Part 2
La frase, risentita ieri, m'ha fatto ricordare l'impressione di ostinata e laconica solidità che i valtellinesi m'avevan dato circa tre mesi sono, quand'ero venuto qui a principio della guerra. Si aspettava da un giorno all'altro la mobilitazione. Avevo lasciato a Sondrio l'ultima dimostrazione patriottica. Poi, venendo su per Tirano a Bormio, spingendomi in qualche punta verso l'Aprica e verso Livigno, tendendo l'occhio e l'orecchio al Tonale e allo Stelvio, correndo quanto mi è stato possibile in qua e in là questa Valtellina, bellissima di verde e di rocce, immagine magnifica della forza concentrata, silenziosa e incrollabile, avevo provato sulle prime un senso di maraviglia, quasi di isolamento. Apparivano sui muri dei paesi i manifesti della mobilitazione; e a me, reduce dalle dimostrazioni espansive della pianura, pareva di sentire l'eco degli applausi enormi con cui la penisola li ha salutati; ma una eco appunto, confusa e lontana come il suono indistinto che si sente dal sommo delle montagne, che par giungere di là da una zona di silenzio, pare fatto d'infinità e di lontananza, di un altro mondo, di un'altra vita. Così a me passando allora per questi paesi, e vedendo i contadini quando si fermavano a leggere i manifesti, senza gridi, senza commenti, senza affollamento. Quasi me n'ero sgomentato.
Mi bastò parlare con qualcuno di quei contadini silenziosi — con qualche vecchio, con qualche donna — per capirli.
Io credo che in tutta questa valle non ci sia un solo uomo, una sola madre, una sola fidanzata, un solo vecchio, che abbia paura della guerra, nè per sè, nè per i suoi che vanno a combatterla. (Tranne coloro, s'intende, che per ragioni ovvie furono subito invitati a sgombrare, e non furono pochi). La seguono tutti, la guerra, uno per uno, con un fervore contenuto e saldo, e senza impazienza. Noi cittadini siamo abituati a vedere nella impazienza il segno e l'espressione dell'ardore. Stando qui poche ore, ci accorgiamo che il nostro scalpitare continuo di cavalli imbrigliati è un'inferiorità.
Qui hanno un'affermazione sola: “mazzà i tudesch”: ammazzare i tedeschi. E la dicono con calma, come un bisogno e un proposito ben maturi e ben saldi nelle loro anime incrollabili. Un bisogno e un proposito quasi personali. Non hanno bisogno di riferirsi all'esercito quando parlano della guerra imminente. Si sentono tutt'una cosa con i soldati: parlano in prima persona. Nessuna popolazione come questa mi ha dato il senso dell'unità perfetta tra la patria e i suoi difensori.
E per giungere a questo non hanno avuto bisogno di propaganda, di letture, di persuasione di sorta. C'erano arrivati subito, allo scoppio della guerra europea. A mezzo agosto alcuni contadini s'erano presentati al deputato del luogo annunciandogli il loro desiderio di costituire un corpo di volontari per la guerra all'Austria. Si erano già raccolti circa in settanta. A mezzo agosto 1914, notate; quando appena il nostro governo aveva dichiarata la neutralità, e noi si cominciava a disputare se dovesse essere assoluta o relativa, vigile o addormentata, risoluta o brachicalante, ecc. ecc. Quei valtellinesi ne avevano immediatamente intuìto il valore. Li guidava un vecchio di settant'anni, cui l'onorevole domandò... se si sentisse atto alle armi. Il vecchio rispose: “de mazzà un tudesch so' amò bon”: di ammazzare un tedesco sono ancora capace.
E ne sono capaci davvero, tutti. Se in Valtellina non ci fossero i soldati, credo che i valtellinesi saprebbero difendere fino all'ultimo la loro terra, come difesero il passo dello Stelvio nel '48. Ma quanti ce ne sono, di soldati, per tutta la profonda retrovia di val d'Adda, fino all'Aprica! Ho avuto accoglienza ospitale tra gli ufficiali di un battaglione di alpini, in un paesino roccioso, in una stanza foderata d'abete; sotto le finestre la banda musicale degli alpini sonava fanfare gioiose, per la strada sfilavano le salmerie. Ho parlato con i soldati. Nello sguardo di questi la saldezza fredda dell'alpigiano s'accende a tratti di lampi d'entusiasmo, nei quali mi s'illumina con sicurezza profetica la vittoria del domani. Specialmente quando un ufficiale rivolge loro una parola densa di promesse e di affetto, un: “Ragazzi, ci siamo!” per esempio. Molti conoscono il fuoco: hanno fatto la campagna libica. Ci sono dei valtellinesi, dei bergamaschi delle alte valli, degli alpini del distretto di Aquila: una composizione sapiente, varia, solida: un'immagine concentrata della forza molteplice e una d'Italia. Parlano del fuoco e della morte con una semplicità che strappa le lacrime. Adorano gli ufficiali. A una cosa sola si mostrano restii: a essere impiegati nei servizi di rifornimento. Vorrebbero essere mandati avanti, tutti, subito.
* * *
Sono giunto di notte ad Aprica, dove dalla Valtellina si passa in Valcamonica: ivi ho veduto il primo duello di artiglieria.
Un duello di artiglieria
_Edolo, 18 agosto._
Un inferno di fumo, di scoppi, di rombi; nugoli spessi spaccati da lame di fiamma e squarciati di grida; lacerti di terra ferita che balzano al cielo e si mescolano alle urla degli uomini; e soprattutto granate che esplodono; granate senza fine, che piovono e scoppiano un po' dappertutto, sul suolo, a mezz'aria, nel cielo: e cielo e terra ingombri di spasimi, di fragore infernale che assorda e acceca e sbigottisce i paesi e la campagna per molte e molte miglia all'intorno....
Il buon lettore può darsi che immagini così, presso a poco, una battaglia di artiglieria.
Io n'ero a pochi chilometri. L'impressione che me n'è rimasta non è affatto infernale. È di silenzio, di solennità, di calma.
Una lunga ed erta salita su per una strada interminabile scavata miracolosamente dai soldati in una terra durissima, attraverso il pendio della più tortuosa e accidentata costa di monte che possa immaginarsi, mi porta a una specie di altopiano erboso, dal cui ciglione si domina un incrocio di vallate.
In fondo l'orizzonte s'ingombra di alte montagne brune, macchiate di bianco nelle conche ove la neve non sgela: tra quei monti neri in faccia a noi si scavano e s'internano, più nere ancora, le valli che li dividono, e alle loro radici scherza il sole sugli ultimi prati; le cime si sfanno in nubi e pennelleggiano il cielo di grigio fosco. Tutto questo fasciato di brezze e di silenzio.
— È molto bello.... —
Poi, timidamente:
— Scusi, dove è la guerra? —
Il militare, con un sorriso:
— Lo ha sentito il cannone? —
Il borghese, stupefatto:
— No.
— Stia attento. —
Tendo l'orecchio in mezzo al silenzio profondo che a me pare debba durare in quel luogo da secoli innumerevoli, tendo l'orecchio come se volessi cogliere la voce dell'erba che spunta o il ronzio di un insettino in fondo alla valle.
— Sente? —
Ho sentito. Un suono lungo, lento e grave: comincia come un ululo, e si fa rombo, e muore in una eco. È lungo, lento e grave, pieno di dignità: quando n'è finita l'eco nell'aria rimane l'eco nell'anima, che si trova d'un tratto come abbassata di tono, come premuta sotto un'onda di malinconia.
— È questo? —
E aspetto. E dopo un tempo, che mi sembra eterno, un altro rombo più intenso mi arriva di là, dall'oriente cumulato di monti e di nubi, e un altro ancora, più di lontano.
* * *
Ora che ho imparato a sentire, voglio imparare a vedere. Risalgo lentamente con lo sguardo da quei prati bassi dove il sole continua più vivaci i giuochi gialli sulle erbe, via per le coste che si imbrullano. Tento di fendere l'incavo che si apre nei monti, nello sfondo; giungo al breve spazio tra le due cime più alte e più forti. Lassù, le nuvole che sfioccavano dalle rocce si vanno rimescolando, diradando, levandosi in fumi chiari e sperdendosi nell'aria. Ora la cima di sinistra appare più libera e quasi nuda, di un turchino nerissimo: e in quella riesco a isolare un blocco più buio, ed ecco da quel blocco balzano fuori irresistibilmente uno sbuffo chiaro e una vampa gialla che se ne stacca e lancia via da sè, più avanti, una vampa più piccola, più rossa....
— La granata che scoppia.... —
E parecchi secondi più tardi m'arriva l'ululo che si fa rombo e muore in eco solennemente, e su tutta la scena tornano a distendersi lo stupore nostalgico e il silenzio infinito dei monti.
* * *
Rombi e vampe da una parte e dall'altra, a cinque o sei minuti di pausa: tale è un duello di artiglieria visto a dodici chilometri di distanza.
Ai quali l'occhio si abitua in breve, e già s'accorge che quel gregge giallo, là in margine al costone più basso, è un attendamento; e da quello vedo chiaramente salire per l'erta la forma nera e rapida delle formiche umane: ma solo ora, mentre vengo ricordando gli aspetti e le forme che di quella scena semplice mi sono rimaste negli occhi, mi assale improvvisa la coscienza che quelle formiche creavano i rombi e le vampe e salivano ove ognuno di quei fenomeni gravi e solenni si traduce in morte e strazio di membra umane e in dolore e ardore e torture eroiche del corpo e dell'animo. Solo ora me n'avvedo; e quasi ne dubito, perchè non so ripensare a quel luogo, a quegli istanti, a quello spettacolo, senza riprovare la sensazione di solennità e di gravità triste che vinceva e assorbiva in me ogni altra sensazione, ogni riflessione, ogni coscienza.
* * *
Un'ora di quello spettacolo, spettacolo novissimo, tanto semplice che comincia col sembrare insignificante e finisce con l'essere strano, fa perdere il senso della realtà e il ricordo della vita.
Me ne scuote un'ondata di gelo che mi ha invaso per tutte le membra. Chi si era accorto che il cielo era venuto abbuiandosi, che lo sforzo degli occhi aveva dovuto esasperarsi per continuare a distinguere le due vampe tra le due nubi ridiscese, che era cominciato a piovere?
Ma non importa la pioggia. Moviamoci per sgombrare il corpo dal gelo e l'anima dallo stupore malinconico. Pure, ci sa male ritirarci di qua, ora che abbiamo trovato un'immagine reale della guerra. Camminando nel pianoro, ineguale sotto la pioggia già diradata, arriviamo a un'altra parte del ciglione, ove una serie di leggieri rialzi verdi ci sembra un buon posto per osservare un altro versante della vallata.
Ed ecco, accostandoci, ci sorprende scorgere nella parte interna d'uno di quei rialzi un foro, come fosse la buca di una grotta: e da più presso ancora è una grotta davvero, imboccata da un breve spiano in declivio. Vi scendo: c'è dentro un pezzo di artiglieria da montagna, pronto! L'accompagnatore sorride della mia maraviglia e fa togliere il pezzo di là. È l'opera d'un batter di ciglio: il pezzo sale la breve china, fa una mezza volta, è già sulla spianata esteriore del ciglione, con la bocca alla vallata, pronto alla difesa e alla minaccia.
E alla radice della spianata, al principio, una profonda trincea. Percorrendola veniamo a un'altra grotta come la prima: di là da quella la trincea continua; e un'altra, e un'altra ancora.
Tutto il bel ciglione verde, ingenuo, rugiadoso, è un magnifico appostamento di artiglieria che in pochi minuti può marginare tutta la posizione di un orlo di vampe e di rombi, può portare laggiù, se il nemico ci si presentasse, il tumulto infernale e lo strazio che non abbiamo ancora incontrati nel nostro placido viaggio.
Perchè, sebbene abbiamo assistito a un duello di artiglieria e i monti che lampeggiavano fossero il Tonale e il Monticello, noi abbiamo camminato ancora molto in margine alla guerra, molto in qua dal suo cuore di fuoco e di sangue.
Terra redenta
_Lodrone, 21 Agosto._
Per la prima volta poniamo il piede sull'antico confine. Ho viaggiato per un giorno in terra redenta.
* * *
Su dal lago d'Idro si rivolge verso nord val Giudicaria, in cui scorre il Chiese, parallelamente alla valle dell'Adige, o Lagarina: le due grandi vie di comunicazione, cioè di possibile invasione, che il possesso del Trentino offriva all'Austria verso l'Italia. Val Giudicaria continua verso nordovest con val Daone che la ricollega alla regione dell'Adamello, verso est con val di Ledro che conduce al Garda.
Costeggiando il lago d'Idro, passiamo sotto la vecchia e teatrale fortezza d'Anfo; finito il lago, ove il Chiese vi sbocca, attraversiamo l'antico confine.
L'antico confine qui è un ponte sopra un torrefaccio. Di qua era regno d'Italia, di là era impero d'Austria. Ora di qua e di là è tutta Italia. È semplice. Parve semplice anche a Cadorna, quando un giorno, che era il secondo della guerra, disse alla nazione: “Le nostre truppe occuparono i seguenti punti: Forcella di Montozzo, Tonale, Ponte Caffaro in Val Giudicaria....” e così via una sfilata di otto o nove nomi, senza una parola di più. A noi cercare sulle carte quei nomi, cercare nella nostra immaginazione il valore attivo di quel fatto semplice: — le nostre truppe occuparono....
Non per questo luogo abbiamo cercato dei nomi sulle carte. Sono i nomi più famosi e più dolorosi della storia popolare d'Italia, la storia garibaldina. In questi luoghi la nostra impresa d'oggi si riallaccia più sensibilmente all'opera interrotta or è mezzo secolo. Poco prima di raggiungere il ponte, abbiamo salutato con un tremore indicibile un piccolo ossario che da una rientratura del monte s'affaccia come un monito e domina, da sinistra, la strada: l'ossario di Monte Suello.
E non qui l'immaginazione ha bisogno di sforzi per figurarsi l'azione: o meglio, ogni sforzo è inutile, perchè un'avanzata fatta di discese precipitose giù per queste chine, di ascensioni asprissime su per queste cime, di penetrazione temeraria dentro il fogliame fitto che protegge ogni agguato alle radici dei monti, un'avanzata di questo genere appare tanto più prodigiosa e inimaginabile quando vediamo con gli occhi quale suolo corrisponda alle impassibili designazioni dei comunicati di cui ci siamo nutriti fino ad oggi.
Mentre gli alpini precipitavano, ascendevano, penetravano, i bersaglieri prendevano d'impeto il ponte e avanti divoravano la strada e riconquistavano i paesi attoniti. Sul primo di quei paesi, Lodrone, c'è una grande, accurata iscrizione grafita sul muro: _Regno d'Italia_; e intorno intorno un bel fregio ancora pieno della soddisfazione con cui un soldato deve averlo disegnato due mesi sono. Poco più là, dall'altra parte, un'altra iscrizione, più vecchia, è rimasta intatta, memoria dell'antico regime. Suppongo che i conquistatori ve l'abbiano lasciata con un'intenzione ironica, perchè la scritta ammonisce:
_Multa di cinquanta corone ai veicoli che avanzano troppo rapidamente._
L'esercito italiano è in multa.
* * *
[Illustrazione: Cartina.]
I comunicati del Comando supremo accennarono ancora, il 27 di maggio, a questi luoghi, annunciando estesa l'occupazione del terreno verso nord e nel tratto tra l'Idro e il Garda; il 30 specificarono l'occupazione di Cima Spessa, che domina la vai d'Ampola, comunicante con valle di Ledro; finalmente, il 2 giugno, annunziaron l'occupazione di Storo e di Condino e il collegamento di queste truppe, su per valle Daone, con i reparti alpini scesi sul Chiese dall'Adamello. Ma non basta avanzare. La conquista, arrivata direttamente ad un punto, si ferma ivi per qualche tempo, ma durante questo si allarga, si consolida tutt'all'intorno. Una prima avanzata per un tratto del fronte è fatta come di punte che si spingono avanti penetrando saldamente nella carne viva del paese di conquista. Poi a poco a poco gli archi che collegavano quelle punte si stendono, si appianano, vengono a stringere più da presso e rafforzare ai fianchi quelle sentinelle; e così rendono possibile a queste un altro lancio in avanti. Intanto occorrono azioni parziali di difesa, difficili come conquiste generali. Il 27 di giugno con un'audace spedizione un piccolissimo reparto di alpini riuscì a spingersi nel Ponale e interrompervi l'impianto idroelettrico che serviva i grandi proiettori elettrici con cui gli austriaci potevano vigilare i nostri movimenti notturni. Tutto il luglio fu impiegato nel respingere i tentativi nemici frequentissimi contro Val Daone, che avrebbe aperto loro la strada al Tonale e alla Valcamonica, e interrotta la stretta unità da noi faticosamente ottenuta tra le truppe operanti dallo Stelvio all'Adamello, e quelle operanti in Val Giudicaria: si snidarono quelle contro Passo di Campo, Cima Boazzola, Malga Leno. Importantissima su tutte, l'occupazione di monte Lavanech e di Cima Pissola ci dava, il 26 di luglio, il completo possesso delle alture del versante destro di Val Daone.[2]
Anche nella valle oltre l'Idro dunque, e nelle valli laterali verso il Garda, continua un'azione lenta di consolidamento, d'arrotondamento; sono costoni, cime, passaggi, che di giorno in giorno, a pezzi, vengono strappati al nemico: sono opere d'offesa che si spostano, è la prima linea che tende a diventar retrovia. Ed è, anche, dietro questa, il paese di confine che ricompone la propria fisionomia a paese d'interno, la città dominata che impara a respirare da città libera, il villaggio desolato e vuotato dalla guerra che viene ripopolandosi e riprendendo la propria vita di lavoro.
[Illustrazione: Cartina.]
* * *
Com'è triste un villaggio vuotato dalla guerra! Non al primo aspetto, che anzi è lietissimo. Le case più grandi sono piene di soldati: e qui non è il soldato impaziente che abbiamo visto nelle retrovie di Valtellina, immalinconito dall'attesa del fuoco. Qui i soldati sono quasi nel vivo della guerra; l'azione maggiore può attenderli da un momento all'altro, e intanto le azioni minori sono frequenti e le mani non stanno mai troppi giorni inoperose. Perciò questi soldati sono allegrissimi, e il loro moto per la piazza e nella via maggiore del paese e su e giù per le scale delle case ridotte a caserma, è rumoroso e pieno di canti e di ragazzate gioconde.
Ma nelle strade minori stringe l'animo un gelo di morte. Quasi tutte le case sono aperte, le imposte e le porte a metà divelte. Su per le scale sudice son rimaste le miserabili tracce della fuga precipitosa. Nelle stanze qualche resto di masserizia, qualche vestito cencioso, qualche suppellettile, si trascinano penosamente lungo i muri brulicanti di ragni stupefatti.
A monte di Condino è un vecchio convento, nelle stesse condizioni, ma grande, arioso, aperto a panorami accidentati e verdissimi. Anche qui la stessa desolazione, e in più molta paglia, un po' dappertutto, chè i soldati austriaci dovettero rimanervi acquartierati qualche tempo prima di ritirarsi. Ma non c'è il senso della vita familiare messa in fuga, e le madie zoppe e le sedie spagliate su cui si mescolano in orgia pezzi di bottiglie, gabbie per canarini e manuali di Filotea, fanno piuttosto ridere che piangere. Il sentimento è forse colpevole, ma me ne confesso candidamente. Salito per scale a pioli al solaio del convento, scopro un cimelio prezioso: una vecchia giubba azzurra di soldato austriaco. La prendo con molta cautela servendomi di un bastone, m'affaccio alla finestra di un abbaino, e di lassù la butto a un bersagliere che dalla strada sta a guardarmi, un po' scandalizzato dalla mia invadente curiosità: ma l'accoglie in gran gioia, e corre via a mostrarla ai compagni.
E mentre m'indugio un po' ancora, affacciato lassù a scrutare l'accavallamento dei monti, a cercar di capire, con le mie incerte cognizioni topografiche, quali di quelli sono ancora dell'Austria, ecco dall'ala destra mi giunge un suono ancora non noto e attraversa l'aria sopra il mio capo. È una specie di breve miagolio, e si tramuta subito in uno stridìo acuto e rabbioso, circolare, come un trapano che succhielli rapidissimo l'aria; poi un rombo, il rombo ormai familiare del cannone; poi un piccolo scoppio. Scruto attorno il cielo, le cime, la valle. Ma non mi accorgo di nulla. Vedo i soldati correre agli sbocchi del paese. Scendo e corro anch'io. Intanto s'è udito un altro miagolio, un altro rombo, un altro scoppio. Giù c'è un ufficiale che s'affanna a raccomandare ai soldati che non si facciano vedere.
— È il trecentocinque del forte Por che s'è accorto che laggiù (indica un ripiano a mezza costa), il nostro genio lavora, e cerca di disturbarlo. Ma non fatevi vedere. Dall'osservatorio vi possono vedere benissimo, e allora vi tirano una granata. A che scopo?
— Per vedere come scoppia — risponde un soldato. E gli altri ridono.
Intanto una terza granata trivella l'aria col suo miagolio rabbioso, poi una quarta; e di questa finalmente vedo l'effetto sulla costa indicata. Non si scorge cader nulla, ma tutt'a un tratto uno sbruffo di terra e di sassi rompe dal suolo, come per una mina: qualche arbusto sterpato ricade con la terra, e niente più. I lavori del genio sono alquanto lontani di là, e i soldati al primo miagolio si ritirano dietro un riparo, ch'è il primo rapido lavoro che si prepara sempre avanti di accingersi a qualunque opera di quella specie.
I soldati del paese sono un po' delusi e per consolarsi mi fanno vedere, nel piazzale davanti alla chiesa, un buco tondo e largo lasciato da una granata, sorella di quelle d'oggi, un mese fa. Non l'hanno ricoperto, perchè è un ricordo e un'imagine che rinvigorisce il loro fervore. E l'episodio recente li rimanda al lavoro più alacri di prima: quei miagolii hanno la virtù eccitante che aveva nelle battaglie antiche il classico odor della polvere.
Uscendo dal paese ci fanno camminare in fila indiana, stretti a una siepe, assicurandoci che l'austriaco vedendo di lassù dei borghesi sarebbe molto contento di salutarli con uno shrapnell. Questo soddisfa molto la nostra vanità.
Così giungiamo ove si apre un grande campo. Il campo è seminato di soldati che, senza giubba, chini verso terra con le zappe, sembrano contadini. E tutt'attorno a loro c'è come una vasta piantagione bassa a filari....
Ci accorgiamo subito dell'errore. Sono linee di reticolati: aggrovigliati, aspri, puntuti, impervii: e lungo il margine del prato le bocche di lupo, ove l'uomo cadendo trova la punta ferrea che lo strazia; e i lacci giapponesi, ove l'uomo preso in trappola per il piede come una bestia, stramazza; e i mostruosi trabiccoli dei cavalli di Frisia: il filo di ferro duro, irsuto di punte mordenti, in tutte le sue applicazioni, per impedire, rallentare, deviare, mordere a sangue in tutti i modi il cammino di chi vuole avanzare. Contemplando spaurito tutta quella stesa di stratagemmi, più imagine di caccia che non di guerra, non penso agli austriaci che incapperanno qua dentro, perchè questi sono preparativi di pura precauzione e gli austriaci di qua non ripasseranno mai nei secoli, ma mi vien fatto di pensare che qualche cosa di simile è di là, dove i nostri avanzano; che qualcosa di simile era qua, dove i nostri hanno avanzato: e che pure hanno superato tutto questo, senza esitazione, rapidamente, con pochissime perdite, a forza d'impeto, di abilità e di audacia. È un pensiero di raccapriccio, che subito si trasmuta in una ammirazione profonda e in una fede sicura ed enorme nel domani.
Dietro le file dei reticolati, quelle delle trincee: trincee in cemento armato, lunghi corridoi, larghi, comodi, nitidi: hanno qualche cosa di conventuale nella linea e nel colore, e insieme di casalingo. Ad ognuna si entra per parecchi usci di legno bianco, dalle imposte ben commesse. Su qualcuno degli usci un soldato ha scritto il proprio nome. Non ci manca che il campanello e la buca per le lettere.
Leggo su di un uscio, in un bel neretto tipografico:
_Prima di entrare si pregano gli austriaci di farsi annunziare._
Un altro soldato vi ha aggiunto sotto, col carbone, un avvertimento, così:
(_Visite brevi_).