Damiano: Storia di una povera famiglia
Chapter 10
Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione, una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè, quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.
Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.
Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni d'amore che dall'abituale sua tristezza.
Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i nostri pittori del tempo antico.
In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava, considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio, una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava intorno al pallido viso del cavalier crociato.
Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze, sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.
Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane, rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza de' cuori fatti l'uno per l'altro.
Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era; e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse. Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo, all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non lontana dal suo Vittore.
Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura, andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure, l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a' cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso, seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone d'una gioja che non era nel suo animo.
La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori, festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi, lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso cominciato appena!
Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina, sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato, che sì poco dormiva e usciva prima del sole:--Sì, mia Stella! le risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o morire.--Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava, nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze d'Erminia.
Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora. Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso, del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante, le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera, Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro, leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.
Fuor di qualche vicina che veniva talvolta a frastornar la Teresa nelle cure casalinghe, pettegoleggiando i fatti degli altri, volesse o no saperli, nessuno capitava in quella povera casa. Anche il signor Lorenzo lasciavasi veder più di rado, sia che gli acciacchi e il trovarsi solo a finir la strada degli anni, gli avessero messo il tedio addosso, sia che tenesse ancora il broncio, fin da quando s'era deciso di Celso, contro il suo sentimento. Non aveva mai potuto dirsela l'antico tenente nè con preti nè con frati; quantunque fosse vicino al far de' conti, c'era de' momenti in cui si ricordava con un cotal gusto selvaggio i murelli de' conventi scalati in altro tempo, e in altro paese, le cantine de' priori a cui aveva dato il secco coll'ajuto di pochi camerati, e qualche lampada d'argento e qualche turibolo ghermiti come preda di buona guerra. E poi, il vecchio soldato aveva anch'esso certe idee sui due figliuoli dell'amico: e da che s'era voluto fare e dire senza di lui, aveva giurato di lavarsene le mani. Ma non sentivasi cuor di farlo, pensando che quelle tre creature le aveva vedute venir su a poco a poco; e ricordandosi quell'ultima notte del moribondo suo fratello d'armi, e la promessa che non avrebbe abbandonati mai più que' figliuoli.
Così l'onesta famiglia di Vittore, alla quale eran rimasti l'onore e la virtù, unica ricchezza, viveva aspettando dall'avvenire un po' di bene. Ma la loro umile sorte non era abbastanza oscura ed ignota allo sguardo de' tristi. Coloro che van dietro al male vegliano nell'ombra; i buoni non sospettano; e sopra di essi non c'è che l'occhio di Dio.
Il signor Omobono non aveva dimenticato la povera ricamatrice, nè smessi i suoi scelerati disegni: ma ignorava che un altro, se non più astuto, più audace di lui, stava per attraversargli la via. Era costui il cavalier Lodovico; il quale, come volle il caso, spesso meno incomprensibile che nol sia la cattiveria degli uomini, s'era, come l'Omobono, giovato della vecchia pegnataria, per riuscire a far conoscenza colla bella fanciulla.
La vecchia pegnataria, la quale soleva chiudere un occhio sopra tal sorta di negozii, e compativa le fanciulle che avessero dato un'inciampatella, volle tener a bada tanto l'Omobono che il bel signorino; e si guardò bene dal parlar coll'uno o coll'altro di ciò che sapeva. Di più, con quel gusto maligno dell'intrigo, ch'era la sua politica, andava pensando che il vecchio o il giovane ci poteva cascar seriamente, e che la ragazza, non essendo sciocca, aveva trovato il bandolo della fortuna.
L'Emerenziana era, fra le donne del vicinato, quella che veniva più spesso a visitar la Teresa, a recarle del lavoro per le sue pratiche. Non passavan due giorni senza che tornasse, come la febbre quartana, a far la dottora colla vedova, che le dava troppo facile orecchio. Bisognava udirla cornacchiare i segreti di tutto il quartiere, dame o pedine, mercantesse od operaie che fossero; lasciar trasparire con certe reticenze, e sempre come in confessione i garbugli, i rigiri in cui si era invischiata ma per amor del bene, diceva certi imbrogli, certi coperchielle e matasse distrigate da lei sola: rigattiera e pegnataria ne sapeva, per verità, di belle; e il darla a bere era per essa l'arte di non lasciarsi metter di sotto dagli altri.
Capitava nell'ore che le due donne eran sole. S'era accorta, al primo veder Damiano, in quella sera del carnovale quando venne in casa sua, ch'egli non si sarebbe facilmente lasciato accalappiare, e volontieri schivava di rincontrarsi con lui. Anche la Stella, benchè tuttora senza sospetto, non era abbagliata dalle grandezze che andava cianciando quell'eterna promettitrice; ma ignara degli artificj e delle piccole infamie della vecchia scaltrita, si lasciò andare, quasi non volendo, a creder vero e sincero, in parte se non del tutto, ciò che udiva, ingannata da quell'aria di rozza bontà che traspariva dagli atti e dalle parole dell'Emerenziana.
Per la Teresa d'altra parte, la ragione migliore, la miglior prova d'amicizia e di premura era il lavorìo che per suo mezzo di giorno in giorno le andava crescendo, non pagato a stento, nè colla solita gretterìa; comechè il guadagno non si facesse mai aspettare, e la vedova in que' pochi mesi avesse potuto già metter da parte un gruzzolo di dugento lire. Poco piacque a Damiano, quando venne a saperla, quella pratica avviata da sua madre. Ma la Teresa non voleva essere persuasa; e un dì che il figliuolo le diede un po' sulla voce, perchè avesse consentito a Stella d'andarne in casa della pegnataria, si mise a piangere di cruccio, e disse a Damiano di quelle parole, ch'egli non pensava potessero mai uscir di bocca a sua madre. Gli disse ch'era un visionario, un cuor cattivo, e che se voleva così comandare e far tutto a modo suo, pensasse lui, più che non avesse fatto fin allora, alla famiglia.
Queste cose fecero dolore a Damiano. Chinò il capo e tacque; e da quel dì il nome della pegnataria più non venne sulle sue labbra. Usciva di casa col primo sole, come prima; ma non tornava che al far della notte; mangiando a quell'ora il poco che la sorella avevagli messo in serbo. Più increscioso e taciturno che per lo addietro non fosse, evitava lo sguardo della mamma, che ne pativa: e così se n'era ita da lui quella poca gioja, onde le giovenili speranze e i primi ardori dell'arte cominciavano a rallegrarlo. Ma poi, il disgusto fece luogo alla ragione; una sera si gettò nelle braccia di sua madre, e volle essere perdonato e benedetto.
Capitolo Decimoquinto.
Nel mondo fu veduto per secoli combattere il forte contro il debole; ora è cominciata la guerra del ricco e del povero, la quale potrà durare quanto il mondo stesso. La continua vicenda delle cose traveste, non muta, le umane passioni; ma riguardando il lor mesto spettacolo, ed è questa una delle più care consolazioni de' buoni, contempliamo con maggiore affetto la bontà che la grandezza. E chi non sa ch'è più facile conservar l'innocenza nella povertà della vita che la giustizia nella grandigia e nel fasto? La ricchezza, benchè onorata, invidiata dagli uomini, bisogna dire abbia in sè medesima un germe di sazietà e di corruzione; perchè, veramente, il ricco pare, ma di rado è felice. Certo che la virtù e la contentezza ponno essere quaggiù compagne dell'uom fortunato e grande, come di chi vive contento del poco; anzi, non v'ha, direi quasi, cosa più celeste della vera virtù nella grandezza: chi sparge il beneficio e l'esempio della bontà sulla terra, sarà sempre benedetto e amato. Ci sono molti che comprendono la parola recata da Colui, il quale disse gli uomini eguali e fratelli: ma pur troppo noi veggiamo tuttora quanto sia facile così d'abusare d'ogni più santa verità, come di creder lecito e giusto ciò ch'è soltanto conseguenza del pregiudizio umano e di quel misto di vero e di falso che forma quasi tutte le leggi del mondo.
Se nell'umile storia ch'io vo tessendo, voi vedete l'uom povero ed onesto a fronte del ricco vizioso e potente, non dite ch'io rinneghi per questo la virtù di chi siede in alto, o getti la maledizione sul capo di coloro che il mondo chiama felici. Il bene è la parte di tutti, e la virtù sulla terra è come l'aria pura che si respira più vicino al cielo. Ma fu veduto più d'una volta versarsi per beneficio il danaro di Giuda; e la stessa pietà disseccata dal fiato sottile dell'egoismo e della ipocrisia, far più tristi que' mali ch'essa pretendeva di sanare. Io non presumo di dipingere la società del mio tempo; scrivo la storia di povera e buona gente.
Alla porta d'un vecchio palazzo, situato in una parte solitaria di Milano, fermossi un dì, sull'ora del dopopranzo, una carrozza d'antica data, dalla quale, fatte tra loro non poche cerimonie, furono vedute scendere due persone, che dovevano essere, come suol dirsi, due pesci grossi, fattone giudizio dall'ampio cappello a triangolo equilatero e dalla cappa dell'uno, come dalla incipriata zazzera o dal pettoruto portamento dell'altro. Attraversato, il deserto cortile, salirono per uno scalone trionfale, adorno di statue polverose e monche, rappresentanti gli Dei dell'Olimpo, alle spaziose anticamere; l'unico servo, che vi dormicchiava da quattr'ore, si levò su dalla cassapanca, spaventato dal loro comparire; ma appena li ebbe riconosciuti, corse innanzi a spalancar le porte degl'interni appartamenti; e, annunziatili, mise dentro al segreto gabinetto della nobilissima sua padrona il consigliere Zebedia e il padre Apollinare.
La contessa Cunegonda, sorella dell'Illustrissimo, quella dama potente ch'egli stesso, se vi ricorda, teneva quasi in conto d'un ministro di stato, mosse dignitosamente verso i due venuti e con un gesto quasi regale invitolli a sedere. E i due, fatta di nuovo qualche cerimonia e qualche riverenza, obbedirono.
--Io vi aspettava, signori miei, cominciò la contessa: voi ben sapete quanto mi stia a cuore la buona e santa opera nella quale voi mi date mano. Se c'è molti ostacoli, c'è molto merito a vincerli; e....
--La signora contessa è donna incomparabile, si fece a dire il padre; la sua alta ed esemplar religione, i suoi sentimenti cristiani, le sue ricchezze consacrate al trionfo della buona morale, le sue grandi aderenze....
--Eh! padre, la dama l'interruppe; siamo ancora ben addietro; bisogna battere e ribattere; gli inciampi crescono ogni dì, e i frutti son pochi.
--Qualche cosa però s'è fatto, qualche cosa s'è guadagnato: disse, con sussiego, il consigliere.
--Sì, sì! ma ci vuol altro: con un po' di stizza repressa, aggiunse il padre.
--Vedete, per esempio, o signori, quel degnissimo mio signor fratello! ripigliò la dama. Non ci fu modo di persuaderlo ad assumere la carica che si voleva dargli; ho tentato parecchie volte; fu come parlare a un sordo.
--Peccato, considerò il padre: peccato veramente! il suo nome ci voleva.
--Per me, vi confesso, tornò a dire la dama, che sebbene io abbia fatti, in obbedienza a' vostri savii consigli, presso di lui que' passi che credeste necessarii, pure non era niente persuasa della sua buona e coscienziosa cooperazione. Lasciate ch'io lo dica senza riguardi: mio fratello è un buon uomo; ma non è fatto per noi. Egli ha certe idee, certi principii..... per dir la verità, all'età sua poco convenienti.... Vedete ch'io vi parlo schietta; facciamo senza di lui.
--Sia pur com'ella vuole, signora contessa disse inchinandosi il consigliere.
--Ma!... soggiunse il collega: io spero almeno che il capitale promesso non mancherà.... Ella sa bene gl'impegni che ci siamo addossati.... crescono tutti i dì: il Ritiro non ha guari fondato dalla specchiata carità di lei, ha bisogno di protezione e di soccorso....
--State pur tranquillo, buon padre, che noi non mancheremo al nostro dovere... finchè il Signore ci dà la grazia: disse lentamente la contessa Cunegonda, con un accento che balzò a un tratto dall'albagìa alla compunzione, come il tono musicale dal maggiore al minore.
--A proposito, ripres'ella indi a poco: E che c'è di nuovo del vostro protetto, del giovine chierico che tenete in casa?
--Del mio protetto? rispondeva il padre Apollinare: dica del suo, signora contessa! Io per me, non avrei potuto fargli quel poco di bene che gli fo, senza il sussidio di lei....
--Eh via! la piccola pensione che vi ho fissa per questo, è una vera inezia, non vale il tesoro ch'egli ha trovato in voi....
--Non mi mortifichi, per carità!
--Voi lo sapete, credo bene, consigliere: si spiegò coll'altro, a lui rivolgendosi. Il nostro buon padre, che Dio ce lo conservi sempre, si trova in un mar d'affari e d'angustie; è naturale, vorrebbe fare il bene per tutti. Ora ha pensato ch'egli avrebbe bisogno d'un segretario, d'una persona di confidenza, fatta a suo modo, di quelle che raramente si trovano; il caso gli mise proprio innanzi, alcun tempo fa, un giovine che promette bene di sè, che può e deve riuscire; questo giovine è povero, egli lo tirò con sè, e pensa a dargli un avvenire; io, com'è giusto, supplisco con quella pensioncella di che vi diceva; e così si fa due beni in uno.
--Qualche cosa ne sapeva, rispose il consigliere; ma mi consolo sempre, ogni volta che sento parlar d'una buona azione.
--Le dirò, signora contessa, prese allora la parola il padre Apollinare, che nella famiglia di quel giovine c'è ancora del bene a fare. È una di quelle famiglie, e so quel che dico, le quali, al pari di mille e mille del popolo, cominciano pur troppo a sentire in sè una specie di marasmo, di dissoluzione morale, che sono il frutto di certe dottrine sovvertitrici, spaventose, diffuse da più di un mezzo secolo per tutta Europa; zizzania sociale che va pigliando ogni dì più terreno e radice. Coloro che si sagrificano alla conservazione delle potestà costituite; coloro che posero le inconcusse incontrovertibili batterie dell'ordine contro le bande infellonite del moderno progresso, hanno combattuto e combatteranno.... Essi sanno che bisogna prevedere e provvedere....
La dama e il consigliere pendevano in estatico atteggiamento dalle parole pioventi, come rivi di mele, da quell'autorevole campion del partito dell'inerzia; e l'una scrollando la cuffia piramidale, l'altro l'incipriato cucuzzolo, ne accompagnavano le cadenze, a battuta.