Dalle Novelle di Canterbury

Part 8

Chapter 84,144 wordsPublic domain

Insieme con Arcita, come riferiscono le antiche storie, veniva, simile a Marte re delle armi, il grande Emetrio, re dell’India, il quale montava un cavallo baio, bardato in acciaio, con una bella coperta in oro. La sua cotta d’armi era di panno di Tartaria guarnito, tutto intorno, di candide perle grosse e rotonde; la sella era d’oro massiccio lavorato a fuoco. Sulle spalle aveva un mantello corto tutto coperto di rubini rossi, che risplendevano come fiamma; i capelli cresputi e pioventi giù in lunghe anella, erano biondi, e luccicavano come il sole. Aveva il naso in su, gli occhi chiari[21], le labbra rotonde, e il colorito sanguigno; nella faccia si vedeva sparsa, qua e là, un po’ di lentiggine di un colore fra il giallo e il nero, e nel suo sguardo c’era la fierezza di un leone. Avrà avuto, presso a poco, venticinque anni, e già gli spuntava nel mento la prima barba. Quando parlava, la sua voce squillava come una tromba. In testa portava una corona d’alloro fresco che era bellissima, e sopra una mano teneva per divertimento un’aquila ammaestrata, bianca come un giglio. Conduceva un centinaio di cavalieri armati ricchissimamente e (tranne l’elmo che lo avevano tutti uguale) nella maniera più svariata. Immaginatevi che in questa nobile schiera s’erano radunati, per amore, e per spirito di cavalleria, conti, duchi, e re. Attorno al loro condottiero, il re Emetrio, correvano d’ogni parte leoni e leopardi addomesticati.

Tutti questi cavalieri, dunque, giunsero ad Atene la mattina presto di domenica, ed entrati in città, scesero da cavallo.

Teseo, il nostro duca, il nostro illustre cavaliere, poichè li ebbe condotti per la città, e trovato alloggio a ciascuno secondo il proprio grado, li accolse con gran festa, e si dette tanto da fare perchè non mancasse loro nulla, e per onorarli degnamente, che tutti pensano ancora che non ci potrebbe essere uomo, chiunque egli fosse, che potesse fare più o meglio di quello che fece Teseo. Non starò a parlarvi della musica, del lusso con cui fu preparato il ricevimento, degli splendidi doni ch’egli offrì ai suoi ospiti di qualunque condizione fossero e dell’addobbamento del palazzo di corte; non ricorderò chi a mensa occupava i posti d’onore, quali fossero le signore più belle e quelle che ballavano meglio e sapevano meglio cantare e carolare, nè chi aveva più sentimento nel parlare d’amore. Non sto a dirvi che razza di falconi si vedessero appollaiati su in alto nel bastone, e quanti cani erano pronti per la caccia: ma riprendo il racconto che è meglio. Ora viene il bello, ascoltatemi dunque se ne avete voglia.

La domenica, prima che spuntasse il giorno, Palemone appena sentì cantare l’allodola (e già cantava che mancavano due ore all’alba) si alzò col cuore pieno di giovanile baldanza, e se ne andò, divotamente, in pellegrinaggio al tempio di Citerea benedetta e benigna, di Venere onorata degnamente dagli uomini. E nell’ora a lei sacra, si avviò alla lizza dove sorgeva il suo tempio, e inginocchiatosi umilmente e facendo atto di adorazione disse:

«Venere, mia signora, la più bella tra le belle, figlia di Giove e sposa di Vulcano, tu che allieti colla tua presenza il monte Citerone, per l’amore che porti al tuo figlio Adone, abbi pietà delle mie amare e calde lacrime, e non disprezzare questa mia umile preghiera.

Ah! Io non trovo parole per esprimere tutto quello che soffro, tutto l’inferno che mi tormenta il cuore. Non ha forza l’animo mio di manifestare quello che sente, ed io sono così confuso che la parola mi manca. Ma tu, o splendida signora, abbi compassione di me, tu che mi leggi nel pensiero, e vedi gli affanni che io soffro; considera tutto questo, e compiangi il mio dolore, ed io ti prometto che con tutte le forze mi dedicherò umilmente al tuo servizio, e farò sempre guerra alla castità. Io ti faccio questo voto, tu aiutami adunque.

Io non mi curo della gloria delle armi, nè ti chiedo di concedermi domani la vittoria e l’onor del torneo. Io non cerco la vana gloria del premio conquistato con le armi perchè il mio nome sia strombazzato a destra e a sinistra; ma voglio che Emilia sia mia, e voglio morire al suo servizio; trova tu il modo ch’io possa ottenere questo. Non voglio sapere se per me sia meglio riuscire vincitore su i miei avversari o che essi vincano me, purchè io possa aver lei tra le braccia. Per quanto Marte sia il Dio delle armi, la tua potenza è così grande su nel cielo, che se tu vorrai, potrò avere, finalmente, l’amor mio. Io adorerò sempre il tuo tempio, ed ogni volta che monterò a cavallo o uscirò a passeggiare, ti farò i debiti sacrifici ed accenderò il fuoco in tuo onore.

Chè se tu non vorrai aiutarmi, o mia dolce signora, ti prego allora di far sì che Arcita domani mi passi il cuore con la sua lancia. Poichè una volta che io abbia perduta la vita, non mi potrà dispiacere che Arcita, rimasto vincitore, si abbia in moglie la donna. Di questo io ti prego, e quì finisce la mia preghiera: signora benedetta e cara, fa’ che io m’abbia l’amor mio».

Dopo questa preghiera Palemone, con l’animo pieno di compunzione, fece subito i sacrifici; ma io non starò a raccontarvi tutti i particolari e tutte le pratiche ch’egli osservò. Dirò solamente che, finito il sacrificio, la statua di Venere fece un segno dal quale Palemone si accorse che la sua preghiera era stata, quel giorno, accolta con favore. Il segno della Dea significava, veramente, che doveva aspettare: ma egli capì bene che la ricompensa gli era concessa. Perciò se ne tornò subito a casa con la gioia nel cuore.

Tre ore dopo[22] che Palemone se ne era andato al tempio di Venere, il sole si levò, e anche Emilia lasciò il letto, e se ne andò al tempio di Diana seguita dalle sue ancelle, con l’incenso, le vesti e tutto l’occorrente pei sacrifici, pei quali non mancavano, secondo l’uso, nemmeno i corni pieni di miele.

Mentre il tempio fumava, tutto adorno di bei drappi, Emilia, col cuore pieno di giubilo, lavò e purificò il corpo ad una fonte. Ma non vi sto a dire nulla del modo con cui essa compiè il rito; poichè anche a volere accennare solamente le cose in generale, non sarebbe una faccenda da poco stare a sentirle tutte. Capisco che con un po’ di buona volontà non sarebbe poi una fatica dell’altro mondo, ma è meglio che nessuno resti sacrificato. I biondi capelli, dunque, le cadevano sciolti sulle spalle, e sul capo aveva una bella corona di foglie di quercia ancora fresche, accomodata con molta grazia. Se ne andò all’altare e accesi due fuochi compiè i sacrifici della Dea, di cui vi risparmio la descrizione, perchè ognuno può leggerla da sè nella Tebaide di Stazio[23] e negli altri antichi libri che ne parlano.

Quando il fuoco cominciò ad ardere su l’altare, Emilia con aria mesta e supplichevole parlò a Diana in questo modo.

«O casta dea dei verdi boschi, che contempli il cielo la terra e il mare, regina del regno tetro e profondo di Plutone, dea delle vergini, che da molti anni conosci il mio cuore, e sai quale sia il mio pensiero, proteggimi tu stessa dalla tua vendetta e dall’ira tua, per la quale Atteone soffrì orribilmente. O casta Dea, tu sai bene che io desidero di rimanere vergine per tutta la vita, e che non voglio innamorarmi e divenire moglie. Io sono (tu lo sai) una fanciulla del tuo seguito, ed amo la caccia e i boschi selvaggi, e non voglio divenire donna ed avere figli; e perciò appunto fuggo la compagnia degli uomini. Tu dunque aiutami, signora, poichè lo puoi, te ne scongiuro per la tua triplice forma. Di questa grazia io ti prego: fa che Palemone il quale ha per me tanto amore, ed Arcita che mi ama così caldamente, stiano d’accordo, e distogli il loro cuore da me, in modo che tutto l’amor loro, ogni loro desio, tutte le loro sofferenze, tutto il loro ardore, si spenga, o sia rivolto altrove. Chè se non vuoi farmi questa grazia, e se è mio destino che io debba avere per marito uno di loro due, fa allora che io sia di colui che più mi desidera.

Guarda, o Dea della pura castità, le lacrime che mi scendono sulle guancie. Poichè tu sei vergine e protettrice di tutte le vergini, proteggi e conserva la mia verginità, e per tutta la mia vita io starò al tuo servizio».

I fuochi ardevano sullo splendido altare, mentre Emilia faceva questa preghiera; quando ad un tratto essa ebbe una strana visione. Improvvisamente uno dei due fuochi si spense, e subito si riaccese, mentre si spengeva l’altro, e cigolando come un tizzo ardente bagnato nell’acqua mandava fuori dall’uno dei capi un fiotto di sangue. Emilia ne rimase così spaventata, che per poco non divenne pazza; e non sapendo che cosa questa visione significasse, cominciò a disperarsi, e per la paura gridava e piangeva in modo da far pietà.

Intanto, mentre piangeva così, ecco comparire Diana con l’arco in mano, in arnese da caccia, la quale voltasi ad Emilia le disse: «Figlia, cessa dal tuo affanno; gli eccelsi Dei hanno ormai stabilito, e scritto, e confermato, con eterna parola, che tu debba sposare uno dei due giovani tebani che per te soffrono tanti affanni e tanto dolore: quale dei due, però, tu dovrai sposare, non te lo so dire. Addio, dunque, poichè io non posso più a lungo trattenermi. I fuochi che ardono sul mio altare ti faranno capire, prima che tu esca di qua, quale sia la fine di questa tua avventura amorosa».

E a queste parole le freccie che la Dea aveva nella faretra risuonarono, ed essa scomparve. Emilia stupefatta disse: «Che vuoi mai dire questo? Ahimè! Io mi metto sotto la tua protezione, o Diana, e a te mi affido». Quindi per la via più breve se ne ritornò a casa. Così finì ed io non ho altro da dire.

Nell’ora sacra a Marte che seguì a questo fatto, Arcita se ne andò al tempio del feroce Dio della guerra, per sacrificare in onor suo secondo il rito pagano. E pieno di umiltà e di devozione fece a Marte questa preghiera.

«O forte Dio, che sei onorato nei freddi regni della Tracia di cui sei signore, tu che maneggi a tuo talento le armi d’ogni terra, e dispensi agli uomini buona o cattiva fortuna, accetta da me questo pietoso sacrificio. Se tu credi che la mia giovinezza ne sia degna, e che io sia in grado di servire il tuo nume, sì ch’io possa essere dei tuoi, abbi pietà delle pene mie, te ne prego, per gli affanni che hai sofferti, per quel fuoco che t’arse tutto, quando godesti le grazie di Venere giovane e bella, e la stringesti, fin che ti piacque, fra le tue braccia. Abbi compassione delle mie pene atroci, te lo chiedo pel dolore che provasti (una volta t’andò male anche a te), quando Vulcano, ahimè, ti prese nei suoi lacci, e ti colse mentre giacevi con sua moglie.

Io sono, come ben sai, giovane ed inesperto, e colpito, s’io non m’inganno, da Amore, come mai anima viva fu ferita al mondo: poichè la donna per la quale io soffro tutte queste pene, non si cura affatto di me, e poco le importa che io affoghi o mi salvi nuotando. Io debbo, prima che essa si muova a pietà, conquistarla con la forza sul luogo della lotta; e so, pur troppo, che senza il tuo aiuto e il tuo favore la mia forza non varrà a nulla: perciò domani sul campo di battaglia aiutami, signor mio, pel fuoco che ti arse e che ora arde me, e fa che domani io mi abbia la vittoria. A me lascia la fatica, e la gloria sia tua; ch’io, poi, penserò ad onorare l’eccelso tuo tempio più d’ogni altro luogo, e sempre faticherò nel tuo duro mestiere per farti cosa grata. Appenderò nel tuo tempio la mia insegna e tutte le armi della mia schiera, e sempre, fino al giorno della mia morte, arderà sul tuo altare eterno fuoco. Anche questo voto io faccio: ti sacrificherò la mia barba e la mia lunga chioma non toccate mai, fino ad ora, dal rasoio e dalle forbici; e fino alla morte sarò sempre tuo servitore. Tu ora abbi pietà dei miei cocenti dolori, e dammi la vittoria, chè altro non ti chiedo».

Quando il forte Tebano ebbe finita la sua preghiera, i cardini della porta del tempio e le porte stesse tremarono così fortemente, che Arcita rimase stupefatto. I fuochi ardevano sull’altare fiammeggiante, che illuminò ad un tratto tutto il tempio, e dal suolo si levò improvvisamente un dolce profumo; allora Arcita, levando in alto la mano gettò sul fuoco nuovo incenso e compiè altri riti, dopo i quali la statua di Marte cominciò a far risuonare l’armatura di ferro. E insieme al suono delle armi Arcita sentì una voce bassa e cupa che mormorò: «Vittoria». Perciò egli onorò e glorificò Marte.

Quindi con la gioia e la speranza nell’animo Arcita se ne ritornò a casa in fretta come un daino che fugge la luce del sole.

A questo punto su in cielo cominciò, per tutte queste promesse, un tale battibecco fra Venere Dea dell’amore e Marte il fiero e potente Dio delle armi, che Giove si affannava inutilmente per rimettere la pace. Finalmente però il pallido e freddo Saturno, che sapeva tante e così vecchie storie, trovò il modo, con la sua antica esperienza e la sua grande pratica del mondo, di mettere d’accordo le due parti in quattro e quattr’otto. È proprio vero che la vecchiaia ha molte risorse: i vecchi hanno sempre senno ed esperienza. Si può vincere un vecchio con le gambe, ma con la testa no.

Saturno, dunque, contro il suo modo di pensare, si indusse a cercare un rimedio per far cessare il dissidio fra i due Dei.

«Venere, mia cara figlia, egli disse, sappi che il mio corso il quale compie un giro così vasto per la volta celeste, ha più potenza di quello che gli uomini non pensano. Sotto l’influenza mia la gente affoga là nel grigio mare, per me s’apre agli uomini la buia prigione, e li strangola il capestro; sono opera mia il grido e la ribellione delle plebi, il rancore e il nascosto veneficio. Quando mi trovo nella costellazione del leone, io vendico e correggo tutti i torti. Pel mio influsso rovinano gli alti castelli, cadono le torri e le mura sulla testa del minatore e del falegname; per opera mia morì Sansone sotto il peso della colonna, e nacquero sempre le tristi malattie, i turpi tradimenti, e le congiure. Il mio apparire è foriero di pestilenza. Ora, dunque, non pianger più; penserò io a fare sì che Palemone, che è il tuo cavaliere, ottenga la sua donna come tu gli hai promesso, quantunque Marte aiuti il suo protetto. Voi due avete preso a proteggere un cavaliere ben diverso, e per questo tutto il giorno siete alle prese: ma è ora di farla finita, e che ritorni fra voi la pace. Io sono tuo nonno, e mi avrai sempre pronto ad ogni tuo desiderio; non piangere più, che sarà fatto quello che tu vuoi».

Ma lasciamo ora Marte e Venere, dea dell’amore, su nel cielo, poichè io voglio raccontarvi in poche parole la fine della mia storia.

Quel giorno tutta Atene era in festa, e Maggio stesso colla sua leggiadria rallegrò così vivamente l’animo di tutti, che la Domenica passò in giostre e danze e fu dedicata agli alti onori di Venere. La notte però tutti andarono a letto, perchè la mattina si dovevano alzare presto per andare ad assistere al combattimento. L’indomani allo spuntare del giorno dappertutto, nei vicini alberghi, era uno strepito di cavalli e d’armi; e numerose schiere di cavalieri su i loro destrieri e i loro palafreni se ne andarono al palazzo di Teseo.

Si vedevano armature d’ogni sorta, belle e riccamente lavorate in oro e in acciaio con fregi, scudi luccicanti al sole, elmi e bardature, elmetti lavorati in oro, loriche e cotte d’armi. Si vedevano cavalieri in splendidi costumi, col loro seguito e i loro scudieri, dei quali chi rinforzava le lance con dei chiodi, chi metteva le fibbie agli elmi, chi era intento a lucidare gli scudi e ad adattarvi le corregge. Insemina dovunque c’era da fare qualche cosa, nessuno stava con le mani in mano. Vedevi qua e là destrieri con la schiuma alla bocca che rodevano il morso sotto le briglie d’oro, ed armaiuoli che correvano d’ogni parte con lime e martelli. Era un via vai di gente che veniva a piedi dalla campagna, di plebaglia armata di bastoni, così affollata per le vie che non c’era posto dove mettere i piedi; e tutti avevano zufoli, trombe, tamburi e clarinetti, chè durante il combattimento mandavano suoni di sanguinosa battaglia. Il palazzo di Teseo era pieno di gente: qua c’era un gruppo di tre persone, là ve n’erano una diecina che questionavano e scommettevano pel vincitore dei due cavalieri tebani. Chi diceva che la battaglia sarebbe andata in un modo e chi nell’altro; alcuni tenevano per quello con la barba nera, altri per quello che era un po’ calvo, altri invece per quello che aveva i capelli così folti, ed osservavano che aveva l’aspetto di un guerriero feroce e che si batterebbe fortemente, e soggiungevano: «Ha in mano un’alabarda che peserà almeno una ventina di libbre».

Per un bel pezzo, fin dal levar del sole, nel palazzo fu una continua questione, per cercare di indovinare chi sarebbe stato il vincitore. Il gran Teseo svegliato dalla musica e dal frastuono della gente, rimase in camera, nel suo ricco palazzo, finchè i due cavalieri tebani furono condotti, con uguali onori, al palazzo.

Teseo se ne stava ad una finestra, in gran tenuta, che pareva un Dio sul trono; allora la gente si affollò improvvisamente da quella parte per vederlo e fargli atto di riverenza, e per sentire i suoi ordini e le sue disposizioni.

Un araldo montato sopra un palco di legno diè cenno che tutti facessero silenzio, e cessato ogni rumore, manifestò così il volere del potente loro Duca:

«Il signor nostro, col suo saggio consiglio, ha pensato che sarebbe un inutile spargimento di nobile sangue il combattere in questo torneo come si combatterebbe in fiera battaglia; quindi per impedire che molti cadano morti, egli ha modificato il suo primo proposito. Nessuno, pena la testa, può scagliare o portare dentro la lizza dardi di qualsivoglia specie, nè alabarde, nè lancie. Nessuno deve adoperare o portare al fianco spade corte ed aguzze; nessun cavaliere potrà assalire il compagno con la lancia affilata se non andando di corsa. Per difendersi, se crede, il cavaliere può balzare a terra. Colui che sarà còlto in fallo, sarà preso e non ucciso, ma verrà portato in un recinto appositamente preparato ai due lati della lizza, e quivi dovrà per forza rimanere fuori di combattimento. Appena sarà fatto prigioniero uno dei due capi, o l’un d’essi cada morto, il torneo sarà immediatamente finito. Dio sia con voi, andate e mettetevi presto in ordine. Combattete con le lunghe spade a vostro talento, e finchè ne avete voglia. Andate, dunque; questo è il volere del Duca».

Le voci del popolo arrivavano fino alle stelle, allorchè tutti con quanto n’avevano in gola si misero a gridare pieni di gioia: «Dio salvi il nostro buon signore, il quale non vuole che si sparga inutilmente del sangue».

Fra i suoni delle trombe e i canti la schiera dei combattenti si avviò ordinatamente alla lizza, attraversando la vasta città che era tappezzata non con panni di lana ma con drappi d’oro. Teseo, il nobile Duca, cavalcava con signorile portamento in mezzo ai due Tebani, e dietro a lui venivano a cavallo la regina ed Emilia, seguite dalla rispettiva compagnia d’onore, secondo il loro diverso grado. Così attraversarono la città, e giunsero alla lizza che non era ancora giorno fatto.

Quando Teseo, nel suo splendido costume, la regina Ippolita, Emilia, e tutte le altre signore del seguito ebbero preso il loro posto, tutta la schiera dei combattenti si riversò nel circolo. Arcita entrò difilato, coi suoi cavalieri e la bandiera rossa, dalla porta ad occidente, dov’era il tempio di Marte; contemporaneamente dalla porta che guardava ad oriente entrava in lizza, sotto la scorta di Venere, Palemone insieme con i suoi portando baldanzoso la bandiera bianca. A cercarle in tutto il mondo non si troverebbero più due schiere di così uguale valore sotto ogni rispetto. Nessuno per quanto accorto avrebbe potuto dire che uno solo fosse superiore a gli altri per dignità, per condizione, e neppure per età, così uguali in tutto e per tutto erano stati scelti coloro che dovevano provarsi nel torneo. Intanto i cavalieri si erano schierati su due righe in bel modo; e quando, fatta la chiama, si vide che nessuno mancava, furono chiuse le porte dell’anfiteatro, ed una voce gridò: «Giovani e prodi cavalieri, fate ora il dovere vostro».

Gli araldi allora fermarono i loro cavalli che avevano spinto con lo sprone qua e là per la lizza, e le trombe e i claroni incominciarono a suonare forte. E quì, senz’altro, le lancie vanno in resta, e li sproni entrano nei fianchi dei cavalli: alcuni diedero prova di essere abili giostratori, altri abili cavalieri. Le lancie vibrano su i forti scudi, e qualcuno si sente passare il petto dalla punta; le scheggie delle aste volano all’altezza di parecchi piedi, le spade luccicanti vanno in frantumi, e gli elmi spaccati cadono a pezzi, mentre il sangue sgorga orribilmente a fiotti rossi, e le ossa scricchiolano sotto i fieri colpi delle poderose mazze. Qua vedi uno cacciarsi dove più ferve la mischia, e menare colpi orrendi; là i forti destrieri inciampare e cadere per terra, mentre un cavaliere ruzzola come una palla tra le gambe del cavallo. Uno si difende a colpi di bastone, un altro getta di sella l’avversario urtandolo col suo cavallo. Si vede uno ferito nel corpo, trascinato a forza dentro lo steccato laterale e costretto, secondo era stato convenuto, a restare là, mentre ad un altro tocca la stessa sorte dall’altra parte. Ogni tanto Teseo fa riposare i combattenti perchè prendano nuova lena e bevano se ne hanno voglia.

I due Tebani si scontrarono più d’una volta ferendosi, e per due volte l’uno gettò l’altro giù di sella. Una tigre della valle di Galafa, cui il cacciatore avesse rubato il tigrotto, non si scaglierebbe con la ferocia con cui la gelosia spinge Arcita contro Palemone; non c’è leone in Belmaria che stimolato dal cacciatore o acciecato dalla fame, si inferocisca ed abbia sete di sangue, quanto Palemone desidera uccidere il suo avversario. Cadono su gli elmi loro tremendi colpi, ed il sangue sgorga rosso dai fianchi.

Ma tutto finisce in questo mondo: il forte re Emetrio, prima che il sole cadesse, attaccò Palemone mentre si batteva con Arcita, e con la spada gli fece una profonda ferita. Il disgraziato non voleva cedere, ma a forza venne trascinato da una ventina d’uomini fuori di combattimento, dentro lo steccato laterale. Il forte re Licurgo che era accorso in aiuto di Palemone fu pure rovesciato; ma anche Emetrio, nonostante la sua grande forza, fu gettato di sella, alla distanza di una spada, da un colpo che Palemone gli vibrò prima di essere preso.

Tuttavia, malgrado i suoi sforzi, Palemone dovè uscire dalla lizza; il suo coraggio non gli valse: una volta preso, dovè ad ogni costo restare là, secondo i patti stabiliti prima.

Chi, in questo mondo, ha provato il dolore di Palemone, costretto ad abbandonare il combattimento? Teseo veduto l’esito di quello scontro gridò alla moltitudine che ancora combatteva: «Olà, basta! Il torneo è finito: io non rappresento nessuna delle due parti, e sono qui giudice imparziale. Il tebano Arcita avrà Emilia, poichè egli ha avuto la fortuna di conquistare, con le armi, la sua bellezza».

A queste parole si levò tra la folla un grido di gioia così potente, che per un momento parve che il gran teatro franasse.

Intanto, che diceva su in cielo la bella Venere? Che cosa faceva la regina dell’amore? Si disfaceva in lacrime perchè il suo volere non era stato compiuto, e diceva: «Io mi vergogno, in verità, di quanto è accaduto».

Allora Saturno, per consolarla, le rispose: «Figlia mia, non ti disperare. Marte, è vero, ha ottenuto ciò che voleva: il suo cavaliere ha conquistato il premio, ma tu per mezzo mio sarai presto consolata».

I trombettieri davano nelle trombe, e gli araldi gridavano a squarcia gola, pieni di gioia per la fortuna toccata al signor loro Arcita. Ma abbiate la bontà di fare un po’ di silenzio, e state a sentire che razza di miracolo avvenne lì per lì.