Dallo Stelvio al mare

Part 1

Chapter 13,492 wordsPublic domain

[Illustrazione: Il vecchio confine e il teatro della nostra offensiva dallo Stelvio al mare.]

Massimo Bontempelli

Dallo STELVIO al MARE

APPRESSAMENTO ALLA GUERRA • DALLO STELVIO ALL'APRICA • UN DUELLO DI ARTIGLIERIA • TERRA REDENTA • LA VIA DI TRENTO • GIULIETTA E LA GUERRA • TRE VALLI • CADORE • DUE CONCHE • OSPEDALE DI CAVALLI • SILENZI E FRAGORI • ANCORA ATTORNO AL FREIKOFEL • IL SILENZIO DI MALBORGHETTO • LA CITTÀ SENZA BANDIERE • ALTO ISONZO • MEDIO ISONZO • IL CARSO • DA GRADISCA AL MARE

Con 21 carte geografiche

“I LIBRI D'OGGI”

In FIRENZE presso R. BEMPORAD & FIGLIO — Via del Proconsolo, 7 LIBRERIA A. BELTRAMI — Via de' Martelli, 4 MILANO — ROMA — PISA — NAPOLI presso _R. BEMPORAD & FIGLIO_

TORINO BOLOGNA GENOVA PALERMO S. Lattes & C. Ditta N. Zanichelli Fratelli Treves Ditta A. Reber

NEW YORK, Società Libraria Italiana BUENOS AIRES, Libreria Dante Alighieri

PROPRIETÀ LETTERARIA

1915 — FIRENZE — Tipografia “L'Arte della Stampa”, Succ. Landi — Via S. Caterina, 14

INDICE

Appressamento alla guerra Pag. 11 Dallo Stelvio all'Aprica 19 Un duello di artiglieria 35 Terra redenta 43 La via di Trento 55 Giulietta e la guerra 65 Tre valli 73 Cadore 83 Due conche 99 Ospedale di cavalli 115 Silenzi e fragori 123 Ancora attorno al Freikofel 137 Il silenzio di Malborghetto 145 La città senza bandiere 157 Alto Isonzo 173 Medio Isonzo 187 Il Carso 201 Da Gradisca al mare 215

Appressamento alla guerra.

_Brescia, 14 agosto._

_ANDAR A VEDERE LA GUERRA...._ È un'idea, anzi una frase, che mette i brividi.

È una frase, non un'idea. Una pura frase vuota di senso. La guerra non è una cosa che _SI VA A VEDERE_.

Ma appressarsi, accostarsi in qualche modo alla guerra, non per entrarvi nel mezzo per viverla per morirvi; così, per sentirne qualche riflesso men lontano; lasciarla distinta, così, là, in faccia a noi, nel panorama; e noi qua, più vicini ch'è possibile, ma non tanto, non dentro; noi ed essa; la cosa e la persona: la persona mette davanti alla cosa un suo specchio, e poi in quello specchio, in quel pezzo di specchio stinto, che le trema tra le mani, vi fa vedere la guerra, la sua la vostra guerra.... È una cosa che dà i brividi; ha del grottesco, del crudele, del puerile; è un mezzo sogno, piuttosto penoso e stridulo; mette in un disagio ineffabile la logica e la passione dei nostri poveri cervelli e dei nostri cuori anelanti di traboccare.

Andiamo a mettere uno specchio davanti alla guerra?... Forse non ne avremo mai un senso più preciso, improvviso e avvolgente, di quello che dà, nell'alba, usciti da poco dalle città e dalle campagne il cui dovere e il cui eroismo è continuare in apparente tranquillità la vita di prima, l'accorgersi che si entra nella zona sacra alla grande avventura, perchè gli ingressi delle libere strade son guardate dai primi uomini della guerra, e perchè procedendo tra due distese di mèssi e di lavoro pacifico si raggiungono lunghe file di carri militari, guidati da soldati silenziosi, che guardano con occhi strani e vaghi verso il settentrione e l'oriente.

* * *

Lo troveremo forse, il senso dell'appressamento alla guerra, più preciso e concitato, entrando in un villaggio di fuoco e d'acciaio, dove ogni ora del giorno e della notte si fucinano le armi e i proiettili: la metallurgica della vittoria d'Italia.

Trent'anni sono erano tre piccole costruzioni isolate tra il silenzio dei campi: poi crebbe e prese l'aspetto di un grande stabilimento, irto di camini fumosi: oggi è un intero paese. L'ultima crescita fu prodigiosamente rapida. Un anno fa lo stabilimento copriva quattro chilometri quadrati, e vi lavoravano mille e settecento operai; oggi l'estensione è raddoppiata, e gli operai sono circa quattromila, e non bastano ancora. Ogni giorno aumenta il numero dei chilometri e degli uomini. Presto ai lavori più leggieri saranno adoperate anche le donne.

È una tradizione regionale. Ho percorsa in altri tempi una di queste valli minori: in ognuno dei paesetti che si specchiano nel torrente che la corre, si fabbricano armi, da secoli. Anche dove non hanno se non ordigni preistorici, date a quegli uomini un pezzo di ferro, ve ne faranno un magnifico pugnale.

Se dicessi la quantità della produzione giornaliera di armi automatiche e di proiettili di questo solo stabilimento sarebbero numeri da mettere spavento. Specialmente ai nemici....

Ma visitando una fabbrica d'armi come questa, non si pensa ai nemici. Non vien fatto di ricordare l'impiego di questa produzione, gli effetti di questa causa, tanto la vita del paese di fiamma e di ferro appare piena, organica, in sè compiuta e perfetta.

I sensi sono completamente afferrati, scossi e dominati dallo spettacolo nuovo e strano, e non lasciano luogo alla riflessione. Entrando nei primi cortili, tutto quel cumulo di rame e d'ottone, dischi verghe cilindri, tutto quel colore barbagliante, gialli di sole, rosei di pampini ancor pallidi del primissimo autunno, pare una festa: è un'inquietudine tutta sensuale; sono gli occhi soli, che s'ubriacano di colore vivo.

L'impressione si trasmuta di colpo, affacciandosi a uno degli immensi stanzoni bassi e quadrati dove si lavorano i bossoli. Nero a perdita d'occhio, rigidità di linee diritte e d'angoli retti, in una prospettiva di travature orizzontali e verticali. Con qualche esitazione si avventura il passo in quella foresta, con qualche lentezza l'occhio comincia a scorgere disegni vari nell'intrico uniforme, ad accorgersi che quella rigidità è piena di movimento, a scoprire la curva delle ruote, la morbidezza delle cinghie, e tutte le velocità le trasmutazioni gli avvivamenti di quel paesaggio strano, ch'era apparso da principio una morta fantasia cerebrale, che vediamo ora ne' suoi cicli perpetui di vita creante, mobile e intenso come la vita di una terra fertile osservata nel suo più profondo. Ma una natura maravigliosamente rapida nell'opera di creazione e di trasformazione senza posa. Una trave di metallo morto, inerte: ed ecco passa in un forno da cui escono vampe candide; qualche cosa la lancia fuori, a terra; una tenaglia l'afferra, la pone davanti a una sega meccanica: e noi seguiamo uno di quei pezzi, ancora rovente; non ha tempo di cominciare a imbrunire ed è già sotto una pressa idraulica che ne ha fatto un cilindro; e passa in un'altra macchina mostruosa che lo perfora, e in un'altra che ne regola il calibro, sempre sprizzando vampate rosse e scintille bianche, e intanto dietro quello altri di macchina in macchina già ne hanno inseguito il cammino, quasi più rapidi del nostro sguardo e del nostro passo; perchè abbiamo appena finito di attraversare la serie e già vediamo disposti a terra quei pezzi, che non sono più pezzi di ferro, sono bossoli di granate e di shrapnells. Stanno freddandosi.

Dall'ultimo al primo, mentre freddano, è una curiosa scala di colori in gradazione lentissima dal candido al vermiglio al rosso al paonazzo al violaceo al bruno. Shrapnells e granate di ogni calibro, pistole e fucili automatici, mitragliatrici, nascono in questo modo rapidissimamente e si compongono, fioriscono, sotto il lavoro preciso e continuo dei forni, dei torni, delle seghe, delle presse, delle trafile, delle pompe, dei trapani, delle fresatrici, delle limatrici. Se possiamo fermarci a esaminare partitamente qualcuna delle operazioni più sottili della lunga serie, la nostra maraviglia si rinnova di fronte alla finitezza di lavoro che l'ingegno umano ha saputo raggiungere per mezzo dell'automatismo apparentemente più bruto. Penso al tornio che incontro alla verga incandescente porge e spinge uno dopo l'altro, di fronte e di fianco, quattro cinque sei coltelli e scalpelli di taglio diverso, onde il pezzo n'esce complesso e rifinito come per il più paziente lavoro di una mano destra, vigilata continuamente da un pensiero attento e preciso.

Un'altra ragione di maraviglia è osservare come questo lavoro di produzione quotidiana ed enorme non abbia nulla di febbrile. È come la nostra storia di questi giorni, di quest'anno. I posteri li chiameranno giorni di ansia e di febbre, e non sono tali, perchè il fervore degli uomini forti e delle azioni grandi è stranamente calmo e misurato ne' suoi atti esteriori.

* * *

Ma più maraviglioso ancora si è, che uscendo dal luogo ove abbiamo visto nascere i più formidabili strumenti di distruzione, ci accorgiamo di non aver mai avuto pur un momento sotto gli occhi l'immagine della distruzione e della morte. Neppure sporgendoci sopra le lunghe fosse ove si fa la prova delle mitragliatrici, ove si vedono vertiginosamente vuotarsi i caricatori crivellando le tavole del bersaglio, non abbiamo pensato agli uomini che saranno al luogo di quelle tavole.

Ho detto già come l'impressione di questo luogo e di questo lavoro sia quello d'un mondo e d'una natura, compiuti nel loro organismo e nella continuità della loro creazione. Il mondo produce vite, e poi altre vite e altre vite ancora, e il contemplarne l'opera ci appaga, e solo nei momenti della tarda riflessione l'uomo si domanda lo scopo di quelle vite nel perpetuo, e solo per una specie d'ozio vano tenta di pensare il creato come una causa. Nello stesso modo, solo ritornati nella strada silenziosa, allontanati dal paese di fuoco e di ferro, ricordiamo com'esso abbia uno scopo, e preciso e formidabilmente immediato e vitale.

Ma è un tardo atto di riflessione. Non è ancora un sentimento. La guerra è ancora lontana. Il viaggio nel paese delle armi non è ancora un appressamento alla guerra.

Dallo Stelvio all'Aprica

_Aprica, 17 agosto._

Come una linea tortuosa, interrotta ne' suoi continui frastagliamenti; ma grado grado, a procedere, si fa sempre più grossa e più rossa, sino alla fine. Tale è la nostra guerra, dallo Stelvio al mare: dall'alta Valtellina ove gli avversari si sorvegliano fermi e saldi, alla mischia grossa che incendia la regione dell'Isonzo. Per questo il viaggio dallo Stelvio a Monfalcone in margine alla linea del fuoco, sarà un inoltrarsi graduale, sempre più addentro, nella sensazione della guerra: e per questo anche l'interesse del lettore, leggendo le note che al viaggiatore sarà stato possibile cogliere, dovrà gradatamente e naturalmente farsi sempre più vivo.

Ho detto che gli avversari, nella regione dello Stelvio, si guardano, fermi e saldi. Ciò va inteso con discrezione. Non azione definita, non complessità di movimenti, non vasti effetti raggiunti: ma stanno due nemici, uno in faccia all'altro, a sorvegliarsi e tenersi a freno. Fucilate, via, se ne tirano sempre: e se ne sono tirate anche qui fin dai primi giorni, e qualche cannonata anche, e s'è fatto qualche audace corpo a corpo. I due paesi avversi penetrano uno nell'altro strettamente per le frastagliature dell'artificioso confine: le cime e le depressioni continue su cui questo confine è tracciato, formano una bizzarra linea di posizioni d'offesa e di difesa. Una cima italiana guarda giù, in una valle austriaca; un costone nostro termina in una sella che la geografia politica assegna ai nemici. E così via. E tutta la linea del confine è marginata, di qua e di là, da due linee di avamposti, i nostri e i loro, e dagli uni e dagli altri partono continuamente pattuglie di sentinelle in ricognizione di avanscoperta; in più, i punti più importanti di quel frastaglio sono occupati o battuti da trinceramenti o da forti.

Ecco dunque uomini, gruppi di uomini, uomini nemici, uomini armati, i quali ogni tanto si vedono gli uni gli altri; là in faccia su quel pendìo, giù ai piedi in quel fondo di valle, sovra il capo su quella balza che si sporge. Sono fucilate e cannonate quotidiane, utili a mantenere vivo il rispetto nel nemico e indispensabili anche a tenere in regolare equilibrio il nostro ardore.

Dalla cresta della Forcola stanno silenziosi a vedere il duello i soldati svizzeri. Perchè al valico dello Stelvio, sotto il Dreisprachenspitz (o, come noi lo abbiamo ribattezzato, il Pizzo Garibaldi), passa il vertice della triplice frontiera italo-svizzera-austriaca.

* * *

Ma non c'è da temere che nella inazione il nostro ardore s'addormenti: al contrario, si esaspererebbe. Non può credere, chi non li ha sentiti parlare, quanto i soldati e gli ufficiali posti qui a far da colonna o da perno nella regione ove non si deve avanzare, soffrano di non potersi gettare a capofitto contro il maggior pericolo.

[Illustrazione: Cartina.]

Ognuno di essi legge i giornali e pensa alla Carnia e all'Isonzo con invincibile invidia, e ognuno d'essi (e sono tanti nella valle, che n'è tutta carica come un'arma pronta!) implora almeno come minimo di soddisfazione di far parte d'una pattuglia, di poter vedere, almeno una volta, l'austriaco. Quando lo vede, gli dà la caccia. Questa ci frutta ogni tanto anche qui, dove la guerra è ancora in attesa, qualche incerto di prigionieri nemici che i tranquilli paesi di montagna vedono passare con una gioia memore dei fasti valtellinesi del Risorgimento.

Ma alcuni fatti d'arme raggiunsero anche qui una notevole importanza: quelli in cui abbiamo provato la solidità della nostra difesa in occasione di tentate irruzioni del nemico, e quelli con i quali una avanzata, materialmente brevissima, ci ha dato il possesso di cime che dominano valli verso il cuore del Trentino, rovesciando in qualche punto la situazione strategica iniziale.

[Illustrazione: Cartina.]

È dei primi quello del 9 agosto. L'iniziativa fu dei nemici, che avevano tentato di attaccare il gruppo di montagne ghiacciate Ortler-Cevedale. Insieme con l'Adamello, esse costituiscono le porte, porte ben ferrate dalla natura, di questo confine. Dall'altissima Val d'Adda si stacca verso oriente la Valfurva, percorsa dal Frodolfo, e determina una specie di saliente molto smussato del nostro territorio entro la regione nordoccidentale del Trentino. Tutta una corona di ghiacciai protegge ivi il confine, ghiacciai che si stringono intorno all'Ortler (alto oltre 3400 metri) e al Cevedale (oltre 3700 metri). Il gruppo conta ben sessanta ghiacciai, dei quali il più ampio è il ghiacciaio del Forno. Dal passo del Cevedale, più su, e dal ghiacciaio del Forno, più giù, gli austriaci tentarono dunque l'impeto contro le nostre difese. Salirono al primo da Val di Sulden, all'altro dalla valle del Noce. Già i nostri avevano respinto le pattuglie venute innanzi a riconoscere il passo. I nemici tornarono la notte, penetrarono per il colle di Vioz passando sulla neve congelata, calarono giù per il ghiacciaio del Forno, presero contatto coi nostri all'albergo del medesimo nome, e contrattaccati fuggirono. Il simile avveniva degli altri che contemporaneamente eran calati verso la capanna che conchiude a nord la vallata del Cedeh, affluente del Frodolfo.

Un ufficiale austriaco che guidava il passaggio per Vioz, restò ucciso. Gli trovarono indosso una lettera dove annunziava, non si sa a chi, che egli si sarebbe spinto contro i nostri perchè gli italiani hanno paura, e altre siffatte affermazioni da comunicato ufficiale austriaco. Prima di esser colpito a morte deve aver avuto il tempo di ricredersi, chè vide i suoi uomini controinvestiti dagli italiani, in numero molto minore, e parecchi colpiti e gli altri messi in fuga, mentre dei nostri nessuno fu ucciso.

[Illustrazione: Cartina.]

Contro il terzo monte del formidabile gruppo, cioè l'Adamello, già i nemici avevano tentato vanamente due assalti, uno il 15 e uno il 30 di luglio, valicando i passi di Venerocolo e di Brizio sul costone occidentale del gruppo dell'Adamello, e attaccando le nostre posizioni presso il refugio Garibaldi.

Meno ardua della via dello Stelvio appare, a nord dell'Adamello, la via del Tonale, e intorno al Tonale si combatte fin dal principio della guerra un duello d'artiglierie cui i comunicati ufficiali hanno accennato spessissimo, e la cui sorte pende ancora. A servizio della lotta per il Tonale si prese, fin dal primo giorno della guerra, la forcella di Montozzo (a 2625 metri) a nord del passo del monte, mentre gli austriaci sono fortificati a sud, sul Monticello (a 2550 metri). Così la lotta si trasportò sul ghiaccio (in cui sono scavate le trincee) sul quale sono trasportate, a tremila metri, le batterie. Lotta che da nessuna delle due parti vuol essere per ora di avanzata, ma soltanto di preparazione. La guerra di montagna è guerra per la conquista delle cime: chi è più in alto ha la ragione.

E noi in parecchi punti siamo riusciti a essere i più alti. Nella zona del Tonale, a sud dell'alto Noce, il 7 di agosto “i nostri reparti alpini — cito dal comunicato ufficiale — arditamente avanzando lungo la cresta rocciosa che si erge da mezzodì su valle del Monte, sorpresero e dispersero truppe nemiche trincerate a sud-est di Punta Ercavallo”. Intanto le artiglierie cacciavano altri reparti nemici da una posizione a nord-est della stessa punta. Le nostre artiglierie erano sulle rocce di Ercavallo, a più di tremila metri. L'operazione ci dette una posizione eccellente, in quanto da questa si può batter d'infilata la valle del Noce. Fu un nuovo passaggio apertoci nel Trentino.[1]

I soldati (molti di essi erano volontari di Valtellina e Valcamonica) che raccontavano, in un paese della Valfurva, qualche particolare sull'episodio del Vioz, mi dettero l'impressione che delle più caratteristiche di queste azioni sporadiche si venga nutrendo straordinariamente il fervore che la disciplina dell'attesa lunga non basta a contenere. Nutrono l'attesa e dei soldati e degli stessi montanari e valligiani del luogo.

Ebbi da questi ultimi la narrazione orgogliosa, come d'un'impresa loro, della distruzione compiuta dai nostri di un celebre albergo austriaco da cui emanò sempre un odore piuttosto militare che turistico.

Ma poichè i bollettini non ne hanno mai fatto cenno, forse perchè è apparso che l'episodio, sebbene lusinghiero per noi, non avesse grande portata strategica, non mi ci soffermo di più.

* * *

Volendo e potendo soffermarsi sugli episodi, ce ne sarebbero in quantità; ma creda il lettore — se mai dall'odierno avvicinamento della stampa alla guerra combattuta si aspettasse una fresca mèsse di aneddoti eroici — creda il lettore che l'aneddoto singolo, l'episodietto staccato e ben conchiuso, se contribuirono da principio a darci un'idea chiara del valore e dell'energia personale — straordinarissima — dei nostri soldati, nulla valgono all'intelligenza della guerra nel suo complesso e nel suo svolgimento, nel suo organismo e nella sua dinamica: anzi distraggono, smembrano, frammentano. La guerra, la nostra guerra presente sopra tutte, non è un accumulamento, un sèguito, una somma di episodi, così appunto come un corpo vivo non è una somma di membra; e una guerra è un organismo vivo, e come ogni cosa che vive è un'idea che si attua, un pensiero che s'incarna nell'azione. E l'idea è unica, l'azione è unica: anzi idea e azione non sono scindibili se non per uno sforzo di astrazione che è necessario ma non corrisponde alla verità, costituiscono pur esse un indivisibile unico, anche se si raccontano a giornate, a momenti, secondo limitazioni di tempo e di spazio necessarie alle limitazioni delle facoltà umane. L'anatomia si fa sui cadaveri. Invece lo sforzo dell'uomo dev'essere appunto di superare al possibile la limitazione delle proprie facoltà fisiche, di costringersi a vedere nella storia non il fatto il momento la materia, ma la linea la vita l'anima; e noi nel caso nostro particolare dobbiamo sforzarci a contemplare e penetrare la nostra guerra presente sotto la specie della storia, che non muore. Non vogliamo abbandonarci alla curiosità della contingenza, sia pure eroica: tentiamo di accostarci all'anima immortale della guerra che è tutta la vita nostra dell'oggi e del domani.

* * *

Come certe congiunture suscitano rapidamente gli affetti! Salutiamo i soldati dello Stelvio e di Valfurva, ove abbiamo passato poche ore, con la malinconia con cui si salutano amici assai cari, separandoci per vie diverse che probabilmente non s'incontreranno mai più.

Abbandono l'alta valle che s'immalinconisce delle prime piogge e dei primi freddi montani: i miei amici che restano non si accorgono ancora del freddo, tale è la fonte di calore che arde nei loro petti. Forse se ne avvedranno solo quand'esso li costringerà a una inazione anche maggiore.

Perchè presto, a superare i brevi duelli delle pattuglie che si sorvegliano dai picchi dalle conche e dai pendii, calerà ironica silenziosa e crudele la neve.

Ridiscendendo a valle, il chiarore mal certo del primo crepuscolo ci permette di cogliere tra la pioggia rada i colori e le forme in cui si snoda la strada e in cui s'inquadrano i piccoli villaggi solidi e grigi.

Vorrei percorrerla sempre di notte, questa strada silenziosa, per non vedere sulle case esterne dei paesi, sui muri di cinta e persino sulle rocce più in vista, le maledette scritte in tedesco che indicavano fino a poco tempo fa il migliore albergo o il più famoso luogo di villeggiatura o di cura agli insospettati nemici della nostra e di tutte le genti civili.

Le scritte mi perseguitano con un fastidio crescente. Qualcuna è stata cancellata, le più sono rimaste, e non perchè qui non si odii abbastanza il tedesco, e molto meno perchè si creda ch'egli un giorno possa ritornare, ospite ingombrante mal pagante e corruttore, in questo paese che non ebbe mai bisogno di lui. Tutt'altro. Ma si lasciano per una certa indifferenza alle manifestazioni esteriori, che ho riscontrato in tutti i paesi che si trovano assai vicini alla guerra.

È naturalissimo. Questi paesi combattono anche nella loro vita civile la guerra, assai più sensibilmente delle città lontane. Qui ognuno ha, a ogni giorno, a ogni ora, l'opportunità di prestar mano a un'opera di preparazione militare, di aiutare un soldato, di sacrificare materialmente un poco di sè e delle cose proprie. Che importa se un nome tedesco nereggia sopra una roccia dura e bruta come il nome e come chi lo portava?

L'impassibile montanaro passa oltre. Se glielo fate osservare fa un mesto sorriso e una spallata. Ma se insistendo gli domandate:

— E se i tedeschi torneranno qui?

— _I mazzum tucc!_ (li ammazziamo tutti!) — vi risponde.

* * *