Dallo Stelvio al mare

Part 10

Chapter 103,700 wordsPublic domain

Tra il Carso e le alture di Monte Fortin s'insinua l'Isonzo, di cui scorgiamo tratti verdissimi, smeraldini, come la piana di Gorizia: ivi s'intravedono i resti arsi di Lucinico, e dietro vi occhieggiano le prime case di Gorizia, sprazzi bianchi fuor da tuffi di verde. Da Lucinico comincia la salita di Podgora, più mite da questa parte: verso l'Isonzo è un dirupo a precipizio. Pogdora appare di qui un'altura rotonda, rossastra, mediocre. La gloria che in poche settimane ha recinto il suo nome, ci pare in contrasto con questo suo aspetto modesto. Ma ci accorgiamo subito che quel colore rossiccio che la investe tutta, sulla cima e sul giro dei fianchi, è l'effetto delle innumerevoli granate che vi sono scoppiate sopra nella lotta accanita per quella importantissima tra le posizioni che dominano Gorizia e le sue sorti. Prima era foltissima di ciuffi verdi e morbidi, ondeggianti al vento. E in mezzo a quel verde ora distrutto, furono appostamenti, accampamenti, trincee, uomini. Salutiamo.

Il rimanente dello scenario a sinistra, ha un aspetto men dolce, più complicato, più serio. Da Medana, il cui campanile riquadrato fa quasi da centro, s'irradia una serie di costoni, lunghi, ondulati, grigio-azzurri, che si sperdono nella lontananza annebbiata del cielo; i costoni di Vipulzano, di Cerovo, di San Floriano: e subito dietro l'ultimo, le alture di Oslavjia e di Pevma. Sabotino, San Gabriele, Monte Santo, dominano e chiudono l'orizzonte.

Le truppe che ora operano in questo settore, si trovavano, prima della guerra, nella piana d'Udine, tra Codroipo e Palmanova. Il 21 fu fatto loro fare un piccolo spostamento in avanti perchè non perdessero il collegamento con le truppe che avrebbero operato alla loro sinistra. Scoppiata la guerra, alle 4 di mattina del 24 varcarono il confine dal ponte di Vicinale alla linea di Cervignano.

[Illustrazione: Cartina.]

Il primo obiettivo nostro era la linea che va dal Monte San Giorgio, per il torrente Versa (confluente dell'Iudrio) al Monte Quarin: obiettivo raggiunto in breve quasi senza resistenza. Affermatesi sul terreno, le truppe dovettero sostare per non rimanere isolate da quelle che operavano alla sinistra, e la cui avanzata era più faticosa. Il 5 di giugno venne l'ordine di procedere verso l'obiettivo finale, ch'era l'Isonzo e le alture alla sinistra di esso. Così i nostri poterono affermarsi sulla linea che ora solidamente mantengono, dalle alture di San Floriano, per il pendìo di Podgora, fino a Lucinico, e di qui al Fortin, onde muove l'avanzata sul Carso.

Le ragioni della nuova sosta nelle operazioni di questo settore sono evidenti. Davanti a reparti che costituiscono l'ala destra di questa operazione, il terreno era tutto piano: era necessario prendere qualche altura. Allora, per impegnare truppe avversarie — e specialmente l'artiglieria — furono fatte azioni dimostrative contro le alture di Oslavjia, di Pevma e di Podgora; azioni che, sebbene avessero intenzioni semplicemente dimostrative, ci guadagnarono tutte qualche punta importante, o perchè fornita di osservatorii, o perchè insidiosa.

Tale fu l'opera compiuta dalle truppe di questo settore in tre mesi di vita faticosissima di trincea; dopo i quali il fronte si trovò notevolmente allargato; e oggi va dalla cresta del Sabotino, come abbiamo detto, fino a Monte Fortin. Cioè: dalla cresta del Sabotino scende a Podzabotino, pel costone di San Floriano e per Fabrisu, fino al bivio formato dalle due strade che conducono una da San Floriano e l'altra da Fabrisu, all'Osteria al Ponte.

Da quel bivio si attacca la linea che sta davanti a Podgora. Il detto fronte comprende Lucinico, e scende, in riva all'Isonzo, fino a Monte Fortin.

* * *

Ora, la guerra è siffatamente concatenata lungo tutto il fronte, che per potere dal Sabotino al Fortin rettificare così la nostra linea strategica e rispondere all'uguale rettificazione che, di là da Gorizia, si viene operando sul Carso, fu necessario di assicurarsi d'un punto più a nord; cioè di stabilire una forte testa di ponte di là dall'arco dell'Isonzo che s'incunea intorno al villaggio di Plava.

Dell'operazione audace, metodica, sanguinosa e gloriosissima, con cui, tra l'8 e il 18 di giugno, fu passato l'Isonzo a Plava e nella profonda insenatura che ivi il fiume disegna fu gettata la formidabile testa di ponte, centro, verso nord e verso sud, di tutte le operazioni che interessano i nostri eserciti orientali — i comunicati di Cadorna davano un primo annuncio così:

“Lungo la linea Isonzo, nei giorni 7 e 8, proseguirono operazioni intese a ricacciare il nemico da posizioni dominanti che ancora occupa sulla riva destra dell'Isonzo, e a stabilire solide teste di ponte. Il nemico oppose tenace resistenza, favorito da condizioni del terreno reso fortissimo dall'arte e difficile a percorrersi per numerose interruzioni di ponti e strade, nonchè per estese inondazioni lungo il basso corso del fiume. Dovunque le nostre truppe hanno combattuto con slancio e tenacia, guadagnando importanti posizioni”.

Il giorno 12:

“Sul medio Isonzo reparti delle nostre truppe sono riusciti nella notte dal 9 al 10 ad irrompere di viva forza sulla sinistra del fiume presso Plava, vivamente contrastati dall'avversario, che dovette però ripiegare di fronte ai nostri reiterati, impetuosi assalti, abbandonando sul campo numerosi morti”.

E finalmente il comunicato del 19 giugno esponeva con rara diffusione di particolari i lineamenti dell'impresa portata a felicissimo termine.

“Vi esisteva un ponte che fu rotto dal nemico. Con grande sforzo ed ardimento, stabiliti i passaggi nella notte, le nostre truppe all'alba del 16 iniziarono l'attacco; questo procedette tutto il giorno con lentezza a causa della resistenza del nemico e delle grandi difficoltà del terreno, accresciute da rilevanti ostacoli artificiali: solidi trinceramenti, protetti da profondi reticolati di grosso fil di ferro, rafforzati da spranghe e da ferri a T; numerose artiglierie di grosso calibro anche da 305, dissimulate in punti dominanti e difficili a controbattersi; tuttavia, appoggiate dal fuoco delle batterie, le nostre truppe riuscivano, con ripetuti assalti all'arma bianca, ad affacciarsi verso sera al ciglio delle prime posizioni nemiche”.

Ora mette veramente conto di parafrasare alquanto l'esposizione ufficiale, sulla scorta delle notizie che abbiamo potuto raccogliere da testimoni e partecipi del fatto, e con l'aiuto che una visione panoramica del campo ci porge. E giova risalire alcuni giorni più addietro di quelli cui si riferisce il comunicato.

Era dunque necessario anzitutto di passare il fiume, e di passarlo precisamente nel punto ove la curva ne è più rientrante; in quel punto esisteva un ponte e, infilato dalla strada che scende dal Corada, sboccava precisamente su Plava, al fondo di una stretta gola, tra pendii dirupati e ripidissimi, propizi a nascondere insidie d'ogni genere nei folti boschi che li coprono. E ivi il fiume scorre profondo e rapidissimo.

Ma il ponte era stato distrutto dal nemico nella sua prima ritirata. Allora nel far della notte del giorno 8, i nostri soldati mossero dal Corada e, fasciati gli zoccoli dei cavalli e dei muli e le ruote dei traini, scesero a valle tra il più profondo silenzio. Giunsero alla riva del fiume nel cuor della notte, i pontieri cominciarono con prodigiosa celerità la costruzione del ponte, per la quale s'erano portati tutti i materiali necessari: un battaglione di fanteria aveva accompagnato i pontieri e stava pronto sulla riva per proteggere l'operazione da ogni possibile offesa.

La notte passò senza offese e senza allarmi. Ma dieci metri di ponte mancavano ancora ai quaranta necessarii, quando l'alba rivelò al nemico l'opera cui i nostri erano intenti: e sull'opera cominciarono a piovere le granate che scoppiavano sulla riva o nel fiume, gli shrapnells che esplodendo in aria coprivano i lavoratori d'una grandine di palle. I danni non furono gravi; soltanto le prime barche del ponte incompiuto furono affondate da alcune schegge di granata. Ma il fuoco si faceva sempre più intenso, la fucileria s'aggiunse al tiro dei cannoni, e la fanteria nostra non poteva più pensare alla protezione del lavoro. Ostinarsi a continuarlo subito sarebbe stato uno sciupìo inutile di forze. Allora l'operazione fu sospesa, i pontieri e gli zappatori si ritirarono sulla riva destra del fiume, e s'unirono alla fanteria nella guardia del luogo, perchè quanto era già stato compiuto non fosse totalmente distrutto.

Il rimanente della giornata passò abbastanza tranquillo. Venuta la notte, che per fortuna era scurissima, furono anzitutto mandati di là dal fiume, per barca, duecento soldati con l'incarico di respingere le pattuglie nemiche che v'erano scese: vi arrivarono infatti, si precipitarono di sorpresa sulla guardia nemica, e la fecero prigioniera. Venuta l'alba mentre i pontieri continuavano la gettata del ponte, i duecento soldati si spinsero avanti e investirono audacemente gli avamposti nemici, che non se li aspettavano; li tennero così impegnati per tutto il giorno in una mischia furiosissima, senza mai dare indietro di un passo, fin che il ponte fu compiuto, e due battaglioni di fanteria poterono passare il fiume e attaccare l'altura che domina Plava, e che non ha nome; la segnano le carte militari con l'indicazione di quota 383, e con questa indicazione la ricorderà sempre la storia.

* * *

Intanto il nemico dal sommo dell'altura contrattacca: i nostri due battaglioni respingono il contrattacco e si raccolgono sulla cresta. Il nemico contrattacca nuovamente dai fianchi, e quelli dei nostri ch'erano più in alto sono costretti a ripiegare, per non trovarsi isolati e inutilmente distrutti. Intanto altri soldati scendono dal Corada e passano il fiume.

Mezza giornata di vigile riposo, e nelle prime ore pomeridiane del 12 due reggimenti, e alcuni battaglioni cominciano a salire l'altura per un pendìo ripido e sdrucciolevole. Uno dei due reggimenti presso Palieno ingaggia una viva lotta di fucileria contro il nemico, intanto l'altro, che rappresenta il fianco sinistro dell'azione, si lancia alla baionetta in non meno di sette attacchi formidabili, i quali, con effetto dimostrativo, sforzano l'attenzione del nemico a distogliersi dalla nostra ala destra. Allora questa riesce ad avanzare, sotto gli shrapnells e contro il fuoco delle mitragliatrici. L'artiglieria ch'è al sommo allunga i tiri.

In una giornata sanguinosissima si riesce così, non tanto a procedere innanzi, quanto a logorare la forza radunata dal nemico sull'altura. Nei due giorni seguenti si gettano altri ponti e arrivano rinforzi sulla sinistra del fiume. All'alba del 15 tre reggimenti iniziano il secondo attacco alla quota 383, ed è quello di cui parla il comunicato che ho riprodotto. E fecero allora stretta conoscenza con le difese del nemico! Trinceramenti solidamente protetti, reticolati il cui filo di ferro era rafforzato da ferri a T e da due spranghe, attaccati a pali di ferro cementati nel terreno: in punti dominanti e quasi irraggiungibili artiglierie abilmente dissimulate e d'ogni calibro: v'era anche un 305. Ma buone batterie sostengono i nostri, e i nostri avanzano: il terreno li obbliga a una conversione che rende difficili i collegamenti; non importa: avanzano a ogni modo, ognuno per suo conto; la cima dovrà riunire tutti i vincitori. I soldati vanno avanti, ognuno, di proprio conto, senza bisogno di comandi; si lanciano all'arma che è la loro preferita, e in cui sono invincibili; l'arma bianca. E verso sera riescono ad affacciarsi al ciglio delle prime posizioni nemiche.

La notte dal 16 al 17, riposano nelle trincee conquistate, che fiancheggiano il monte.

Quel riposo ingannò provvidenzialmente i nemici.

All'alba del giorno appresso essi fecero i loro conti: gli italiani sono sulla cresta, che dalla cima scende verso sud-ovest, l'altro reggimento certamente è distrutto. E poichè il nostro reggimento di sinistra riprende l'attacco, essi lanciano tutte le forze rimaste loro contro di esso. Ma l'altro reggimento non era distrutto: s'era semplicemente riposato, e ora sopraggiunge inaspettato e impetuoso contro il fianco del nemico, lo urtò, lo penetrò, lo sconquassò. Il brevissimo tratto si sparse rapidissimamente di cadaveri d'austriaci; gli altri s'arresero, tranne pochissimi che fuggirono precipitosamente giù per la ripa settentrionale dell'altura.

Alle otto e mezzo del mattino del giorno 17, la quota 383 era nostra, Plava era libera dal suo dominio, e l'altura occupata, scendente giù con i suoi due costoni verso Palievo e verso l'Isonzo, costituiva una solidissima testa di ponte, da cui potrà cominciare a irradiarsi in tutti i sensi la nostra avanzata a ventaglio; portando di là dall'Isonzo grandi contingenti, che possono essere impiegati sia contro Tolmino sia contro Gorizia, oppure in una prosecuzione di azioni verso oriente quando quei due capisaldi della difesa austriaca sul medio e sul basso Isonzo fossero in nostro potere.

Anche di questa perdita, come di quelle delle posizioni su Plezzo e del Monte Nero, apparve subito al nemico l'importanza, tanto ch'esso tentò subito, in un attacco del 20, di riprenderla, e ritentò poi più volte, specialmente di notte, anche con lancio di bombe a mano, specialmente il 22 di giugno e il 17 di luglio, attacchi brevi, rapidamente respinti, senza alcun risultato.

Anche attorno a Plava la nostra occupazione si è consolidata in modo incrollabile, e rappresenta uno dei punti più importanti della travagliosa rettifica di confine che è il compito e l'effetto di questo primo periodo della nostra guerra.

Il Carso

_Romans, 26 settembre._

Dal colle di Medea, fiorito di boschetti come un nitido recesso d'Arcadia, ci si scopre la zona tra l'Iudrio e l'Isonzo, davanti al grande e confuso rilievo lontano del Monte Nero che ci manda il suo ultimo saluto. Sono le colline del Collio: è una molle transizione tra le montagne e montagne che hanno accompagnato tutto il nostro viaggio sinora, e la pianura che da Gorizia, incurvandosi attorno al Carso, volge i nostri pensieri verso il mare imminente.

* * *

Eccolo, il Carso fatale. Linee lunghe, curve lentissime, che pennelleggiano l'orizzonte di colori tepidi e morbidi. È il Carso veramente? Le Alpi Tridentine, le Dolomiti cadorine, i dirupi Carnici, il Monte Nero poderosissimo, s'intonavano più recisamente con la visione di forza, di lotta, di travaglio, di asprezza conquistatrice che quei nomi suscitano in noi. Ma il Carso sanguinoso, quello? Sono terrazze che invitano a salirvi per ammirare albe e tramonti. I rombi del cannone che le avvolgono sembrano anch'essi più miti, spari di feste campestri lontane. L'aria è lucida, gli alberi svettano sul colle, il cielo è virgineo d'azzurro e di candore.

Ma dal verde del terreno fioriscono scoppi improvvisi, nell'azzurro e nel candore del cielo sbocciano nebulette più azzurre e più candide di quello, e dipingono sul cielo una ghirlanda chiara che si chiude, si sposta, si rinnova: in mezzo alle nebulette appare un nero, non più che un punto, e s'abbassa, si dilata, si accende ferito dai raggi del sole, mette le ali. Gli scoppi degli shrapnells continuano a fiorire a festoni e ghirlande sotto l'areoplano, sotto i due areoplani che s'avvicinano a noi, in rote lente e larghe. Ora le nebulette dissolvendosi hanno diffuso una tenue nuvola chiara che il cielo assorbe nella cerulea infinità; e gli scoppi si fanno sempre più spessi, e gli areoplani s'allontanano, fuggono, scompaiono. Ma riportando lo sguardo a terra, giù nella piana, vediamo qua e là uscirne getti di fumo torbido. L'areoplano ha seminato qualche bomba per questi colti che non vorrebbero se non germi di piante benefiche, la vite il granturco l'ulivo il frutteto. Sono il Carso davvero quelle pendici tenere che tratteggiano l'orizzonte, il Carso fatale e sanguinoso, ove si combatte, si muore, si vince ora per ora travagliosamente la magnifica battaglia cui s'appunta la guerra lunga che per una serie ininterrotta ci ha accompagnati dallo Stelvio all'Adriatico.

* * *

Non c'erano su questo suolo difese permanenti, ma strade, ferrovie, ponti: chiaro segno del concetto offensivo che covava nella mente dei nostri nemici durante gli anni penosi della maligna alleanza.

Pure non fu grande svantaggio per essi. La guerra moderna ha diminuito di molto, per non dire negato del tutto, il valore delle fortificazioni permanenti. Con le difese e i trinceramenti improvvisati che l'Austria ha stabilito su tutto il terreno, essa ci creò rapidamente condizioni durissime di lotta. Le complicate opere trincerate contro cui le nostre truppe s'imbatterono nella loro avanzata, erano veramente formidabili. Ma il passaggio dell'Isonzo sotto le prime pendici dell'altipiano, e la scalata loro, fecero subito dimenticare e parer lievi quelle prime difficoltà.

Di qua possiamo vedere la lunga schiena del Sabotino: dietro vi passa l'Isonzo, che discende tra il Sabotino e Monte San Gabriele. E riconosciamo anche il Podgora, ruvido e rossiccio, come l'hanno ridotto miriadi di granate distruggendo il bosco foltissimo che lo ricopriva. E il Monte Fortin, sentinella avanzata del Medio Isonzo verso il Carso. Presso Sagrado il fiume svolta nella pianura, ivi un canale ne deriva circondando torno torno tutto l'orlo del Carso fino a Monfalcone.

La cerchia più vicina a noi è costituita dai colli di Manzano, di Cormons, di Quarin, che ricollegano la pianura alla regione del Collio. Una pianura varia, accidentata, mossa, vivacissima di ciglioni, d'avvallamenti, di crespe; e la pianura continua sbalzando di là dall'Isonzo e insinuandosi nella vallata del Vippacco: vi biancheggiano Cormons, Subida, Capriva, San Lorenzo di Mossa, vi nereggia Lucinico arso: sporge, all'imbocco della valle, Gorizia.

Gorizia appare, in tutti i suoi particolari, una città fortificata dalla natura secondo le regole dell'arte. Un bastione a sinistra: il Podgora, con le alture che gli si accavallano intorno. Uno a destra: il Carso. La pianura intermedia fa da cortina, il tratto dell'Isonzo da fossato.

A nord di Gorizia le cime, rosse di lunga lotta, del Podgora del Sabotino del Monte Santo: solo quest'ultimo ci rimane ancora da prendere del tutto perchè uno dei due bastioni taccia. Dell'altro, il Carso, abbiamo occupato intiero il ciglio esteriore da Monte San Michele a Monfalcone. E ci troviamo di faccia al secondo, al Vallone, che domina Doberdò e Oppacchiasella.

Il Carso, tanto meno aspro, alto e diruto degli altri, è tuttavia una più formidabile difesa per il nemico. Il suolo n'è sassoso e roccioso, ma la natura calcare vi ha permesso lunghe e ampie erosioni entro cui i corsi d'acqua scompaiono. Nelle più late, le doline, si adagiavano sul leggiero strato di terra che le ricopre, intieri vigneti, campi, frutteti, villaggi: oggi taluni di quegli incavi costituiscono irraggiungibili luoghi di appostamento per le batterie austriache. Inoltre le pendici più alte sono ricoperte di boschi. Ne vediamo di qui chiaramente alcuni che si sono già conquistati una fama terribile: bosco Cappuccio, che imberrettava la cresta sopra Sdraussina: non l'imberretta più perchè i proiettili lo hanno tutto sfrondato e bruciacchiato; più in basso verso la piana di Gradisca, Bosco Triangolare e Bosco a Lancia. Furono tutti insidiosi ripari per il nemico, continuando la serie di fortificazioni campali che percorrevano la linea del fiume. I nostri non li conoscevano e dovevano avanzare dentro essi con non meno di prudenza che di coraggio. Sopra da quei boschi, e oltre verso il mare, si stende il Monte Sei Busi.

* * *

Il 24 di maggio da Saga i nostri occuparono la linea Cormons-Versa-Cervignano-Terzo: il 25 urtarono contro la difesa del Sabotino; dal 25 al 28 presero il Fortin; poi sostarono per fortificarsi ed organizzare i servizi.

Il 5 di giugno cominciò il vero periodo di attacco alle posizioni; l'8 si gettò un ponte sull'Isonzo a Sagrado. Intanto avevamo rapidamente ricostruito su palafitte quello di Pieris che il nemico aveva distrutto ritirandosi.

[Illustrazione: Cartina.]

Il passaggio del ponte di Sagrado ai piedi della prima cornice carsica, sotto il fuoco continuo, parve un miracolo. Costituiti di là dal fiume, cominciammo la serie ininterrotta degli attacchi su tutta la curva carsica: la prima occupazione fu quella di Monfalcone e della sua rocca. Nel suolo roccioso non potevamo scavare le trincee, dovevamo costruirle a sopraelevazioni di sacchi di pietre. Le linee dei muretti levate così si moltiplicavano, in tutte le direzioni, con cento svolte ed intrichi, man mano che salivamo. Il 23 tutto il margine dell'altipiano tra Sagrado e Monfalcone era nostro. Il 24 la linea nemica fu sfondata, sopra Redipuglia, con la presa di Castelnuovo.

La quale presentò una difficoltà nuova e particolarissima in aggiunta alla consueta dei trinceramenti cementati e blindati. Tutta la regione a occidente del Carso è corsa da un sistema di canali, che mette capo a Monfalcone; uno dei quali è il canale Dottori, quello che corre ai piedi della collina seguendone la curvatura. Per raggiungere la radice di essa collina occorrevano dunque ponti, e i ponti erano stati distrutti. Opportune cognizioni ci accertarono che era stato rotto l'argine del detto canale, inondando il piano e anche alcuni paesi, e che per mantenere l'inondazione gli austriaci avevano chiuse le saracinesche dell'incile di Sagrado. Nelle case di Sagrado si vede ancora il segno cui giungeva l'acqua. Allora alcune pattuglie si spinsero a Sagrado e vi ruppero un argine, in modo che il deflusso delle acque della inondazione si versasse nell'Isonzo: ma la breccia non fu abbastanza ampia, e il suolo era ancora coperto da uno strato di venti centimetri d'acqua.

L'avvenuta inondazione ci dava motivo di credere che le resistenze del costone di Castelnuovo, a sinistra, fossero minori che nel costone che lo continua a destra, quello dei Sei Busi.

La notte sul 22 giugno due compagnie traversarono il canale Dottori e s'abbarbicarono alla collina: la notte seguente il Genio, incurante del fuoco di cui il nemico lo ricopriva, gettò i ponti sul canale. La mattina del 24 le truppe si lanciarono attraverso l'inondazione, fino a raggiungere lo sperone di Castelnuovo, coperto di fitti boschi a noi perfettamente ignoti, pieni, come ho già detto, di agguati, seminati di mine. Catene di uomini usciti appena dall'acqua si spargevano cautamente tra gli alberi a tagliare i fili elettrici che congiungevano le mine e poi a scavarle una per una. Intanto una batteria d'artiglieria, portata audacemente sulle prime linee, cannoneggiava e demoliva l'incile di Sagrado, togliendo l'ostruzione e riaprendo il corso alle acque verso l'Isonzo.

La mattina del 25 gran parte del costone di Castelnuovo era nostra, occupazione che ci permise di stabilirci almeno in punto elevato rispetto al fronte.

Nei giorni dal 2 al 4 luglio ebbe luogo il compimento dell'azione su Castelnuovo.

Quando le nostre truppe arrivarono al castello da cui il costone prende il nome, una parte della pendice occidentale ne era rimasta tuttavia occupata dal nemico. Di mano in mano che arrivavano, i nostri erano decimati dall'artiglieria, dalla fucileria, dalle mitragliatrici; ma la sola cosa che li impensierisse era la difficoltà dei reticolati magnifici, fortissimi, tenuti da paletti di ferro cementati nella roccia. Li dovettero sfondare con l'artiglieria. Aperto così in essi un varco, i soldati vi irruppero dentro e presero un trincerone, che fu il punto di partenza di un'azione di rovescio sulle altre trincee. I nostri cannoni avevano sparato per quattro ore consecutive su tutto il fronte da Sagrado a Monfalcone. In tre colpi raggiungevano la trincea, rovesciandone il parapetto.