Part 9
Il fiero Arcita si tolse l’elmo ed a cavallo attraversò tutta la pianura per mostrarsi a tutti, guardando e cercando con gli occhi la sua Emilia, la quale gli volse un affettuoso sguardo (le donne, si sa, facilmente si accomodano ai capricci della fortuna), ed era ormai tutta di lui non solo apparentemente, ma anche nel cuore. In questo mentre sbucò fuori dalla terra una furia infernale mandata da Plutone per volere di Saturno; e il cavallo di Arcita, spaventato, cominciò ad impennarsi, e saltando bruscamente da una parte cadde. E prima che Arcita avesse il tempo di liberarsi lo lanciò giù di sella a capo fitto, lasciandolo come morto, con uno squarcio nel petto che gli aveva fatto, nel cadere, l’arcione. Mentre giaceva lì per terra, il sangue gli era affluito alla testa con tanta veemenza, che egli aveva la faccia nera come il carbone o come l’ala del corvo.
Fu subito raccolto da quel luogo, e portato, con lo strazio nel cuore, al palazzo di Teseo. Per far presto gli fu tagliata indosso l’armatura, e con molta cura fu messo subito a letto, poichè era ancora vivo, e non faceva che piangere per la sua Emilia.
Intanto il duca Teseo se ne ritornava con tutto il suo seguito a casa, attraversando con gran festa e gran pompa tutta la città. Nonostante la disgrazia accaduta, egli volle che tutti stessero allegri, molto più che i medici dicevano che Arcita non correva pericolo e presto sarebbe guarito. E ciò che accresceva la gioia generale, era il fatto che di quanti avevano preso parte al torneo, nessuno era morto, sebbene fossero tutti conciati in malo modo, uno specialmente, al quale una lancia aveva forato lo sterno. Ognuno aveva i suoi rimedi e i suoi incantesimi per curarsi le ferite, e rimettere al posto le braccia rotte; e pur di salvare la pelle ricorrevano ad ogni sorta di medicine, e d’erbe, e bevevano perfino l’acqua di salvia. Il nostro nobile duca confortava tutti e a tutti faceva onore, e dava ai cavalieri che avevano preso parte al torneo trattenimenti notturni, come a lui si conveniva, poichè trattandosi di una giostra non c’era ragione che i vinti si affliggessero. D’altronde non era mica una sconfitta: il cascare da cavallo è una disgrazia che in un torneo può capitare ad ogni cavaliere. E l’essere preso, come toccò a Palemone, e trascinato per forza fuori di combattimento da venti cavalieri che lo spingevano per le gambe e pei piedi, mentre staffieri, mozzi, e servitori, cacciavano fuori dalla lizza anche il suo cavallo, a furia di bastonate, non era reputato cosa disonorevole e molto meno una vigliaccheria. Perciò Teseo, perchè non ci fossero rancori ed invidie, fece spargere subito la notizia che a tutti i cavalieri di ciascuna schiera sarebbe stato distribuito il debito premio, come si trattasse di premiare due soli fratelli.
Ed infatti ad ognuno egli dette il premio che gli spettava secondo il suo grado, e fece una festa che durò tre giorni. I re che avevano preso parte al torneo li fece partire da Atene tutti insieme nello stesso giorno, accompagnati con i dovuti onori; gli altri cavalieri se ne ritornarono alle case loro ognuno per la sua strada, e dappertutto era un gridare: «Addio, state bene». Ed ora che ho finito di raccontarvi del torneo, torniamo a Palemone e ad Arcita.
Il petto del povero Arcita incominciò a gonfiare, e il male cresceva sempre più nel cuor suo. Il sangue che per effetto del colpo si era aggrumato nell’interno, nonostante tutte le arti del medico, si corruppe dentro il corpo, e non giovavano più nè salassi nè ventose nè bevande di qualunque erba. La forza espulsiva o animale, detta appunto per questo forza naturale, non riusciva a cacciar fuori il veleno e ad espellerlo dal corpo. I lobi polmonari cominciarono a gonfiarsi, e il sangue guasto dal male ammorbava ogni muscolo nel suo petto. Non gli valsero, a salvare la vita, gli emetici e le purghe; il suo corpo intero era in dissoluzione, e la natura non aveva più alcun potere sopra di lui. E quando la natura non può fare più nulla, addio medicina: portate pure il malato in chiesa. La conclusione, insomma, è questa: Arcita era condannato a morte; e poichè egli lo sentiva, mandò a chiamare Emilia e il suo diletto cugino Palemone, e disse così: «Il mio spirito addolorato non può manifestarti la millesima parte di quello che io soffro, o mia signora, che io amo immensamente; e poichè io sento che la mia vita non può durare a lungo, lascio a te, più che a ogni altro, la cura dell’anima mia, quando sarò morto. Ahimè! quanto dolore, quali pene ho sofferto per te, e per quanto tempo! Ahi! dura cosa, Emilia mia, dover morire, e lasciarti per sempre! Ahimè, regina del mio cuore, moglie mia, unico scopo della mia vita! Che cosa è dunque questo mondo? Che giova all’uomo il desiderare? Egli vive felice con l’amor suo, e ad un tratto eccolo là nella fredda tomba, solo, senza nessuno. Addio, mia cara, addio, Emilia mia, sollevami dolcemente fra le tue braccia, e ascolta ciò che ti dico.
Per molto tempo io ho combattuto e odiato il mio cugino Palemone, per amor tuo, perchè ero geloso di te. Ma Giove voglia essere guida all’anima mia, come è vero che io non ho mai conosciuto al mondo un uomo degno di essere amato come Palemone: lealtà, onore, valore, virtù, modestia, condizione, casata, libertà, tutte insomma, egli possiede le qualità di buon cavaliere. Giove salvi l’anima mia, se è vero questo che io dico di lui, il quale è tuo servitore, e lo sarà per tutta la vita. Perciò se un giorno tu dovrai riprendere marito, non dimenticare Palemone il gentile cavaliere».
Detto questo la parola gli cominciò a mancare, e il freddo della morte che già gli era addosso, lo avvolse tutto dai piedi fino al petto. Anche alle braccia venne meno la forza, e la vita a poco a poco scomparve. L’intelletto che era rimasto sempre lucido, si offuscò solo quando anche il cuore addolorato sentì la morte: allora gli si velarono gli occhi, e gli mancò il respiro. In quell’istante volgendo un ultimo sguardo alla sua donna, disse queste ultime parole: «Pietà di me, Emilia». E l’anima sua cambiò di casa. Dove andasse precisamente non ve lo saprei dire, perchè andò in un luogo dove io non sono stato mai; e poichè non sono un indovino e non mi intendo del viaggio delle anime, non aggiungo una parola di più, non avendo l’intenzione di riferire l’opinione di coloro che ne sanno qualche cosa. Il fatto è che Arcita è stecchito sul letto: Marte accompagni l’anima sua, chè io ritorno ad Emilia.
Palemone singhiozzava, Emilia era disperata, e Teseo dovette sostenerla, svenuta, fra le braccia, e strapparla via dal cadavere di Arcita. Ma è inutile che io stia a perdere il tempo per dirvi che la disgraziata non faceva che piangere dalla mattina alla sera. Le donne quando il marito se ne è andato all’altro mondo, chi più chi meno, si disperano tutte a questo modo; altrimenti fanno una malattia tale che finiscono per andarsene anche loro.
Le lacrime e i lamenti dei vecchi e dei giovani, per la morte di questo Tebano, furono infiniti per la città, poichè tutti lo piangevano. Non fu versato sì largo pianto neppure quando il cadavere di Ettore fu portato a Troia. Le donne graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, gridavano pietosamente: «Perchè sei morto, tu che avevi conquistato tante ricchezze e la tua Emilia?»
Teseo non sapeva darsi pace di questa disgrazia, e solo il vecchio padre Egeo riuscì a consolarlo, pratico come era delle eterne vicissitudini di questo mondo. Avendo veduto, nella sua vita, alternarsi senza posa la gioia e il dolore, il dolore e la felicità, con questo esempio dette al figlio una immagine di ciò che è il mondo, per vedere di consolarlo.
«Come non morì mai uomo, prese egli a dire, il quale un giorno non avesse vissuto, in qualche modo, su questa terra, così non visse mai uomo, il quale non sia morto. Il mondo non è che una stazione di passaggio piena di dolori, e noi siamo dei poveri pellegrini che giriamo di qua e di là aspettando la morte che è la fine dei nostri guai».
Queste e molte altre cose disse il vecchio, esortando tutti alla rassegnazione.
Teseo cercò, con ogni cura, il luogo più degno e conveniente, dove seppellire il buon Arcita. E volle, finalmente, che in quello stesso bosco placido e verde, nel quale Arcita e Palemone avevano combattuto per amore, dove Arcita aveva sofferto, per amore, tanti affanni, tanti e sì cocenti ardori, si innalzasse un rogo, ed ivi si facessero i sacrifici ed il funerale. Quindi dette ordine di tagliare le vecchie querci del bosco, di spaccarle, e di preparare, coi tronchi, la catasta per il rogo. I suoi ufficiali montarono a cavallo in fretta ed eseguirono subito gli ordini ricevuti. Teseo intanto mandò a prendere una bara, vi distese dentro un drappo d’oro, il più ricco che aveva, e dello stesso drappo vestì Arcita, al quale furono messi i guanti bianchi, una corona di alloro fresco in testa, e una spada lucida ed appuntata in mano. Così vestito, Teseo col volto pallido e spaurito lo depose nella bara, e cominciò a piangere amaramente. Poi perchè tutti potessero vedere il prode cavaliere, venuto il giorno, lo fece trasportare nella gran sala del palazzo, dove era un continuo via vai di gente che piangeva e gridava.
In questo mentre giunse, tutto addolorato, il tebano Palemone, con la barba incolta, i grigi capelli arruffati, e in abito di lutto; il suo dolore era più forte di quello che tutti gli altri sentivano, ed egli piangeva più amaramente anche d’Emilia. Perchè il funerale riuscisse più splendido e degno, Teseo fece portare tre bei cavalli bianchi bardati di lucido acciaio, e su ciascuno di essi fece montare un cavaliere armato delle armi di Arcita: uno infatti teneva in mano il suo scudo, un altro la lancia, e il terzo l’arco turco ed il turcasso d’oro; e così armati i tre cavalieri cavalcavano lentamente e col volto addolorato pel bosco. I più nobili dei Greci che erano in Atene portavano la bara sulle spalle, percorrendo a lenti passi, e con gli occhi rossi e bagnati di pianto, la via principale della città che era tutta parata a nero. A destra del feretro c’era il vecchio Egeo, a sinistra Teseo, e tutti e due recavano vasi d’oro finissimi, pieni di miele, latte, sangue e vino. Dietro loro veniva con un gran seguito Palemone, e quindi Emilia, che, secondo il costume d’allora, portava in mano il fuoco per accendere il rogo.
Tutti erano in faccende per preparare la legna, ed ormai la catasta toccava il cielo con la verde cima, e i tronchi stendevano per una ventina di braccia i loro rami. Il primo strato del rogo era formato di fascetti di paglia.
Ma non starò a raccontarvi per filo e per segno come l’avessero innalzato, e vi risparmierò i nomi di tutti gli alberi che furono atterrati, insieme con le querci, gli abeti, le betulle, gli ontani, i lauri, i pioppi, i salici, gli olmi, i platani, i frassini, i bossi, i castagni, i tigli, gli aceri, gli spini, i faggi, i nocciuoli, e i tassi. Non vi dirò come i silvestri dei, privati della loro abitazione, fuggissero di qua e di là, abbandonando quel bosco dove Ninfe, Amadriadi e Fauni avevano avuto fino allora tranquillo e sereno albergo. Nè vi racconterò come gli animali e gli uccelli tutti scappassero spaventati allorchè il bosco fu atterrato; nè come il suolo della selva, non abituato alla luce del sole, rimanesse spaurito di tanto splendore improvviso. Non dirò, che il rogo era formato prima di uno strato di paglia, poi di tronchi secchi spaccati in tre pezzi, poi di uno strato di verzura e di aromi, coperti da un panno d’oro pieno di pietre preziose, attorno al quale erano appese corone di molti fiori, con la mirra e l’incenso dal dolce profumo. Non starò a raccontare come Arcita fu deposto in mezzo a tutta questa roba, nè a fare il conto di tutte le ricchezze che erano attorno il suo corpo; nè come Emilia dando fuoco al rogo secondo l’uso di quei tempi, venne meno dalla commozione, nè ciò che disse o desiderò in quel momento, nè quali gioie furono gettate nel fuoco allorchè si levarono le fiamme divampando, nè come dei presenti chi gettava nel fuoco lo scudo, chi la lancia, chi parte dell’armatura, o coppe piene di vino, di latte, di sangue, che bruciavano subito come fossero di legno. Non vi dirò come i Greci in lunghissimo corteo cavalcarono per tre volte attorno alle fiamme, incominciando da sinistra, con grida altissime e squassando per tre volte la lancia; nè come per tre volte le donne si abbandonarono ai lamenti, nè come Emilia fu ricondotta a casa ed Arcita, divenuto un mucchio di cenere fredda, fu vegliato dai Greci che passarono la notte in mezzo ad ogni genere di giuochi. Non starò a dirvi quali furono questi giuochi fatti durante la veglia, nè chi, untosi il corpo d’olio, fu il miglior lottatore e si portò meglio riuscendo a battere sempre l’avversario. Non dirò, finalmente, come, finiti i giuochi, tutti se ne ritornarono in Atene, poichè è ormai tempo di venire alla fine di questa lunga novella.
Col tempo, passati alcuni anni, fu stabilito, per comune consenso, che avessero fine i lamenti e le lacrime. Ed allora, se non m’inganno, ebbe luogo un’adunanza in Atene per trattare di alcune questioni particolari, e tra le altre cose si parlò anche di stringere alleanza con non so quali paesi, e di avere, ormai, anche quella dei Tebani. Perciò il nobile Teseo fece chiamare subito Palemone, senza che egli sapesse di che cosa si trattasse; ed il giovine tebano, tutto dolente e vestito a bruno, accorse subito, obbedendo all’ordine di Teseo, il quale intanto aveva fatto chiamare anche Emilia.
Allorchè si furono seduti, e si fu fatto intorno silenzio, Teseo aspettando un momento, prima di lasciare uscire una parola dal saggio suo petto, e volto attorno lo sguardo pieno di mestizia con un tacito sospiro, disse finalmente così:
«L’alto fattore del supremo principio, quando inventò la prima volta la bella catena d’amore, ebbe un nobile ed alto intendimento, e sapeva quel che si faceva, mosso da un fine ben determinato. Egli univa insieme, con la bella catena dell’amore, il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra, con legami che non era possibile infrangere. Questo principe e fattore di tutte le cose ha fissato i giorni che ogni creatura viva deve rimanere in questa valle di lacrime, ed oltre quel dato numero di giorni a nessuno è dato passeggiarvi più. E non c’è bisogno di citare in proposito qualche autorità, perchè ormai tutti lo sappiamo per esperienza: io non faccio altro che manifestare la mia opinione. L’ordinamento di tutte le cose dimostra chiaramente che v’è una mente direttiva immutabile ed eterna: e basta avere un dito di cervello per capire che in questo mondo ogni piccola parte deriva da un tutto. Poichè la natura non ha avuto origine da parti e frazioni di una cosa, ma da una cosa perfetta ed una, che a mano a mano allontanandosi dalla perfezione è scesa giù fino a divenire corruttibile. E perciò egli, il fattore supremo, con la sua saggia previdenza ha creato questo meraviglioso ordinamento, in modo che l’evoluzione e il progresso delle cose si deve effettuare per mezzo di successive trasformazioni, che conducono alla fine e non alla eternità. E di questo ognuno si può persuadere con gli occhi suoi. Guardate, per esempio, la quercia che dopo sì lunga vita, un bel giorno muore. Pensate che la dura selce che ogni giorno calpestiamo coi piedi quando camminiamo, a poco per volta si consuma anch’essa, sulla strada, e finisce. Così il vasto fiume improvvisamente si secca, e le grandi città cadono e spariscono, perchè tutto, come vedete, finisce nel mondo. Lo stesso accade degli uomini e delle donne: tutti, il re come il suo paggio, devono morire dentro uno dei due limiti della vita umana, vale a dire la gioventù e la vecchiaia. Chi muore nel suo letto, chi in mezzo al mare, chi in mezzo alla vasta campagna; ma non c’è rimedio: tutto finisce per la stessa strada, tutto muore. E chi è l’autore di tutto questo, se non Giove re dell’universo? Egli è principio e causa di tutte le cose, e tutto si trasforma secondo il suo volere, dal quale tutto ha avuto la sua origine; nè creatura viva al mondo, si può opporre a lui, qualunque essa sia. Perciò è da savi, mi sembra, fare di necessità virtù, e mettersi l’animo in pace, una volta che tutti, senza eccezione, dobbiamo finire nello stesso modo. Chi se ne lamenta è un pazzo, perchè pretende di ribellarsi a colui che è guida di tutto. Certamente per un uomo è bello morire nella grandezza della sua fama e nel vigore degli anni, con la sicurezza di lasciare un nome onorato. Egli muore senza aver mai recato disonore all’amico e a se stesso, cosicchè l’amico dovrebbe rallegrarsi della sua morte, preferendo che egli sia spirato nel fiore della sua gloria, piuttosto che vederlo morire quando questo è già appassito dal tempo; poichè allora il suo valore è presto dimenticato. Quindi per lasciare un bel nome è meglio morire all’apogeo della gloria; e chi non la pensa così si ostina ad essere uno sciocco. Perchè, dunque, noi ci lamentiamo e non sappiamo rassegnarci che il nostro Arcita, il fiore della cavalleria, sia uscito con tanta lode ed onore da questa brutta prigione che è la vita? Perchè si lamentano, qui, la moglie sua e il suo cugino, che pur gli volevano tanto bene, della sorte che gli è toccata? Deve egli ringraziarli di questo? No davvero, e lo sa Dio stesso, poichè col pianto offendono l’anima di Arcita e se medesimi, solamente per soddisfare il desiderio proprio.
Quale è, dunque la conclusione di questo mio lungo discorso? È questa: io penso che noi dopo tanto dolore dobbiamo ormai stare un po’ allegri, e ringraziare Giove della sua bontà. Prima che ci lasciamo, noi dobbiamo fare di due dolori una sola e completa gioia che duri eterna. Vedete, tra le persone qui presenti ce n’è una più acerbamente di tutti colpita dal dolore: ebbene io voglio che la gioia incominci proprio da lei.
Sorella (indi soggiunse) è desiderio mio e della mia corte, che il gentil Palemone, il cavaliere che con tanto zelo è al tuo servizio, e ti ha sempre servito con tanto amore e del suo meglio dal giorno che lo conoscesti, abbia finalmente la grazia del tuo cuore: io voglio che tu lo faccia tuo marito e tuo signore. Dammi la tua mano, poichè così noi abbiamo stabilito. Dà a noi, qui presenti, un esempio della tua riconoscenza. Palemone è, per Dio, figlio del fratello di un re, e sebbene egli sia un semplice cavaliere, mi pare che meriti la tua pietà, giacchè egli ti ha servito per tanti anni, ed ha sofferto tanti affanni per amor tuo».
Poi disse al cavaliere Palemone: «Io credo che non occorreranno molte parole per indurti ad approvare questa mia decisione. Vieni dunque qua, e prendi per la mano la moglie tua».
Così fu stretto, fra loro due, il nodo che si chiama matrimonio o maritaggio, con l’approvazione di tutta la corte, e in mezzo all’allegria e ai canti furono celebrate le nozze. Ed ora Dio che ha creato questo immenso mondo, conceda al prode cavaliere la sua protezione, che se l’è guadagnata davvero. Palemone, infatti, vive contento e felice in mezzo alle ricchezze, e pieno di salute, con la sua Emilia; ed essa l’ama così teneramente, ed egli con tanta cortesia la serve, che tra di loro non si parlò mai di gelosia nè di altre seccature.
Così finirono Palemone ed Emilia, e Dio benedica tutta questa bella brigata.
NOVELLA DEL GIURECONSULTO
PROLOGO
Il nostro oste si accorse che lo splendido sole aveva già compiuto la quarta parte, più mezz’ora buona, del suo corso giornaliero; e per quanto non avesse, in fondo, una grande dottrina, sapeva però che quello era il ventottesimo giorno di Aprile, cioè il messaggiero di Maggio. Egli osservò che l’ombra degli alberi, in terra, aveva la stessa lunghezza del fusto dell’albero che la proiettava, e da questo fatto calcolò che Febo, il quale riluceva in quel momento in tutto il suo splendore, era salito per quarantacinque gradi. Il che significava, in conclusione, che, dato quel giorno e quella latitudine, allora erano le dieci; perciò spinse avanti il suo cavallo dicendo:
«Signori, ho l’onore di avvertire tutta questa brigata, che la quarta parte del giorno se n’è bell’e ita. Quindi, per amore di Dio e di San Giovanni, guardate, se vi riesce, di non perdere più tempo. Signori miei, il tempo non ci aspetta mica: giorno e notte si consuma, e se la svigna o mentre noi tranquillamente dormiamo, o quando, desti, non sappiamo approfittarne: egli fa come il fiume che scende dal monte alla pianura senza tornar mai indietro. Non per nulla Seneca, e con lui molti altri filosofi, rimpiange più la perdita del tempo che quella dell’oro dello scrigno; poichè le ricchezze si possono in qualche modo ricuperare, ma la perdita del tempo è irreparabile. Il tempo non ritorna davvero indietro, come non ritorna a _Malkins_[1] la verginità, una volta che la sua lascivia glie l’ha fatta perdere. Non stiamo, dunque, a marcire così nell’ozio.
Signor giureconsulto, che Dio vi benedica, raccontateci voi, ora, una novella, secondo che abbiamo stabilito. Anche voi avete acconsentito a sottomettervi al mio giudizio: fate dunque il vostro dovere, e mantenete la vostra promessa».
«Oste, egli rispose, DE PAR DIEU JEO ASSENTE, giacchè non ho intenzione di mancare alla mia parola. Ogni promessa è debito, e vi ripeto che io farò volentierissimo l’obbligo mio. Gli stessi libri nostri dicono che la legge è uguale per tutti: ma tuttavia io non posso dirvi una novella discreta, che non sia stata già raccontata da Chaucer (sebbene l’arte del verso e della rima non sia il suo forte), in quell’antico idioma inglese nel quale, come tutti sanno, egli ebbe a scriverle. Poichè se non l’avrà raccontata in un libro, amico mio, sta pur sicuro che l’avrà raccontata in un altro. Sono più gli amanti di cui ha scritto la storia lui, o in un libro o nell’altro, che quelli semplicemente nominati da Ovidio nelle sue antichissime EPISTOLE. Che cosa vi debbo dunque raccontare, se le novelle che io so, sono già state raccontate da Chaucer! Nella sua gioventù egli scrisse la novella di Ceyx e Alcyon, e quindi ha fatto la storia di tutte le donne e gli amanti più illustri. Chi avesse voglia di leggere il suo libro intitolato: LA SACRA LEGGENDA DI CUPIDO, vi troverà descritte le larghe e profonde ferite di Lucrezia e di Tisbe babilonese, vi troverà la storia di Didone che si trafigge con la spada per causa del traditore Enea, e di Fillide cambiata in albero pel suo Demofoonte. Vi troverà il pianto di Deianira, di Ermione, di Arianna e di Isifile, il nudo scoglio nel lontano mare, dove Leandro affogò per la sua bella Ero, le lacrime di Elena, il dolore di Briseide e di Laodamia, e la tua crudeltà, o regina Medea, che appendesti pel collo i figlioletti per vendicarti di Giasone, l’amante spergiuro. In quello stesso libro egli loda altamente la vostra fedeltà, o Ipermestra, Penelope, Alceste.
Ma naturalmente non fa neppure parola del turpe esempio di Canace che amò, incestuosamente, il proprio fratello, nè (Dio ci scampi da certe novelle) ricorda la storia, raccontata da Apollonio Tirio, di quell’infame re Antioco che deflorò la propria figlia, gettandola (orribile a leggersi) a forza per terra. Di tali turpi cose egli non volle mai scriverne, ed io, se me lo permettete, mi dispenso dal raccontarvele. Ma come farò, dunque, a dire anch’io, oggi, la mia novella? Certamente io mi guardo bene dal voler gareggiare con le Muse altrimenti dette Pieridi (voi capite, senza dubbio, che io alludo alle Metamorfosi); del resto poco m’importa di Ovidio: faccia pure quanti versi vuole, io parlerò in prosa». E detto questo, il giureconsulto, serio serio, incominciò la sua novella, e disse quello che segue.
NOVELLA DEL GIURECONSULTO