Part 15
—Madre mia, aprimi. Non vedi che ogni giorno mi consumo sempre di più e la carne se ne va col sangue e con la pelle? Ahimè, quando avranno pace le mie ossa? Madre mia, quanto volentieri cambierei con te la cassetta dei miei risparmi, così a lungo custodita nella mia camera, per quel panno che ti avvolge sotterra!—Ma lei non mi vuol far questa grazia, e la mia faccia si fa sempre più pallida e smunta.
Ma a voi, signori, non fa onore offendere in questo modo un povero vecchio, il quale non vi ha offeso nè con parole nè con atti. Ricordatevi di quello che dice la bibbia: “Davanti a un vecchio canuto alzatevi in piedi.” Perciò io vi consiglio a non voler fare del male a un povero vecchio quale sono io, come voi non vorreste fosse fatto a voi un giorno, se vi sarà dato di campare tanto.»
«No, vecchio straccione, rispose tosto l’altro giocatore; non sarà detto che tu la passi così liscia per S. Giovanni. Dianzi tu parlavi di quel vile traditore soprannominato “la Morte” che uccide in paese tutti gli amici nostri: ci scommetto che tu sei una sua spia. Di’ dunque, dove si trova, o per Dio e pel santissimo Sacramento tu ce la pagherai. Poichè certo tu sei d’accordo con lui, traditore ladro, nel dare la caccia a noi per ucciderci.»
«Se non desiderate che questo, signori miei, cioè di trovare “la Morte” rispose il vecchio, vi contento subito. Voltate per questa strada: l’uomo che voi cercate io l’ho lasciato, in fede mia, in quel bosco laggiù sotto un albero. Andate che ve lo troverete, e vedrete che non avrà paura di voi. Vedete quella quercia? È proprio là. Andate, e Dio il quale ci ha redenti dai nostri peccati, vi accompagni e vi faccia migliori.» Così disse il vecchio.
E tutti e tre quei manigoldi si misero a correre finchè giunsero alla quercia, ai piedi della quale trovarono circa otto staia di fiorini d’oro coniati splendidamente. Allora non si curarono più di andare in cerca di “Morte”; ma fu tale la loro gioia nel vedere tutte quelle belle monete luccicanti, che restarono atterriti davanti al prezioso tesoro. Il primo a parlare fu il più malvagio.
«Fratelli, disse, sentite quello che vi dico. È vero che mi piace scherzare e fare il chiasso, ma in fondo un po’ di testa ce l’ho anch’io. Con questo tesoro che ci ha dato la fortuna noi ce la potremo passare allegramente per tutta la vita, spendendo senza risparmio giacchè a noi questo danaro non ci costa nulla. Stamattina, per Iddio immortale, chi di noi avrebbe pensato a tanta fortuna? Per potercelo godere in pace, tutto quest’oro, bisognerebbe portarlo via di quì, in casa mia o in casa vostra, giacchè è nostro: ma come si fa a portarlo via di giorno? Se ci vedessero ci prenderebbero per ladri, e anche di quelli grossi, e il nostro tesoro finirebbe per mandarci alla forca. Però bisogna portarlo via di notte e con la più grande accortezza e precauzione. Io proporrei, quindi, che si tirasse alla paglia più corta,[11] per vedere chi di noi debba andare in fretta in città a comprare (senza dar nell’occhio alla gente) del pane e del vino per tutti. Gli altri due intanto resteranno a guardia del tesoro, e se colui che va in città si sbrigherà presto, giunta la sera porteremo via il tesoro, e lo nasconderemo, d’amore e d’accordo, dove crederemo meglio».
Così dicendo strinse egli stesso nel pugno tre fili di paglia, e fece tirare agli altri due per vedere su chi cadeva la sorte. Toccò al più piccolo, il quale andò subito in città. Appena si fu allontanato un poco, uno degli altri due rimasti a guardia del tesoro disse: «Senti, tu hai giurato di essermi fratello, perciò io ti voglio fare una proposta che sarà utile anche a te. Il nostro compagno se n’è andato, e ci ha lasciati qui con tutto quest’oro, che dovrebbe essere diviso in tre parti: se io avessi trovato il modo di dividerlo, invece, fra noi due soli, non ti pare che ti avrei reso un servizio proprio da amico?».
L’altro rispose: «Io non vedo come tu possa far questo. Poichè egli sa bene che l’oro l’abbiamo in consegna noi: quindi che cosa potremo fare? Come ce la caveremo?» «Mi posso fidare, soggiunse allora il primo malandrino? Se me lo prometti, ti dirò in poche parole quello che dovremo fare e che condurremo, senza dubbio, a buon fine». «Ti giuro sulla mia parola, rispose l’altro, che io non ti tradirò mai davvero».
«Or bene, riprese il primo, noi siamo in due: due hanno più forza di uno solo. Tu dunque sta attento appena egli si sarà messo a sedere in terra per mangiare: allora alzati in piedi, e vagli addosso come per fare uno scherzo, ch’io intanto lo colpirò con la mia spada ai fianchi. Tu poi, fingendo sempre di scherzare, tienlo fermo a terra, e cerca di colpirlo anche tu con la spada, e vedrai, mio caro amico, che tutto quest’oro ce lo divideremo fra noi due. Allora sì che potremo godercela davvero, e levarci la voglia di giuocare ai dadi.» Così i due malandrini si misero d’accordo per uccidere il loro compagno.
Il più giovane, intanto, il quale si era recato in città, per la strada non faceva che pensare alla bellezza di tutti quei fiorini nuovi di zecca e luccicanti, e fra sè pensava: «Dio, se potessi diventar padrone io solo di tutto quell’oro, non ci sarebbe al mondo persona più felice di me!» E andò a finire che il diavolo, nemico e tentatore del genere umano, gli mise in testa di comprare del veleno per avvelenare gli altri due. Il diavolo il quale non desiderava che che questo, colse subito l’occasione favorevole, vedendolo così ben disposto, per condurlo alla sventura. Ed infatti lo sciagurato decise risolutamente di uccidere i suoi compagni, senza pietà.
Quindi, senza por tempo in mezzo, giunse in città, e recatosi da uno speziale, lo pregò di volergli vendere del veleno, per uccidere certi topi che lo molestavano in casa, e una faina che gli aveva ucciso i capponi in una sua cascina. Così, se gli riuscisse, avrebbe la soddisfazione di vendicarsi di quegli animalacci distruggendoli in una notte.
Lo speziale gli rispose: «Lascia fare a me: ti darò una certa cosa io, che (Dio mi salvi l’anima se è vero) chiunque ne assaggi solo quanto un chicco di grano, muore in pochi minuti. Il mio specifico è così potente ed efficace, che farà più presto chi ne ha mangiato a andare all’altro mondo, che tu a fare nemmeno un miglio di strada.»
Quello sciagurato prese il veleno, chiuso dentro una scatola, e corse nella strada vicina da un tale a farsi prestare tre grosse bottiglie. In due vi mise dentro il vino avvelenato, la terza la lasciò vuota per metterci da bere per sè, poichè prevedeva che nella notte avrebbe avuto un gran da fare a portar via di là tutto quell’oro. Sistemate per bene le tre bottiglie, lo sciagurato furfante tornò dai suoi amici.
Ma perchè farla ancora più lunga? I due che erano rimasti a guardare il tesoro ed avevano deciso la morte del compagno, lo uccisero senz’altro; e poichè l’ebbero morto uno di loro disse: «Ora mettiamoci a sedere e beviamo allegramente, poi penseremo a seppellire il cadavere.» E presa per caso una delle due bottiglie di vino col veleno, trincò e fece trincare anche all’altro, e poco dopo morirono tutti e due avvelenati.
Sbaglierò, ma io credo fermamente che Avicenna in nessuna parte del suo «_Canone_» abbia mai descritto sintomi di avvelenamento più tremendi di quelli che ebbero quei disgraziati prima di morire. Così, dunque, morirono i due omicidi e il traditore che voleva avvelenarli.
O scelleraggine delle scelleraggini! O traditori omicidi! O malvagità umana! O avidità dell’oro, libidine del piacere, vizio del giuoco! O tu che offendi Dio con orribili bestemmie e prepotente orgoglio! O uomini sciagurati, come avviene che voi siate così malvagi e villani col vostro creatore, con Colui che vi ha fatti, e riscattati col suo sangue?
Ora, miei buoni amici, Dio vi perdoni le vostre colpe, e vi guardi dal peccato della cupidigia. Il mio santo perdono è qua per liberarvi tutti dai peccati vostri, purchè, s’intende, vogliate offrire qualche cosa: nobili[12], sterline, fermagli d’argento, cucchiai, anelli, tutto è buono. Ecco qua una Bolla santa, chinate la testa peccatori! Avanti, donne, offrite un po’ di lana, ed io segnerò subito il nome vostro qui nel mio registro per mandarvi a godere la beatitudine del cielo. Quanti verranno qua ad offrire, io li assolverò con la mia alta potenza, e se ne potranno tornare a casa con l’anima candida come quando vennero al mondo. Eccovi, signori miei, la mia predica. Ora Gesù Cristo che è il medico dell’anima nostra, possa concedervi di ricevere il suo perdono, poichè, ve le dico senza inganni, questa è la miglior cosa del mondo.
A proposito, signori, la mia novella mi faceva dimenticare una cosa. Io ho qui nella mia sacca una provvista di reliquie e indulgenze, consegnatemi dal Papa stesso, preziose come solo in Inghilterra si potrebbero trovare. Se c’è qualcuno di voi, il quale vuole offrire devotamente qualche cosa per avere la mia assoluzione, venga qua, s’inginocchi e riceverà la santa remissione dei peccati. O piuttosto se vi pare meglio, strada facendo rinnovate tutti il perdono ad ogni paese che ci lasciamo indietro. Così si rinnoverà anche l’offerta: nobili e monete fanno sempre comodo. Del resto è una bella fortuna per voi avere qui a vostra disposizione un mercante d’indulgenze, il quale vi può assolvere dai vostri peccati, per ogni caso che vi dovesse succedere mentre cavalcate per la campagna. Qualcuno di voi, per esempio potrebbe cascare da cavallo e rompersi il collo. Vedete dunque che per la vostra tranquillità è una vera fortuna che io sia capitato qui con voi, giacchè tutti, ricchi e poveri, io vi posso assolvere nel momento in cui l’anima vostra volerà via dal corpo. Io consiglio il nostro oste ad esser lui il primo a prendere l’assoluzione, come quegli che ha sulla coscienza più peccati di tutti gli altri. Qua, dunque, mio caro signor oste, tu sarai il primo ad offrire qualche cosa, ed io per soli quattro soldi ti farò baciare tutte le mie reliquie. Coraggio, apri la borsa.
«Io? No, no, lascia pure che Cristo mi maledica (rispose l’oste): magari fossi sicuro dei miei interessi, come sono sicuro che non mi coglierà la maledizione! Mi vorresti proprio far baciare le tue brache vecchie, spacciandole per reliquie di un santo mentre portano ancora, bella tonda, l’impronta del tuo c...? Per la croce trovata da S. Elisabetta, altro che reliquie e santuari: vorrei avere nelle mie mani i tuoi c.......i! Tagliateli, che ti aiuterò a portarli via, e li faremo conservare come reliquie nello sterco di maiale.»
Il povero mercante d’indulgenze non fiatò nemmeno. Rimase così male, che non rispose mezza parola. L’oste accortosene disse: «Quand’è così, con te, e con chiunque prende il cappello come te, io non ci scherzo più.»
Allora il nostro bravo cavaliere vedendo che tutti ridevano disse: «Via, via, basta signor mercante, noi non vogliamo musi lunghi. Venite qua, mio carissimo oste, ve ne prego, date un bacio al mercante d’indulgenze e fatela finita. Qua, signor mercante, fate la pace, e torniamo a ridere e a scherzare come prima.» Si baciarono e la brigata riprese allegramente il suo cammino.
IL CANTARE DI SER THOPAS
PROLOGO.
Finito il racconto di questo miracolo[1] fecero tutti un viso così serio, che il nostro oste cominciò a scherzare, e si rivolse subito a me[2], dicendo: «Ma che fai? Sogni forse d’essere alla caccia del lepre? Ti vedo cercare per terra con tanto d’occhi, che pare proprio che tu lo voglia scovare.
Vieni qua, allegro! Signori fate attenzione, e lasciategli un po’ di posto. Guardatelo: non faccio per vantarmi, ma ha una vitina proprio ben fatta come la mia. Con quel bel visetto chi sa quante donne lo prenderebbero volentieri in braccio come una bambola! A giudicarlo dal suo modo di fare par che sia un po’ scontrosetto: vedete, non scherza con nessuno?
Via raccontaci qualche cosa anche tu, come hanno fatto gli altri. Vogliamo subito una novella che ci metta di buon umore.» «Mio caro oste, risposi, io non vi renderò certo pan per focaccia, poichè novelle non ne so, e non posso dirvi altro che un cantare, che ho imparato molti anni fa.» «Benissimo, tu m’hai l’aria di volerci far sentire proprio qualche gran bella cosa.»
IL CANTARE DI SER THOPAS
Signori, state bene attenti, che io vi racconterò davvero una storia allegra e divertente. Si tratta di un bel cavaliere chiamato Ser Thopas, illustre eroe di battaglie e tornei.
Egli era nato in una lontana terra delle Fiandre, di là dal mare, in un borgo che ha nome Poppering. Suo padre, uomo di liberalissimo animo, era per grazia di Dio signore di quel luogo.
Ser Thopas era un giovinetto ardito, dalla faccia bianca come il pane di Maine[3] e le labbra color di rosa. Avea carnagione vermiglia, e un naso che gli stava proprio a pennello.
La barba e i capelli, che gli scendevano giù fino alla cintola, erano colore zafferano. Portava stivali di Cordova, calzoni scuri di Bruges, ed una veste di stoffa orientale che costava parecchie genovine[4].
Sapeva con ugual destrezza dar la caccia al cervo nella selva, e agli uccelli acquatici, cavalcando lungo il fiume col falco grigio appollaiato sopra una mano. Era inoltre un eccellente arciere, e senza rivali quando si trattava di disputarsi un montone alla lotta.
Più d’una bella, nella propria cameretta, spasimava d’amore per lui invece di dormire. Ma Ser Thopas non era un damerino: era un’anima casta e gentile come il fior di spino dalle bacche rosse.
Un giorno egli ebbe desio di uscire fuori a cavallo, e inforcato il suo destriero grigio, uscì con una lunga lancia in mano ed uno sciabolone al fianco.
Si avviò, quindi, verso una bella foresta ricca di daini, lepri, ed altra selvaggina; e mentre girava, attraversandola tutta da un capo all’altro, fu preso da un senso di profonda tristezza.
Pel bosco germogliavano, dovunque, erbe e piante d’ogni specie: la liquirizia, la valeriana, il garofano, la noce moscada che si mette nella birra quando è nuova o un po’ stantia, e si conserva anche nel cassettone[5].
Dovunque era un allegro cinguettare di uccelli: qua lo sparviero e il pappagallo, là cantava la sua canzone il tordo; ed il colombo mandava di sulla frasca un canto limpido e sonoro.
I primi accenti del tordo destarono nell’animo di Ser Thopas un forte desio d’amore, il quale si fece, ad un tratto, così prepotente, che il cavaliere si diè come un pazzo a menar di sprone. E il suo bel cavallo nella corsa sfrenata grondava di sudore[6] e filava sangue dai fianchi.
La foga del prode Ser Thopas era tanta, che anch’egli fu presto stanco del suo veloce cavalcare sulla molle erbetta del bosco; e si mise a riposare, lì in quel luogo stesso, lasciando che il cavallo, al quale dette del buon foraggio, riprendesse un po’ di fiato.
«Maria santa, _benedicite_, ma che è mai questo amore che mi opprime l’animo e mi fa soffrire così? Io ho sognato tutta la notte che una regina delle fate sarà la mia bella e dormirà, un giorno, nel mio letto.
Oh sì! Io voglio amare, davvero, una regina delle fate, poichè in tutto il mondo non c’è una dama degna di essere la compagna della mia vita. Io dimenticherò tutte le altre donne, e anderò per monti e per valli a trovare una regina delle fate.»
E sì dicendo, fu di nuovo in arcione, e saltando steccati e pietre si diè a cavalcare in cerca della sua bella; e tant’oltre andò col cavallo, finchè in un remoto borgo trovò il paese delle fate.
Allora si mise a cercare e ad esplorare ogni luogo, da nord a sud, attraverso a selve e a boschi foltissimi, senza mai incontrare anima viva; perchè uomini, donne, bambini, nessuno del paese osava, nè a piedi nè a cavallo, andare incontro a lui.
Finalmente un giorno si vide comparire davanti un gigante smisurato, che avea nome Ser Elefante, ed era un uomo terribile. Il quale vedutolo gli disse: «Ragazzo, per il Dio Termagante[7], se non te ne vai subito via da questi luoghi, dove io capito spesso, ti ammazzo il cavallo con una randellata. Sappi che qui fra i suoni delle arpe e della zampogna, in mezzo ad una vera sinfonia di strumenti, abita la regina delle fate.»
Il cavaliere rispose: «Il cielo mi assista, e domani io tornerò qui armato per misurarmi con te: e _par ma foy_ la mia lancia non te la farà passare tanto liscia. Poichè non sarà trascorso il primo quarto del giorno, che io ti avrò passato lo stomaco da parte a parte, e tu cadrai morto in questo luogo stesso».
Ciò detto, ser Thopas fuggì via, mentre il gigante con una terribile fionda gli scagliava dietro delle pietre per ucciderlo: ma egli con l’aiuto di Dio e con la sua destrezza si salvò.
Ed ora, signori, fate bene attenzione alla mia storia, che è più gaia del canto dell’usignuolo. Poichè ora sentirete come Ser Thopas, chino sul suo cavallo e stringendosi nelle spalle per evitare i sassi del gigante, tornò, attraverso valli e colline, nel suo regno.
Appena giunto, chiamò, in mezzo alla gioia universale, la sua gente, e ordinò che si preparassero subito grandi feste con giuochi e musica, per celebrare un avvenimento straordinario.—Egli doveva misurarsi con un gigante a tre teste, e battersi con lui per fare cortesia ad una splendida stella, alla quale dedicava l’amor suo.—
«Presto (indi soggiunse), quanti menestrelli e cantori di geste[8] sono qui, mi raccontino, mentre indosso le mie armi, fatti e avventure di re, di papi, di cardinali, e qualche storia d’amore.»
Gli portarono per prima cosa il dolce vino, poi gli porsero in una coppa un aromatico miscuglio di panforte finissimo, liquirizia, e semi di comino con zucchero raffinato[9].
Quindi il prode cavaliere si vestì coprendo le sue bianche carni con una camicia e un paio di calzoni di stoffa finissima. Poi indossò una casacca, e si cinse, a difesa del cuore, di una maglia di acciaio.
Sopra la maglia mise una solida corazza, prezioso lavoro di un giudeo, e finalmente indossò la sua cotta d’armi, candida come un giglio, con la quale egli dovea andare in battaglia contro Ser Elefante.
Il suo scudo era sfolgorante d’oro, con una testa di cinghiale nel mezzo, accanto alla quale brillava un carbonchio. Mentre si vestiva giurò, solennemente, sopra la birra e il pane, che il gigante sarebbe morto sotto i suoi colpi, a qualunque costo.
Aveva un paio di stivali di pelle conciata nell’acqua bollente, ed una sciabola con la guaina d’avorio; l’elmo era di ottone lucido. La sella era bellissima[10], e la briglia avea fulgori di sole e di luna.
La sua lancia, nemica della pace e apportatrice di guerra, era di cipresso fino con la punta ben affilata. Il cavallo, dal mantello pomellato, aveva un’andatura semplice e tranquilla. E qui, signori miei, è finita la prima parte del mio cantare[11]. Se ne avete voglia ancora, cercherò di contentarvi.
Dunque, _pour charité_, signore e signori gentilissimi, non aprite bocca, e state attenti, che ora si parla di armi, di cavalieri, di donne, di cortesie e di amori.
Che cosa sono i famosi cantari del giovine Horn, di Ipotis, di Bevis, di Ser Guy, di Ser Libeux, e di Pleindamour[12], in confronto a quello di Ser Thopas, che era il vero fiore della cavalleria?
Egli, dunque, inforcato il suo bravo destriero, guizzò d’un salto sulla via, come una favilla guizza in aria da un tizzo ardente. Sull’elmo che gli copriva la testa spiccava per cimiero una torre con un fiore di giglio in cima. Ed ora Dio salvi dalla morte il corpo di Ser Thopas.
Da pro’ cavaliere errante, la notte non volle mai dormire al coperto: suo letto era la terra, suo tetto il cappuccio, e per guanciale avea l’elmo risplendente. Vicino a lui intanto il suo destriero morsicchiava le dolci erbette del prato.
Anche egli, come si legge del prode Ser Percival[13] quando indossava lo splendido costume di cavaliere, non bevve mai altra bevanda che l’acqua della fonte. Finalmente un giorno.......
«Basta, basta, per l’amor di Dio, interruppe il nostro oste: non ne posso più delle tue chiacchiere! Dio mi salvi, quanto è vero che mi fanno perfino male gli orecchi! Al diavolo il tuo cantare: è proprio roba da chiodi!»
«Perchè, risposi io? Perchè non vuoi che anche io finisca, come gli altri, il mio racconto? Questo è il più bel cantare che io mi sappia.»
«Per Dio, riprese l’oste, te lo dico subito il perchè: perchè il tuo famoso cantare non vale un soldo, e tu sprechi il tempo inutilmente a farcelo sentire. Insomma, signore mio, ti proibisco di seguitare in questo modo. Vediamo un po’ se sei buono a raccontarci una bella avventura, o se sai dirci, in prosa, una novella che almeno ci diverta o ci insegni qualche cosa.»
«Per la passione di Cristo, risposi, ben volentieri. Vi racconterò una cosetta in prosa che, se non vorrete essere proprio incontentabili vi piacerà di certo. È una storia morale e piena di virtuosi ammaestramenti, che già altri hanno raccontata in diversi modi. E ciò non vi deve fare meraviglia, perchè voi sapete bene, per esempio, che ognuno degli Evangelisti racconta la passione di Gesù in un modo differente: eppure nonostante tutte le differenze, è sempre vera ugualmente, e la storia è sempre quella. Raccontata da S. Marco o da S. Matteo, da S. Luca o da S. Giovanni, la pietosa passione è sempre, più o meno, la stessa cosa. Però, signori miei, se la mia storia vi sembrerà diversa da quella che avete sentito altre volte, specialmente per i proverbi con cui io cerco di rendere più interessante questo trattatello di morale, non vogliate vi prego gridarmi la croce addosso. Vedrete che il mio racconto segue, in sostanza, il piccolo trattato onde l’ho tolto[14]. State dunque a sentire, e questa volta, mi raccomando, lasciatemi andare fino in fondo.
NOTE
PROLOGO
[1] Il testo ha _palmeres_: palmieri; ma evidentemente, come nota il Tyrwhitt, il poeta ha adoperato qui la parola in senso generale, e non secondo la particolare distinzione fatta anche da Dante (_Vita Nuova_, XLI).
[2] Leggo: _to ferne halwes_ (invece che _to serve halwes_ col Tyrwhitt), secondo la lezione ristabilita dal Wright ed accettata dall’Hertzberg, dal Bell e da altri.
[3] Alessandria d’Egitto, conquistata nel 1365 da Pierre de Lusignan, re di Cipro.
[4] Il nostro cavaliere era una persona, come si dice, di riguardo: i signori alla corte dei quali egli si trovò, girando il mondo in cerca di guerra, a tavola gli assegnarono spesso il posto d’onore in omaggio alla sua prodezza. Il Chaucer, che nell’originalissimo prologo ci fa un quadro pieno di vita e di colori della società inglese del tempo suo, ci presenta, in questo caratteristico personaggio uno di quegli uomini di guerra che allora correvano il mondo per servire con le armi presso qualche signore. E non pochi furono questi cavalieri erranti durante il regno di Edoardo III, che è memorabile nella storia della cavalleria inglese. Il Tyrwhitt riferisce, a illustrazione di questa figura di cavaliere descritta dal Chaucer, un antico epitaffio francese (Cfr. LELAND, _Itin._ III. pag. 91) nel quale sono così ricordate le gesta di uno di questi cavalieri, contemporaneo del poeta e morto nel 1406: «_Icy gist le noble et vaillant Chivaler_ Matheu de Gourney etc.--_qui en sa vie fu a la bataille de Benamaryn, et ala apres a la siege d’Algezire sur les Sarazines et aussi a les batailles de l’Escluse, de Cressy etc._»
[5] In Affrica.
[6] Satalia (l’antica Attalia) e Layas (Lieys in Armenia) furono tolte ai Turchi da Pierre de Lusignan, rispettivamente, nel 1352-1367.
[7] Che cosa precisamente il Chaucer intenda con questa designazione vaga, non è troppo chiaro. Forse si tratta di quella parte del Mediterraneo che si estende fra la Sicilia e l’isola di Cipro, e bagna le coste della Palestina.
[8] In Affrica.
[9] Nell’Anatolia.
[10] Letteralmente: come se fossero stati messi in una pressa (_as they were layde in presse_).
[11] La monaca, affettando anche in questo una educazione raffinata e alla moda, parlava in francese: ma un francese bastardo e corrotto, come quello parlato dal basso popolo di Stratford.