Part 3
Per quanto le somiglianze e i punti di contatto fra questo racconto e quello del Chaucer siano piuttosto notevoli, non si può, in modo assoluto, affermare che il _Novellino_ sia la fonte diretta alla quale il poeta delle _Canterbury Tales_ ha attinto la storia del Mercante d’Indulgenze[59]. È probabile, invece, che la fonte immediata sia qualche antico _fabliau_ francese andato perduto[60], dal quale forse il racconto passò anche al _Novellino_. Un particolare diverso e molto interessante pel significato altamente poetico, è nella novella del Chaucer questo: che il santo romito dell’antica novella italiana, il quale rappresenta la virtù morale e cristiana, e nell’oro vede e fugge la morte dell’anima, è cambiato in un vecchio decrepito, che indarno chiede di morire e domanda pace per le stanche sue ossa: poichè egli è la Morte. Dura condanna: dare altrui la morte, cioè il riposo del corpo, senza poter morire! Il Ward paragonando questo vecchio della novella chauceriana all’Ebreo errante della leggenda, nota che tale concezione è degna di un poeta[61]. Il racconto secondo il LIEBRECHT (_Orient. und Occid._, I, 654) ha origine orientale, e ricorre anche nelle _Mille e una notte_[62]. L’avventura, per il suo carattere altamente morale, entrò nelle sacre rappresentazioni, e la troviamo infatti nella _Rappresentazione di S. Antonio_. Dal Novellino passò, in versioni differenti, ad altri testi, fra i quali a quello latino del Morlini[63].
Il Chaucer aveva temperamento e natura di poeta: e senza dubbio le peggiori e più noiose sue novelle sono le uniche due scritte in prosa, dalle quali non bisogna certamente giudicarlo nè come poeta nè come scrittore di prosa. Egli ha, tuttavia, notevoli qualità di prosatore. Oltre l’osservazione arguta, la visione delle cose sempre pronta e giusta, la frase sbrigliata e incisiva, il Chaucer possiede la quadratura artistica del discorso e del racconto in prosa. E queste sue qualità egli dimostra più specialmente in questa novella, nella quale non il sentimento nè la poesia della storia di Costanza e di Griselda è da ammirare, ma la perfetta tessitura del racconto, dove nulla è superfluo, tutto è al suo posto e naturale, anche nei più minuti particolari.
Il Cantare di Ser Thopas è una satira, fatta con molto spirito e con fino accorgimento, dei romanzi cavallereschi, i quali in versi rozzi e privi, generalmente, di qualunque senso d’arte, narravano le più inverosimili e barocche avventure di qualche famoso cavaliere. Questi antichi cantari, goffi nella forma e pieni di particolari inutili e spesso grotteschi, erano divenuti popolarissimi in Inghilterra, ed avevano finito per guastare, o meglio falsare, il gusto letterario della incolta età del Chaucer. Il quale, dotato di quell’intelletto d’arte che come un improvviso sprazzo di vivida luce illuminò la buia notte della sua patria, fu naturalmente spinto a deridere una forma di poesia così vacua e convenzionale. Voler fare per questo del Chaucer un precursore del Cervantes, come ad alcuno piacque, sarebbe, senza dubbio, una esagerazione non giustificabile: ma prendere sul serio le avventure di Ser Thopas, e negare la satira e la parodia, sarebbe errore gravissimo e un voler disconoscere al Chaucer una delle più spiccate qualità del suo ingegno. Il poeta non intende di screditare la cavalleria, e la poesia cavalleresca in generale: anzi egli stesso dimostra una speciale predilezione per il racconto romanzesco, e si compiace di avventure cavalleresche, come nella Novella del Cavaliere e nella bellissima e fantastica storia di Cambuscan, re di Tartaria, raccontata dallo Scudiero. Egli mette in ridicolo una forma speciale e determinata di poesia, caduta nelle mani del popolo e di poeti rozzi ed incolti, nella quale alla barbarie della lingua e alla volgarità del verso e della rima facevano riscontro frivolezze e stravaganze d’ogni genere. E questo è precisamente il racconto cavalleresco in strofe di sei versi, rimati _a a b a a b_, dei quali il primo, il secondo, il quarto e il quinto, sono ottonari completi:
il terzo e il sesto hanno questo schema:
oppure quest’altro:
In questo metro appunto sono alcuni di questi cantari nominati dal Chaucer in Ser Thopas, come _Horn child_, e _Ser Libeaux_[64]: e con una grande abilità egli imita e riproduce da questi, nel suo cantare, tutti quegli errori e quelle goffaggini di forma, e tutte quelle frasi peregrine, che così spiritosamente mette alla berlina. La monotona ripetizione della stessa rima del primo e secondo verso, nel quarto e quinto della strofe, non poteva sfuggire al fine orecchio del Chaucer. Certe rime, ad arte sbagliate, e l’uso di certe barbare parole, accanto a delle finezze di forma e di espressione che non si trovano negli altri racconti cavaliereschi di questo genere, dimostrano non solo, in modo indiscutibile, che il fine del _Cantare di Ser Thopas_ è la satira burlesca, ma provano anche la conoscenza mirabile che il Chaucer aveva della lingua, e la maestria con cui sapeva trattarla.
Ser Thopas è evidentemente il prototipo dei donchisciotteschi cavalieri dalla lunga lancia e il terribile sciabolone di questi vecchi cantari, nei quali è dipinto un mondo ridicolo e fattizio, dove tutto è convenzionale: i boschi, le piante, gli uccelli, e perfino la esilarante bevanda onde ogni bellicoso cavaliere si rinfrancava prima di cimentarsi. Non è improbabile, come altri notò, che nel _Cantare di Ser Thopas_ il Chaucer abbia ripreso il soggetto di qualche antico racconto del genere[65] trasformandolo nella sua spiritosa caricatura; ma l’affermazione del Hurd[66]: che esistesse un vecchio cantare intitolato _The boke of the Giant Olyphant and Chylde Thopas_, del quale il poeta si sarebbe servito, è assolutamente infondata[67].
Della mia traduzione poco debbo dire. Ho preferito la forma in prosa perchè, ad ogni modo, mi è sembrato minore colpa fare della prosa mediocre che della poesia cattiva. Per mantenere al racconto, più che fosse possibile, quella forma semplice e popolarmente spigliata che il Chaucer ha voluto dare alle sue novelle, ho cercato di restare, fin dove ho potuto, fedele alla espressione del poeta, senza preoccuparmi troppo di certe durezze di stile che mi saranno, spero, facilmente perdonate. L’edizione delle _Canterbury Tales_ della quale mi sono servito per la traduzione, è quella del Tyrwhitt, comparsa per la prima volta nel 1775: ma ho avuto sott’occhio anche quella del Wright, e del Bell, che ho sempre seguito, per la grafia molto più corretta, nelle citazioni del testo inglese. Tutte le volte che ho creduto di abbandonare la lezione del Tyrwhitt, l’ho dichiarato in una nota. Edizioni più recenti non ho, purtroppo, potuto consultare, nè ho avuto modo di valermi delle pubblicazioni della _Chaucer Society_, che sotto l’alta direzione del suo illustre e benemerito fondatore, Frederick James Furnivall, ha portato preziosi contributi alla intelligenza del testo chauceriano. Per la compilazione delle note mi sono valso più specialmente delle note e del glossario del Tyrwhitt, dello Speght, del Wright e dell’Hertzberg, che ho sempre citato ai luoghi loro: per le notizie generali sulla vita del poeta e su tutta l’opera sua, ho attinto all’opera magistrale del Lounsbury. In una prima traduzione di un testo così difficile, e non di rado controverso, è facile essere caduto in qualche errore: e di alcuno mi sono avvisto io stesso, ahimè troppo tardi, nel compilare le note, quando esso era già irrevocabilmente consacrato alla stampa. Di questi, e di altri che mi possano essere sfuggiti, chiedo venia fin d’ora al benigno lettore.
Pesaro 7 luglio 1897.
NOTE ALLA PREFAZIONE
[1] A. W. WARD, _Chaucer_, London, Macmillan 1884.
[2] MACAULAY, H_ist. of. Engl._, vol. I. B. Tauchnitz, Leipzig.
[3] Compreso, s’intende, anche l’oste, al quale nessuno avrebbe vietato di raccontare una novella, per quanto non fosse obbligato. Intorno al numero preciso dei pellegrini nominati da Chaucer, non si trovano tutti d’accordo. E c’è, in verità, un po’ di confusione: poichè il poeta (Cf. Prologo, pag. 4) dice che erano ventinove (non si sa se comprendendovi se stesso), e poi ne nomina trentuno, compreso lui stesso e non contando l’oste.
[4] La «Novella di Melibeo» raccontata dal Chaucer stesso, e la «Novella del Parroco» che è l’ultima delle novelle rimaste. Delle ventiquattro autentiche due sono mutile: La «Novella del Cuoco» della quale non restano che pochi versi, e la «Novella dello Scudiero.»
[5] _Hist. of Eng. Literat._ Scribner, New York 1875, 1.
[6] Come dice il Boccaccio del servo di frate Cipolla. Il ritratto morale del mercante di indulgenze è completato da lui stesso nel principio del suo racconto (Cf. pag. 273 segg).
[7] _Op. cit._, pag. 114.
[8] LONGFELLOW, _Poetical Works_, London, G. Routledge and Sons. pag. 288. Noto qui, per incidenza, che fra gli altri personaggi seduti accanto al fuoco a raccontar novelle, vi è uno studente, una poco originale imitazione del Chierico di Oxford, il quale racconta la storia del Falcone di Ser Federigo, del _Decamerone_ (Gior. V. Nov. 9). Intorno alle fonti di queste novelle vedi VARNHAGEN, _Longfellow’ s Tales of a Wayside Inn, und ihre Quellen_. Cfr. _Anglia_, VII, 1884.
[9] LOUNSBURY, _Studies in Chaucer_, J. OSGOOD, London, 1892. II, 234.
[10] Chaucer’s «_Troylus and Cryseyde_» _compared with Boccaccio’s_ «_Filostrato_.» Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._ 235.
[11] Nella novella raccontata dal Monaco.
[12] _Poetical Works of G. Chaucer, edited by Robert Bell, revised by_ W. SKEAT, G. BELL, London, 1885. I. pag. 18. _n._
[13] Cfr. Lettera all’_Athenaeum_, 3 Ott. 1868, p. 433.
[14] _Epist._ I. 2. 1.
[15] Cf. Il Cantare di Ser Thopas, pag. 317.
[16] _The Poetical Works of G. Chaucer_. London.
[17] _Chaucers Canterbury–Geschichten aus den Englischen von_ WILHELM HERTZBERG. Leipzig.
[18] Non ho saputo resistere alla tentazione di citare il passo nell’originale: per la traduzione V. Nov. del Cavaliere pag. 76.
[19] LONGFELLOW, _op. cit._ pag. 280.
[20] La regina Alcesti enumerando al dio dell’Amore alcune delle opere poetiche del Chaucer, dice che egli scrisse anche: «all the love of Palemon and Arcite.»
[21] Vedi quanto su questa novella, sulle sue relazioni con la Teseide e con altri scritti del Chaucer scrive il TEN BRINK, nei suoi interessanti studi: _Chaucer, Studien zur Geschichte_ etc. A. Russell. Münster, 1870, p. 39. Per le due redazioni della storia di Palemone e Arcita vedi anche: KÖBBING, _Zu Chaucer’s «The Knightes Tale»_. _Remarques sur le rapport des deux rèdactions etc_, in _Englische Studien_, II. 1878. p. 528–532.
[22] _Contributo agli studi sul Boccaccio_. Loescher, 1887.
[23] Il dramma che va sotto il nome del Fletcher, attribuito da qualcuno anche a Shakespeare, è intitolato: «_The two noble kinsmen_». Sullo stesso argomento già aveva composto un dramma Richard Edwards, che fu rappresentato alla presenza della regina Elisabetta nel 1566, col titolo: «_Palemon and Arcite_.» Il poema del Dryden è una parafrasi del racconto del Cavaliere.
[24] Trovasi anche nel romanzo intitolato: _Le Chevalier au Cigne_, e in quello anche più antico del _Re Offa_.
[25] _Pecorone_, X, I. Vedi quanto scrive sulle varie versioni del racconto di questa novella, e delle sue relazioni coll’antico romanzo francese della _Bella Elena di Costantinopoli_ EGIDIO GORRA (_Il Pecorone_, in _studi di Critica Letteraria_).
[26] Confr. V. IMBRIANI, _Novellaia Fiorentina_ VI.
[27] Vedi RITSON, _Metrical Romances_. Cfr. BELL, _op. cit._ I. 271.
[28] Per la relazione della storia di _Emaré_ con l’antico romanzo anglo–sassone del _re Offa_, vedi RITSON, _Op. cit._
[29] _The Canterbury Tales of G. Chaucer by_ THOMAS WRIGHT.
[30] Cf. LOUNSBURY, _Op. cit._, II. 210.
[31] _Op. cit._
[32] Cfr. BELL, _Op. cit._, pag. 272.
[33] _Op. cit._, pag. XL. _n._
[34] _The Kinges Quair_ (cioè _The King’s Quire_: _Il libro del re_) è un poema di circa 1400 versi, nel quale Giacomo I ricorda, insieme col Gower, il Chaucer come «maister dear».
[35] Cfr. pag. 208.
[36] _Lettere Senili_, Lib. XVII, III.
[37] Cfr. R. BELL, _Op. cit._, pag. 22. e segg.
[38] Cfr. WARTON, _Hist. of. Eng. Poetry_. London pag. 225.
[39] E. BARET, _Les Troubadours et leur influence sur la Litterature du midi de l’Europe_, pag. 262.
[40] Nella «Novella del Monaco.»
[41] Il Sonetto incomincia: «S’amor non è etc.» La traduzione è inserita nel poemetto: _Troilus and Cressida_ I, 400.
[42] _Lettere senili di F. Petrarca, volgarizzate da_ G. FRACASSETTI. Firenze, Le Monnier 1870. Vol. 2, Libr. XVII. 3.
[43] F. MAMROTH, _G. Chaucer, seine Zeit und seine Abhängigkeit von Boccaccio_. Mayer, Berlin. 1872. Pag. 56 segg.
[44] A. KISSNER, Chaucer in seinen Beziehungen zur Ital. Literat. Bonn, 1867, Pag. 76.
[45] NOGUIER, nella sua _Histoire de Toulouse_, afferma che Griselda visse realmente nel 1103. BOUCHET (_Annales d’Aquitaine_, III.) dice: «Griselidis vivoit environ l’an 1025.» Anche il FORESTI (_Supplemento delle Cronache_) dice che Griselda è esistita, ed il fatto è vero. Questi documenti non hanno certamente alcun valore, ma potrebbero fare sospettare che esistesse la tradizione di un fatto realmente accaduto.
[46] _I Precursori del Boccaccio_ etc. Firenze, 1876. Pag. 42.
[47] _Lett. cit._
[48] Cfr. LANDAU, _Die Quellen des Decameron_, Pag. 156 segg.
[49] _Note a Rabelais_. Cfr. DUNLOP, _Hist of Pros. Fict_, London, 1888, II, pag. 145.
[50] _Fabliaux_ I. 269.
[51] _Ist. del Decam._ Firenze, 1732. Pag. 603.
[52] _Memoires pour la vie de Petrarque_. III. pag. 797. Cfr. TYRWHITT, _op. cit._ 61, _n._
[53] _Geschichte des Dramas_, Leipzig, 1867, I. pag. 639. Il _Lai del Fresne_ di Maria di Francia, nonostante alcune tenui analogie, non ha che qualche relazione di somiglianza con la storia di Griselda, e non può essere considerato come fonte originale.
[54] Anche il Boccaccio dice semplicemente che Giannucole «guardati l’aveva i panni, che spogliati s’aveva quella mattina che Gualtieri la sposò: per che recatigliele et ella rivestitiglisi, ai piccoli servigi della casa paterna si diede.»
[55] Una interessante enumerazione di tutte le opere a cui ha dato origine la storia di Griselda, si trova nel dotto articolo su Griselda di Reinhold Köhler, inserito nella _Encyklopädie von Ersch und Gruber_. Vedi anche: WESTENHOLZ, _Die Griseldissage in der Litteraturgeschichte_. Cfr. _Zeischrift für Deutsche Philologie_, XXI, p. 472. Per la letterat. russa vedi WESSELOFSKY, _La Griselda ecc._ in _Civiltà italiana_, Anno I. pag. 156 e segg.
[56] Il Chaucer dice «the gentils» che io nella traduzione ho omesso, dando alla frase un altro movimento.
[57] La maggior parte di quelli che si riferiscono alla gola e all’avidità del mangiare e del bere, sono tolti dall’opera _De Contemptu mundi_, di Innocenzo III. È curioso che la espressione latina, onde il Mercante d’Indulgenze esprime l’argomento delle sue prediche, che è poi quello della sua novella, ricorre tale e quale nel testo latino del Morlini (Nov. XLII, ediz. Jannet. P. 85): _radice malorum cupiditate affecti_.
[58] La LXXXI nel testo del Borghini, e la XVI in quello del Papanti. Cfr. la Nov. LXXXIII nell’ediz. del Gualteruzzi.
[59] Che il Chaucer avesse conoscenza del _Novellino_ non è provato: altre novelle che abbiano con esso anche una lontana relazione, nelle _Canterbury Tales_ non ve ne sono. L’episodio di Talete che cade in una fossa, nella «Novella, del Mugnaio» è troppo comune e popolare, per supporre, come il Tyrwhitt, che il Chaucer l’abbia tolto dalle _Cento Novelle Antiche_ (Gualt. 38. Borgh. 36).
[60] Della conoscenza che il Chaucer ebbe dei _Fabliaux_ francesi parla il Wright nei suoi _Anecdota literaria_.
[61] _Op. cit._, pag. 131.
[62] Per l’origine di questa storia, per questi ed altri riscontri, e per la versione orale popolare, vedi D’ANCONA, _Le Fonti del Novellino_, in _Studi di Critica e Storia Letteraria_.
[63] Sulle novelle e sulla vita del Morlini, del quale fino ad ora ben poco si conosce, sta studiando da qualche tempo il Saviotti, già noto agli studiosi per altre pregevoli pubblicazioni. Rileviamo fin d’ora l’importanza di questo che sarà un nuovo contributo alla storia della novella.
[64] Nello stesso metro è anche _The King of Tars_, che ha, in alcune espressioni, rapporti di somiglianza con la storia di Ser Thopas. In questa medesima stanza di sei versi scrisse il Dunbar (1460–1520) una ballata burlesca, intitolata: _Sir Thomas Norray_.
[65] Cfr. Hertzberg, _op. cit._
[66] In _Letters on Chivalry and Romance_. Cfr. LOUNSBURY, _op. cit._ II, 245. Egli, del resto, ha il merito di essere stato il primo, o uno dei primi, a dimostrare che il racconto di Ser Thopas va inteso come una parodia dei cantari cavallereschi.
[67] Cfr. TYRWHITT, _op. cit._ e RITSON _op. cit._
ERRATA–CORRIGE
ERRATA CORRIGE
Pag. 24. Aviceno Avicenna
» 52. soccorerci soccorrerci
» 77. il campo «ha «il campo ha
» 94. che tormentano, in questo mondo, che tormentano in questo mondo
» 113. abbi pietà, abbi pietà
» 115. levando in alto, la mano levando in alto la mano,
» 123. diedero dànno
» 150. _Malkins_ _Malkin_
» 152. Alceste Alcesti
» 174. «Chi Chi
» 195. coraggio il coraggio
» 196. Mentre il senatore, Mentre il senatore
» 197. nostro Signora nostra Signora
» 224. E È
» » posa possa
» 287. e poi o poi
» » Dio le sue Dio con le sue
» 293. restarono atterriti restarono attoniti
NOVELLE DI CANTERBURY
PROLOGO
Quando le dolci pioggie di Aprile hanno spento l’arsura di Marzo, rinfrescando ogni vena della terra con quel succo meraviglioso che ha la virtù di dare la vita ai fiori; quando zeffiro sfiora col molle soffio i teneri germogli in ogni bosco e in ogni pianura, e il giovane sole ha percorso la metà del suo cammino in Ariete; quando gli uccelletti si abbandonano ai loro canti, e dormono tutta la notte con gli occhi aperti (così vivamente li punge il risveglio della natura), la gente prova, allora, un vago desiderio di mettersi in moto; e i pellegrini[1] vanno in cerca di straniere piagge, per visitare i santi miracolosi di qualche lontana contrada[2]. E in gran numero, specialmente, si recano dalle estreme campagne d’Inghilterra a Canterbury, per ringraziare il martire benedetto di quel luogo, che fece loro la grazia, quando erano malati.
Una sera, appunto in questa stagione, mentre me ne stavo all’osteria del _Tabarro_, in Southwerk, aspettando la mattina per mettermi divotamente in viaggio verso Canterbury, capitò all’improvviso una brigata di ventinove persone di varia condizione: tutti pellegrini, che si erano trovati, per caso, lì al _Tabarro_, per andare a Canterbury, come me. Le camere, e le stalle pei nostri cavalli, erano per fortuna abbastanza grandi, e ci accomodammo tutti alla meglio.
In un attimo (il sole era appena andato sotto) barattai una parola con ciascuno di loro, e senz’altro fui della brigata anch’io, colla promessa di esser su per tempo la mattina, pronto a prender la strada di Canterbury con loro.
Ma prima di cominciare il mio racconto, giacchè non ho fretta e il tempo non mi manca, mi pare molto naturale ch’io debba dirvi di questi miei compagni di viaggio, quello che potei raccapezzare: chi fossero, di che condizione, e come vestiti. Comincerò, per primo, da un cavaliere.
C’era, dunque, un cavaliere, una degna persona, il quale fin da quando montò la prima volta a cavallo, ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia. Si era segnalato in prodezza combattendo pel suo signore e non c’era fra i cristiani e gl’infedeli uno che avesse cavalcato quanto lui, sempre onorato per la sua dignità di valoroso cavaliere.
S’era trovato alla presa di Alessandria[3]; e in tutte le città della Prussia era stato più di una volta capo tavola[4]. Nessun altro cristiano della sua condizione aveva mai viaggiato quanto lui in Lituania e in Russia. Fu all’assedio di Algezir a Granata; combattè a Belmaria[5]; vide cadere in mano dei Turchi Layas e Satalia[6], e nel mare Grande[7] fece parte di molte illustri armate. Ben quindici volte si era trovato a ferali conflitti, e a Tremissen[8], per la nostra fede, era sceso tre volte in lizza, uccidendo sempre l’avversario.
Questo prode cavaliere una volta, col signore di Palathia[9], combattè contro un pagano di Turchia, e anche allora si segnalò. Sebbene fosse così valoroso, era tuttavia molto prudente; ed aveva un modo di fare modesto e semplice come quello di una fanciulla. Un atto sgarbato, una parola scortese, non gli sfuggì mai, in tutta la sua vita, neppure trattando con l’essere più volgare di questo mondo. Insomma era veramente un compìto cavaliere. Perchè sappiate, ora, in quale arnese egli cavalcava, vi dirò che aveva un bel cavallo, ma di poco brio. Portava una casacca di fustagno tutta macchiata dalla ruggine della corazza, poichè era di ritorno da un lungo viaggio per andare a Canterbury.
Aveva portato con sè suo figlio, un giovine scudiero, innamorato, di sangue molto caldo, coi capelli tutti ricci, che parevano arricciati artificialmente[10]. Poteva avere, tirando a indovinare, una ventina di anni. Era di corporatura piuttosto snella, di un’agilità meravigliosa, e fortissimo. Una volta era stato in Fiandra, in Artois e in Piccardia, facendo parte di una spedizione militare, e si era portato valorosamente, sebbene così giovane, con la speranza di entrare in grazia alla sua bella.
Era di una carnagione così fina, che il suo viso si sarebbe potuto paragonare a un prato coperto di fiori, bianchi e rossi. Cantava, o suonava il flauto, tutto il giorno; aveva, in somma, tutta la freschezza giovanile del mese di Maggio. Portava una tunica corta con maniche lunghe e larghe; stava molto bene a cavallo, ed era un bel cavaliere. Componeva canzoni, era buon parlatore, valente giostratore, bravo ballerino, e sapeva dipingere e scrivere assai bene. La notte, per fare all’amore, dormiva meno di un rosignolo.
Aveva modi molto cortesi, ed era modesto, e pronto a prestarsi in qualunque cosa: a tavola col padre era lui che tagliava e faceva da scalco.
Dei servitori, il nostro cavaliere non aveva portato con sè che un valletto, il quale aveva una veste verde, e un cappuccio dello stesso colore. Dalla sua cintola pendeva, con molta semplicità, un fascio di frecce adorne di penne di pavone, lucide e appuntate; che egli sapeva scagliare dritte e veloci da pari suo. In mano teneva un poderoso arco. Aveva la testa rapata e il colorito bruno. Conosceva molto bene il mestiere del boscaiuolo. Al braccio portava un lucido bracciale; a un fianco una spada e uno scudo, all’altro un bel pugnale ben montato, con la punta aguzza come quella di una lancia. Sul petto gli brillava un S. Cristoforo di argento. Portava a tracolla un corno, appeso ad un nastro verde. Se non m’inganno, doveva essere proprio un guardaboschi.