Dallo Stelvio al mare

Part 6

Chapter 63,771 wordsPublic domain

Nè manca, tra gli episodi eroici, qualche tocco di comico. A Col Rosà (già osservatorio austriaco per i tiri preparati contro la conca di Cortina, ora nostro), tre alpini erano stati fatti prigionieri dagli austriaci. Un bel giorno i tre soldati ritornano ai nostri avamposti, tra la gioia e lo stupore dei loro compagni. E narrano che, essendo sotto la guardia di un solo soldato, un tirolese, lo avevano assalito, pur essendo inermi, e imbavagliato, e così gli erano fuggiti, portandogli via parecchi oggetti tra i quali una tenda da campo e un eliografo, che consegnarono all'ufficiale. Divennero gli eroi dell'avamposto. Senonchè due giorni dopo noi prendemmo di sorpresa prigione tutto il corpo di guardia austriaco e lo portammo al nostro campo. Tra i prigionieri era il famoso guardiano tirolese, che appena visti i tre alpini si gettò tra le loro braccia baciandoli con effusione. Erano amicissimi, e manifestamente, per fuggirgli e portargli via la tenda e l'eliografo, non c'era stato bisogno nè di assalto, nè di bavaglio, nè d'altra violenza.

Tocchi di giocondità, che non contaminano l'atmosfera eroica onde sono avvolte queste cime, ove il domani della nostra guerra si prepara più grande forse e più radioso che in qualunque altra parte del fronte.

Non occorre essere strateghi per avvedersene; basta la più umile delle carte geografiche.

Dalla Conca d'Ampezzo si svolge la vallata dell'Alto Boite, dalla Conca di Misurina la vallata dell'Alto Ansiei. Concorrono verso il nord, sboccano a Plattzewiese e a Landro, ci indicano la valle della Drava e la strada di Toblacco. Bisogna scendere alla vallata del Rufreddo, ove ci troveremo in faccia Croda Rossa, che ormai non ha se non degli osservatorii. Per ora siamo in quella della Rienz. Il Cristallo e il Cristallino sono nostri. Som Forca al Passo di Tre Croci, onde comunicano le due Conche, è stato incendiato. Quando il silenzio di tutta la cortina difensiva austriaca ce lo permetterà, occuperemo la cima di Montepiano.

Di là potrà forse sentire non so qual voce una contrada, non nostra, ma tale che condurrà quella voce al cuore dell'eterna nemica. Da queste cime verrà forse la parola della condanna alla nazione delinquente: all'alleato che nel vecchio confine impostoci aveva incluso, al ponte della Motta sotto Misurina, un tratto della nostra strada nazionale; che non aveva permesso alla nostra ferrovia di andare oltre Calalzo, mentre costruiva esso un forte in caverna sul Plattzwiese, e trincee di calcestruzzo a Montepiano.

La vecchia e gloriosa voce del Cadore la condannerà.

Intanto le sue nevi brillano, i suoi monti sfolgorano, il suo verde pare che levi polifonie di solennità verso il cielo. Scoppia fuori, intorno intorno per l'orizzonte, la roccia gialla tra lo stridore bianco delle plaghe di neve, pazzamente. E il perchè del giallo e del bianco non appare. Sono vecchi accordi tra la montagna ed il cielo.

Ospedale di cavalli

_Valle del Piave, 13 settembre._

Corsie d'avellana, di pini giovani, di viti bionde; sale chirurgiche di prati verdi e di pendii rugiadosi; letti morbidi di paglia sul margine d'un ruscello o al piede d'un castagno: e intorno intorno, invece di malinconiche pareti bianche, coste montane che s'aprono in valli, lo scorcio di un fiume largo che dilaga nella lontananza, profili ambigui tra di nubi e di monti, che si sperdono nell'infinito del cielo. Fortunati cavalli!

Eppure il cavallo malato fa una gran pena. Oso dire che fa più pena dell'uomo, quando, s'intende, la malattia e dell'uno e dell'altro non è grave. Certe sale — non tutte — degli ospedali dei feriti leggieri riescono perfino a dare un senso d'allegrezza: quella che sgorga e si espande dalla gioventù invincibile di quegli arditissimi, accesi ancora del fuoco della battaglia recente, vibranti di ritornarvi.

Invece l'incoscienza e la sommissione del cavallo malato è sempre lagrimevole. Risalendo altre retrovie, ne ho visto tempo fa ritornare una colonna, che scendeva dai gioghi intorno al Tonale. Altri ne vedo arrivar qua, nel loro luogo di cura, che la Croce Azzurra ha riparato in una delle conche più verdi di queste Alpi risanatrici. I più sono malati di sfinimento. Hanno gareggiato coi muli nel ripire i sentieri infernali appena scavati tra le rocce, per trascinar su rifornimenti, salmerie d'ogni genere, e soprattutto i gravi pezzi d'artiglieria che vanno disegnando un'inquieta corona di fuoco lungo il confine sempre più avanzato della patria. Compiuta la fatica eccezionale, ritornano esausti, con gli occhi scialbi, i musi chini e tentennanti, le zampe tremule, le povere ossa emergenti come pali aguzzi di sotto la pelle assottigliata: sfiancati, succhiati, maceri.

Arrivano qua, o in altri stabilimenti come questi (e presto la Croce Azzurra ne raddoppierà il numero), e nelle sale operatorie di verzura o nei cameroni ospitalieri di prato riacquistano salute e forza. Poi anch'essi, come gli uomini risanati, ripartono per il fronte, a ricercare ostinatamente un'altra volta la morte.

Il capitano delegato li riceve dalle infermerie, assegna loro un numero, che da una medaglia che viene loro appesa al collo risponde a uno stallo; ciascuno ha il suo posto nel suo reparto a seconda del male e della gravità di esso. Subito comincia la cura: prato, aria sottile, ipernutrizione; è incredibile quanto di biada, d'erba, di crusca e di farina divori e digerisca in un giorno uno di questi cavalli, memori delle fatiche esaurienti delle prime linee. Vivono tutto il giorno all'aria aperta, in praterie vastissime recinte da palizzate rade, che non nascondono l'orizzonte, che non hanno nulla della scuderia o della prigione. Scorrazzano liberi, lenti e muti i primi giorni, poi sempre più sbrigliati, a testa più alta, giù per i declivi; riposano all'ombra dei pini, bevono nei ruscelli. Qualche volta li vedo raggiungere il recinto e trattenersi là, col muso sporto in fuori, a guardare il profilo lontano dei monti come se ricordassero le giornate di fatica e di spavento passate lassù. Forse non ricordano nulla; godono della forza ricrescente nelle loro vene. Di giorno in giorno i loro occhi si fanno più vivi, le costole scompaiono pian piano sotto i muscoli rinnovati. I prati dei convalescenti son tutti pieni di nitriti.

Non è tutto prato il luogo di cura. Ecco i baraccamenti di legno sormontati dalla bandierina bianca civettuola con la croce azzurra, e sventola. Di fuori non li riconosci perchè il denso fogliame dei nocciuoli che li fiancheggia, li nasconde quasi del tutto. Dietro, i due lati più lunghi son continuati da una parte e dall'altra da due spalliere di viti, una pergola ombrosa sotto la quale l'occhio cerca istintivamente le tavole e le panche e sulle tavole gli orci del vinello recente e i bicchieri.

Invece il luogo è tutto giallo di paglia e verde di fieno. Dominano dappertutto; l'aria è tutta piena d'uno spagliucolio che pare guidarvi là dentro, ove le file dei cavalli meno malati stanno a dormire la notte e far colazione all'alba, prima di riprendere il vagabondaggio libero che li risani del tutto.

Gli altri reparti sono in muratura: quello dei malati di gola, pieno di nitriti tossicolosi e dell'odore dei suffumigi quotidiani; quello degli operati, che sdraiati nella paglia aspettano la medicazione periodica; e via via tutte le forme e tutti i gradi del male; e isolato qualche cavallo che subì qualche operazione speciale e richiede un trattamento a sè. C'era una cavalla venuta qua da una infermeria che già l'aveva data come perduta. Le fecero un'operazione complicatissima, implicante l'apertura lungo tutto il canale della gola. Ora sta bene, e attende, col muso e il collo fasciato e lo sguardo tranquillo e benigno, di poter scorrazzare cogli altri. L'operazione era durata quasi due ore ed era stata preceduta dalle regolari iniezioni anestetizzanti.

A un'operazione meno grave ho potuto assistere. Consisteva in una medicazione profonda d'una ferita circolare in una zampa, proprio sopra lo zoccolo, giro giro. La bestia era sdraiata nel prato, sopra uno strato di paglia. Un soldato, seduto in terra presso il suo capo, le reggeva il muso e la confortava carezzandole le froge e cercando d'introdurle tra i denti qualche pezzo di zucchero. Essa tendeva all'aria la zampa malata, legata con una fune che due ragazzi, stando sdraiati in terra a pochi passi, tenevano tesa. Due soldati trattenevano la bestia per il deretano. Ma non occorreva tenerla chè essa pur gemendo sommessamente stava immobile, mentre il veterinario, nel camiciotto bianco di operatore, steso tutto sul corpo di lei, eseguiva la medicazione dolorosa.

Compivano il quadro un attendente che reggeva il catino e porgeva le bende e i disinfettanti, e il capitano delegato (un gentiluomo milanese che fin dal primo giorno della guerra ha dedicato tutte le sue cure e la sua esperienza all'opera della Croce Azzurra), il quale, in ginocchio in mezzo al gruppo, sorvegliava l'operazione e aiutava l'opera modesta dell'attendente.

* * *

Una quarantina d'uomini s'è così isolata dal mondo tra queste valli, e attende qui all'opera utilissima, in un lavoro continuo e tutt'altro che leggiero. Basti pensare che i cavalli in cura sono ora centocinquanta, ma lo stabilimento deve poter accoglierne fino a duecentocinquanta; che ogni mattina si fanno circa trenta medicazioni; e che la cura e la sorveglianza dei cavalli sfiniti non è meno continua e meno minuziosa di quella dei cavalli feriti: e si avrà un'idea del lavoro cui si sobbarcano quei volonterosi. Ogni stabilimento ha un capitano delegato, un tenente, due ufficiali veterinarii, e poi tutto il personale di governo, sergenti, caporali e attendenti. La spesa media d'ognuno è di circa seimila lire al mese.

Com'è noto l'istituzione è di origine inglese e data dal tempo della guerra boera. Dopo l'agosto del 1914 l'Inghilterra impiantò in Francia quattro grandi stabilimenti della Croce Azzurra, che rimasero perfettamente autonomi, senza rapporti di sorta con le autorità governative.

In Italia l'istituzione, fondata a imitazione dell'inglese pochi mesi sono, ebbe in questo senso un miglioramento in quanto il ministero della guerra la riconobbe ufficialmente e ne militarizzò il personale — con un notevole vantaggio per la disciplina e l'organizzazione — mediante una convenzione che ha la durata di quattro mesi, ed è naturalmente rinnovabile e sarà rinnovata per tutta la durata della guerra.

Perchè l'istituzione, per quanto giovane, si mostrò subito matura e pari al suo compito arduo e alla sua utilità. La quale è grandissima. Chi, vedendo cavalli sfiniti o feriti ritornare dal fronte, ha provato il senso infinito di pietà che desta la loro incoscienza sommessa, può sentire la bellezza sentimentale dell'istituzione senza stare a pesarne i vantaggi. Ma anche posto da parte ogni sentimento, basta pensare all'immensa utilità del quadrupede in una guerra di montagna — e quale montagna! — com'è la nostra, e considerare che il cavallo è il genere di cui è men facile ottenere un'abbondante requisizione, per rendersi conto del beneficio enorme che reca il poter rimandare su per le montagne una grande percentuale di cavalli che sarebbero normalmente condannati alla morte per sfinimento o per ferite.

* * *

Un cavallino giovane, quasi ancora puledro, ha fatto una corsa, dal suo prato grande donde ripartirà tra un giorno o due, fino al recinto che lo divide dal prato minore ove si fanno le medicazioni. Sporge il muso di qua e guarda incuriosito l'operazione strana, quei sei o sette uomini affaccendati sopra un cavallone massiccio steso sull'erba. Poi scrolla il capo, guarda il cielo nuvoloso, manda un nitrito di giovinezza e di gioia, e si rimette a galoppare pazzamente, senza mèta, ubriaco d'aria. La sua incoscienza gioiosa è commovente quanto la sofferenza dell'altro. Guardandolo, non posso tenermi dal pensare a un'altra incoscienza: a quella di tutti i bambini, che vedono e sentono la guerra che non capiscono e non sanno: la vedono e la sentono in una quantità di cose strane: nella partenza dei loro babbi, nelle solitudini accorate delle loro mamme, nel ritorno di persone care che son poste in un letto e stentano a riconoscere i bimbi, nell'annuncio, fatto da una madre tra i singhiozzi, che altre persone care non torneranno mai più.

Un giorno i bambini capiranno quei misteri dolorosi, e sapranno che la guerra si è combattuta per loro, che tutta la vita loro ne ha ricevuto un inestimabile beneficio.

Ma con questo, eccoci molto lontani dai cavalli....

Silenzi e fragori

_Timau, 15 settembre._

La guerra, in qualche luogo, è soprattutto silenzio.

Il silenzio di chi aspetta, si nasconde, osserva. Poi giunto il momento dice una parola, l'unica efficace, e ritorna a tacere.

Il raro rombo della cannonata, che non falla, pare in qualche punto non faccia se non incorniciare il silenzio immenso delle cime e delle valli, sottolinearlo, farlo sentire più largo, più vasto, più sovrumano.

* * *

Giorni sono m'ero trovato — e subito mi parve di dimenticare il come, il mezzo, il tempo, quasi ci fossi arrivato per incantesimo — in una radura ondulata e verdissima, in mezzo a panorami fuggenti d'abeti neri e di larici chiari, che si dilatavano a perdita d'occhio su per le coste molli fin verso le cime aspre sconfinanti entro i fumi errabondi del cielo. La radura era il centro di un silenzio infinito, d'una perfetta solitudine d'uomini e di cose umane. Verso il nord i monti imbruniti s'allontanavano, s'incanalavano fuggendo entro un imbocco in cui si precipitava la nebbia fumante su dai prati e dai boschi più alti: e fuori dal mondo della nebbia rompeva il mondo delle cime acute e frastagliate, come diviso in due cortine concentriche, una più vicina e più bassa, una più lontana e maggiore.

L'una era il vecchio confine, la cui occupazione costò la fatica d'una conquista; l'altra era il nuovo, ove ci stiamo aggrappando a pietra a pietra. E quella fuga di nebbia che s'incanalava nel passo aperto tra i monti, conduce verso la valle di Sexten, ove la lotta di difesa e di offesa è aspra come forse in pochi altri punti del fronte.

[Illustrazione: Cartina.]

Siamo a Col Caradies, in faccia al Comelico, a dominio della Val Padola, la terza, con Val di Boite e Val d'Ansiei, delle vie di passaggio dall'Italia alla Drava.

Siamo in faccia all'epopea, i cui canti più alti si chiamano Sexten Seikofel Oberbacher, Croda Rossa. Ma nulla all'intorno sembra parlare di guerra. Ove le cime son libere dalla nebbia e dalle nubi, in qualche stria più regolare l'occhio esercitato riconosce una trincea, qualche strappo più chiaro nella roccia è il segno visibile lasciato dalle nostre granate. Dagli ultimi lembi del verde che tenta di arrampicarsi verso le rupi, vediamo uscire i cocuzzoli delle ultime tende d'un accampamento.

Ma son segni minimi e muti. Potrebbero essere i ruderi d'una guerra finita da anni. Sappiamo che attorno a noi le cime ci guardano dagli osservatorii, che nei prati dove passiamo caddero ancor ieri i colpi dei forti di cui quelle cime misteriose sono animate. Lo sappiamo, senza sentirlo: qui ci avvolge, c'incombe, ci stringe paurosamente quello che della guerra è il senso più strano, più angoscioso: il suo silenzio, il suo mistero, il suo perenne atteggiamento d'invisibile agguato. Silenzio e solitudine: non un uomo, non una casa, non un'arme, non una voce. Il verde senza pace e la discesa calma delle nuvole che ora vengono riassorbendo anche quei segni sperduti di guerra; la voce della montagna, compendio di silenzi lontani; la voce del verde, fatta di un avvolgimento morbido di tutti i sensi, di tutto l'essere, che sembra a ogni poco smarrirsi nello sgomento di quella grigia infinità, segnata a ogni poco da un colpo di cannone sperduto, rombi anch'essi silenziosi, senza scoppio, senza principio, come code di comete già spente: e la nebbia crescendo li assorbe, li dissolve nel grigio, che ora pesa su noi, su tutto il mondo, divinità diffusa e maligna, piena di mute minacce, di gelo, di paura.

Il vecchio e il nuovo confine sono scomparsi: non c'è più traccia di Roteck, di Cima Vallone, di Cima Vanscuro, di Quaternà. Sola riesce a fendere il grigio la punta del Monte Cavallino, ove la guerra è ogni giorno più viva.

* * *

Monte Cavallino, segnando il confine del versante settentrionale di Val Padola, divide nettamente il Cadore orientale dal Cadore settentrionale. Da Monte Cavallino il confine scende con una leggiera inclinazione fino al Volaia, e in tutto quel tratto la guerra è, da tutt'e due le parti, non altro che un'attesa difensiva. Tuttavia pochi giorni sono potemmo occupare il massiccio di Monte Chiadenis e di Monte Avanza tra Val di Sesis (affluente del Piave) e Rio di Fleons (affluente del Degano), nella zona del Paralba, ove il confine tra il Cadore e la Carnia raggiunge la frontiera austriaca.

[Illustrazione: Cartina.]

Ma al Volaia comincia uno dei settori di maggiore interesse; ed è il tratto compreso tra le testate di Val Degano e di Val But. Volaia, Pal Piccolo, Freikofel, Pal Grande: nomi già gloriosi nella breve storia della nostra guerra. Di là da quella linea s'apre, verso l'austriaca Zeglia, Val Valentina, il cui passo fu conquistato il 13 giugno con una difficile operazione “poichè il nemico — diceva il comunicato relativo — dovette essere snidato di trincea in trincea e inseguito di balza in balza”. E lasciò nelle nostre mani armi, munizioni, bombe e prigionieri. Il giorno avanti, press'a poco nelle stesse condizioni, era stato preso il passo di Volaia; mentre fin dalla prima notte di guerra i nostri s'erano solidamente assicurati dei passi di Giramondo e di Vall'Inferno e della testata di Val Degano con un assalto alla baionetta, occupazioni che permisero il fiancheggiamento da occidente del passo di Monte Croce Carnico.

La lotta durò più giorni e fu conclusa il 30 di maggio. In quel giorno un battaglione e mezzo di austriaci con mitragliatrici attaccò i nostri alpini presso il passo; gli attacchi furono cinque, consecutivi, tutti respinti dai nostri, i quali allora presero a volta loro l'offensiva, sotto la pioggia violenta e tra la nebbia fitta, e con leggerissime perdite, e facendo duecento prigionieri, ricacciarono definitivamente il nemico. Con la quale occupazione fu chiusa all'Austria una delle più pericolose vie d'invasione verso la regione veneta. Da questo passo il nemico avrebbe potuto scendere, sia per Rio Collina e il canale di San Pietro (But), sia per il Degano, fino al Tagliamento sopra Tolmezzo, prendendo così di fianco le nostre difese che avrebbero dovuto scaglionarsi lungo il Tagliamento stesso invece d'essere impiegate sull'Isonzo. Alla perdita di quel passo gli austriaci non riuscirono mai a rassegnarsi; tentarono più volte di riprenderlo, e sempre inutilmente: il 30 maggio; il 3 e il 4 di giugno, in cui persero una batteria; il 14 tentando di irrompere contro la dorsale del Monte Avostanis, che domina il passo da est, con una violenta azione di artiglieria prima, poi con un attacco diretto che noi respingemmo alla baionetta volgendo in fuga i nemici. Dopo quindici giorni, il primo di luglio, il vano tentativo fu rinnovato di notte, con l'aiuto di razzi e riflettori e col lancio di gaz asfissianti.

* * *

[Illustrazione: Cartina.]

Il passo di Monte Croce Carnico è attorniato e guardato, a ovest dal Pizzo Collina nostro, e dallo Zellenkofel del quale ora è nostra una cima; a sud dal Tierz, nostro; a est dal Pal Grande dal Freikofel e dal Pal Piccolo. La situazione di queste tre cime rispetto al passo, spiega il frequente ricorrere dei loro nomi nella cronistoria della nostra guerra. Sulle tre cime passa il nostro confine, ma qualche ora avanti la guerra gli austriaci s'erano di esse cime impossessati. Noi riconquistammo il Freikofel ai primi di giugno con una lotta di circa dieci giorni, nei quali oltre il possesso della situazione guadagnammo centinaia di prigionieri: altre centinaia di austriaci vi rimasero morti. Allora il nemico si volse contro Pal Piccolo e Pal Grande (che fiancheggiano il Freikofel ai due lati) circa al 15 di giugno; il 18 e il 20 rinnovarono l'attacco contro il Freikofel direttamente, per volgerlo, il 22, contro la Cresta Verde, tra il Pizzo Collina e lo Zellenkofel; ritentarono i due giorni seguenti contro Pal Grande e Pal Piccolo: sempre respinti con gravi perdite. Ad assicurare meglio la nostra situazione noi occupammo, il 25, la cima dello Zellenkofel, mentre essi ritentavano quella del Freikofel. Il 26 il nemico tentò di riprendere lo Zellenkofel. Il 27 con artiglieria da montagna, faticosamente trasportata su di un'alta vetta, distruggemmo un accampamento che i nemici avevano stabilito sul rovescio di Pal Piccolo; il 28 essi cannoneggiarono Cima Zellenkofel; il primo di luglio tentarono attacchi notturni contro Pal Piccolo; sempre inutilmente: a ogni attacco che respingevamo, la nostra situazione nelle posizioni occupate si faceva più forte. Con quasi punte perdite da parte nostra, continuammo a logorare il nemico, che a ognuno dei vani e rabbiosi tentativi lasciava nelle nostre mani uomini e munizioni. E ogni volta allargavamo fruttuosamente la nostra occupazione; così il 1º di luglio un nostro reparto alpino conquistò un trinceramento nemico nel versante settentrionale del Pal Grande, trinceramento che molestava continuamente il nostro possesso del Freikofel. Anche questa trincea fu oggetto di attacco, le notti del 3 e del 4, da parte del nemico che voleva riprenderla. Altre trincee verso Val d'Anger occupammo l'11 e il 12 di luglio. I tentativi contro le tre cime divennero abituali. Nei giorni nei quali non eravamo impegnati a respingerle, continuavamo a disperdere, con tiri di artiglieria, i lavoratori incaricati di munire d'opere d'approccio le pendici austriache verso il Freikofel.

La menzione di simili attacchi inutili potrebbe continuare: nè è detto che essi siano per cessare.

Volendo riassumere la storia della guerra in questo settore, potremmo dividerla in due periodi. Nel primo, dal 24 di maggio fin verso la metà di giugno, tenemmo un'azione difensiva contro i tentativi disperati d'attacco che il nemico operava, sempre con forze preponderanti, e preceduti da intense preparazioni d'artiglieria che talvolta durarono fino a tre giorni su tutto il ciglio, a raffiche di otto, di dodici colpi contemporanei. Periodo nel quale si rivelò nei nostri una delle doti più preziose e più rare del soldato nella guerra moderna, cioè la resistenza all'artiglieria. Portavano indietro i morti e riprendevano la posizione, impassibili. Nel secondo periodo, da mezzo il giugno in poi, stabilitici incrollabilmente, ci permettemmo azioni offensive, piccole incursioni. Ora che il passo di Monte Croce e la testata del But — cioè il più pericoloso collegamento stradale tra Val di Zeglia e Val Tagliamento — è solidamente nelle nostre mani, le nostre truppe vanno lentamente e irresistibilmente allargando le loro posizioni verso tutta la valle dell'Anger, sede principale delle offese dell'artiglieria austriaca verso questa regione.

La valle dell'Anger è un vero campo trincerato, sistemato maravigliosamente, prodigiosamente armato da batterie multiple, d'ogni natura: mortai, obici, cannoni, mobili e fissi, da montagna e da campagna, di tutti i calibri, di tutte le portate.

Quante voci ha la valle austriaca dell'Anger, quando scatena la sua sinfonia!

* * *

Perchè non sempre e non in ogni luogo la guerra è soprattutto silenzio.

Ma anche allora non appare come disordinato frastuono d'inferno: ma è una riquadrata, ben organata sinfonia, in cui distingui le voci e gli strumenti, segui i temi melodici e lo svilupparsi delle armonie. È una magnifica musica, piena di varietà, di solidità, di ordine e di esaltazione.