Dalle Novelle di Canterbury

Part 5

Chapter 54,058 wordsPublic domain

I suoi padroni, gli avvocati del collegio, erano più di una trentina, e in fatto di legge ne sapevano tutti di molto, ed erano valentissimi. Immaginatevi che ce n’era una dozzina, i quali sarebbero stati capaci di amministrare il patrimonio e i terreni di qualunque Lord inglese. E con la sua rendita (salvo che non avessero dovuto combattere con un matto) gli avrebbero fatto fare la figura del gran signore, senza un centesimo di debito, se pure non avesse preferito menare una vita semplice e modesta. Erano amministratori così abili, che avrebbero saputo rimettere in gambe le finanze di qualunque provincia, per quanto malandata; eppure il nostro economo, quando si trattava della spesa, li metteva tutti nel sacco.

Il fattore era un uomo magro e collerico; si faceva radere la barba fino alla pelle, e intorno all’orecchio voleva sempre ben tagliati i capelli. Davanti aveva il cocuzzolo spelato come un prete. Aveva un paio di gambe lunghe e secche come due bastoni, senza un’oncia di carne. Per tenere in ordine un granaio o un magazzino era valentissimo; e non c’era revisore che potesse trovare da ridire su i conti fatti da lui. Dalla siccità e dalla umidità della stagione ti sapeva dire, senza sbagliare, come sarebbe andata la raccolta. Le pecore, il bestiame, il latte e il burro, i maiali, il cavallo, le provviste, e i polli del suo padrone, erano tutti affidati alla sua custodia e direzione; e per contratto faceva il rendiconto annuale, fin da quando il suo padrone aveva vent’anni. Nel suo libro non c’erano arretrati: i conti erano sempre in regola. Fattori, contadini e pastori, conoscevano tutti la sua furberia e le sue astuzie, e avevano di lui una paura indiavolata. Abitava in un luogo amenissimo, ombreggiato dal verde degli alberi. Zitto e cheto s’era messo da parte un bel gruzzolo, poichè sapeva spendere il denaro meglio del suo padrone, del quale cercava, furbo matricolato, di entrare nelle grazie, prestandogli, all’occorrenza, del suo, e guadagnandoci qualche volta, insieme ai ringraziamenti, anche un vestito o un cappello. Da giovane aveva imparato il mestiere del legnaiuolo, ed era riuscito un valente artigiano. Cavalcava un bellissimo stallone grigio pomellato, ed era vestito di una lunga cappa turchina, con una spada arrugginita al fianco. Questo fattore si chiamava Scot, ed era nato a Norfolk, vicino ad una città chiamata Baldeswell. Aveva la cappa legata alla vita come un frate, e cavalcava sempre in coda alla brigata.,

C’era, con noi, anche un usciere del tribunale ecclesiastico, con una faccia da cherubino, rossa come il fuoco per uno sfogo che gli era venuto fuori. Aveva gli occhi piccolissimi, ed era caldo e lascivo come un passerotto. Le ciglia spelate e la barba mezza spelacchiata lo faceano sì brutto, che i bambini ne avevano un gran terrore. Mercurio, piombo bianco, zolfo, borace, biacca, tintura di tartaro, unguenti, tutto era inutile: non era possibile trovare una medicina, che gli facesse sparire dal viso tutte quelle pustole bianche, e gli spianasse i bernoccoli che aveva sulle gote. Faceva delle gran mangiate d’aglio, di cipolla, di porri, e ci trincava sopra del vino generoso e rosso come il sangue, chiacchierando e gridando come un ossesso. Quando poi aveva bevuto ben bene, allora cominciava a parlare in latino. Stando tutto il giorno al tribunale in mezzo alle sentenze e ai decreti, niente di più naturale che qualche frase latina gli fosse rimasta in mente: del resto, ognuno sa che anche una gazza impara a discorrere bene come il papa[54]. Se qualcuno poi per divertirsi col suo latino lo faceva discorrere un poco, tirava fuori tutta la sua dottrina, e si metteva a gridare: _Questio quid juris_[55].

Scapestrato sì, ma in fondo aveva il core buono, e non c’era più buon diavolo di lui; se un amico gli pagava un quartuccio di vino, era padrone di tenersi, magari per un anno intero, una concubina: egli lo compativa, e chiudeva un occhio volentieri. Quando qualche merlo gli capitava sotto, se lo pelava, piano piano, senza che questi se ne accorgesse[56]. Tutte le volte che s’imbatteva in qualcuno dei suoi buoni amici gli insegnava a non aver paura dei fulmini dell’arcidiacono, dicendo: «l’anima nostra non è mica rinchiusa dentro la nostra borsa. Perciò niente paura, perchè l’arcidiacono colpisce lì, lì dentro è l’inferno per lui». Ma egli mentiva per la gola: il colpevole dovrebbe temere sempre la scomunica, poichè questa perde l’uomo, come l’assoluzione lo salva; e dovrebbe, ognuno, guardarsi dal _significavit_[57].

Aveva sotto la giurisdizione del suo ufficio tutta la gioventù [58] della diocesi, e con tutti era largo di consigli, con tutti si trovava sempre d’amore e d’accordo. S’era messo in capo una ghirlanda di fiori come quelle che si vedono appese per insegna alle birrerie, e invece di scudo portava una focaccia.

Insieme a lui cavalcava un simpatico mercante d’indulgenze, di Roncisvalle, suo degno amico e compare, il quale era ritornato proprio allora da Roma. Non faceva altro che cantare con quanto ne aveva in gola: «Amor mio vien qui da me [59]»; mentre l’usciere con una voce che sonava più di un trombone, gli faceva il basso accompagnandolo. Questo mercante di indulgenze aveva i capelli biondi come la cera, e morbidi come fiocchi di lana, che gli cascavano giù per le spalle, un ciuffo qua e un ciuffo là, molto radi; nonostante, per fare il chiasso stava senza il cappuccio, e lo teneva chiuso in fondo alla sacca. Pretendeva di cavalcare secondo l’ultima moda, e se ne andava, coi capelli svolazzanti per le spalle, con una semplice berretta in testa, mentre gli occhi gli luccicavano come quelli di una lepre. Sulla berretta aveva cucito una piccola immagine di Cristo, e si teneva davanti la sua sacca, piena zeppa d’indulgenze che venivano belle calde da Roma. Parlava con una vocina così curiosa, che pareva di sentir belare una capra. Era senza un pelo di barba, e ormai, credo, aveva perduto la speranza di averne: con quella faccia così pulita e liscia, sembrava sempre uscito dalla bottega del barbiere. Non mi ricordo bene se montava un cavallo o una cavalla.

Da Berwike a Ware non c’era un mercante d’indulgenze bravo come lui. In fondo alla sua sacca c’erano dei veri tesori: c’era una federa, che era fatta, niente di meno, col velo di Maria Vergine; c’era un pezzo della vela che portò S. Pietro pel mare, quando incontrò Gesù che lo raccolse e lo salvò. C’era una croce di metallo con pietre preziose, e degli ossi di porco dentro un bicchiere. Con queste reliquie quando trovava qualche povero curato di campagna, in un giorno solo gli rimediava più di quello che il poveretto non guadagnava in due mesi. E così lisciando e scherzando egli si giocava il curato e tutta la sua gente. Però bisogna dire la verità, in chiesa era un gran bravo prete. Leggeva molto bene l’epistola, e qualunque altra parte della messa;[60] ma era proprio inarrivabile nel cantare un offertorio. Siccome sapeva che subito dopo c’era la predica, e bisognava scioglier la lingua[61] per intascare quattrini con la sua solita abilità, cantava con maggior lena, e gridava con quanto ne aveva in gola.

E così, eccovi, in poche parole, la condizione, l’abbigliamento, il numero di tutta quella brava gente, e l’occasione in cui l’allegra brigata si trovò riunita a Southwork nella simpatica osteria del TABARRO presso Belle. Bisogna ora che vi racconti, come ce la passammo quella notte lì all’osteria; poi vi dirò qualche cosa della nostra cavalcata, e saprete tutto il resto del nostro pellegrinaggio.

Comincio dunque col chiedere alla vostra cortesia, lettori carissimi, di non volervela prendere con me e tacciarmi di ignorante, se io vi parlo alla buona, e vi racconto i discorsi e gli scherzi dei miei compagni di viaggio, con le loro precise parole. D’altronde, lo sapete meglio di me, chi racconta, deve cercare, fin dove gli è possibile, di riferire scrupolosamente quello che ha sentito, senza badare a come deve parlare. Altrimenti finisce per non dire la verità, ed è costretto quindi a inventare o a lambiccarsi il cervello dietro alla metafora. Quand’anche si trattasse di raccontar qualche cosa che si riferisse, faccio per dire, a un fratello, siamo sempre lì: non bisogna badare a una parola piuttosto che a un’altra. Guardate un po’ Cristo: nella sacra scrittura egli parla apertis verbis, e dice sempre le cose come sono; eppure nessuno ci ha trovato mai nulla di male. E Platone, signori miei, che cosa dice a questo proposito? Dice, a chi lo sa leggere, che le parole debbono essere parenti dei fatti[62].

Vi prego anche di perdonarmi se qui nel mio racconto non ho dato a ciascuno dei miei compagni di viaggio il debito posto, secondo la propria condizione, come avrei dovuto fare. D’altronde il mio ingegno, lo vedrete bene, è un po’ corto.

Il nostro oste, dunque, fece festa e buon viso a tutti, e ci mise a tavola in un momento, servendoci delle ottime vivande. Il vino era piuttosto generoso, e andava giù che era un piacere. L’oste, dicevo, il quale era stato maggiordomo di palazzo, ci trattò con molta cortesia. Egli era piuttosto grosso, ed aveva gli occhi infossati. In Chepe non c’era un tipo più simpatico di lui: franco savio e pieno di accortezza, uomo nel vero senso della parola, e per di più sempre di umore allegrissimo. Dopo cena si mise subito a scherzare con noi, e ci tenne un po’ allegri co’ suoi discorsi; poi saldati i conti disse: «Signori miei, siate di cuore i ben venuti; sulla mia parola io non ho mai avuto in questo albergo una così geniale brigata. Se mi riuscisse, vorrei trovare il modo di farvi sembrare il lungo cammino che dovete fare, meno noioso che fosse possibile. E credo proprio di aver trovato un mezzo molto semplice, e che non vi costerà nulla. Voi andate tutti a Canterbury, non è vero? Il signore v’accompagni, e il beato martire vi ricompensi. Or bene, io m’immagino che lungo la strada cercherete di chiacchierare e di scherzare; perchè il viaggio non offre, davvero, nulla di bello e di divertente, a chi abbia intenzione di starsene sul suo cavallo come un pezzo di marmo. In questo caso, signori miei, mi propongo io, come vi dicevo, di farvi passare il tempo più presto e con meno noia. Se vorrete avere la gentilezza di seguire tutti il mio consiglio, e se domani quando sarete a cavallo vi piacerà fare quello che vi dirò io, vi giuro su l’anima di mio padre, il quale è morto, che farete un viaggio piacevolissimo. Quando non fosse vero, tagliatemi la testa con un colpo. Ma senza tante chiacchiere, su la mano, ai voti!»

La nostra approvazione non si fece aspettare tanto: ci parve che non fosse il caso di discutere la proposta dell’oste; e senz’altro accettammo, pregandolo di esporre il suo disegno.

«Signori, diss’egli, fate del vostro meglio per ascoltarmi, e non ve ne abbiate a male, vi prego, se la mia proposta non vi piace. Ecco, in sostanza, di che cosa si tratta. Ciascuno di voi, per ingannare la lunga strada, dovrà raccontare due novelle nell’andare e altre due al ritorno; s’intende che ognuno è padrone di raccontare fatti avvenuti quando che sia. Chi di voi si porterà meglio, cioè chi racconterà cose più belle e più divertenti, dovrà avere una cena, qui in questo albergo, a questa stessa tavola, pagata da tutti gli altri al vostro ritorno da Canterbury. E perchè possiate fare un po’ più di allegria, verrò anch’io con voi, a mie spese bene inteso, e vi farò da guida; proponendo, fino da ora, per chi lungo il cammino non farà quello che dico io, la punizione seguente: pagare le spese, di viaggio per tutti. Se l’idea vi piace, ditelo senza tanti complimenti, che io domattina mi farò trovare pronto per tempo.»

L’idea dell’oste piacque, e tutti demmo di buon animo la nostra parola, pregandolo non solo a voler fare davvero quanto ci aveva proposto, ma a volere essere il nostro capo, e nello stesso tempo giudice e relatore delle nostre novelle. E fino da quel momento fu stabilita, a un dipresso, la spesa della cena da farsi al nostro ritorno. Così da quanti eravamo li presenti, senza distinzione di grado, fu convenuto di affidarsi all’oste come guida, e di sottomettersi, di comune accordo, al suo giudizio di relatore. Egli allora ci portò del vino, e dopo aver bevuto ce ne andammo tutti a letto senza altro.

La mattina, appena giorno, il nostro oste si alzò prima di tutti, e fu così il gallo che ci cantò la sveglia. Messici tutti in rango, e montati a cavallo, c’incamminammo, di passo per la strada che conduce all’abbeveratoio detto di S. Tommaso[63]. Qui l’oste fermò il suo cavallo, e disse: «Signori, vi prego di ricordarvi della vostra promessa; se il canto della sera va d’accordo con quello della mattina, vediamo chi è che deve raccontare la prima novella. Ch’io non possa bere più, in vita mia, una goccia di birra e una goccia di vino, se chi si rifiuta di obbedirmi non farà per tutti le spese del viaggio!

Signor cavaliere, mio padrone, qua anche voi a fare al conto,[64] poichè ho stabilito che decida la sorte chi deve essere il primo a raccontare. Anche voi, sora Madre priora, venite qua; e voi signor chierico, siete pregato d’essere un po’ più svelto, e di non pensare ora ai libri. Avanti, giù la mano tutti».

In un momento tutte le mani si schierarono, e per non farla tanto lunga (fosse fatalità o caso, o quel che si voglia), la sorte cadde sul cavaliere, con gran piacere di tutta la brigata. E così gli toccò a raccontare pel primo la sua novella, secondo quello che di comune accordo era stato stabilito, come già sapete. Quel buon diavolo del cavaliere, in fine, quando vide che toccava a lui, da uomo savio, e sempre pronto a mantenere la sua parola, disse: «Ebbene, se devo essere io il primo, tanto meglio: sia lodato Dio, che è toccato proprio a me! Mettiamoci, dunque, in cammino, e fate attenzione a quello che dico.»

Con queste parole riprendemmo la nostra strada, e il cavaliere di buonissimo umore cominciò subito il suo racconto, e disse questa novella.

NOVELLA DEL CAVALIERE

Nelle storie dei tempi antichi si racconta che una volta c’era un duca, chiamato Teseo, il quale era signore e governatore di Atene; ed aveva così gran fama di conquistatore, che allora non ce n’era uno più grande di lui sotto la cappa del sole. Aveva conquistato molti grandi regni, e da valente e prode cavaliere era riuscito a soggiogare anche quello delle donne conosciuto anticamente col nome di Scizia, sposando la bella regina Ippolita, che egli si portò gloriosamente e con solenne pompa in Atene, insieme con la giovane sorella di lei Emilia. Ed ora appunto questo duca famoso cavalca verso Atene in mezzo alla gloria e ai suoni del trionfo, seguito da tutto il suo esercito in armi.

Se non avessi paura di andare troppo per le lunghe, vi racconterei per filo e per segno in qual modo Teseo riuscì, coi suoi cavalieri, a vincere il regno delle donne; vi descriverei la grande battaglia fra Atene e le Amazzoni, l’assedio di Ippolita, la bella e coraggiosa regina della Scizia, le feste che celebrarono le sue nozze con Teseo, e i sacrifici ch’egli fece, al suo ritorno, nel tempio di Pallade. Ma pur troppo, per questa volta, debbo farne a meno. Dio sa quale vasto campo da arare io ho davanti a me: e i buoi che tirano il mio aratro sono fiacchi. Il seguito della mia storia, dicevo, è molto lungo; e non vorrei che qualcuno di voi, per colpa mia, dovesse rinunziare al suo racconto. Ciascuno deve dire la sua novella, e staremo a vedere, poi, chi vincerà la cena. Riprendiamo, dunque, dove eravamo rimasti.

Il duca del quale vi parlavo, giunto quasi alle porte della città, e quando stava proprio per entrarvi con tutto il suo splendido seguito, volgendo per caso gli occhi da una parte della strada, vide una lunga fila di signore abbrunate, che stavano in ginocchio a due a due, lungo la strada, piangendo e gridando così disperatamente, che mai persona viva aveva sentito tali lamenti. Nè si chetarono, finchè non ebbero fermato il cavallo di Teseo, prendendolo per la briglia.

«Chi siete, disse loro Teseo, voi che col pianto turbate in questo modo, il mio trionfo? Piangete forse, e vi lamentate così, per invidia della mia gloria? Chi vi ha maltrattato, chi vi ha offeso? Ditemelo, ch’io possa, se è possibile, rimediarvi. Come mai siete tutte vestite di nero?»

Allora la più vecchia fuori di sè dal dolore, e col pallore della morte in viso, che faceva pietà a guardarla e a sentirla, rispose:

«Signore, fortunato vincitore, e glorioso conquistatore, non è davvero la vostra gloria o la fama vostra che ci affligge: abbiate compassione di noi, e prestateci il vostro soccorso, ve ne scongiuriamo. Movetevi a compassione del nostro dolore e della miseria nostra. Siate così generoso da lasciar cadere una goccia della pietà vostra su noi, povere disgraziate. Pensate che noi tutte eravamo, un giorno, duchesse o regine, ed ora siamo povere donne. Vi abbiamo aspettato per quindici interi giorni, qui nel tempio della Dea Clemenza, per domandarvi il vostro aiuto: voi potete soccorerci, se volete. Io, povera disgraziata, che piango e mi dispero così, sono la moglie di Capaneo, che morì (quel giorno sia maledetto!) a Tebe. Quante voi vedete qui piangere in questo triste abbigliamento, tutte abbiamo perduto il marito là durante l’assedio. Ed ora il vecchio Creonte re di Tebe pieno d’ira e di malvagità, spinto dal dispetto e dalla prepotenza, per fare oltraggio al corpo dei mariti nostri uccisi in battaglia, ha fatto fare una catasta di tutti i morti, e non permetterà assolutamente che sieno sepolti o bruciati: vuole, per disprezzo, che siano lasciati come pasto ai cani.»

A queste parole si lasciarono cadere, senza alcun ritegno, per terra, e cominciarono a gridare pietosamente: «abbiate un po’ di compassione di noi, povere disgraziate, e lasciate che il nostro dolore vi tocchi il cuore.»

Il buon duca, sentendole parlare in questo modo, commosso, saltò giù da cavallo. Nel vederle ridotte dalla nobiltà di una volta a tanta miseria e a tanto avvilimento, gli parve di sentirsi spezzare il cuore ad un tratto; e fattele alzare in piedi, cercò con ogni mezzo di confortarle, e sulla sua lealtà di cavaliere giurò che avrebbe fatto quanto gli era possibile per vendicarle del tiranno Creonte, promettendo loro che tutta la Grecia avrebbe parlato, presto, della fine che per la mano di Teseo farebbe quell’uomo ben meritevole della morte.

E subito, senza porre tempo in mezzo, spiegò le insegne e mosse a cavallo verso Tebe, seguito da tutto il suo esercito. Non volle nemmeno entrare in Atene per riposarsi una mezza giornata, ma quella notte stessa si mise in cammino. Prima di partire fece accompagnare ad Atene la regina Ippolita e la bella sorella di lei, Emilia, perchè lo aspettassero là; quindi senza che io ve la faccia tanto lunga, montò a cavallo, e via per la sua strada.

Nella grande bandiera bianca la figura rubiconda di Marte, con la lancia e lo scudo, risplende così fulgida, che al suo passare tutti i campi scintillano. Vicino alla bandiera segue la insegna di Teseo, tutta d’oro, nella quale è raffigurato il Minotauro da lui ucciso in Creta. Così, dunque, cavalcava il duca conquistatore, accompagnato dal fiore dei cavalieri ateniesi; giunto finalmente a Tebe, scese con garbo da cavallo, e si fermò in un campo ove stabilì di dare battaglia. E per farla corta, venuto alle mani col re di Tebe lo uccise, da prode e leale cavaliere in aperta battaglia, e mise in fuga tutte le sue genti. Quindi prese d’assalto la città, abbattendone le mura, spezzando in ogni luogo sbarre e travi, e restituì alle signore ateniesi i corpi dei loro morti mariti, affinchè facessero loro le debite esequie, secondo il costume d’allora.

Troppo tempo ci vorrebbe per descrivere i pianti e i lamenti che levarono le donne di Atene mentre bruciavano i cadaveri, le cerimonie con cui Teseo, l’illustre conquistatore, prese congedo da loro: ed io ci rinunzio perchè non ho intenzione di andare tanto per le lunghe.

Teseo dunque, questo nobile duca, ucciso Creonte ed espugnata la città di Tebe, non abbandonò mai il campo di battaglia, restandovi perfino a dormire la notte, oramai padrone di fare là il comodo suo. Intanto i soldati dopo la vittoria si abbandonarono al saccheggio, frugando nel mucchio dei cadaveri per spogliarli delle vesti e delle armi. Ora accadde che costoro, in mezzo alla catasta dei morti, trovarono due giovani cavalieri, feriti gravemente in varie parti del corpo, i quali giacevano per terra, l’uno accanto all’altro, vestiti di bellissime e ricche armi. L’uno aveva nome Arcita, l’altro si chiamava Palemone, ed erano tutti e due fra la vita e la morte. Gli araldi, dalla cotta d’armi e dagli abiti che avevano indosso, si accorsero subito che i due giovani appartenevano alla famiglia del re di Tebe, e li riconobbero, precisamente, per figliuoli di due sorelle. Allora gli stessi soldati li trassero fuori dal mucchio dei morti, e li portarono, con molta cura, alla tenda di Teseo, il quale non volle sapere di riscatto, e li fece subito condurre in Atene, perchè fossero rinchiusi per sempre in prigione. Ciò fatto Teseo si mise a cavallo, e se ne ritornò col suo esercito in Atene, incoronato di alloro come un conquistatore, e là finì felice e contento i suoi giorni. Ma senza farla tanto lunga torniamo a Palemone e Arcita, i quali se ne stavan chiusi in una torre nell’angoscia e nel dolore, senza speranza di poterne mai uscire, poichè sapevano bene che non c’era oro che potesse riscattarli.

Dunque, a un giorno per volta, passarono degli anni; quando una mattina di maggio Emilia, più bella in volto del giglio sul verde stelo, più fresca del maggio stesso con tutti i suoi novelli fiori (poichè il suo colore gareggiava con quello della rosa, e non so chi delle due fosse la più bella), una mattina, dicevo, Emilia secondo il solito si alzò e si vestì prima che fosse giorno. Maggio non lascia poltrire la gente nel letto: ogni animo gentile lo sente, e balza improvviso dal sonno appena questi gli grida: «levati e fa il tuo dovere».

Emilia dunque ricordandosi che doveva far gli onori a Maggio si alzò. Perchè sappiate com’era abbigliata, aveva indosso una veste nuova, e i bei capelli biondi legati in una lunga treccia le pendevano giù per le spalle. Si divertiva a passeggiare su e giù pel giardino, mentre il sole sorgeva a poco a poco. Coglieva qua e là dei fiori rossi e bianchi, e ne intrecciava una graziosa ghirlanda per la testa, cantando come un angelo del cielo. Per l’appunto era unita al muro di questo giardino la grossa e sicura torre (il carcere principale della cittadella), nella quale erano chiusi i due cavalieri di cui vi ho parlato e dovrò ancora parlarvi.

Era una bella mattina di maggio, e il sole risplendeva nel cielo. Palemone, il povero prigioniero, si era alzato, e col permesso del carceriere era salito secondo il solito, ad una camera su in alto, dalla quale egli scopriva tutta la bella città, e il giardino verdeggiante di rami, dove la bella e giovane Emilia passeggiava per diletto.

Il povero prigioniero andava su e giù per la stanza tutto addolorato, e lamentandosi con se stesso della sua disgrazia diceva ogni tanto: ma perchè sono venuto al mondo?

Ora il caso fece che egli attraverso le fitte e grosse sbarre di una finestra gettasse gli occhi sopra Emilia, e ferito al cuore dalla sua bellezza si traesse indietro mandando un grido.

Dal quale scosso improvvisamente Arcita disse a Palemone: «Cugino mio, che cosa hai? Perchè sei pallido come la morte? Perchè hai gridato così? Chi è che ti ha fatto del male? Se è la prigionia che ti fa soffrire in questo modo, sopportala con rassegnazione, per l’amore di Dio, poichè non c’è rimedio. Il destino ci ha riserbato questa sventura: certo deve essere stato un maligno influsso di Saturno o di qualche costellazione. Invano abbiamo cercato di scongiurare il pericolo: il cielo era disposto così fin dal giorno della nostra nascita; bisogna rassegnarsi, non c’è questione.»