Dalle Novelle di Canterbury

Part 14

Chapter 144,008 wordsPublic domain

Chè se Griselda ebbe tanta pazienza con un uomo, tanto più noi uomini dobbiamo sopportare in pace quello che ci viene da Dio. Il quale ha tutto il diritto di sperimentare ciò che ha creato; e non tenta, infatti, come dice S. Giacomo nella sua epistola, se non gli uomini ch’egli ha messo al mondo; e tutto il giorno, senza dubbio, ne mette alla prova qualcuno.

Egli ci affligge colle più grandi sventure, per abituarci alla sofferenza, e per farci, in qualche modo, migliori. Nè lo fa, certamente, per conoscere la volontà nostra; poichè la nostra debolezza gli è nota prima che noi veniamo al mondo. Giacchè adunque tutto egli fa pel nostro bene, viviamo per sopportare virtuosamente.

Ed ora, signori miei, un’altra parola e ho finito: sarebbe ben difficile, oggi, trovare in tutta una città due o tre donne che avessero la pazienza di Griselda; poichè l’oro del quale esse rilucono, è di così cattiva lega, che messo alla prova si spezzerebbe subito in due parti.

E giacchè è così, io, per amore della donna di Bath[1] (che Dio salvi lei e tutta la sua discendenza, poichè la sua morte sarebbe una gran perdita), vi dirò allegramente, e con tutta la mia vena, una canzone che vi metterà, se non m’inganno, di buon umore. Lasciamo, dunque, ogni argomento serio, e state a sentire la mia canzone, che incomincia così.

Griselda è morta, e con lei anche la sua pazienza: l’una e l’altra giacciono sepolte in Italia: perciò, lo dico a tutti, a nessun marito venga in mente di sperimentare la pazienza di sua moglie, nella speranza di trovarla una Griselda: chè certamente resterebbe deluso.

E voi, signore mogli, se siete davvero prudenti, non lasciate che l’umiltà vi inchiodi la lingua: e non fate che un letterato debba scrivere anche di voi una storia così meravigliosa, come quella della buona e paziente Griselda; altrimenti finirete in bocca a Chichevache[2].

Fate come l’eco, che ha sempre pronta la risposta: guardate di non essere vittime della vostra innocenza, e sappiate farvi valere con energia: questa lezione, imparatevela a mente pel bene vostro, giacchè potrà esservi utile.

Se la vostra condizione è tale da rendervi forti al pari di un cammello, difendetevi, e non sopportate offese. Se siete deboli per sostenere la battaglia, mostrate i denti come una tigre delle Indie: e strepitate, ve lo consiglio, come un buratto.

Non abbiate paura del marito, non vi lasciate imporre: anche s’egli sarà chiuso in un’armatura di ferro, la punta della vostra aspra parola gli passerà il petto e anche la testa. Lo volete mansueto come un agnello? Stringetelo nei nodi della gelosia.

Se siete belle, mostratevi in società, e fate sfoggio dei vostri abbigliamenti; chi è brutta, sia di manica larga, e cerchi di farsi delle amicizie. Non vi abbandoni mai il buon umore: lasciate che il marito si secchi, pianga, si arrabbi, e brontoli a piacer suo.

NOVELLA DEL MERCANTE D’INDULGENZE

PROLOGO

Il nostro oste si mise a gridare come un matto: «Capperi! Per i chiodi della croce, e pel sangue del nostro Signore, che razza d’imbroglione era quel giudice! Potessero morire arrabbiati i giudici come quello, insieme con tutti i loro avvocati! Insomma quella povera innocente fu ammazzata[1]! La pagò salata la sua bellezza. Ma non lo dico sempre io? I doni del caso e della natura tutti i giorni costano la vita a qualcheduno. Fu proprio la sua bellezza che l’ammazzò, non c’è che dire. Poverina! Che brutta fine fece! S’ha un bel dire: quei doni che dicevo dianzi, sono più un male che un bene.

Padron mio carissimo, la tua è stata davvero una pietosa storia. Basta, non c’è che fare: tiriamo avanti. Dunque, caro dottore, io prego Dio che ti conservi la salute, e protegga, insieme col tuo Ippocrate e il tuo Galeno, anche le tue boccette d’orina e i tuoi barattoli. Prego Dio e Maria Vergine che s’abbiano in gloria tutte le tue scatole di pillole. La mia osteria faccia affari d’oro, quant’è vero che tu sei una persona proprio come si deve, e alla pari di un prelato, per S. Roniano[2].

Dico bene! Compatiscimi, sono un povero oste, e parlo come so: volevo dire, insomma, che la tua novella mi ha fatto proprio male. Mi sento un non so che qui al cuore. _Corpus Domini_, se non ci rimedio con un buon bicchiere di birra, e se qualcuno non racconta subito una novella un po’ più allegra, va a finire che mi viene il crepacuore per quella povera ragazza. Mio _bel amy_, mercante di indulgenze, questa volta tocca a te. Da bravo: raccontaci qualche barzelletta che ci metta un po’ di allegria.»

«Subito, per S. Roniano. Ma prima permettetemi di bere, a questa birreria, un bicchiere di birra e di mandar giù un boccone di schiacciata.»

«Oh, intendiamoci, signor mercante: non vogliamo sentir sguaiataggini. Vogliamo un po’ di morale: una novella dalla quale si possa imparare qualche cosa. Allora sì che staremo tutt’orecchi.» «Va bene (rispose), vi contenterò: lasciatemici pensare mentre bevo.»

NOVELLA

DEL MERCANTE DI INDULGENZE

Signori (cominciò egli a dire), dovete sapere, prima di tutto, che io, quando predico in chiesa, cerco di farmi sentire più che posso, e la mia parola vibra piena e sonora, come una campana; perchè oramai quello che dico lo so tutto a memoria. L’argomento delle mie prediche è, ed è sempre stato, questo qui: RADIX MALORUM EST CUPIDITAS.

Appena salito il pulpito, comincio col dire ai miei fedeli da qual luogo vengo: poi faccio vedere che ho tutte le mie carte in regola, e che la mia patente porta il bollo del nostro augusto sovrano. Lo faccio, s’intende, per salvarmi le spalle, caso mai qualche chierico si credesse di potermi disturbare nella sacra funzione di Cristo. Quindi vuoto il sacco delle mie solite storielle. Tiro fuori bolle di papi, di cardinali, di patriarchi e di vescovi, borbottando ogni tanto qualche parola in latino, perchè la mia predica sia più saporita, e induca più facilmente gli uomini alla devozione. Poi metto fuori i miei scatoloni di vetro pieni di stracci e d’ossa, che passano per reliquie. Prendo in mano un mozzicone di metallo a forma di scapola, e battezzandolo per la spalla di una pecora che appartenne ad un giudeo divenuto santo, comincio a dire: «Buona gente, fate attenzione alle mie parole. Vedete quest’osso? Chiunque di voi ha una vacca, un vitello, una pecora, un bue, con la pancia gonfia per aver mangiato, nell’erba, qualche verme velenoso o per esserne stato morso, basta che tuffi quest’osso in una fonte e lavi la lingua alla sua bestia con un po’ di quell’acqua, e la bestia è bell’e guarita. Ma questo è poco: qualunque persona beverà a quella fonte, guarirà subito del vaiolo, della tigna, e di ogni altra malattia. State bene attenti, che non è mica finito!

Se chi ha del bestiame, tutte le settimane prima che il gallo faccia chicchirichì beve, a digiuno, un sorso di quell’acqua miracolosa, in capo all’anno avrà le stalle piene ed i granai zeppi. E queste non sono frottole: fu quel santo giudeo che l’insegnò ai nostri nonni. Finalmente, signori, quell’acqua ha un’altra virtù: è un rimedio contro la gelosia. L’uomo per natura più pazzamente geloso bevendo di quell’acqua non avrà mai alcun sospetto della moglie, quand’anche sia sicuro che lei quel difettaccio ce l’ha. Lascerà che essa bazzichi magari due o tre fratacchiotti, senza farci nemmeno caso.

Però vi debbo avvertire di una cosa: se per caso qui fra voi c’è qualcuno che ha sulla coscienza uno di quei peccatacci che la vergogna impedisce di confessare; se fra quante siete qui giovini e vecchie c’è qualche cattiva moglie che ha fatto al marito ... quel brutto scherzo, se ne può andare. Poichè a gente come quella io non permetto di venire qua a fare offerte alle mie reliquie. Chi ha la coscienza tranquilla si faccia pure avanti, e venga su ad offrire nel nome di Dio, che lo assolverò di tutti i suoi peccati, con quella facoltà che mi è concessa dalle carte che dianzi vi ho mostrato.»

Con questo gioco, da che faccio il mercante d’indulgenze, mi sono sempre guadagnato cento marchi all’anno. Me ne sto bravamente nel mio pulpito come un chierico, e quando vedo che la folla ha preso posto, faccio la mia predica in quel modo che vi ho detto, infilzando almeno un altro centinaio di frottole. Mentre parlo allungo il collo più che posso fuori del pulpito, e accenno ora a questo ora a quello con la testa, dimenandola a destra e a sinistra come fanno i colombi quando tubano sul tetto del granaio. Le mie mani intanto volano per l’aria gesticolando, e la lingua non canzona. Credete a me, dev’essere proprio una bella scena vedermi almanaccare a quel modo! La mia predica non tratta che del maledetto peccato dell’avarizia, per indurre i fedeli ad essere liberali col prossimo, e prima di tutto con me. Poichè il mio scopo non è quello di salvare gli uomini dal pericolo, ma quello di far quattrini. Che cosa me ne importa a me, se quando sono morti l’animaccia loro se ne va al diavolo!

Certo le mie prediche hanno spesso un fine che non è troppo santo: alcune, per esempio, sono fatte per dare nel gusto alla gente, per lusingarla e approfittarne a forza d’ipocrisia; altre per vanagloria, ed altre in fine per odio. Poichè quando non posso vendicarmi con altre armi, di chi ha offeso me e i miei confratelli, adopero la lingua, e nelle mie prediche gli affibbio certe bottate che arrivano fino all’osso. State sicuri che non può sfuggire ad una pubblica diffamazione. Senza nominare alcuno io so toccare certi tasti, che tutti capiscono subito, di chi parlo. Così sono solito pagare chi ci dà noia; e santamente sputo il veleno che ho in corpo, senza compromettermi. Insomma, ve lo ripeto, le mie prediche sono tutte figlie della cupidigia, e perciò il mio tema è sempre quello: radIX MALORUM EST CUPIDITAS.

Io predico come vedete, contro l’avidità, cioè contro il peccato che tutti i giorni commetto. Ma per quanto grande peccatore mi sia, posso distogliere gli altri dalla colpa, e farli pentire amaramente di averla commessa. S’intende che non ne ho nessun merito, perchè io non parlo che per cupidigia. Ma di questo, ormai, ne avrete abbastanza: andiamo avanti.

Dunque, dicevo, la mia predica finisce sempre con una filza di esempi, presi dalla storia dei tempi antichi. Perchè alla gente ignorante piace sentir raccontare cose successe Dio sa quando; e se le ripetono e le imparano a memoria con grande piacere. Ah! Credevate che io mi volessi condannare, proprio da me, alla miseria, mentre posso guadagnarmi da vivere onestamente insegnando agli altri? No, no, non mi è passato mai neppur per la contraccassa del cervello. Io predico, e domando qualche cosa qua e là dove vado, perchè per campare non ho voglia di adoperare le mani, e di mettermi a far canestri. Non vado mica attorno per nulla, come facevano gli Apostoli: vogliono essere quattrini, lana, cacio, e grano, anche dal più povero servo, e dalla vedova più miserabile di tutto il villaggio. Nè debbo sapere se i suoi figliuoli muoiono dalla fame. Dovunque vado voglio trovare del buon vino, e una donnetta che mi tenga allegro.

Ma veniamo alla conclusione, signori miei. Voi desiderate che vi racconti una novella? Ebbene, ora che ho mandato giù un bel bicchiere di birra, di quella forte, spero di raccontarvi un fatto, per Dio, che vi piacerà di certo. Appunto perchè io sono un uomo pieno di vizi, voglio raccontarvi una storia molto morale, che di solito ficco in tutte le mie prediche per fare più effetto. Ed ora state zitti, che comincio.

Una volta c’era nelle Fiandre una combriccola di giovinastri i quali passavano la vita in una continua baldoria, dandosi al gioco e alla crapula, e frequentando il bordello e la taverna, dove stavano dalla mattina alla sera a ballare al suono di arpe e di liuti, o a giocare ai dadi, o a gozzovigliare e a bere senza vedere mai il fondo. E in questo modo, abbandonati ad un turpe stravizio, sacrificavano maledettamente al diavolo, nel tempio del diavolo, tirando dei moccoli così grossi ed infernali che facevano paura. Straziavano, con le loro bestemmie, il corpo del nostro Signore benedetto, come se non lo avessero straziato abbastanza i giudei; e più uno le diceva grosse, più gli altri ridevano.

Ad un tratto venivano le ballerine, tutte ragazze ben fatte e dalla vita snella, e insieme con esse entravano cantanti con le loro arpe, ruffiane e venditori ambulanti di schiacciate. Tutta gente mandata dal diavolo ad accendere il fuoco della lussuria e a soffiarvi dentro, giacchè la lussuria è sempre compagna della crapula e del vino, come ci insegna anche la sacra scrittura.

Basti l’esempio di Loth, il quale, ubriaco fradicio, giacque inconsciamente con le due figliuole, commettendo un incesto.

Chiunque ha studiato bene la storia, sa che Erode, stando a banchetto, pieno di vino fino agli occhi, ordinò prima di alzarsi da tavola, che fosse ucciso Giovan Battista, il quale era innocentissimo.

Seneca ha ragione davvero quando dice che egli fra un uomo che ha perduto il cervello ed uno che è ubriaco non vede altra differenza che questa: che la pazzia, quando coglie un disgraziato, dura più a lungo della ubriachezza[3].

O maledetta gola, tu fosti la prima causa della nostra rovina, tu fosti l’origine della nostra dannazione, finchè Cristo ci riscattò col suo sangue. Guardate un po’, per farla corta, come ci costò salata la maledetta colpa di Adamo, per causa della quale tutto il mondo fu corrotto.

Il padre nostro Adamo fu cacciato insieme con sua moglie dal paradiso, e costretto a lavorare e a soffrire, proprio per la gola che lo vinse. Perchè fino al giorno in cui restò digiuno, egli rimase in paradiso; e ne fu cacciato, per andare in mezzo ai guai e alle pene, solo quando assaggiò il frutto proibito di quel tale albero. O ingordigia, non senza ragione gli uomini dovrebbero lamentarsi di te!

Se essi sapessero di quanti mali sono cagione l’intemperanza e la crapula, a tavola misurerebbero un po’ più l’appetito. Ma purtroppo il gozzo e il palato li spingono a girare da un capo all’altro del mondo, per terra, per mare, per aria, in cerca di un boccone ghiotto e di una bevanda squisita. E tu ne sai qualche cosa, o S. Paolo! Egli dice infatti: «Dio distruggerà il cibo del ventre e il ventre del cibo.» Ah! Fa proprio ribrezzo, in fede mia, il pensare che l’uomo beve, del bianco e del rosso, fino al punto da fare della gola uno strumento di turpe stravizio. Sentite che cosa dice l’Apostolo, piangendo: «Passeggiano molti su questa terra, come vi dicevo (e parlandone, ora mi viene da piangere), che sono nemici della croce di Cristo: fine dei quali è la morte, e Dio il ventre[4]». O ventre, o pancia, tu sei un fetido sacco pieno di sterco e di putridume. Da ogni tua parte non si sprigiona che un rumore schifoso. Quanta fatica e quanto denaro ci vuole per trovare il tuo fondo! Povero cuoco, quanto deve affaccendarsi a pestare, spremere, tritare, per ridurre e trasformare la sostanza che deve saziare il tuo ingordo appetito! A forza di colpi fa uscire il midollo dai duri ossi (poichè il cuoco non butta via nulla), e con quell’unto fa sì che il boccone sgusci dolcemente giù per la strozza. E per stuzzicarti sempre più l’appetito, bisogna che cacci nella salsa spezie, odori, e radici di ogni genere, che la rendono piccante. Ma chi va in cerca di tante leccornie, è lo stesso che sia morto, poichè vive nel vizio.

Il vino è un pericoloso eccitante, e l’ubriachezza è causa di molte colpe e di molte sciagure. O briacone, la tua faccia è stravolta, il tuo respiro è affannoso, sei un essere che fa schifo. Dal tuo naso, rosso come un peperone, ronfa un suono che par tu voglia dire: Sansone, Sansone. Mentre Dio sa se Sansone bevve mai una goccia di vino. Tu traballi, e cadi per terra come un maiale ferito. Non hai più la lingua per parlare, ed hai perduto il pudore, poichè l’ubriachezza è la sepoltura dell’intelletto e dell’onestà. Chi si fa schiavo del vino perde assolutamente il giudizio: perciò guardatevi tanto dal bianco quanto dal rosso, e più di tutti da quello bianco di Lepe[5] che si vende in Via del Pesce e in Chepe[6]. Perchè dovete sapere che la vite che produce questa qualità di vino spagnuolo, striscia piano piano accanto alle altre viti più vicine; e l’uva per causa di quel contatto fa un vino così generoso, che sale subito alla testa. Immaginatevi che bastano tre bicchieri, di quel vino, perchè un disgraziato il quale crede di tornare a casa sua in Chepe, a forza di viaggiare colla testa arrivi nella Spagna, e si trovi proprio nella città di Lepe invece che a Rochelle o a Bordeaux. E intanto dagli, col naso, a ronfare: Sansone, Sansone.

Ma, Signori, abbiate la compiacenza di ascoltarmi ancora un altro poco. Tutti gli atti più belli e gloriosi di cui si legge nel vecchio Testamento, come furono compiuti? Con l’aiuto di Dio onnipotente, furono compiuti per mezzo dell’astinenza e della preghiera. Leggete la Bibbia e ve lo imparerete.

Sapete voi come finì Attila il famoso conquistatore? Morì in modo vergognoso e turpe, soffocato da un travaso di sangue mentre era ubriaco. Un capitano, veramente, avrebbe dovuto essere più sobrio.

Guardate, soprattutto che cosa fu comandato a Lamuele[7]. Dico Lamuele, state attenti, non Samuele. Leggete la Bibbia, e vi troverete qualche cosa a proposito del dare a bere il vino ai giudici che devono amministrare la giustizia[8]. Ma basta oramai di questo, perchè ne ho parlato anche troppo.

Ora che vi ho detto dell’ingordigia, vi metterò in guardia contro il giuoco. Il giuoco è il vero padre della menzogna e dell’inganno; insegna il turpiloquio e a bestemmiare Cristo. Spinge all’omicidio, e fa perdere denari e tempo: senza contare, poi, che l’essere tenuto per un volgare giocatore è cosa riprovevole e disonorante. E quanto più uno è di elevata condizione, tanto più sciagurato diventa agli occhi di tutti. Un principe il quale ha il vizio del giuoco, perde, nell’opinione pubblica, il suo prestigio di regnante e di uomo politico.

Stilbone[9] il quale era una persona savia, mandato da Sparta, con onorevole incarico, ambasciatore a Corinto per trattare la pace, avendo trovato tutti i primi cittadini della città intenti a giocare turpemente, se ne ritornò subito a Sparta, e disse ai suoi concittadini: «Io non voglio macchiare il mio nome col disonore di farvi stringere alleanza con un popolo di volgari giocatori. Non sarà mai detto che voi, i quali avete un nome così glorioso e rispettato, per mia volontà e per opera mia siate alleati di una gente dedita al giuoco». Queste furono le parole di quel saggio filosofo.

Ricordatevi anche del re dei Parti, il quale, come racconta la storia, sapendo che il re Demetrio aveva avuto la passione del giuoco, gli mandò, per ischerno, in regalo un paio di dadi d’oro, mostrando di non fare alcun conto della gloria e del nome di lui. Le persone che stanno in alto dovrebbero trovare qualche modo più onesto di passare la giornata.

Ora vi dirò due parole di ciò che dicono i libri a proposito della bestemmia e dello spergiuro. La bestemmia è una cosa abbominevole, ma il falso giuramento è ancora peggio. Dio proibì assolutamente ogni spergiuro, e n’è testimone S. Matteo; ma in modo speciale ne parla Geremia, il quale dice: «Giura il vero, e non giurar mai il falso. Non giurare a caso, ma sempre pensatamente, poichè giurare per cosa da nulla è peccato».

Non dimenticate i sacri comandamenti di Dio nella prima comunione, e troverete, appunto, che il secondo è questo. «Non pronunziate il mio nome in vano». Vedete, egli proibisce più severamente tali spergiuri, dell’omicidio stesso e di tante altre colpe. E che questo sia proprio il secondo dei comandamenti di Dio, se ne può persuadere chiunque conosce gli altri. Vi dico poi, chiaro e tondo, che la vendetta del cielo colpisce, prima e poi, la casa di chi offende Dio le sue bestemmie. Eccoli i frutti del giuoco: «Pel sacro cuore di Dio, pei chiodi coi quali fu crocifisso, pel sangue di Cristo in Hailes[10], io ho fatto sette e tu cinque e tre. Se giuochi da imbroglione ti spacco il cuore con una pugnalata!» Questo è il frutto di chi passa la giornata con quei due pezzacci di osso: bestemmie, ira, menzogna, omicidio.

Dunque per amore di Cristo che morì per noi sulla croce, guardatevi tutti, grandi e piccoli, dalla bestemmia. Ma signori, è tempo ormai che io riprenda la mia novella.

Quei tre scapestrati, dei quali vi parlavo, un giorno, prima assai che le campane annunziassero l’alba, se ne stavano a bere in una taverna: quando ad un tratto, mentre erano seduti a tavola, sentirono un campanello nella strada, il quale annunziava il passaggio di un morto che veniva portato al cimitero. Uno di loro, allora disse al garzone: «Presto, va’ a domandare chi è il morto che passa. Sappici dire, per bene, il suo nome».

«Signore, rispose il ragazzo, non c’è bisogno che io vada a domandarlo: me l’hanno detto due ore prima che voi tre veniste qua. Il morto, per Dio, era un vostro antico compagno. È stato ucciso improvvisamente stanotte. Il disgraziato se ne stava seduto, mezzo ubriaco, su di una panca, quando un ladro, chiamato per soprannome “Morte” il quale uccide chiunque gli capita fra le mani, gli è saltato addosso all’improvviso con la sua lancia, e dopo avergli fatto il cuore in due pezzi, se ne è andato zitto e cheto. Quest’uomo tremendo ha ucciso, qui in paese, un centinaio di persone: credete pure, signor mio, che bisogna stare bene attenti di non capitargli davanti senza saperlo. State in guardia, che non l’aveste ad incontrare. Così, almeno, mi è stato detto dalla mia padrona».

«Per Maria santissima, soggiunse il padrone della taverna, il ragazzo non dice bugie: quest’anno, in un grosso villaggio a più di un miglio di qui, costui ha ucciso moglie, marito, il bambino, il servitore e il garzone. Credo che di casa stia laggiù. È prudenza stare in guardia e prevenirlo prima che ci abbia a fare qualche brutto scherzo.»

«Per le braccia di Dio, disse allora il giovinastro accattabrighe, ma è proprio un pericolo così grande incontrarsi con costui? Ebbene, io non ho paura, e lo anderò a cercare per la campagna, per la città, dovunque egli sia. Lo giuro sulle sacre ossa di Dio. Sentite, amici, soggiunse ai suoi compagni, noi tre siamo stati sempre d’accordo; diamoci ora la mano, e mettiamoci, da buoni fratelli, all’opera: vedrete che non tarderemo ad uccidere questo vigliacco che si fa chiamare “la Morte.” Sull’onore di Dio, lui che ha ucciso tanta gente, prima di notte cadrà morto.»

Dopo aver giurato, tutti e tre, di aiutarsi come fratelli e di non separarsi mai, vivi o morti, si alzarono per andarsene. E briachi e furibondi si avviarono verso il villaggio, del quale, poco prima, aveva parlato il padrone della bettola; e per via non fecero che lacerare il povero corpo di Cristo con orribili bestemmie. «Se possiamo agguantarlo non ci scapperà vivo dalle mani.»

Avevano fatto quasi mezzo miglio di strada, quando, mentre stavano per passare una siepe, s’imbatterono in un povero vecchio, il quale salutandoli garbatamente disse: «Dio vi accompagni, signori.»

Il più prepotente di quei tre soggettacci rispose: «Che? Brutto straccione, perchè sei tutto imbacuccato a cotesto modo, che ti si vede appena il viso? Com’è che non ti vergogni a vivere ancora, così vecchio come sei?»

«Egli è, rispose il vecchio guardandolo in faccia, che per quanto abbia girato tutto il mondo, perfino l’India, non posso trovare un cane, in nessun villaggio, il quale voglia cambiare la sua gioventù con la mia vecchiaia. E devo tenermela fin che piacerà a Dio, e finchè la Morte, ahimè, non mi venga a prendere! Così povero disgraziato, me ne vo girando pel mondo, e mattina e sera batto col mio bastone la terra, che è la porta la quale chiude mia madre, e dico: