quasi da due anni a regolare i libri di cassa, gli profferse in quel torno di tenerlo nel proprio fondaco, in qualità di commesso, raddoppiandogli l'assegnamento mensuale e dandogli di più speranza di qualche provvigione sugli utili del negozio. Ma Damiano sentiva che non avrebbe potuto piegare il collo con rassegnazione ad una vita così diversa dalla vita vagheggiata e sognata per tanto tempo; e rifiutò. La Teresa e la Stella dal canto loro lo consigliavano d'allogarsi in qualche ufficio, credendo che in pochi mesi avrebbe potuto coll'ingegno e colla buona volontà ottenere anche lui un impiego, come tanti altri. E Damiano, sebben vedesse la meschina prospettiva dell'avvenire, comechè egli non potesse fare gli studj superiori, già stava per appigliarsi a codesta determinazione; allorchè il vecchio pittore Costanzo venne in mezzo a guastare ogni cosa.