Part 7
Un lontano rullo di echi sonori che per venti gole arriva fino alla vallata, ci invita ad avvicinarci. Montiamo per un poco, poi non basta montare, bisogna arrampicarsi. La strada s'è fatta mulattiera, e questa sentiero. E di mano in mano l'eco lontana è divenuta un preciso suono di rombi, isocrono, nitido. Le valli lo ripetono con armonie semplici. L'alba si fa giorno, la strada si fa ardua: e col crescer della luce e col ripire del cammino anche quel suono diviene più intenso e più rapido. Ora un rullo segue l'altro, ininterrottamente: sono tre rulli, tre note diverse prolungate dagli echi dei monti, e s'innestano su tre scoppi, uno più grave, due più acuti; e vengono di là dalle cime, da una lontananza ancor vaga dove la ripidità della costa sul nostro capo si perde tra l'infoscare degli abeti. Al di sopra un breve tratto di cielo candido e bianco senza una nube, rischiarato da un sole ancora invisibile. Siamo già tutti avvolti e come fasciati dai rombi.
Ed ecco, d'un tratto, mentre il mulo s'è fermato qualche minuto a riposare in una svolta dell'asprissima strada a scaglioni che ci conduce, — ecco, d'un tratto, l'eco dei tre rombi è percorsa sopra la mia testa da un sibilo acuto, trillato, rapidissimo, punteggiato da due scoppi secchi: una granata; e subito dopo, quasi a risposta contro il sibilo, traversa tutta la gola la nota meno alta d'uno shrapnell, con altri due scoppi secchi.
Da allora lo scoppio dello shrapnell e quello della granata non si distinguono più; si distinguono i due canti: il trivellìo aspro e acuto di questa, il fluire meno acuto e quasi flautato di quello. Gli schianti ininterrotti sono come note d'un accompagnamento sempre più rapido: il boato dei cannoni più lontani fa come una larga armonia continua su cui si appoggia il movimento accelerato degli scoppi e dei sibili, che ora fendono tutta l'aria intorno, incrociando in venti direzioni le loro linee diritte come lame.
E il mulo sale, faticosamente, un passo dietro l'altro, uno scaglione dopo l'altro, e giungiamo a uno spazio ove la gola apre una veduta abbastanza larga sull'altra costa. Ivi, proprio sulla cima, piomba lo scoppio dei sibili e rompe dalla roccia il pennacchio nero e violento della granata che penetra ed esplode; e a mezz'aria, nella luce diafana del mattino già alto, sbocciano le nebulette degli shrapnell, azzurre col lembo rosa, verginali, e si dilatano, e i raggi obliqui del sole le dissolvono. Altre sono grige come di perla, altre candidissime; mettono una nota strana d'ingenuità di contro a quei maligni sputi neri che saltano dalle rocce, in mezzo al fervore crescente dei rombi, al lacerìo sempre più intenso dei sibili, al moltiplicarsi violento degli scoppi.
E noi montiamo; e lo specchio del cielo si fa più ampio e più fulgido sopra il nostro capo.
Ma in quello specchio appare un punto nero lontano, e s'avvicina ed ingrossa, e poi si fa chiaro, e prende forma, e mette l'ali, due ali morbide e svelte di libellula. Un grido si leva da tutte le bocche:
— L'areoplano! —
È un monoplano nemico, alto sulle montagne e sulle valli, bellissimo: color di rosa, venato lievemente d'azzurro.
Da tutte le rocce, da tutti i boschi, da tutte le cime attorno, che parevano mute e deserte, si leva un fitto e continuo crepitìo di fucileria. L'areoplano non se ne accorge, avanza ancora, pieno di maestà e di grazia, fa una volata larga nel cielo, volge a destra e scompare.
Non ha lanciato le bombe che aspettavamo. Forse ha fatto un segnale? Noi procediamo: ma pochi minuti dopo, improvvisamente, la sinfonia, che non ha cessato un momento, raddoppia d'intensità, si fa vicinissima, moltiplica le sue voci.
Le granate non esplodono più nella costa di contro, ma in cima a questa su cui stiamo procedendo sempre più adagio. La cresta scoppia di tratto in tratto e lancia giù una gragnuola di sassi sulle nostre spalle, le pietre più grosse vengono a balzare tra le zampe dei muli che si spaventano, anche la strada davanti e dietro noi lancia sputi neri di terra e di roccia. La strada risponde col gemito lungo e bislacco dei muli imbizzarriti alle voci dell'aria e delle cime: e gemiti, schianti, miagolii, boati, scoppi, sibili, rombi, bussi, ululati, strappi, srotolar di nastri d'acciaio per l'aria, s'intricano in un crescendo maraviglioso d'armonia, incalzanti inebrianti frustanti: una gamma enorme di suoni che gli echi delle montagne riescono a fondere e lanciare come una voce sola contro il cielo già tutto invaso dal sole.
Smontiamo e ci arrampichiamo, quanto più rapidamente è possibile, su per un canalone di ghiaia, per ripararci nel solo luogo sicuro: una trincea.
Ancora attorno al Freikofel
_Tolmezzo, 16 settembre._
Stento ad allontanarmi da questa regione brulla ed eroica, che dallo Zellenkofel al Pal Grande ha accumulato le più aspre difficoltà e per la difesa e per l'offesa; regione desolata, priva d'ogni fascino della terra e del cielo, senza messi nella valle, senza boschi alle cime, senz'alcun aiuto naturale all'opera dell'occupazione, e che segnò della nostra conquista prima il tratto forse più maraviglioso. Qui la prima conquista costò più che altrove: per ben due mesi dovettero combattere i nostri per prendere ed afforzare le cime che già in diritto appartenevano al nostro confine. E per due mesi combatterono e, che è quasi più maraviglioso, vissero, sotto la pioggia continua, in un terreno in cui la costruzione dei ripari era estremamente difficile, senza comunicazioni perchè queste strade furono costruite poi, allargando a carrareccia quella ch'era mulattiera, facendo mulattiera d'ogni sentiero da capra, scavando strade nei canaloni franati dalla vetta: ivi vissero e combatterono, conducendo su per quei dirupi non assalti isolati, nei quali l'impeto quasi ebro della prima mossa regge e spinge fino alla fine, ma serie ininterrotte d'assalti. Sul solo Freikofel se ne fecero sette, a baionetta in canna.
E può darsi che il lettore ricordi che altre volte gli ho detto qualche cosa di simile e si stanchi della monotona ripetizione. Ma la situazione è quella sempre, dappertutto, e non si stancano i nostri alpini — e i bersaglieri e la fanteria che appena posti là diventano degni alpini essi pure — e pazientemente riprendono quasi ogni giorno le azioni faticose e sanguinose. Il loro eroismo di fronte al pericolo è quasi meno ammirevole della loro resistente pazienza a una vita di quella sorte, che par non debba avere un termine mai.
* * *
Eccoli, guardia arcigna del passo di Monte Croce, eccoli là giù, il Pal Piccolo, il Freikofel e il Pal Grande, come li abbiamo visti da una cresta di Monte Crostis ove il prato s'è arrampicato ad altezze cui giunge raramente.
Lungo la cresta corre una trincea, ora abbandonata, onde mosse nei primi giorni l'azione. Appoggiandoci al parapetto della trincea come a un terrazzo di belvedere, lo sfondo delle cime austriache, dal Rauchkofel al Polenick e al Köderhöhe, irto di punte nitide e candide, ci abbaglia. Ma più vicini e più bassi Pal Piccolo e Pal Grande, fiancheggiando il Freikofel e facendo una stretta triade con esso, s'isolano, tristi, freddi, maligni: il Freikofel specialmente, tondo come un cranio, e calvo con radi capelli d'alberi magri e brulli che ne fanno apparire più tignosa la calvizie, e tutto d'un colore maligno di croste risecchite giù per i fianchi che dal cocuzzolo tondo scendono alla radice ripidi senza una piega senza una sosta.
L'ho riveduto dal basso, dopo avere ripiti faticosamente gli scaglioni d'una gola angusta in cui piove sempre, anche nei giorni più quieti, qualche granata errabonda fischiata giù dal Köderhöhe. E di giù la sua crosta appare ancora più cattiva e maligna, corsa, dalla base alla sommità del cocuzzolo pelato, da un canalone di ghiaia: quello su per il quale gli alpini condussero i sette assalti impossessandosi della cima.
Ora sulle cime dei tre monti e sulle creste delle forcole che li congiungono e li distinguono, sono le nostre trincee, e a cinquanta, a quaranta metri, di faccia, di sotto, di sbieco, a seconda dei bizzarri accidentamenti della roccia nel versante settentrionale, le trincee nemiche. I nostri e i loro sono a faccia a faccia. Si vedono, si parlano, si uccidono.
* * *
Ho potuto visitare parecchie delle trincee che costituiscono tutto questo sistema — limitato a occidente dalla testata di Val Degano e a oriente da quella di Val But; — ed era appunto un giorno in cui s'era dovuto respingere uno dei frequenti attacchi che il nemico ritenta contro queste posizioni invidiatissime: il 14 settembre. I soldati hanno osservato che gli attacchi più aspri furono fatti il 14 di giugno, il 14 di luglio e il 14 di settembre: forse gli austriaci annettono a quel giorno il valore di una misteriosa cabala. Ma la cabala non ha mai valso per loro. Anche l'altro giorno, quando sono arrivato alle trincee, essi avevano già cominciato a cedere e a ritirarsi. In realtà non s'erano nemmeno arrischiati troppo fuori dai loro ripari. Al solito, avevano cominciato, all'alba, con un intenso cannoneggiamento di tutto il settore, subito accompagnato da fitte scariche di fucileria dalle trincee, che, come ho già detto, sono in qualche punto a non più di quaranta metri dalle nostre. E poco dopo da qualche trincea qualche linea di soldati era uscita accennando ad avanzare: movimento più accentuato ove la trincea loro non era parallela alla nostra ed essi potevano quindi sperare nell'effetto di un fuoco d'infilata. Ma dopo pochi metri erano stati falciati, nè altri si arrischiarono dietro i primi. Continuò il fuoco da tutte e due le parti: fuoco di cannone e di fucile, perchè le artiglierie del Pölenich e del Köderhöhe proteggevano in avanti la loro azione, così come le nostre più alte proteggevano la difesa. Perciò le granate austriache che cercavano le nostre trincee s'incrociavano con le nostre che battevano sulle trincee nemiche; una specie d'infernale padiglione di sibili e di scoppi s'intesseva e s'incurvava sopra le opposte gragnuole della fucileria. Fortunatamente le nostre trincee sono in angoli morti rispetto ai loro tiri d'artiglieria e non temono l'arrivo diretto delle granate; d'altro canto sono così saldamente scavate nella roccia e così ben protette, sopra e dinanzi, dalle murature e dagli strati spessi dei sacchi, che lo scoppio dei proiettili anche a poca distanza ben raramente le offende. Ognuno degli attacchi che dobbiamo respingere rappresenta per noi una percentuale di perdite assolutamente irrisoria di fronte al logorìo continuo di forze del nemico.
* * *
Irrisoria.... La parola pare crudele a chi ha visto un morto. Vedere l'uomo, che poco prima stringeva un fucile e gridava una parola di vita impetuosa e sorrideva una sfida alla morte, fatto pochi minuti dopo inerte e solenne, recinto attorno dalla pietà commossa dei compagni — vi richiama d'un tratto, in mezzo a tanto tumulto di esasperata vita collettiva, a quel senso dell'individuo che l'aspetto della guerra aveva assolutamente abolito dalla vostra visione.
Ma il primo cadavere che ho veduto era austriaco.
Fu appunto da una di queste trincee. Spingendo lo sguardo di là da una feritoia, un momento in cui l'azione illanguidiva, nel breve tratto che mi separava dalla muta trincea nemica, scorsi, gettata bocconi in un anfratto della roccia, una forma semiumana, schiacciata contro il suolo come da un'antica intemperia che vi fosse passata sopra senza possibile rifugio. Potevano alle prime parere nulla più che vesti, dalle quali il vento, la pioggia e la polvere avevano tolto ogni definibile colore; ma un ondeggiare sotto di quelle mi vi faceva sentire entro la presenza delle membra, mentre pure avevo l'impressione che andando a raccogliere quella cosa essa mi si sarebbe sfasciata tra le braccia. Poi mi accorsi che un piede usciva di sotto, una mano di fianco, un piede e una mano fatti vicinissimi dalla deformazione del cadavere e dallo scorcio violento in cui la forma del suolo me lo presentava. E d'improvviso mi s'integrò nella mente tutto il corpo morto come doveva essere ridotto sotto i cenci scoloriti: appiattito, slogato, lacunoso: raccapricciante in quel tragico abbandono.
Anche invitati dai nostri a ritirare i loro cadaveri con la promessa d'una sosta nelle offese, non sempre gli austriaci si fidano, e rifiutano: — Se non tirate voi tiriamo noi — rispondono. E lo fanno davvero. C'erano tre cadaveri austriaci in quello stesso punto. Alcuni nostri soldati, non riuscendo a credere alla cinica affermazione austriaca, uscirono e corsero per adempiere essi all'ufficio pietoso. Ma gli austriaci mantennero la promessa e spararono. Tuttavia anche feriti i nostri riuscirono a raggiungere e raccogliere due di quei cadaveri e a portarli tra i nostri. Gli austriaci raddoppiarono il tiro tanto che un ufficiale dovette ordinare ai nostri di non uscire più e di abbandonare il terzo.
Ora quei due sono sepolti in un piccolo cimitero a valle della posizione. Nel luogo più riparato e sicuro i soldati italiani non hanno disposto una trincea, un ridotto, un appostamento, una sede di comando: ma il cimitero, in cui all'occorrenza dànno ospitalità anche ai nemici rifatti fratelli dalla morte. Rocce altissime lo proteggono, alberi radi lo adornano, file di crocette bianche con un nome e una data lo costellano, dandogli aspetto di placida aiola: aiola di gloria e di pietà. Vengono ivi ogni giorno, anche per un sol minuto, a salutare i morti; cercano di fare attecchire qualche fiore, sradicato dai dirupi, nella terra arida. I fiori attecchiscono e il vento dell'alpe li nutre, sotto il sibilare delle granate. I soldati, a capo scoperto e volti chini, guardano con affetto le tombe. E tacciono, finalmente. È la sola isola di silenzio e di meditazione in mezzo all'ondata impetuosa e fragorosa del loro ardore impaziente.
Il silenzio di Malborghetto
_Chiusaforte, 18 settembre._
Quando i primi comunicati del Comando Supremo ci dissero occupate le testate di Valdogna e di Val Raccolana, abbiamo potuto credere che questa occupazione rientrasse semplicemente in quel sistema di prima rettificazione ed afforzamento del vecchio confine, che costituì il primo momento — rapidissimo — della guerra.
Invece Valdogna e Val Raccolana hanno rappresentato per noi qualche cosa di assai più che un lembo estremo di terra nostra da difendere.
Non alludo con questo all'opinione, abbastanza diffusa, che tra i piani d'invasione di Conrad fosse quello per Val Fella e per le valli, diramate come le nervature d'una foglia di vite, o, se più vi piace, come l'ossatura di una mano, che formano la caratteristica dell'angolo nord-orientale della Carnia e dell'Italia. Ragionare sopra piani d'invasione non posti in atto è cosa alquanto inutile e pazzotica.
Ma Valdogna e Val Raccolana hanno significato per noi Malborghetto. Malborghetto, chiave dell'alta Val Fella e con essa di Tarvis onde muovono diritte le due arterie più vive dell'Austria, fu uno degli obiettivi più tenacemente perseguiti e più utilmente raggiunti dalla nostra offensiva.
Ora Malborghetto tace, e il suo silenzio è dovuto alla sùbita sicurezza che la nostra azione primissima ha saputo dare alle più alte valli della Carnia orientale.
Prendere Malborghetto procedendo da occidente a oriente, a ritroso del corso dell'alto Fella, sarebbe stata impresa lunga, pericolosa, sanguinosissima, e tutt'altro che sicura.
Far tacere Malborghetto operando dal sud, dall'estrema nostra costa che dalle profondità di Valdogna sale fino alla cresta percorsa, parallelamente all'alto Fella, dal nostro confine, fu una delle idee più geniali fra le tante genialissime in cui si scompone e si complica l'opera del nostro piano di guerra. E la piena riuscita ne ha dimostrato luminosamente la genialità.
* * *
Valdogna era già tutta compresa nel nostro territorio, ma la testata, che giunge appunto alla linea di confine, dovè esserne conquistata e rafforzata i primi giorni di guerra. Perchè gli austriaci, che sapevano quanto fosse necessario in una guerra di questo genere essere padroni delle cime, avevano tentato d'impadronirsi di tutte le punte, non già allo scoppio della guerra, ma qualche ora prima. Noi sparammo la nostra prima cannonata la mezzanotte del 24, essi avevano sparato la loro prima fin dalle 18 del 23, e subito erano corsi a prendere le punte ove passava il confine, con sei ore dunque di vantaggio sui nostri.
L'irregolarità del procedimento non valse, chè da tutte furono ricacciati.
[Illustrazione: Cartina.]
Valdogna dunque era nostra. Ma in un punto, in uno solo, essi erano rimasti, cioè nella forcella Cianalot, che scende dal costone a nord della Valdogna: posizione privilegiata in quanto rappresentava un occhio del nemico aperto su tutta la nostra valle. E perchè ne sapevano l'importanza l'avevano da tempo afforzata con trincee di calcestruzzo. Perchè il Cianalot fosse soltanto un occhio del nemico sulla valle e non si trasformasse anche in una strada per accedervi, i nostri alpini avevano occupato subito una costa diruta del monte Pipar, che dal Cianalot chiude la valle fino alla testata, cioè alla sella di Som Dogna. E di là sorvegliavano il nemico. Al disopra del Cianalot, verso nord, si levano i due Pizzi, per i quali passa il confine, all'altezza di oltre duemila metri: e di essi il più alto, Pizzo Occidentale, era occupato dagli austriaci, il più basso dai nostri.
Così attorno alle trincee del Cianalot si stringeva una rete di vigilanze oculate dall'una parte e dall'altra; ma l'occhio nemico rimaneva sempre aperto sulla nostra valle, e pareva impossibile accecarlo, perchè appena occupato dai nostri il luogo si sarebbe trovato sotto la gragnuola delle granate che il Pizzo Occidentale non avrebbe mancato di rovesciare su di esso.
Ma questa guerra pare sia fatalmente disposta a dimostrare che nessuna impresa è impossibile all'ardire italiano. Il 30 di luglio, mentre da Granuda un attacco frontale si dirigeva contro il Pizzo austriaco, e una colonna da Forcella di Bielica accennava un'azione diversiva verso Lusnitz in fondo di Val Fella, allo scopo di attirare su di sè le riserve che avrebbero potuto essere impegnate a sostenere la difesa del nostro obbiettivo d'attacco, le batterie di Valdogna aprirono improvvisamente, tutte insieme, un fuoco d'inferno contro le trincee del Cianalot; un fuoco che durò parecchie ore, ininterrottamente; tutta la gamma degli spari, da quelli dei calibri maggiori a quelli dei minori, si rovesciò sui duecentocinquanta austriaci che tenevano la forcella, li assordò, li lasciò letteralmente storditi. Poi i nostri cominciarono ad allungare i tiri verso la parte più alta del monte, un po' più su delle trincee da occupare, sempre mantenendo altissimo il frastuono infernale: gli austriaci credevano che noi sbagliassimo il tiro e si stavano rannicchiati per proteggersi dai frammenti di roccia che rotolavano giù dalla cresta battuta; aspettavano che la tempesta passasse. Invece venne la folgore; con l'allungamento dei tiri i nostri non miravano ad altro che ad ingannare il nemico, a mantenerne il salutare stordimento, e a far luogo all'attacco diretto dei nostri alpini; i quali volarono su per il Cianalot, furono sopra ai nemici, e di duecentocinquanta che erano ne trafissero centoventi con le baionette e ne presero centosette prigionieri, prima che potessero risentirsi. Gli altri riuscirono a nascondersi tra i dirupi, senza difendersi. Tra i prigionieri fu il capitano, il quale appena si vide addosso quegli arditissimi cercò di precipitarsi al gabbiotto del telefono. Nel gabbiotto bisognava entrare carponi per un buco; egli v'era già dentro con mezza la persona, un alpino lo raggiunse e riuscì a prenderlo per una gamba; così tenendolo fermo recise con una forbice i fili del telefono, poi tirò fuori il capitano che strillava e insultava gli assalitori. A stento riuscì ai nostri ufficiali di trarlo dalle mani degli alpini. Fatto prigione e alquanto placato, egli stesso volle stringere la mano di quelli che l'avevano preso ed ebbe parole di ammirazione per la loro audacia.
Così avemmo a un tempo il Pizzo ancora austriaco e il Cianalot; fu chiuso per sempre l'occhio del nemico sulla importantissima valle, che continuò e continua ad afforzarsi di opere d'ogni sorta, e specialmente di strade. In pochi altri luoghi come in questa valle si potè ammirare la tecnica della guerra di montagna, in cui contemporaneamente occorre provvedere le strade provvisorie per armare e quelle definitive per il rifornimento. Il quale ora si compie in modo continuo e perfetto.
Sul Pizzo Occidentale i soldati vi mostrano ancora, con sguardi pieni di legittimo orgoglio, gli strappi chiari fatti nella roccia nera dalle loro granate.
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Una delle vallette laterali di Valdogna è quella del torrente Montasio, che porta al Jof di Montasio, la cui cima tocca la quota di 2754 metri. Per la cima passa il confine, e tutto il monte era nostro. Ma al Jof di Montasio, che è pieno di caverne e di anfrattuosità, si accede per mezzo di corde metalliche dalla testata dell'austriaca Val di Seisera: e un piccolo drappello dei loro era riuscito una notte a raggiungere una di queste anfrattuosità dalla parte che guarda la nostra valle, a incavernarvisi, a stabilirvi un osservatorio. Scivolando in mezzo alle strettissime e dirute guglie in cui la cima si frange, erano riusciti anche a collocare un filo telefonico che dal detto osservatorio saliva alla cima, attraversava ivi il confine, e scendeva dall'altra parte, ove un apparecchio ricevitore accoglieva indisturbato il risultato delle osservazioni. Per parecchio tempo la giustezza di certi loro tiri nella valle (e le case scoperchiate di alcuni di questi paesetti ne fanno ancora testimonianza) dettero segno ai nostri dell'esistenza di un osservatorio da quella parte: ma non si riusciva a individuarlo. I nostri alpini, restringendo sempre le ricerche, andarono ad appostarsi sul Jof di Miez, a duemila metri, in faccia a quello di Montasio, nel versante meridionale del Dogna; di là finalmente scoprirono un giorno un austriaco che usciva dalla caverna per le quotidiane osservazioni. Allora l'osservatorio fu battuto dalle artiglierie, poi gli osservatori furono snidati dalla loro caverna, vero nido di aquile, con un attacco diretto, e l'occupazione il 22 di giugno fu estesa alla imminente Cresta Verde, a 2634 metri di altezza, contro la quale il nemico tentò poi più volte vani attacchi notturni.
Ma il nemico conosce il valore di queste valli, e non potendo più sperare di rimettervi piede, vi sfoga contro talvolta un poco di inutile rabbia. Giorni sono un areoplano si presentò a cinquecento metri al disopra del Montasio, percorse Valdogna, uccise un cavallo con una bomba, arrivò fin sopra la stazione di Chiusaforte, e ne ripartì senza aver fatto danni di sorta. Era una giornata limpidissima e calma, quali sono oramai rare tra questi monti: nei giorni comuni un tentativo di questo genere non potrebbe essere fatale che per l'areoplano stesso.
E sparano, ogni giorno, un po' a caso, colpi un po' d'ogni calibro, non più contro nostre batterie, che non possono più individuare, ma dove possono credere che abbiamo degli osservatori. In un giorno solo hanno sparato più di mille colpi.
Sparano, si spostano, sparano ancora. Hanno ancora due dei loro 305, che tuonano per una, due, tre settimane contro Valdogna: poi tacciono tre o quattro giorni, poi riprendono a tuonare contro Val Raccolana. Di dietro il Nebria tirano in Valdogna (in un giorno solo mandarono in direzione di Implanz settanta colpi); di dietro il Raukoff si accaniscono verso Val Raccolana, con i loro tiri uguali, uno ogni sei minuti all'incirca, cui i soldati e gli operai si sono abituati magnificamente.
Ma Malborghetto tace.
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Tace Malborghetto, e tacciono i forti del suo sistema, da tempo. Il piazzamento delle grosse batterie contro Malborghetto fu compiuto il 12 di giugno; il primo colpo fu tirato dal generale Cadorna per augurio.