Dalle Novelle di Canterbury

Part 2

Chapter 23,623 wordsPublic domain

Nella patetica storia di Costanza, raccontata dal Dottore in legge, piuttosto che di fonti immediate, di copie e di imitazioni, bisogna parlare di riscontri e di analogie; ed è necessario andare molto cauti, prima di gridare alla scoperta, per non cadere in qualcuno di quegli errori o in alcuna di quelle tante inesattezze, in cui cadde troppo spesso la critica letteraria di questo secolo, smarrendosi per l’intricata selva delle genealogie dei racconti medievali. Questa novella ha in sè elementi assai diversi, derivati in origine dalla grande sorgente popolare, che la tradizione orale e scritta ha modificato lentamente, con una larga messe di variazioni. I temi fondamentali di cui essa si compone sono due: la bellezza, causa di peccato e di sventure, e il trionfo della innocenza perseguitata. A questo secondo nella leggenda popolare è sempre unito l’elemento miracoloso: ed anche in questa novella ha molta parte, non solo, ma non manca neppure il miracolo vero e proprio: v’è infatti il cavaliere assassino e spergiuro, al quale una mano misteriosa con un colpo fa schizzar via gli occhi dalla testa. La storia di Donegilda che facendo ubriacare il messo, il quale deve recare al re Alla la lieta notizia che Costanza ha partorito un bel maschio, gli toglie di tasca la lettera, e la sostituisce con un’altra in cui è scritto che sua moglie ha dato alla luce un essere mostruoso o una bestia, è il vecchio e popolarissimo tema della suocera regina, che odia la nuora e vuole disfarsene ad ogni costo[24]. E nelle sue molteplici versioni e relazioni con altri fatti, lo troviamo spesso ripetuto, nelle novelle nostre, dalla storia di Dionigia principessa di Francia, di Ser Giovanni Fiorentino,[25] alla moderna novellina toscana, per citarne una, intitolata «L’uccellino che parla.»[26] Lo stesso può dirsi, in generale, degli altri elementi che compongono questa Novella del Dottore in legge: il tradimento del cavaliere che uccide Ermenegilda ricorre, in circostanze poco diverse, nel _Roman de la Violette_, nel romanzo inglese _Le Bone Florence of Rome_[27], in un capitolo dello _Speculum Maius_ di Vincent de Beauvais, frate domenicano fiorito verso il 1260, e nelle _Gesta Romanorum_. Le avventure e le sofferenze di una principessa, costretta dal padre a sposare uno straniero, o un re di religione diversa dalla sua, sono un argomento comunissimo e di una tradizione assai remota. Il Tyrwhitt afferma in modo assoluto che il Chaucer, con qualche leggerissima variante, ha preso la pietosa storia di Costanza dal secondo libro della _Confessio Amantis_ di John Gower, amico del poeta ed il maggiore dei poeti suoi contemporanei. Aggiunge però che egli non ritiene neppure il Gower inventore della novella, e cita in proposito un’antica poesia inglese intitolata _Emaré_, dal nome dell’eroina che ha una serie di avventure presso a poco simili a quelle di Costanza[28]. L’opinione del Tyrwhitt, il quale dà per fonte diretta e immediata ciò che non può avere altro valore, se non quello di un fortuito riscontro, non è accolta dal Wright.[29] Egli crede, molto più verisimilmente, che la Novella del Dottore in legge abbia per fonte diretta qualche antico romanzo francese, e nota che la redazione della storia quale si trova nel poema del Gower, è tolta, invece, dalla cronaca anglo–normanna di Nicolas Trivet, o Treveth, il quale era un frate domenicano inglese che visse nella prima metà del secolo XIV. La cronaca di Nicolas Trivet, contenente la vita di Costanza, figlia dell’Imperatore Tiberio Costantino, fu stampata, con la traduzione inglese, da Edmund Brock nelle pubblicazioni della _Chaucer Society_.

Da un accurato raffronto che il dotto critico fa del racconto che si trova in questa cronaca, con la novella raccontata dal Dottore in legge, rilevandone tutte le somiglianze, sembrerebbe che il Chaucer si fosse valso piuttosto largamente della cronaca del frate inglese[30]. È probabile, quindi, che tanto il Gower quanto il Chaucer abbiano attinto, senza saperlo, alla stessa fonte, cioè al racconto francese di Nicolas Trivet. Questa infatti è l’opinione più comunemente accettata: l’Hertzberg,[31] però trova che non vi sono prove e documenti abbastanza sicuri per accogliere le conclusioni del Wright, e dice che la sola cosa che si può affermare con certezza, è che nè il Gower nè il Chaucer hanno inventato la storia di Costanza, ma hanno attinto ad una fonte antica, che probabilmente non è la cronaca del Trivet.

La novella del Dottore in legge è una delle più belle di tutta la lunga serie dei racconti di Canterbury, e come pittura commovente della rassegnazione cristiana, e dell’umana virtù, è degna sorella della storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford. L’episodio della partenza di Costanza sulla nave, dove viene abbandonata col bambino in balìa delle onde e dei venti, è così profondamente sentito, e così vero in tutti gli affettuosi particolari dell’amore materno e della fede, che non si può leggere senza provare un intimo senso di commozione. In questa novella il Chaucer non adopera il metro da lui comunemente usato nello stile eroico e burlesco, cioè il così detto verso eroico: per gli argomenti serî e patetici egli predilige una forma poetica speciale, nella quale sono scritte, oltre questa, la «Novella del Chierico di Oxford» la «Novella della Madre Priora» e la «Novella della seconda Monaca.» Si tratta di una strofe rimata di sette versi, composta su questo schema: _a b a b b cc_. Il Chaucer ha intradotto per il primo questo metro nella letteratura inglese: per quanto nel suo poemetto _Troilus and Cressida_, che è un rifacimento del _Filostrato_, questa strofe sostituisca evidentemente l’ottava del Boccaccio, sembra strano che essa debba considerarsi una derivazione diretta dell’ottava rima, come vorrebbe qualcuno[32]. Il Tyrwhitt[33] inclina a credere che sia, invece, di origine provenzale, e cita una poesia di Folchetto di Marsiglia, scritta in una strofe di sette versi, che corrisponde esattamente a quella del Chaucer. E la sua opinione è divisa dall’Hertzberg, il quale dice, senz’altro, che questo metro è preso in prestito dai poeti di Provenza. In Inghilterra questa strofe divenne subito molto popolare, e fu usata assai spesso dai due immediati seguaci e imitatori del Chaucer, Occleve e Lydgate. Perfino Giacomo I di Scozia l’adoperò in un suo lavoro poetico intitolato _The Kinges Quair_:[34] e pare, anzi, che in omaggio a questa regale predilezione la strofe acquistasse il nome di _ryme royal_, col quale la sua popolarità durò fin verso la fine del secolo XVI, in cui fu spodestata dalla nuova stanza dello Spencer, composta di nove versi.

La Novella del Chierico di Oxford è, in sostanza, la storia raccontata da Dioneo nell’ultima novella del Decamerone. Ma la fonte non è il Boccaccio: il Chaucer stesso ci fa sapere nel prologo[35], che la fonte diretta è il Petrarca, e questa volta, ad onore del vero, egli dice proprio la verità. Poichè il racconto del Chierico di Oxford segue quasi letteralmente la parafrasi latina che Francesco Petrarca fece della novella del Decamerone, e che egli stesso mandò con bellissime parole al Boccaccio verso il 1373[36]. La questione che alcuni critici[37] hanno voluto fare, se il Chaucer abbia composto la sua novella sopra un semplice racconto orale a lui fatto, della storia di Griselda, dal Petrarca (come sembrerebbe si dovesse ricavare dal prologo), o se egli abbia, invece, avuto sott’occhio il manoscritto latino, mi sembra oziosa e senza alcun valore. Giacchè nulla aggiunge e nulla toglie al merito del poeta inglese, il fatto che egli abbia avuto, o no, fra mano il testo latino della traduzione del Petrarca. Comunque sia, basta un diligente confronto di questo testo con quello del Chaucer, per convincersi che l’autore della novella del Chierico di Oxford ha indubbiamente avuto sotto gli occhi la traduzione latina del Petrarca. Certe espressioni, certi movimenti e atteggiamenti del pensiero, certi minuti particolari che poca o nessuna relazione hanno con la narrazione generale del fatto, non possono essere rimasti così impressi al Chaucer, che egli abbia potuto ripeterli, nella sua novella, quasi con le stesse parole del testo latino. L’Hertzberg ritiene che l’asserzione del Chierico di Oxford nel prologo non implichi altro che il semplice fatto, che il Chaucer ha attinto alla traduzione del Petrarca. Le parole del Chierico, secondo lui, non bastano per affermare che il poeta abbia realmente conosciuto a Padova il cantore di Laura, e proprio dalla sua voce abbia appreso la storia di Griselda. Certo non vi sarebbe nulla di strano e di inverosimile ad ammettere che il Chaucer trovandosi verso la fine del 1372 in Italia, dove era stato mandato dal governo di Edoardo III in missione diplomatica, si recasse a Padova per conoscere Francesco Petrarca, che proprio in quel tempo si trovava in mezzo ai dolci colli di Arquà. Ma nessun documento prova questa visita del poeta inglese al poeta italiano: e forse nelle parole del Chierico di Oxford si è voluto trovare più di quello che il Chaucer stesso abbia voluto dire. Assolutamente destituita di fondamento, poi, è l’asserzione di alcuni biografi e studiosi[38] del poeta, che egli avesse conosciuto il Petrarca in Milano fino dal 1368, in occasione delle nozze di Violante, figlia di Galeazzo Visconti, con Lionello Duca di Clarence. E ci volle, davvero, tutta la buona volontà e la calda fantasia del Baret, per affermare, senza provarlo in alcun modo, che in questa circostanza il Chaucer fu presentato anche al Boccaccio; e per immaginare perfino i geniali discorsi tenuti dai tre illustri letterati: «Que de sujets durent être traités, que d’idées échangées, quels horizons nouveaux ouverts par les deux doctes Italiens à cet enfant curieux de la Grand Bretagne encore barbare!»[39]

Ma ad una questione assai più importante ci conduce la storia di Griselda raccontata dal Chierico di Oxford: cioè se l’autore delle _Canterbury Tales_ abbia avuto conoscenza del _Decamerone_. Le novelle del Chaucer, che ordinariamente sono considerate come prese o imitate dal _Decamerone_, sono, oltre la Novella del Chierico di Oxford, queste tre: «The Schipmannes Tale» (Novella del Marinaro) che corrisponderebbe alla novella di Gulfardo e Gosparruolo (_Decam._ VIII. 1); «The Frankeleynes Tale» (Novella del Possidente) corrispondente alla storia di Madonna Dianora e Messere Ansaldo (_Decam._ X. 5); e «The Reeves Tale» (Novella del Fattore) da confrontarsi con la novella raccontata da Panfilo (_Decam._ IX. 6). Relazioni di somiglianza, specialmente in certi dettagli, si trovano, inoltre, fra la Novella del Mercante (The Marchaundes Tale) e quella di Lidia e Nicostrato (_Decam._ VII. 9), e fra la Novella del Mugnaio (The Milleres Tale) e la storia di Frate Puccio (_Decam._ III. 4). Senza entrare in particolari e senza fare qui dei raffronti che sarebbero fuori di luogo, notiamo solamente che le somiglianze fra racconto e racconto nelle novelle che abbiamo citate, non sono tali da potere provare materialmente che il Chaucer conosceva il _Decamerone_. In mezzo alle numerose e sostanziali variazioni di uno stesso tema, che la tradizione orale ha modificato in mille modi, non è possibile rintracciare l’originale e designare la fonte. Nè si può certo chiedere ad un raffronto fra il _Decamerone_ e le _Canterbury Tales_ la prova che il Chaucer abbia avuto conoscenza dell’opera maggiore del Boccaccio. Anzi se si voglia tener conto del fatto, che delle altre opere del Boccaccio a lui senza dubbio note, come la _Teseide_, il _Filostrato_, _De casibus virorum et faeminarum_, _De claris mulieribus_, e il _De Genealogia Deorum_, egli si è valso molto spesso, e senza tanti scrupoli, da un simile raffronto si dovrebbe concludere che forse al Chaucer non dovette essere noto il _Decamerone_.

Molto più che la storia di Griselda, pur rimanendo nel racconto del Chierico di Oxford tale e quale, in sostanza, è nella novella raccontata da Dioneo, il Chaucer non l’ha tolta evidentemente dal _Decamerone_, ma dalla traduzione latina del Petrarca. Ma se mancano gli elementi e gli argomenti necessari per potere affermare esplicitamente che il Chaucer conobbe il _Decamerone_, nessuno vorrà negare la stranezza e la inverosimiglianza del fatto, che il Chaucer, il quale conobbe e tradusse la _Divina Commedia_, e conobbe le opere del Petrarca fino al punto da chiamarlo «my master Petrarch»[40] e da tradurre quasi alla lettera il sonetto LXXXVIII del Canzoniere,[41] non conoscesse affatto l’opera maggiore e più importante del Boccaccio, il quale egli mostra di avere conosciuto anche troppo nella _Teseide_, nel _Filostrato_, e più o meno in quasi tutte le opere latine. Nessuno, credo, potrà ammettere facilmente che un letterato di ingegno come il Chaucer, avido di imparare e di conoscere, il quale cerca fuori della rozza sua patria un raggio luminoso di quell’arte e di quella poesia per la quale si sente nato, giunto in Italia vi si trattenga circa undici mesi (dal Dicembre del 1372 al Novembre del 1373), ed insieme col nome di Dante Alighieri e di Francesco Petrarca, a lui notissimi, non senta mai ricordare quello di Giovanni Boccaccio. E si badi che il Chaucer durante il suo non breve soggiorno in Italia, si recò a Firenze proprio nell’anno 1373, vale a dire quando il Boccaccio incominciava, per incarico del Comune di Firenze, le sue letture pubbliche sulla Divina Commedia nella chiesa di S. Stefano. Anche ammesso che il Chaucer, il quale sembra che lasciasse Firenze prima del 22 Novembre, non avesse avuto il tempo o l’occasione di assistere ad una delle lezioni del Boccaccio, che inaugurò la cattedra dantesca il 23 Ottobre, è molto inverosimile che non avesse almeno sentito parlare di un avvenimento così importante, e dell’alto onore a cui la Signoria di Firenze chiamava l’autore del _Decamerone_. Ma è proprio un destino che certe circostanze e certi particolari interessantissimi della vita del Chaucer debbano restare nell’ombra e nel mistero: se si potesse provare che egli conobbe realmente, a Padova, il Petrarca, e da lui ebbe notizia della storia di Griselda, avremmo un valido argomento di più per ritenere che il Boccaccio e le sue novelle dovettero essere noti al Chaucer. Poichè il Petrarca che mandando la sua traduzione latina al Boccaccio scriveva: «A chiunque poi mi domandasse se la cosa sia vera, cioè se questo scritto sia favola o storia, risponderei come Crispo: chiedetene conto all’autore che è il mio Giovanni»[42] il Petrarca, dico, non avrebbe certo tenuto nascosto al Chaucer il nome dell’amico suo, e del libro onde egli aveva tradotto la novella di Griselda. Stando così le cose, e non essendo possibile, purtroppo, in tale questione, uscire dal campo delle congetture e delle semplici supposizioni, a me sembra che senza affermare in modo assoluto e gratuitamente come il Mamroth,[43] che il Chaucer conobbe il _Decamerone_ e da questo tolse il piano del suo libro, si possano accettare le conclusioni del Kissner,[44] cioè che forse le _Canterbury Tales_ debbono al _Decamerone_ più di quello che comunemente si crede, e che ad ogni modo non ci sono nè documenti nè ragioni inoppugnabili, i quali ci vietino di poter credere che le novelle del Boccaccio fossero note al Chaucer.

Le origini della storia di Griselda si perdono nella tradizione popolare: e in argomenti di questo genere non è raro il caso, in cui la voce del popolo ci porti l’eco di qualche fatto accaduto, chi sa in quali circostanze e con quali particolari, in tempi lontanissimi.[45] Che la storia della povera pastorella «provata fino al martirio dal marito marchese» fosse nella tradizione orale, lo provano, come già osservò il Bartoli[46], queste parole del Petrarca, dalle quali sembrerebbe che la storia di Griselda fosse nota già da molto tempo non solo a lui, ma anche al Boccaccio: «ricordandomi di averla io stesso con gran piacere udita narrare molti anni indietro, e poichè tanto era piaciuta a te stesso, che degna la credesti di farne materia al tuo stile.»[47] II tema è piuttosto comune: ci troviamo davanti ad una delle numerose versioni che rientrano nel vasto ciclo della moglie calunniata e perseguitata, come la storia di Genoveffa[48]. L’opinione del Duchat[49], accolta e ripetuta anche dal Le Grand d’Aussy[50], dal Manni[51], e dall’abate de Sade[52]: che il Boccaccio avesse tolto la storia di Griselda da un antico manoscritto francese intitolato: _Le Parement et Triomphe des Dames_, fu dimostrata assolutamente erronea, prima anche che dal Landau, dal Tyrwhitt, il quale osservò che l’autore del _Parement_, Olivier de la Marche, era nato e vissuto molti anni dopo la morte del Boccaccio.

Il Chaucer nella sua novella non si discosta quasi mai dal testo del Petrarca: e lo segue così scrupolosamente, anche nei particolari più minuti, che il racconto del Chierico si potrebbe chiamare una traduzione poetica della prosa latina petrarchesca. Non c’è una frase, non una sola parola nella novella del Chaucer, che possa fare supporre, anche lontanamente, che egli avesse letto o conosciuto in qualche modo la novella del Boccaccio. Unica indiscutibile fonte è il Petrarca: ed io non saprei, a questo proposito, come qualificare l’assurda asserzione del Klein, il quale dice che il racconto del Chierico di Oxford «è un miscuglio di Boccaccio, Petrarca e Maria di Francia»[53] aggiungendo a questo non pochi altri spropositi, che, con tutto il rispetto dovuto ad un critico tedesco, non vale neppure la pena di rilevare. Per quanto però il Chaucer traduca molto spesso quasi letteralmente dal Petrarca, la sua natura di poeta e le sue qualità di osservatore e conoscitore profondo dell’animo umano, spiccano in questa novella anche più che in altre, dove la materia del racconto è più originale e indipendente. Quando Gualtieri dopo avere detto a Griselda che il papa gli ha permesso di prendersi un’altra moglie, la caccia di casa, e le ingiunge con amara irrisione di riprendersi la dote che aveva portato, il Petrarca segue e traduce il Boccaccio, il quale così fa rispondere dalla povera pastorella al crudele signore di Saluzzo: «Comandatemi che io quella dote me ne porti che io ci recai, alla qual cosa fare, nè a voi pagator nè a me borsa bisognerà nè somiere, per ciò che uscito di mente non m’è che ignuda m’aveste.» Il Chaucer con un linguaggio profondamente umano, che rende anche più commovente la risposta di Griselda dice: «In quanto alla concessione che mi fate di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei poveri cenci, che non erano niente di bello davvero: ma nonostante ben difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! a sentirvi parlare, e a guardarvi, sembravate così buono e gentile il giorno del nostro matrimonio!» Non è un senso di intima ribellione che fa scattare la povera e ingenua pastorella: in quella esclamazione è mirabilmente compendiato tutto il suo dolore e tutto il suo stupore, davanti a tanta e così inaudita crudeltà di animo. Con quanta verità di sentimento, alle semplici parole: «Audito ergo non tam filiae tacite redeuntis quam comitum strepitu occurrit in limine: et seminudam antiqua veste cooperuit»[54] onde il Petrarca descrive il primo incontro di Griselda, scalza e in camicia, col vecchio padre, il Chierico di Oxford sostituisce quest’altre nel suo racconto: «Il povero vecchio, avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in quel modo, in fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla alla meglio con quella.» La fiera invettiva al popolo incostante e mutevole come la luna, i commoventi particolari della pietosa scena fra Griselda e i suoi figliuoli, il congedo originalissimo, e di un sapore veramente moderno, col quale il Chierico, finito il suo racconto, si rivolge agli uomini che hanno moglie, e alle donne che hanno marito, ed altre finezze ed arguzie che ognuno potrà facilmente riscontrare da sè, basterebbero da soli a giustificare le lodi e l’ammirazione di tutti i critici più autorevoli dell’Inghilterra, per questa novella, che nel suo genere è forse la più bella fra le _Canterbury Tales_.

Le «celesti sofferenze» di Griselda, dalla novella del Decamerone in poi, furono imitate e riprodotte in quasi tutte le più importanti forme letterarie antiche e moderne: la rappresentazione sacra, la ballata, la novella, il poema, la commedia, la tragedia, e perfino, ai giorni nostri, il melodramma, si disputarono questa storia, che ha goduto una popolarità lunghissima e quasi senza interruzione. E non solo in Italia, ma anche presso le altre letterature d’Europa, specialmente in Francia in Inghilterra e in Germania, sbocciò attorno alla ideale figura di Griselda una vera fioritura poetica.[55] Se il Boccaccio, come sembra, non si può considerare l’inventore di questa fortunata storia, egli ha tuttavia il grandissimo merito di averne dato, nella sua novella, la prima redazione scritta che si conosca: e nessuno può invidiargli e negargli la gloria di averne creato quel capolavoro di semplicità e di sentimento, che tanta luce di arte e di poesia irradiò fin dal suo nascere.

Venuto il turno del Mercante d’Indulgenze, le persone più civili e bene educate[56] che si trovavano nella gioconda brigata di Canterbury, avendo capito subito, strada facendo, che razza di prete scapestrato e libertino egli era, e forse avendone già avuto abbastanza del licenzioso racconto della donna di Bath, e di qualche altro, non meno scurrile ed osceno, dei novellatori che lo avevano preceduto, misero le mani avanti: e lo pregarono di non dire sguaiataggini. Ed egli, mantenendo la sua promessa, racconta infatti una storia moralissima, e piena di savi avvertimenti[57]. La fonte di questo racconto del Mercante d’Indulgenze è sconosciuta: le sue linee generali si ritrovano in una novella del _Novellino_[58], nella quale un santo romito avendo scoperto in una selva un tesoro, fugge per non essere tentato da quello. Ed incontrati tre briganti che lo fermano, dice loro come egli fuggisse perchè aveva alle spalle la Morte, indicando ad essi il luogo dove giaceva il tesoro. I tre malfattori trovato il tesoro, decidono che uno di loro vada in città a vendere una piccola parte dell’oro che hanno scoperto, e ne compri da mangiare e da bere per tutti e tre, mentre gli altri restano a far la guardia. Quello che va in città mette il veleno nelle vivande e nel vino che porta ai suoi compagni, per ucciderli e restare egli solo padrone di tutto il tesoro. Appena tornato, però, è ucciso dagli altri due, che avevano deciso di disfarsi di lui, per dividere fra loro solamente le ricchezze trovate. Ma avendo poi mangiato e bevuto delle vivande e del vino che erano avvelenati, muoiono, come l’altro, vittime della loro cupidigia.