Part 11
Verso la metà di luglio avvenne una nuova spinta offensiva: in una sanguinosa azione, compiuta con esemplare accordo tra la cavalleria e la fanteria, ben sei ordini di fortissime trincee furono presi; vi si fecero in quattro giorni quasi quattromila prigionieri oltre la cattura di mitragliatrici, fucili, munizioni. Nella notte del 22 il nemico ricevè grandi rinforzi e tentò un attacco disperato contro la nostra sinistra. Le nostre truppe di prima linea sostennero validamente l'urto finchè ricevettero a volta loro rinforzi; allora poterono, come diceva il comunicato relativo, “sferrare una vigorosa controffensiva che riuscì una vera rotta per l'avversario”. Il quale lasciò il suolo letteralmente coperto di cadaveri, e in mano nostra altri millecinquecento prigionieri. Qualche giorno di raccoglimento, e il 25 conquistiamo Bosco Cappuccio e alcuni trinceramenti della Selva di San Martino al Carso. E infieriamo contro il Monte dei Sei Busi, lo conquistiamo, lo perdiamo, lo riprendiamo; anche questo terreno è per noi nuovo: i boschi che lo ricoprono nascondono mille insidie. Dobbiamo proteggerci colle maschere dai gaz micidiali emanati dalle bombe e dalle granate asfissianti. Solo quando i nemici sono snidati tutti, uno per uno, alla baionetta, dai boschi, possiamo dire nostro il Monte dei Sei Busi. E anche questa volta la giornata finisce per noi con la cattura di oltre un migliaio e mezzo di prigionieri.
Il 27 la battaglia continua infocatissima: si conquista per breve il San Michele che domina tutto il primo tratto dell'altipiano, ma qui i tiri incrociati e violentissimi delle batterie multiple d'ogni calibro ci costringono a ripiegare; anche ripiegando, i nostri fecero più di mille prigionieri: erano quei soldati che dovevano tentare l'avvolgimento del San Michele da Rubia, e perciò vennero a scontrarsi coi nostri. Intanto al centro si procede alla baionetta verso la sella di San Martino: la sera si compie la conquista del Monte Sei Busi, lasciata interrotta tre giorni innanzi, con la cattura di più di tremila prigionieri, di cinque mitragliatrici e di molte altre armi, munizioni, viveri, materiale da guerra.
I giorni che seguono sono impiegati nel fortificare le posizioni conquistate, rettificando a nostro vantaggio la linea di schieramento con parziali conquiste di trincee. Poi comincia da parte nostra un periodo di difesa, perchè contro la nostra occupazione il nemico si accanisce, non solo con i cannoni e i fucili, ma anche con le bombe a mano, con getti di esplosivi dagli areoplani con tentativi di incendi dei boschi. La nostra vigilanza sventa ogni loro tentativo. Intanto ci prepariamo a proseguire l'avanzata contro la seconda linea del nemico, preparata ad oriente di quella che abbiamo già superata. L'attacco alla seconda linea comincia il 30 di luglio; il nostro centro comincia ad avanzare. Una breve sosta ci è imposta dall'attacco che il nemico porta la notte del 31 contro la nostra destra al monte dei Sei Busi, con truppe di Kaiserjager che distruggiamo quasi completamente. Grosse colonne nemiche marciano da Duino verso Doberdò: ma i nostri osservatori le scorgono, le nostre artiglierie le disperdono prima che siano giunte a rinforzare le truppe di linea e possiamo muovere alla offensiva, conquistare altre trincee, e intanto difenderci dalle azioni dimostrative che il nemico tenta contro l'ala sinistra, tenendo sempre per obiettivo la riconquista del monte Sei Busi e specialmente movendo contro il bosco del Cappuccio. Qua la nostra offensiva ci porta ad una brillante conquista parziale, quella del trincerone che domina lo sbocco orientale del bosco stesso e di qui gli accessi a San Martino del Carso. Col 7 di agosto siamo per un tratto traboccati oltre il primo ciglio dell'altipiano giù nel margine dell'avvallamento che scende verso Doberdò; nei giorni seguenti la nostra attenzione deve proteggere Monfalcone, contro cui il nemico accanisce con bombe incendiarie; il 26 di agosto occupiamo il bosco di San Martino che il nemico ha lasciato indifeso, e contro cui tenta un tardivo assalto furioso, che respingiamo volgendo in fuga gli assalitori, come respingiamo da tutte le posizioni carsiche tutti gli altri attacchi, specialmente notturni, pronunciati dal nemico con abbondante lancio di razzi luminosi.
Altra notevole avanzata si ha il giorno 4, specialmente verso la strada che conduce a Doberdò. E avanzare vuol dire salire verso una trincea sotto il fuoco; prenderla; appena presa accorgersi che a lato di quella, invisibile, n'era una trasversale dalla quale il nemico spara nella nostra infilata; arrestarsi a conquistare anche quella prima di procedere un poco più su; dilagare così, lenti, come un'acqua in un piano paludoso, in quella rete strana, irregolare, pazza, piena d'agguati, che gli austriaci con una magnifica preparazione hanno saputo stendere approfittando di tutti gli accidenti prodotti dall'erosione nel calcare dell'altipiano insidioso.
Il diciotto di settembre segna dell'impresa carsica un episodio importantissimo. Il nemico era rimasto annidato, e fortemente trincerato, come dappertutto, entro il bosco Ferro di Cavallo, ad occidente del San Michele. Alternando azioni di sorpresa con attacchi di viva forza, la nostra fanteria prese l'offensiva e poi mano mano dilagò per tutto il bosco.
Non le sole forze della fortificazione campale del nemico dovè vincere, ma anche la sua slealtà. Avvenne qui, com'era già avvenuto più volte altrove in questa guerra, che alcuni soldati simularono la resa alzando le mani inermi: quando i nostri, fiduciosi, furono loro vicinissimi, quelli si gettarono a terra e scoprirono dietro di sè un'altra fila a fucili spianati, che cominciò a sparare infernalmente sui nostri.
In questo modo si avanza su per il Carso. Il ciglio dell'altipiano non ha più pietre, e allora i ripari delle trincee si fanno con sacchi a terra. Non potendo interrarsi, si prosegue con fortificazioni di riporto, che disegnano un feroce labirinto di linee aspre su tutta la superficie del colle. E dappertutto siamo esposti agli sguardi del nemico. E dietro il San Michele, fino a Monfalcone, ci aspetta l'altra cresta, il Vallone, maravigliosa linea di arroccamento dei nostri nemici. Il Monte San Michele, che dovemmo riprendere tre volte, era un osservatorio da cui nessun punto del terreno poteva loro nascondersi.
Ora il nostro fronte segue, da Peteano a Monfalcone, tutto il primo orlo del Carso, e si affaccia al Vallone. E gli austriaci sfogano il loro rancore per la grave perdita con bombardamento in continuo contro Castelnuovo, punto obbligato di passaggio per i rifornimenti e le riserve.
Da Gradisca al mare
_Grado, 21 settembre._
L'aspetto dei boschi bruciati, delle montagne sforacchiate, dei cocuzzoli arrossati dallo scoppio dei proiettili, delle campagne coltivate a paletti rigidi e a vaste stese di ferro, arate di trincee in cemento, non vi fa pensare al travolgimento di vite umane che ognuna di quelle scene rappresenta. Ma la dimora, anche di poche ore, in una città (per esempio di queste tra Cervignano e l'Isonzo) da cui gli abitanti sono tutti fuggiti, e il cannone e la mitragliatrice continuano a infierire contro le case e le strade, vi dà improvvisa al cuore la stretta che altri più violenti aspetti della guerra difficilmente riescono a darvi.
E man mano che procediamo verso l'oriente, per Villa Vicentina, e passiamo il Ponte di Pieris, e ci stendiamo più a nord verso Turriaco e Begliano, o più a sud verso San Canziano, la desolazione delle case crollate, delle chiese dimezzate, dei muri forati, dei rottami bruciacchiati, aumenta nella dolce piana su cui l'aria pare piover rose ad ogni alba e violette a ogni vespero. Procedendo, ci accostiamo a Gradisca.
* * *
Gradisca la nitida, Gradisca la verde e candida, Gradisca la primaverile per eccellenza delle città, piena d'ombre di platani e d'ippocastani, ridente di giardini ospitali raccolti, così poco austriaca, così viva e gaia....
Gradisca è un cimitero; o qualche cosa di più triste: un cimitero da cui siano fuggiti anche i morti.
La popolazione è tutta fuggita, ai primi giorni, ai primi spari. Erano rimasti soltanto quattro vecchi paralitici. Dai letti dove il male li teneva immoti dovettero per più giorni sentire il rombo delle artiglierie, il miagolìo delle granate, il fischio della fucileria, il croscio delle case infrante. Poi, credo, qualcuno pietosamente li portò via.
Ora le case distrutte sono meno malinconiche delle case rimaste integre, piene di segni della vita intima che le animò fino all'ultima ora, ma vuote dei protagonisti di quella vita. Vie intatte, persiane socchiuse, usci spalancati precipitosamente nella fuga, e un silenzio mortale che percorre le vie, dilaga nelle piazze, fascia le case, penetra per i fori enormi aperti dalle granate, sale le scale, invade gelido e bianco le camere sfatte che non sanno più nè la veglia nè il sonno. Mi sono sorpreso a camminare in punta di piedi lungo un marciapiede, come se avessi temuto di svegliare la città fantasma.
Da un uscio semiaperto sono entrato in un caffè. C'era su un tavolino tutto un servizio pronto: i quattro pezzi di zucchero sul piattino mantenevano la disposizione architettonica che molte case della città hanno perduta; dovevano essere fuggiti nello stesso punto improvvisamente, sorpresi dal primo scroscio, l'avventore e il cameriere chino verso lui nell'atto di domandare: — Quanti pezzi? — Solo il cucchiaino era caduto a terra. E a terra era uno dei due o tre tavolini posti fuori del caffè nella via. L'avventore vi ha inciampato, il cameriere non s'è chinato a raccoglierlo.... Così la fantasia si esercita puerilmente a integrare le piccole scene. Nella bottega d'un sarto trovo un libretto con segnate le misure degli abiti da fare. Presso una misurazione c'è questa nota: “_veronese con vestito grigio; persona sospetta, da tener d'occhio_”. Ma, suprema malinconia, in una modesta stanza da pranzo, a un pian terreno, c'è sulla tavola una tazza di latte vuotata a mezzo e lì vicino un quaderno con un compito di calligrafia non finito, e una penna buttata sulla tavola. Il piccino aspettava che sonasse l'ora della scuola. E mi agghiaccia il pensiero che forse un'altra più solenne ora è sonata per lui, così piccolo.
M'imbatto in altri due ricordi, molto diversi, della vita che fu qui: il teatro e il penitenziario. Il teatro è stato sventrato da una granata. Sulla porta è una lapide ammonitrice: “_Gradiscam condidere veneti_”. Dentro, tutta la platea è intatta, con le poltroncine vuote, il sipario alzato, i palchetti in attesa. Qui recitò Eleonora Duse: al Municipio di Gradisca se ne trova ancora il documento, in questo manifesto:
_“Teatro di Gradisca — Giovedì 27 marzo 1873 — Serata a beneficio della prima amorosa — Eleonora Duse — Idillio composto in 4 atti col titolo — Celeste — del gentil poeta Leopoldo Marenco”._
Nel penitenziario visito la orribile segreta ove languì Federico Confalonieri: tre metri quadrati; non più alta d'un uomo non alto, per finestra un quadratino ritagliato nell'uscio ferrato. I pavimenti delle celle, delle stanze, dei corridoi, delle scale, per tutto il penitenziario, sono una confusione enorme di carte, d'indumenti, d'oggetti d'ogni genere, gettati, calpestati, trascinati dal vento improvviso della fuga, perchè anche i reclusi nel momento della nostra occupazione furono lasciati fuggire.
Una via è chiusa da una mezza barricata. Attraverso una piazza ingombra di macerie e m'accorgo dal disegno del pavimento ch'era stata l'interno d'una casa.
Mentre i tiri delle artiglierie nostre e delle nemiche s'incrociano sul nostro capo, usciamo di tra le case, cerchiamo l'aria e la luce che non hanno fuggito la città colpita, che non si spaventano dello striscio delle granate e del fischio delle fucilate che ogni tanto le attraversano. Per i giardini ancora verdi e per i viali ampi cominciano a piovere le foglie gialle dei platani. Giriamo attorno le enormi buche dei trecentocinque, ripiene d'acqua. Qualche errabonda palla di fucile viene ad abbattersi sul marciapiede, qualche altra si schiaccia contro un muro in forme oscene; qualcuna ancora, più malinconica di tutte, sibila flebile tra il fogliame, rompe due o tre rami secchi. Viene a finire miserabilmente lacrimosa a' miei piedi. Non ha saputo trovarsi un posto nella vita attiva della guerra. Ogni tanto, in un prato o in un'aiuola d'uno di quei giardini, l'occhio è attirato da poche pietre disposte in bell'ordine con una certa ricerca architettonica. Sono tombe d'ufficiali. Subito di là da un cancello che chiude un viale si vedono le trincee che s'arrampicano su per il primo declivio del Carso.
E in questa desolazione può fiorire l'ironia. In un punto dei più battuti sorgono pochi alberi spelacchiati di tra una distesa di macerie, e misti a queste le reliquie, i rifiuti, gli avanzi di tutto ciò che serve alla vita quotidiana dell'uomo, dal libro alla sedia e dalla padella alla ruota; e tra quel miscuglio si sforza di sporgere qualche cima di cespuglio mal fiorito, a stento, storcendo il fusto esile per raggiungere di sbieco la luce. Ora, tutto questo è circondato da un cancello, e a sommo del cancello sta scritto che “si affidano le piante alla tutela del pubblico”. Quei cumuli di rottami hanno una vaga forma di aiuole.
E in questa desolazione può scoppiare il grottesco. Di tutta una casa non è rimasta che una striscia di muro, altissima, stretta, coi due margini bizzarramente frastagliati. Fu parete di vita domestica, e ora non è più nulla, isolata là in mezzo a un largo che fu strada, senza ufficio, senza effetto, esposta alle palle che ogni tanto vengono a colpirla e le cadono ai piedi come esauste: ma a quella striscia nuda di muro, all'altezza di quello che fu il terzo piano, è rimasta attaccata una lucida latrina all'inglese, e sta ancora lassù, fra terra e cielo, intatta: le palle di fucile la rispettano religiosamente; sembra che debbano rispettare quella sola.
Lascio Gradisca, battuta dal romore dei cannoni, dei fucili e delle mitragliatrici, con un'impressione di silenzio che mi pare non debba lasciarmi mai più.
* * *
Ritrovo la vita in una piccola città luminosa la cui potenza fu enorme, ed è morta da molti secoli: una città che all'epoca romana aveva mezzo milione di abitanti; che Attila fece incendiare, e neroneggiò contemplandone l'incendio dal colle di Udine, o secondo altri da quello di Medea. Il suolo n'è inesauribilmente fertile dei ricordi d'una ricchissima vita oggi spenta; il suo nome ci risveglia immagini di grandezze romane, venete, italiche: voli d'aquile sui mari. Forse occorreva quest'immergersi nell'aura d'una italianità che ha radice nei secoli più lontani, per sentire anche più suasivamente la necessità della nostra guerra. I mosaici bizantini e le pitture trecentesche di Aquileia, la sua basilica e il suo museo, i ritratti di senatori romani e le pietre sepolcrali dei legionari, i miti pagani scolpiti nei bassorilievi e i monili delle matrone: come è veramente poco austriaco tutto questo! Dovè sentirlo la stessa Austria, che per farselo veramente suo asportò occultamente gli oggetti più preziosi del museo per internarli a Vienna: li asportò la notte del 28 aprile, proprio nel momento in cui, a quanto risulta dai libri diplomatici, sembravan meglio sul punto di riuscire i tentativi consacrati nell'indimenticabile “parecchio”.
Austriaca Aquileia! La città che impassibile conobbe vittorie romane e ostrogote e bizantine e saccheggi longobardi, e mantenne nella lunga decadenza l'anima pura della sua grande giovinezza, non è indifferente alla guerra odierna; dai pulpito del Duomo che seppe le tre epoche più gloriose dell'arte nostra, il suo parroco predicò giorni sono ai popolani e ai soldati, sapete su qual testo religioso? sulla lettera scritta da Tito Speri nel carcere prima di morire. Per tanti altri parroci di paesi conquistati, il cui nome sonerebbe infamia nei secoli, voglio che si ricordi quello di don Innocenzo Costantini, parroco d'Aquileia, anima modesta di prete campagnolo, mente culta di studioso e di artista, cuore ardentissimo d'italianità.
* * *
Ma da Aquileia chiudiamo il nostro viaggio con una rapida corsa al mare, all'Adriatico che sta per ritornare tutto nostro, in virtù della grande impresa che inarca un braccio di fuoco di gloria e d'amore sulla nostra terra, dai ghiacciai dell'Ortler che ora mi sembrano tanto lontani, fino a quest'isola dolcissima: Grado. Grado, isola e città ospitale, popolata di donne e di bambini, è anch'essa quanto vi può essere di più italiano. Amarono per interesse l'Austria molti de' suoi abitanti, che ora combattono sotto le bandiere gialle e nere. I pochi di essi che ritorneranno troveranno nei nomi nuovi delle strade — Via Vittorio Emanuele — Via Regina Elena — Riva dei Bersaglieri — il segno di qualche cosa ch'essi non sapevano capire, e che non è nuovo, è antichissimo, imperituro: l'anima italiana di Grado, della laguna, del mare.
Scendiamo al mare dal molo e dalla lunga passeggiata lungo la riva. Cielo color azzurro d'Italia, mare color verde d'Italia, pendii folti lungo una costa là in faccia; e su quelli spiccano città maggiori e minori. Sono Parenzo, e più qua Pirano, e ancora più qua Capodistria; e poi in faccia, improvvisa, vicinissima, più grande, più rosea, più candida Trieste; Trieste con il suo colle e con tutta la sua anima rassegnata e anelante. È vicinissima. Vede sventolare il tricolore di Grado. Il mare è placido e l'aria quieta. Con una barca raggiungeremmo Trieste prima che il roseo muoia nel bruno della sera. Andiamo....
Ma più vicine fumano ancora le case di Monfalcone, diuturno bersaglio del nemico; rosseggiano i suoi alti camini mozzati, e ci ricordano che il còmpito è ancor arduo, e che il cammino di Trieste è più lungo di quello che ci offre il calmo spazio verde e bruno di questo morbido golfo.
NOTE:
[1] Dopo l'invio di questa corrispondenza i bollettini segnalarono le seguenti altre operazioni nella zona di cui ci occupiamo: — la notte sul 16 un nostro reparto, uscendo dalla capanna Milano in vai Zebrù, divisi in cordate traversarono il Passo dei Camosci e la vedretta di Campo e occuparono saldamente la cima mediana del Madatsch (a 3500 metri circa), donde si domina e si minaccia la via dello Stelvio verso Trafoi. Il 21 di agosto c'impadronimmo della testata di Val Strino, tra val Vermiglio e Val Noce, sul versante sud-ovest del Monte Redival. Il 25 conquistammo le posizioni austriache al passo di Lago Scuro e di Corno Bedole: con questa, e con un'azione del 7 di settembre contro il refugio Mandrone, ebbimo il dominio della testata di val Genova da cui si scende in val Rendena e quindi in val Giudicaria. Tale azione si collega quindi con quelle di val Giudicaria e di val Daone, di cui si parla più avanti. Il 16 settembre arrivammo alle pendici del Redival, alla testata della Val di Strino. E il 25 una nostra colonna alpina trasportava un cannone su di un ghiacciaio a 3251 metri a sud della Königs Spitze, presso la Sulden Spitze, assicurando così il dominio della valle di Trafoi. S'intende che un po' dappertutto sono segnalati ogni tanto tentativi d'attacco alle nostre posizioni, tutti sventati.
[2] La felice operazione del Ponale fu ripetuta con altrettanto successo il 5 di settembre in Val di Concei (laterale a Val di Ledro): un nostro distaccamento si spinse su Lenzumo, a due chilometri circa da Bezzecca, e riuscì a distruggervi la centrale elettrica e una segheria. Il 13 nostri reparti in ricognizione attaccarono e respinsero forti nuclei in posizione presso Cimego in Val Giudicaria. La notte sul 21 scacciammo da monte Melino (allo sbocco di Val Daone in Val Giudicaria) il nemico che vi si stava rafforzando e ne demolimmo trinceramenti e reticolati, togliendogli così un luogo di osservazione sul tratto di vai Chiese che va da Cimego a Condino. Tuttavia non lo abbiamo occupato ancora, perchè è battuto da Lardaro e dal Por.
[3] Dagli ultimi d'agosto in poi furono compiute importanti occupazioni nella zona a sud dell'altipiano di Folgaria. Il 31 agosto prendemmo il Monte Maronia (e il 20 avevamo preso Monte Maggio), cominciando così a crearci una zona di dominio su Val Terragnolo da cui potremo sostenere una futura avanzata su Rovereto. A nord-ovest poi del Maronia espugnammo, con brillanti attacchi del 17, 18 e 22 settembre, il Monte Coston, con manovra aggirante permessa dall'occupazione di Osteria Fiorentini e Alpi Pra del Bertoldi.
[4] Il Panarotta bombardò Borgo, già sgombro di popolazione civile e non occupato dai nostri, per puro vandalismo, più volte, specialmente il 31 d'agosto: come il giorno appresso tirò su Roncegno.
[5] Il bollettino dell'8 settembre annuncia un'avanzata offensiva in tutta la regione del passo di Monte Croce di Comelico, la zona più aspra delle montagne dolomitiche, che in parecchi punti supera i tremila metri.
[6] Anche dopo la nostra occupazione rimasero tra i frastagli della Tofana e del Cristallo piccoli nuclei di tiratori scelti. Ma stiamo metodicamente ripulendo tutto il luogo anche da essi. Il comunicato del 22 di settembre annuncia che gli austriaci rimasti su quei due monti a minacciare da ovest la conca di Cortina, furono respinti in basso, verso le vallate del Felizon (Boite) e di Seeland (Rienz).
EZIO M. GRAY
=sotto la spada tedesca=
QUARTA EDIZIONE 20º MIGLIAIO
Dall'invasione (4 agosto) alla presa di Dixmude (15 novembre)
_Croyez à notre vive gratitude pour le courage avec lequel vous defendez en même temps que la cause de nôtre pays celle de la justice et de la civilisation outragées._
_Le Hâvre, 17 nov._ _Il ministro di Stato Belga_ CARTON DE WIART.
Il pregio maggiore di questo volume del Gray sta nell'aver ordinata tanta copiosa materia in una organica esposizione, senza preconcetti e senza debolezze sentimentali, ma con una obbiettività che non cessa di porre in risalto, che ve la pone anzi più fortemente, la violenza germanica. _(Il Corriere della Sera)._
È un libro dettato da una schietta e commossa simpatia per la infelice nazione di Re Alberto, ed ha soprattutto il merito di ricordare a noi italiani, assai spesso, la nostra. Per questo c'interessano particolarmente i capitoli che riguardano il lungo lavoro di penetrazione compiutovi dai tedeschi negli ultimi anni e soprattutto l'esposizione che il Gray ci fa dell'audacia e della pertinacia con le quali si è svolta nel Belgio l'azione dello spionaggio germanico. _(Il Marzocco)._
Il diretto contatto con gli uomini e gli avvenimenti ha dato al Gray una forma di giudizio insolita e convincente, espresso con un'arte chiara di scrittore che aveva fatto già buona prova altrove.... _(La Tribuna)._
Il libro del Gray è così bene costruito e pesato, così esatto nella esposizione ed acuto nella valutazione che è già storia, quella storia che secondo l'aforisma non dovrebbe essere fatta che dai posteri. M. BONTEMPELLI _(Il Nuovo Giornale)._
Ezio Maria Gray fa una descrizione impressionante, nella sua tagliente e pittoresca sobrietà, dell'orribile sequela di sciagure che si è improvvisamente abbattuta sul Belgio.... Può dirsi una brillante requisitoria contro la forza, in difesa dei buon diritto. _(La Gazzetta di Venezia)._
.... È un libro che ha un grande valore come documento e che fa perfettamente conoscere il sistema di preparazione alla guerra dei nostri potenti nemici.... S. Ecc. W. VAN DEN STEEN, _Ministro del Belgio a Roma_.
Volume di circa 200 pag., in-8º grande, con una carta geografica dell'invasione tedesca, una pianta del campo trincerato di Anversa e copertina di F. Scarpelli
=Centesimi 95=
L'INVASIONE TEDESCA IN ITALIA
[_Professori, commercianti, spie_]
di
Ezio M. Gray
=La guerra in tempo di pace nel concetto tedesco.=
=Le forme meno note di spionaggio.=
=Lo spionaggio aulico e colturale:= attività imperiale; istituti di coltura; ricerche archeologiche e storiche; cartografia; scuole.