Dalle Novelle di Canterbury

Part 6

Chapter 64,174 wordsPublic domain

Rispose Palemone: «Cugino, in verità tu ti sei immaginato una cosa che non è vera. Non mi ha fatto gridare la prigione: gli è che proprio in questo momento ho ricevuto una ferita, che passandomi per gli occhi, è penetrata fino al cuore uccidendomi. La bellezza di una donna che passeggia laggiù nel giardino è ciò che mi fa gridare e soffrire. Io non so se sia una donna o una dea, ma se io non m’inganno deve essere proprio Venere.»

E così dicendo cadde in ginocchio ed esclamò: «Venere, se per tua volontà tu appari così in questo giardino a me povera disgraziata creatura, aiutaci a fuggire da questa prigione. Se è nostro destino irrevocabile di dover morire quì dentro, abbi compassione del nostro lignaggio così oltraggiato da un tiranno.»

A queste parole Arcita si mise a spiare nel giardino, dove la donna seguitava a passeggiare su e giù. E rimase così colpito dalla bellezza di lei, che se Palemone ne fu ferito mortalmente, la sua ferita non era meno mortale davvero. E sospirando disse pietosamente: «La giovane beltà di colei che passeggia laggiù mi uccide. Se quella donna non mi concede, per pietà, di poterla almeno vedere, io sono bell’e morto.»

Palemone guardando, tutto arrabbiato, il cugino gli disse: «Arcita, ma tu dici questo davvero, oppure scherzi?» «No, rispose Arcita, io dico davvero, in fede mia. Dio volesse che in questo momento avessi voglia di scherzare.»

Allora Palemone aggrottando le ciglia soggiunse: «Arcita, non ti farebbe onore ingannare e tradire me in questo modo; me che sono tuo cugino, e dopo il giuramento fatto solennemente da tutti e due di essere sempre come due fratelli, di lasciare piena libertà l’uno all’altro (a costo di morire, e fino al giorno in cui la morte ci avrebbe separati) in amore e in qualunque altra circostanza; dopo che noi abbiamo giurato, anzi, che tu in ogni caso avresti aiutato me, ed io te. Questo fu il nostro giuramento, io lo ricordo bene, tu non puoi dire di no. Tu dunque ora dovresti aiutarmi col tuo consiglio: invece mancando alla tua parola vuoi amare la donna mia, quella che io amo e servo, che amerò e servirò fino a che il cuore mi batterà nel petto.

Ma tu o Arcita, mancatore di parola non farai questo certamente. Io fui il primo ad amare quella donna, e confessai a te l’amore mio come ad un confidente, come ad un fratello che aveva giurato di aiutarmi. Tu dunque, se sei un cavaliere, devi aiutarmi come puoi, altrimenti io ho il diritto di chiamarti un uomo sleale.»

Arcita rispose risentito: «Tu piuttosto sarai un mancatore di fede e non io; anzi sei, e te lo dico chiaramente sul viso. Perchè quella donna io l’ho amata prima di te: vorresti dire di no? Tu l’avevi creduta una dea, quindi il tuo non è amore ma venerazione, mentre io l’amo come creatura umana. E appunto per questo ti ho detto tutto, come ad un cugino il quale aveva giurato di essermi fratello.

Ma supponiamo pure che tu sia stato il primo ad amarla: non conosci il motto di quell’antico saggio il quale disse: “chi può dettare legge ad un amante?” Amore è la legge più potente che un povero mortale abbia mai dettato. E infatti tutti i giorni, e da gente di qualunque condizione, noi vediamo infrangere per amore le leggi più assolute e giuramenti come il nostro. Un uomo è costretto ad amare per forza, malgrado della sua volontà. Egli non può liberarsi, ed è pronto ad incontrare anche la morte, sia colei che egli ama, indifferentemente, una fanciulla, una vedova o magari una donna maritata.

Del resto non è nemmeno probabile che tu possa restare per tutta la vita nelle sue grazie, come non vi resterò, certo, neppure io: poichè tu sai, pur troppo, che noi siamo condannati ad una eterna prigionia senza speranza di riscatto.

Noi finiremo, forse, per fare come quei due cani che si leticavano un osso, i quali stettero alle prese un giorno intero, per poi non avere nulla. Perchè mentre si azzuffavano calò in mezzo a loro un nibbio, e si portò via l’osso. Perciò, caro fratello, sarà meglio fare come si suoi dire: “alla corte del re ognun pensa per sè” ecco tutto. Tu ama quella donna quanto ti pare; io per conto mio l’amo e l’amerò sempre: non posso dirti altro davvero. Una volta che dobbiamo rassegnarci tutti e due alla prigione, segua ognuno la sorte che gli tocca.»

Grande e a lungo seguitò ancora la disputa fra loro due, se avessi il tempo di raccontarla, ma andiamo avanti. Per farvela corta, un giorno un duca famoso chiamato Piritoo, compagno di Teseo fin da quando erano bambini, andò in Atene per rivedere il vecchio amico e passare qualche tempo con lui allegramente, come era solito fare ogni tanto, giacchè si volevano tutti e due un gran bene. Si volevano tanto bene, (dicono i libri che parlano di quei tempi,) che quando l’uno di essi morì, non dico bugie, l’altro andò a ritrovarlo fin giù nell’inferno. Ma ora non è mia intenzione scrivere questa storia.

Piritoo, dunque, conosceva benissimo Arcita che aveva veduto crescere d’anno in anno in Tebe, cosicchè gli voleva molto bene: e tanto fece e tanto pregò, che Teseo lo lasciò uscire di prigione. E non solamente non volle nessun riscatto, ma gli lasciò piena libertà di andare dovunque volesse, ad una condizione: che se per caso Arcita fosse còlto di giorno o di notte, anche per un momento, in una città del regno di Teseo, e venisse arrestato, perderebbe la testa con un colpo di sciabola. Questo fu il patto, e non c’era per Arcita altra speranza di rimedio o altra via di scampo. Così egli partì, e s’avviò in fretta verso casa sua. Stia bene attento, però, perchè la sua vita corre un gran pericolo.

Quanto soffre, intanto, il povero Arcita! Si sente la morte nel cuore; piange, si lamenta, si dispera che fa pietà a sentirlo, e pensa di darsi la morte. Poi grida: «Maledetto il giorno che son venuto al mondo! Eccomi condannato ad una prigione più dura di quella di prima: eccomi condannato non dico al purgatorio, ma alle pene dell’inferno. Ah! non avessi mai conosciuto Piritoo: così sarei ancora presso Teseo legato in prigione, ma felice, e non un disgraziato come sono ora. La sola vista di colei che io servo senza sperare di essere mai degno della sua grazia, mi avrebbe abbastanza ricompensato.

Caro cugino Palemone, soggiungeva, tu hai riportato la vittoria in questa avventura: tu puoi godere ancora ed essere felice chiuso in prigione. In prigione? Che dico? In paradiso. La fortuna ha tirato essa stessa i dadi per te, poichè tu godi la vista di Emilia, ed io ne soffro, invece, la lontananza. Tu almeno, che la vedi ogni giorno, e sei un nobile e valoroso cavaliere, puoi sperare che un caso qualunque (visto che la fortuna è così cieca) ti faccia ottenere ciò che desideri. Ma per me che sono esiliato senza speranza di grazia, e mi trovo in mezzo a così grande disperazione che non può darmi aiuto o conforto nè la terra, nè l’acqua, nè il fuoco, nè l’aria, nè altra creatura da loro formata, per me non ci resta che morire dalla disperazione e dal dolore. Addio vita, addio desiderî, addio felicità, addio tutto!

Ma perchè tutti gli uomini si lamentano tanto della divina provvidenza e della sorte, che spesso e volentieri concede loro, o in un modo o in un altro, più di quello che essi stessi possano immaginare? Uno, per esempio, desidera le ricchezze, e non sa che saranno la sua morte o la sua rovina. Un altro che è in prigione, vuole uscirne ad ogni costo, e in casa sua trova la morte per mano dei servi. I mali di questo genere che da un momento all’altro ci possono capitare addosso sono tanti, che noi stessi non sappiamo che cosa augurarci nel mondo. Noi camminiamo su questa terra come l’uomo che è ubriaco fradicio: egli sa di avere una casa, ma non sa infilare la strada che lo meni dritto al portone; e su quella che ha trovato scivola maledettamente ad ogni passo. Nello stesso modo preciso camminiamo noi in questa valle di lacrime.

Noi ci arrabattiamo dietro la felicità, ma il più delle volte sbagliamo la strada; questa è la verità. Tutti dobbiamo confessarlo, ed io pel primo, che mi credevo (anzi ne ero certo) di sentirmi felice e contento il giorno in cui fossi uscito di prigione, e invece eccomi qua le mille miglia lontano dalla felicità. O Emilia, se io non debbo rivederti, è finita: io sono un uomo morto!»

Palemone, intanto, appena seppe che Arcita se ne era andato, cominciò a disperarsi in modo, che la gran torre echeggiava delle sue grida e dei suoi pianti. Fin le catene che aveva ai piedi erano bagnate delle sue amare lacrime.

«Ahimè, diceva, o cugino Arcita, Dio sa se di noi due tu sei quello, pur troppo, che ha guadagnato nella lite che ci ha divisi.

Tu ora cammini liberamente per le vie di Tebe, e poco ti importa del mio dolore. Tu se vuoi, bravo e coraggioso come sei, puoi radunare tutta la gente del sangue nostro, e far con essa una guerra così accanita al regno di Teseo da ottenere, per un evento qualunque, o come prezzo della pace, la mano di colei per la quale è destinato che io muoia. Poichè quale probabilità posso avere di possederla, col vantaggio che tu hai di essere fuori di prigione e libero di te, mentre io sono costretto a morire rinchiuso in una gabbia? Ormai posso rassegnarmi a piangere e a disperarmi per tutta la vita, per le sofferenze che mi dà la prigionia, alle quali si aggiungono i tormenti dell’amore, che raddoppiano il mio strazio.»

Ad un tratto il fuoco della gelosia gli divampò nel petto, e con tanta furia irruppe nel suo cuore, che divenne pallido come la cenere fredda della morte,[1] e disse: «O Dei crudeli, che governate il mondo con la forza della vostra parola immortale, e scrivete sopra una tavola di diamante i vostri decreti e la vostra eterna concessione, questo genere umano pel quale voi avete fatto tanto, in sostanza che cosa vale più della pecora che giace per terra nella stalla? Anche l’uomo viene ucciso come un’altra bestia qualunque, è arrestato e imprigionato, passa da una sciagura all’altra, spesso essendo, per Dio, anche innocente.

Che cosa è, dunque, questo governo superiore che tutto vede, e lascia soffrire chi è senza colpa ed innocente? Ma un’altra cosa, mi fa sentire più amaramente le mie pene; ed è che l’uomo, per amore di Dio, debba essere costretto a rinunziare alla sua volontà, mentre una bestia qualunque può soddisfare tutti i suoi desiderî. Senza contare, poi, che la bestia quando è morta riposa in pace; mentre l’uomo deve piangere e soffrire anche nell’altro mondo, come se non ne avesse abbastanza in questo. È proprio così.

Il perchè io non non lo so, e lascio, appunto, che rispondano gli indovini; ma un’altra cosa, pur troppo, so: ed è che in questo mondo ci siamo venuti per soffrire. Io, disgraziato, vedo una serpe strisciare liberamente per la via; vedo un ladro, il quale ha derubato più d’un galantuomo, andarsene comodamente a spasso dove gli pare e piace, mentre io debbo starmene qui in prigione per volere di Saturno e per l’odio e l’ira di Giunone, la quale ha quasi distrutto completamente il sangue tebano, ed abbattuto le grandi mura della città. E Venere per giunta mi fa morire di gelosia e di paura per causa di Arcita.»

Intanto lasciamo per un poco Palemone nella sua prigione, e torniamo ad Arcita.

L’estate passa, e le lunghe notti invernali raddoppiano le pene dell’amante in esilio e del prigioniero in Atene. Io non so, davvero, chi di loro due si trovasse peggio. Poichè, in una parola, Palemone era condannato a perpetua prigionia, e a morire fra i ceppi e le catene; Arcita esiliato sotto la pena della testa, non doveva mai più rivedere la donna del suo cuore.

O innamorati, che cosa rispondereste a questa domanda: chi vi pare più disgraziato, Arcita o Palemone? Questi vede tutti i giorni la sua donna, ma è condannato a passare tutta la vita in prigione; quegli è padrone di andare, a piedi ed a cavallo, dove gli pare, ma non potrà mai più rivedere la donna sua. Pensate un po’ quel che vi pare voi che siete al caso di saperne più degli altri: io intanto, riprendo il mio racconto.

Arcita dunque, giunto a Tebe, non faceva che lamentarsi tutto il giorno, fuori di sè dal dolore di non dover più rivedere la sua donna. E per dirvi in una parola quanto era grande il suo dolore: mai creatura umana ebbe a soffrire come lui, fra quante ce ne sono su questa terra, e ce ne saranno prima che il mondo finisca. Non dormiva, non mangiava, non beveva, tanto che si ridusse secco come un uscio.[2] Aveva gli occhi infossati che facevano impressione a guardarli, la faccia smunta e pallida come la cenere spenta. Stava sempre solo, lontano da tutti, e la notte non faceva che piangere e disperarsi. Se sentiva qualcuno cantare o suonare, cominciava a piangere e non la finiva più. Era così accasciato ed avvilito, così completamente cambiato, che non si riconosceva più neppure la sua voce, sentendolo parlare.

Andava girando per il mondo con l’aria non di un povero innamorato colpito dal male di Eros, ma con l’aspetto di un matto. Pareva un disgraziato al quale l’umor tetro cacciandosi nella parte anteriore della scatola del pensiero, avesse mandato a spasso il ben dell’intelletto. L’organismo fisico e morale del misero amante era, insomma, tutto scombussolato. Ma perchè dovrei passare il giorno intero a raccontarvi le sue pene?

Dunque, già da un anno o due Arcita era in mezzo a questi tormenti e a questi dolori, quando una notte, mentre dormiva, gli parve di vedere, in sogno, Mercurio, l’alato messaggero del cielo, il quale gli disse di darsi pace e stare allegro. Il dio teneva dritta in una mano la boccetta apportatrice del sonno, e un cappello gli cuopriva i capelli luccicanti; era vestito ed armato (Arcita lo guardò bene), proprio come il giorno in cui Argo chiuse i suoi cento occhi nel sonno della morte.[3] «Arcita, egli disse, tu devi ritornare ad Atene: è destinato che là abbiano fine i tuoi affanni».

A queste parole Arcita si svegliò con un sussulto. «Ciò che ho inteso, diceva, mi ha messo la febbre addosso: io anderò subito ad Atene. Non ci sarà paura di morte che mi impedisca di rivedere la donna mia, colei che io amo e servo. Davanti a lei non mi curo della morte.» E così dicendo prese un grande specchio, e guardatosi, vide che la sua fisonomia era così cambiata, che egli non era più quello di prima. Allora gli venne una bell’idea: giacchè le sofferenze patite lo avevano così mal ridotto, bastava che egli si desse un po’ l’aria di una persona di bassa condizione, per non essere riconosciuto in Atene, e poter vedere, così, ogni giorno da vicino la sua Emilia. Detto fatto: si tolse gli abiti, e si vestì come un povero operaio. Quindi accompagnato solamente da un suo scudiere (al quale aveva confidato tutto), vestito anche lui poveramente, prese la prima strada che menava ad Atene. Giunto là, un giorno andò al palazzo di corte, e si mise sulla porta, offrendosi a questo e a quello, se avesse bisogno di un uomo di fatica per qualunque servizio. E per non farla tanto lunga, gli riuscì di farsi prendere come aiuto da un cameriere addetto alla persona di Emilia. Naturalmente Arcita, accorto com’era, aveva subito saputo, appena tornato in Atene, quale era la servitù di lei. Tagliava le legna per il fuoco e portava i suoi viaggi d’acqua senza nessuna fatica: era giovane e robusto, ed aveva forza e spalle abbastanza buone, per reggere a qualunque servizio gli venisse comandato.

Erano appena due anni che egli, sotto il falso nome di Filostrato,[4] serviva in tal modo la sua bella Emilia; e già tutti gli si erano affezionati: nessuno degli altri servitori era benvoluto come lui. La gentilezza dei suoi modi era così grande, che a corte tutti ne parlavano: tutti dicevano che Teseo avrebbe fatto una vera opera di carità, a migliorare un poco la condizione di lui, facendogli fare un servizio più decoroso, in modo che potesse mettere in opera le sue virtù. Intanto la fama delle sue molte abilità e del suo bel modo di parlare si sparse per la città, e giunse presto agli orecchi di Teseo, il quale lo volle al suo servizio, e lo fece suo scudiere, dandogli, naturalmente, la paga necessaria per potersi mantenere in quel grado. Del resto c’era chi di nascosto gli portava, ogni anno, da Tebe la rendita dei suoi beni. Egli però aveva l’accortezza di spendere sempre modestamente, affinchè a nessuno potesse dare nell’occhio, e fare meraviglia, come mai avesse tanto denaro. Per tre anni Arcita se la passò in questo modo, senza essere scoperto; anzi seppe fare così bene, tanto in tempo di pace che in mezzo alle guerre, che Teseo non ebbe mai alcuno più caro di lui. Ma lasciamolo, ora, così contento e felice, e torniamo un poco a Palemone.

Questi sette anni erano passati per lui molto tristi nella orribile e cruda prigione, in mezzo ai tormenti dell’amore e della disperazione. Chi soffriva, al mondo, come Palemone doppiamente torturato? Da una parte, l’amore che lo faceva diventar matto, da l’altra, la prigione, dove si trattava di stare non un anno, ma per tutta la vita.

Quale poeta inglese potrebbe degnamente cantare, in rima, tutto il martirio di lui? Io no davvero; quindi tiriamo pure innanzi. Dopo sette anni, dunque, di penosa prigionia, precisamente la notte del tre di Maggio (come riferiscono i vecchi libri che raccontano i particolari di questa storia), fosse caso o destino (certo quando una cosa è destinata, deve accadere), Palemone, con l’aiuto di un amico, a mezza notte in punto scappava dalla prigione, dandosela a gambe per lasciare al più presto la città.

La notte era corta, e il giorno si avvicinava: era necessario nascondersi per non essere scoperto. Perciò Palemone con passo trepidante si rifugia, in fretta, in una selva lì vicina. La sua intenzione era di restare là nascosto tutto il giorno, per prendere, giunta la notte, la via di Tebe, dove poi pregherebbe i suoi amici di aiutarlo a guerreggiare contro Teseo. Poichè egli voleva, oramai, una di queste due cose: o perdere la vita, o sposare Emilia; questo si era proposto, e voleva riuscirvi.

Torniamo ora ad Arcita, il quale in mezzo a tanta felicità non sognava neppure che gli fossero così vicini, un’altra volta, gli antichi affanni; finchè la sua mala ventura gli ci fece battere proprio il naso[5]. L’allodola gaia, messaggera del giorno, saluta col canto i grigi albori mattutini; e Febo fiammeggiando levasi con tale splendore di luce, che tutto l’oriente ne ride, e nel fogliame del bosco vaporano sotto i suoi tepidi raggi le pendule gocce d’argento. Arcita intanto, il primo scudiere della corte di Teseo, si era alzato e contemplava il giorno sereno; quindi per fare onore a Maggio, con l’anima riboccante d’amore, se ne andò sul suo focoso destriero a diporto pei campi, qualche miglio fuori della città. E il caso fece che, per l’appunto, si diresse verso la selva stessa dove era Palemone, in cerca di caprifoglio e biancospino per fare una ghirlanda. E cantava con effusione al bel sole di Maggio:

«Maggio, con tutti i tuoi fiori e le tue foglie, ben venuto sii tu, fresco e ridente Maggio; io spero di trovare in questo luogo un po’ di verde.» Quindi col cuore pieno di gioia, balza a terra da cavallo, ed entrato in fretta nel bosco incomincia a girare su e giù per un viale, proprio dove Palemone, trepidando di paura, stava nascosto dietro a un cespuglio, perchè nessuno lo vedesse. Egli non sapeva davvero che Arcita fosse lì; e Dio sa se egli se lo sarebbe mai immaginato. Ma dice bene un antico proverbio: il campo «ha gli occhi per vedere, il bosco gli orecchi per sentire.» Ed ha ragione chi va cauto, perchè gli uomini si incontrano tutto il giorno, su questa terra, senza bisogno di convegni. Neppure Arcita s’immaginava che il suo compagno di sventura, zitto e cheto lì nel bosco, gli fosse così vicino da sentire tutto ciò che egli diceva.

Arcita dopo avere girato qua e là per un bel pezzo, cantando la sua canzone di Maggio, improvvisamente divenne muto e pensieroso, come fanno quei bei tipi degli innamorati; i quali un momento sono su in paradiso, un minuto dopo giù nell’inferno;[6] e vanno su e giù come un secchio nel pozzo. Poichè l’incostante Venere rende mutabile, a un suo comando, l’animo dei sudditi, come il giorno a lei sacro. Infatti il venerdì ora c’è il sole, ora piove a catinelle: raramente è uguale agli altri giorni della settimana.

Finito il suo canto, Arcita cominciò a sospirare, e si mise a sedere lì nel bosco, dicendo «Maledetto il giorno che sono nato! Per quanto tempo ancora, o Giunone crudele, vorrai far guerra alla città di Tebe? Estinta è oramai la regale progenie di Cadmo e di Amfione: di Cadmo che fu il primo fondatore di Tebe, il primo a governarla e ad esserne incoronato re. Io sono del suo sangue, suo discendente in linea diretta, ed appartengo proprio al ceppo reale; ed ora eccomi qua, ridotto così disgraziato e vile, che non mi vergogno di servire, come misero scudiere, un uomo che è mio mortale nemico. E per mia maggiore vergogna, Giunone mi spinge perfino a disconoscere il mio nome; poichè mentre mi chiamo Arcita, ora mi nascondo sotto il nome di Filostrato, che significa: uomo da nulla. Ah! Marte crudele, ah! crudele Giunone, l’ira vostra ha ormai distrutto il sangue nostro; noi soli restiamo: io e quel disgraziato di Palemone, che Teseo tiene a marcire in prigione. Ma non bastava tutto questo; amore, per darmi il colpo di grazia, ha trafitto così profondamente il mio povero cuore di cavaliere col suo cocente dardo, che il cielo, senza dubbio, doveva avere destinato la mia morte prima ch’io venissi al mondo. O Emilia, tu mi uccidi con gli occhi tuoi; tu sei la causa della mia morte. Di tutto il resto non mi importa nulla: purchè io possa fare qualche cosa per piacerti.»

E così dicendo cadde svenuto, e rimase, per qualche momento, privo di sensi. Intanto Palemone, il quale si era sentito, ad un tratto, come passare il cuore da una fredda lama, balzò in piedi; e tutto tremante dalla rabbia non potè più a lungo restar nascosto. Appena udito il racconto di Arcita, come un pazzo, e pallido come un morto, saltò fuori dal folto cespuglio che lo nascondeva, dicendo: «Ah! falso Arcita, falso e malvagio traditore, finalmente ti ho còlto, te che pretendi di amare tanto la donna mia; colei per la quale io soffro tutte queste pene e questi affanni. E dire che tu sei del mio sangue! che avevi giurato, come spesso ti ho ripetuto, di aiutarmi coi tuoi consigli! In questo modo, dunque, hai ingannato Teseo, cambiandoti il nome? S’io non cadrò morto, tu dovrai quì stesso morire. Tu non amerai la mia Emilia; io solo l’amerò, e nessun altro, poichè sono (come tu vedi) Palemone, il tuo mortale nemico.

E sebbene quì non abbia la mia sciabola, essendo fuggito per un caso di prigione, io non ti temo affatto; e tu dovrai o morire, o rinunziare all’amore di Emilia. Scegli, dunque, ciò che ti piace di più, poichè non c’è per te altro scampo.»

Arcita allora fuori di sè dalla rabbia, appena l’ebbe riconosciuto udendo quelle parole, con la ferocia di un leone trasse fuori la spada e disse: «Per il Dio che sta su in cielo, s’io non avessi pietà dei tuoi affanni e della passione che ti rende pazzo; se non fosse perchè non hai la spada, tu non moveresti più un passo da questa selva, senza cadere sotto la mia mano. Io spezzo quì la fede con cui tu pretendi che io sia ancora legato a te. Che? Pazzo che non sei altro: pensa che l’amore è libero; ed io amerò la tua donna a dispetto di tutta la tua forza. Ma poichè tu sei un prode e cortese cavaliere, e vuoi contenderla con la spada, eccoti la mia mano: domani, immancabilmente, io sarò quì; e nessuno (parola di cavaliere) saprà nulla di quanto è accaduto fra noi.

Al mio ritorno porterò anche per te una buona armatura; anzi tu sceglierai delle due la migliore, e lascierai a me la peggio. Stasera, intanto, ti porterò da mangiare e da bere, e penserò anche a provvederti delle coperte per la notte. E se sarà destinato che tu vinca con la spada la mia donna, ed uccida me in questo bosco, abbiti pure la donna in premio».

Palemone rispose: «Va bene, accetto».