Dalle Novelle di Canterbury

Part 13

Chapter 134,028 wordsPublic domain

Io credo, che neppure la pietà di una balia reggerebbe a vedersi portar via il bambino: pensi quindi ciascuno, che cosa avrebbe dovuto fare la misera madre, eppure, tanta era la sua fermezza, che tutto sopportò con pazienza, e disse a quell’uomo: «Eccovi, la bambina, prendetevela.»

E consegnandogli la piccina, soggiunse: «Andate, fate ciò che il signor mio vi ha comandato di fare; solamente fatemi questa grazia, se egli non ve lo ha proibito: sotterrate il suo corpicino, in qualche luogo, affinchè le bestie e gli uccelli non lo divorino.» Ma quegli, senza nemmeno rispondere, prese la bambina e se ne andò.

E recatosi dal marchese, gli raccontò per filo e per segno, in poche parole, quello che aveva detto e fatto Griselda; indi gli consegnò la bambina. Gualtieri provò un senso di compassione, ma non si mosse dal suo proposito, come quegli che voleva fatta la sua volontà.

Ordinò al suo scudiero di fasciare, di nascosto, e coprire adagino e con ogni cura la creaturina, e di metterla dentro una cesta o avvolgerla in una veste, senza che alcuno, pena la sua testa, scoprisse donde egli veniva, e dove andava.

La portasse, così nascosta, a Bologna, in casa della sorella di lui, ch’era allora contessa di Pavia; e mettendo costei a parte di tutto, la pregasse di allevare con ogni cura la bambina, senza mai dire, a qualunque costo, di chi fosse figliuola.

Questi andò, e fece, scrupolosamente, quanto gli era stato ordinato. Ma torniamo al marchese. Egli andava sempre fantasticando, se mai potesse capire dall’aspetto, o dalle parole della moglie, ch’ella fosse cambiata. Ma la trovava sempre ugualmente affabile e gentile.

La stessa bontà, la stessa dolcezza, la sua solita attività nelle faccende domestiche, lo stesso amore per lui: insomma, in tutto e per tutto era savia come prima. Non fece mai parola della sua bambina, e non si provò neppure a nominarla. Per grandi che fossero le sue pene e le sue sventure, non mostrò alcun cambiamento.

PARS QUARTA

Passarono così quattro anni, prima che Griselda di nuovo ingravidasse; ma questa volta, come a Dio piacque, fece al suo Gualtieri un maschio, che era un miracolo di grazia e di bellezza. Di ciò non solo il padre fu lietissimo, ma il paese tutto n’ebbe sì gran gioia, che levò preghiere di ringraziamento al Signore.

Il bambino aveva due anni, e già da qualche tempo era stato divezzato, quando un giorno venne l’estro al marchese, di tentare un’altra volta la pazienza della moglie. A inutile prova era messa, ahimè! ma i mariti son senza discrezione, quando trovano una poveretta che sopporta.

«Moglie mia, le disse un giorno, sai bene che il mio popolo è sempre stato scontento del nostro matrimonio: ma dal giorno che partoristi questo maschio, le cose sono andate di male in peggio; e corrono, ora, delle voci così brutte, che sono proprio sgomento, e sento sanguinarmi il cuore.

—Dunque (dicono tutti), morto Gualtieri, gli succederà il nipote di Giannucole, e lo avremo nostro signore?—Ora, non v’ ha dubbio che io debbo darmene pensiero: poichè, sebbene nessuno osi parlare in presenza mia, la cosa mi dispiace.

Io voglio, finchè è possibile, godere la mia tranquillità; perciò sono disposto assolutamente a fare del bambino ciò che ho fatto, di notte e senza che nessuno se ne sia accorto, della sua sorella. Te ne avverto, perchè la cosa riuscendo improvvisa, non debba esserti troppo dolorosa; cerca, dunque, di aver pazienza anche questa volta.»

«Vi ho detto, rispose Griselda, e sempre ve lo ripeterò, che io non voglio, e non vorrò mai, che ciò che a voi piace: io non mi risento, se per ordine vostro mi vengono uccisi i figliuoli. Rinunzio volentieri alla gioia che avrei avuto dalle mie due creaturine: come ho sofferto per averle, soffrirò per perderle.

Voi siete il signor mio; fate quello che vi piace, e non vi curate di me: con le mie povere vesti io ho lasciato a casa la mia volontà e la mia libertà; perciò potete fare quello che volete, sicuro che vi obbedirò.

Se io potessi leggervi nell’animo, vorrei soddisfare ogni vostro desiderio prima che voi parlaste: quando poi so che cosa desiderate, immaginatevi se faccio di tutto per contentarvi. Quando sapessi che vi fosse cara la mia morte, morirei ben volentieri, per farvi piacere.

L’amore che ho per voi è più potente della morte. «Il marchese vedendo la costanza della moglie, abbassò gli occhi, meravigliandosi che una donna potesse sopportare tutto questo; e con aspetto burbero, ma invece lieto in cuor suo, uscì.

Il solito omaccio si presentò a Griselda, e nello stesso modo col quale le aveva portato via la figliuola (e più crudelmente, se fosse stato possibile) le prese anche il bellissimo fanciullo. Sempre con la stessa pazienza, e senza scomporsi, essa lo lasciò fare, baciando il suo bambino, e benedicendolo.

E come aveva fatto la prima volta, pregò costui se nulla glie lo vietasse, di voler dare sepoltura alle tenere membra del suo piccino, che erano così graziose, affinchè non rimanessero preda di qualche uccellaccio, o di qualche brutto animale. Ma anche questa volta rimase senza risposta: chè quegli di niente curandosi, e secondo gli ordini ricevuti, prese il bambino e lo portò, con ogni cura, a Bologna.

Il marchese sempre più ammirava la pazienza di Griselda; e se non fosse stato più che sicuro, che essa voleva un gran bene ai suoi figliuoli, avrebbe creduto che fosse in lei, non fermezza d’animo, ma astuzia, malizia, e cattivo cuore.

Ma invece egli sapeva bene che Griselda, dopo di lui, nulla aveva così caro al mondo, quanto i propri figli. Ditemi voi, donne, per favore, se queste prove non sarebbero state sufficienti! Che cosa avrebbe potuto ancora immaginare la rigida ostinazione di un marito, per provare la virtù e la pazienza di sua moglie?

Ma c’è, pur troppo, certa gente, che quando si ficca in capo un’idea, non se la leva più, a nessun costo: così appunto, si era ostinato Gualtieri nel proponimento fatto, di tentare la pazienza e la costanza della moglie.

Teneva sempre d’occhio Griselda, per vedere se una parola, uno sguardo, rivelasse, in lei, qualche cambiamento: ma la trovava sempre dello stesso umore, e col suo solito aspetto. Anzi, ogni giorno che passava, essa si mostrava sempre più amorosa e più piena di cure per lui.

Di guisa che sembrava che avessero un sol volere in due; piacendo a lei tutto quello che piaceva a Gualtieri. E di ciò sia lodato il Signore: giacchè così doveva essere per il bene di tutti. Pareva che i suoi affanni non fosser suoi; non aveva altra volontà che quella del marito.

Ma un bel giorno si cominciò, da per tutto, a parlare delle stranezze di Gualtieri; e a mormorare ch’egli crudelmente aveva fatto uccidere, di nascosto, i suoi bambini, pentito di avere sposato una povera contadina. Nessuno sapeva che tutti e due erano vivi.

E queste voci fecero sì, che mentre prima tutti lo amavano, cominciarono a non poterlo più vedere, sotto l’orribile accusa di assassino. Non ostante questo, egli non abbandonò, nè punto nè poco, il suo proponimento, di mettere ancora alla prova la moglie.

Allorchè la sua bambina ebbe compiuto il dodicesimo anno, mandò un suo ambasciatore alla Corte di Roma (che aveva prima informata del suo disegno), perchè gli procurasse in qualche modo delle carte, che dovevano servire al suo crudele scopo; dalle quali risultasse che il papa gli permetteva, per ristabilire la pace nel popolo di Saluzzo, di sposare un’altra donna.

Ordinò, insomma, che si falsificasse una bolla papale, nella quale si dicesse ch’egli era libero di abbandonare la prima moglie, col permesso del papa, per far cessare i malumori che erano nati fra lui e i suoi sudditi. La bolla, in questi termini precisi concepita, fu tosto pubblicata.

Il popolo, ignorante com’è, vi credè subito; Griselda ne fu, c’è da immaginarselo, addoloratissima: ma ormai con la sua solita pazienza, la poveretta era disposta a sopportare in pace l’avversa fortuna.

Le bastava di sapere sempre contento colui, al quale aveva dato il suo cuore, e tutta se stessa. Ma per farvela corta, il marchese, intanto, scrisse una lettera, in cui esponeva tutto il suo disegno; e di nascosto la spedì a Bologna al conte di Pavia, marito di sua sorella, pregandolo vivamente di riportargli, con gran pompa, i suoi due figliuoli; senza dire ad alcuno chi fosse il padre loro.

Dicesse, invece, che la fanciulla doveva sposare il marchese di Saluzzo. Così, infatti, fece il conte di Pavia; e verso sera si mosse, con gran seguito di cavalieri, alla volta di Saluzzo, per scortare la fanciulla; accanto alla quale cavalcava il giovine fratello.

La bella giovinetta, tutta adorna di pietre preziose, era vestita come se andasse veramente a nozze; anche il fratello, un fanciulletto di sette anni, era riccamente vestito e tutto elegante. Così in gran pompa e con gran festa cavalcando, si avvicinavano, di giorno in giorno, a Saluzzo.

PARS QUINTA

Intanto Gualtieri, persistendo nel suo crudele proposito di sottoporre a un’ultima e più dura prova la moglie, per essere pienamente sicuro ch’ella fosse sempre paziente come prima, un giorno, in presenza di tutti, le disse risentito:

«Griselda, io sono stato contentissimo, senza dubbio, di averti sposato, per la tua bontà, per la tua fedeltà, e per la tua obbedienza: non così però pel casato che porti, e per la tua dote. Ho dovuto convincermi, s’io non m’inganno, che la nobiltà e la potenza hanno pur molte schiavitù.

Io non posso fare come un bifolco qualunque: i miei sudditi mi costringono a prendere un’altra moglie, e il papa stesso lo permette, perchè tutto torni in pace. Ti dico dunque sinceramente, che la mia nuova moglie è già in viaggio.

Fatti coraggio, e lasciale il suo posto; ti concedo, come grazia, di riprenderti tutta la dote e tutta la roba che mi hai portato. Ritorna alla casa di tuo padre, e pensa che in questo mondo non si può sempre essere contenti. Io, per conto mio, non posso fare altro che consigliarti a sopportare di buon animo i capricci della fortuna.»

Ed essa con la sua solita pazienza rispose: «Signor mio, io lo sapevo benissimo, e sempre lo pensavo, che la mia povertà non poteva stare accanto alla vostra ricchezza; e non mi sono mai creduta degna di essere, non dico la moglie vostra, ma neppure la vostra cameriera.

E Dio può essere testimone, per l’anima mia, che io in questa casa, della quale voi mi avete fatto signora, non mi sono mai considerata nè signora nè padrona, ma sempre umile serva vostra; e tale sarò più di ogni altro finchè il cielo mi darà vita.

Della bontà che avete avuto, di tenermi per così lungo tempo in tanto onore e in tanta nobiltà; mentre io ne ero indegna, ringrazio Dio e voi, pregando che siate ricompensato. E senz’altro me ne ritorno, volentieri, a casa di mio padre, per rimanere con lui finchè vivrò.

Là ho vissuto bambina, e sono cresciuta; e là finirò, vedova e senza altri affetti, la mia vita. Poichè dal momento che ho dato a voi la mia gioventù, e sono la vostra legittima moglie, Dio mi guarderà bene dal prendere un altro marito.

Il Signore possa concedervi fortuna e prosperità con la vostra nuova moglie, alla quale io cedo, di buon animo, il mio posto, dove sono stata sempre felicissima. Giacchè vi piace che la mia felicità sia finita, e che io me ne vada, me ne andrò quando vorrete.

In quanto alla concessione che mi fate, di lasciarmi andar via con la dote che vi ho portato, capisco bene che voi intendete parlare dei miei poveri panni, che non erano niente di bello davvero: ma non ostante ben difficilmente io potrei ora ritrovarli. Buon Dio! eravate così cortese e gentile il giorno del nostro matrimonio!

Ma è ben vero quel che si dice (lo so per prova):—amore non è mai tanto vecchio, come quando è nuovo.—Siate sicuro, però, signor mio, che per amor vostro non mi sarebbe grave neppur la morte: e non sarà mai che io mi penta, in alcun modo, di avervi dato, con me stessa, tutto il mio cuore.

Vi ricorderete, signor mio, che prima di condurmi in casa vostra, mi faceste strappare di dosso le mie povere vesti, e mi regalaste voi stesso degli abiti ricchissimi; quindi io non vi portai altra dote, senza dubbio, che la mia fedeltà, la mia povertà, e la mia gioventù. Eccovi i vostri abiti e il vostro anello: ve li restituisco per sempre.

Tutte le altre gioie, posso assicurarvelo, sono in ordine in camera vostra. Io uscii nuda dalla casa di mio padre, ed è giusto che vi ritorni nuda. Son pronta a fare tutto ciò che volete: ma spero che non vorrete farmi uscire di casa vostra senza camicia.

Voi non farete una cosa tanto indegna, e non permetterete che io, tornandomene a casa, mostri nudo il corpo, che ha creato i vostri figli. Non vogliate, per pietà, cacciarmi nella strada come un cane: pensate che per quanto indegnamente, io sono stata la moglie vostra.

In ricompensa della verginità che pur vi ho portato, e non mi è concesso riportar via, lasciatemi almeno la camicia che ho indosso; affinchè possa coprirne il corpo di colei, che fu vostra moglie: ed ora, signor mio, me ne vado, perchè non vi abbiate a seccare.»

«La camicia che hai indosso, rispose Gualtieri, lasciatela pure, e portala via con te.» E tosto uscì dalla stanza, perchè la pietà e la compassione gli impedivano quasi di parlare. Griselda lì stesso si spogliò, e in camicia, scalza e senza niente in capo, s’incamminò verso la casa di suo padre.

La gente la seguiva, con le lagrime agli occhi, lungo la via, e imprecava, andando, al destino. Ma essa non piangeva e non parlava. Il padre, che ne fu subito avvisato, malediva il giorno e l’ora in cui egli era venuto al mondo.

Il povero vecchio aveva sempre sospettato di questo matrimonio; e pensò sempre, fin da principio, che il marchese, soddisfatto il suo capriccio, avrebbe considerato la sconvenienza di essere sceso così in basso, e un bel giorno all’improvviso l’avrebbe mandata via.

Avendo sentito che la sua figliuola ritornava a casa in camicia, in fretta in fretta le andò incontro, portando seco la vecchia veste che essa aveva lasciato, e piangendo amaramente, cercava di coprirla, alla meglio, con quella; ma non potè mettergliela indosso: che era troppo mal ridotta pel molto tempo trascorso, dal giorno che Griselda era andata a nozze.

Questo fiore di vera pazienza, ritornata per qualche tempo col padre suo, in tal modo si diportò, che mai, nè in presenza d’altri nè sola, mostrò di sentirsi offesa; e non disse mai parola, non fece mai cenno, che ricordasse il suo antico stato.

E non c’è da meravigliarsene, poichè in mezzo alla nobiltà e alle ricchezze si mostrò sempre umilissima: ghiottonerie, raffinatezze, lusso, magnificenza, non seppe mai che cosa fossero. E fu sempre buona, paziente, modesta, rispettosa, e sempre sottoposta e obbediente al marito.

Tutti parlano di Giobbe e della sua pazienza, perchè i dotti scrivono degli uomini quello che vogliono; ma in realtà, per quanto ai dotti piacciano poco le donne, non c’è uomo che abbia la pazienza di una donna; ed è un caso proprio raro, trovare uno che abbia solo la metà della costanza femminile.

PARS SEXTA

Il conte di Pavia giungeva ormai da Bologna, e già si era sparsa da per tutto la notizia del suo arrivo: e tutti sapevano, anche, ch’egli portava con sè la nuova marchesa di Saluzzo, con una pompa così splendida, che nessuno aveva mai visto l’uguale in tutto l’occidente della Lombardia.

Gualtieri che aveva preparato tutto questo, e sapeva tutto, prima che arrivasse il Conte, mandò a chiamare la povera e semplice Griselda, che subito venne, ed umile e con volto sereno, senza alcun rancore nell’animo, s’inginocchiò davanti a lui, salutandolo rispettosamente e con bel garbo.

«Griselda, le disse egli, io voglio che la giovinetta che dovrà essere unita in matrimonio con me, domani sia ricevuta in casa mia più splendidamente che sia possibile: e desidero che ognuno, secondo il suo grado, sia trattato e servito come si deve, e in modo da restarne soddisfatto.

Certamente le donne che ho non mi bastano per mettere in ordine le stanze a modo mio; perciò vorrei che a tutto questo ci pensassi tu, che sai da molto tempo, come io voglio fatte le cose. Il tuo abbigliamento è brutto e poco conveniente, ma non vuol dir nulla, purchè tu faccia il tuo dovere.»

«Signore, rispose Griselda, io non solo sono contenta di fare cosa grata a voi, ma desidero di servirvi sempre con tutta la mia volontà, in quello che posso: e non mai, per nessuna ragione, cesserò di amarvi con tutta la sincerità e tutta la passione dell’anima mia.»

Ciò detto cominciò ad ornare la casa, a preparare le tavole, e rifare i letti, e con tutto l’impegno cercò di fare del suo meglio; raccomandandosi ai servi che per lo amore di Dio facessero presto, e senza perder tempo spazzassero e spolverassero. E lei stessa dandosi da fare più di tutti, mise in ordine le stanze e la sala.

Verso le nove il conte di Pavia, arrivato coi due ragazzi, scendeva con essi da cavallo, e tutti correvano a vedere il loro ricco e splendido abbigliamento: e dicevano che Gualtieri non l’aveva pensata male a cambiare moglie, giacchè il cambio non era cattivo.

Questa, secondo il giudizio di tutti, era più bella e più giovane di Griselda, e avrebbe messo al mondo dei figliuoli più belli e più cari a tutti per l’alto suo lignaggio. Anche il fratello che l’accompagnava era così bello che tutti lo guardavano con piacere, approvando la risoluzione di Gualtieri.

«O popolo irrequieto, incostante e sempre infido, scontento e volubile come una banderuola, sempre amante del torbido e del nuovo! Tu fai come la luna che cresce e cala: sempre largo di applausi che non valgono un soldo; il tuo giudizio è falso, la tua costanza non regge alla prova, ed è un gran pazzo chi si affida a te.»

Così dicevano alcuni assennati cittadini, guardando meravigliati la gente che correva di qua e di là, tutta contenta solamente all’idea di avere una nuova signora. Ma torniamo a dire di Griselda, e della sua pazienza.

Essa era tutta affaccendata a preparare per la festa, e senza punto vergognarsi delle sue povere vesti, che in qualche posto erano anche stracciate, corse insieme con gli altri alla porta, allegra e contenta, a salutare la marchesa; poi se ne ritornò alle sue faccende.

Con tutta serenità di animo riceveva gli ordini di Gualtieri, e con tanta sollecitudine li eseguiva, che non c’era mai nulla da ridire; e tutti si meravigliavano come mai potesse essere vestita tanto poveramente, mentre dimostrava un fare così nobile e tanta educazione; e non potevano fare a meno di lodare la sua virtù.

Griselda intanto non finiva mai di ammirare, con tutta la schiettezza dell’animo suo, la giovinetta e il fratello; e le lodi che ne faceva erano così sincere, che tutti le trovavano giuste. Finalmente, giunta l’ora di andare a tavola, Gualtieri fece chiamare Griselda, che era tutta affaccendata nel salotto.

E le disse, quasi motteggiando: «Griselda, che te ne pare di questa mia nuova moglie; è bella?» «È bellissima, signor mio, rispose: in fede mia io non ho mai visto un’altra più bella di lei. Dio possa farvi felici e contenti per tutta la vita.

Ma una cosa vorrei chiedervi e consigliarvi: non fate soffrire, coi tormenti che avete inflitto a me, anche questa giovinetta; essa è abituata più delicatamente, e forse non potrebbe sopportare la sventura, come una disgraziata cresciuta nella miseria.»

Gualtieri, conosciuta ormai la pazienza, la serenità, e la semplicità di Griselda, e convinto che per quanto egli faceva la poveretta, con la sua solita innocenza, obbediva senza ribellarsi, cominciò a sentire compassione di tanta femminile fermezza.

«Basta, Griselda mia, egli disse, lascia ogni dolore, e sii alfine ricompensata; tu mi hai dato prova che la tua fedeltà e la tua bontà, in qualunque condizione tu sia, sono quali nessun’altra donna ebbe mai; vedo bene, cara moglie, quanto è grande la tua costanza.» E stringendola fra le braccia, cominciò a baciarla.

Griselda, mezza trasecolata, non sentiva e non raccapezzava più nulla: le pareva come di destarsi, ad un tratto, da un lungo sonno; fin che a poco per volta, si scosse dal suo stupore. «Griselda, soggiunse Gualtieri, per quel Dio che morì per noi, ti giuro che tu sei la moglie mia; e che io non ne ho, e non ne ho mai avuta (salvi il Signore l’anima mia, se è vero) nessun’altra.

Questa che tu hai creduto mia moglie, è la tua figliuola; questo fanciullo è il mio vero erede, l’una e l’altro sono frutto del nostro amore: io li ho fatti allevare a Bologna, nascostamente. Riprendili con te, che non hai perduto nessun dei due.

Sappiano coloro che mi hanno accusato, che io non ho fatto questo a fine di male, o per crudeltà, ma solamente per conoscere la tua virtù: sappiano che io non ho fatto uccidere (Dio me ne liberi) i miei figliuoli, ma li ho tenuti nascosti, per poter conoscere il tuo carattere e la tua volontà.»

Griselda sentendo questo, venne meno dalla commozione e dalla gioia, indi riavutasi un poco, chiamò a sè i suoi figliuoli, e in gran pianto li abbracciava, e li baciava, con quella tenerezza che è propria di una madre, bagnando loro di amare lagrime, il volto e i capelli.

Oh scena veramente pietosa, vederla cadere priva di sensi, e sentire la sua voce sommessa! «Grazie, diceva al marito, grazie, signor mio: Iddio possa ricompensarvi di avermi lasciato i miei figliuoli; or non mi curo più di morire, poichè mi è ridonato il vostro affetto e il vostro amore. Nessuna morte mi fa paura.

Cari, teneri, bei figliuoli miei, la vostra povera mamma vi aveva creduti morti, divorati da rabbiosi cani o da qualche brutto animale; ma Dio misericordioso, e il vostro amoroso babbo, vi hanno lasciati a me.» E sì dicendo cadeva di nuovo in abbandono.

E abbracciando nel deliquio i suoi figliuoli, con tanta passione li stringeva, che ci volle del buono e del bello, per levarglieli dalle braccia. Quante anime pietose, in quel momento, dovettero piangere di compassione! quanti furono costretti a farsi forza, per poter rimanere vicino a Griselda!

Mentre Gualtieri cercava di calmarla e di farle dimenticare il suo dolore, essa si alzò tutta confusa; e in mezzo alla gioia e alle feste di tutti ritornò in sè. Fu allora una cosa, davvero, commovente, vedere i modi affettuosi di Gualtieri, e la felicità che dimostravano tutti e due, per essere ritornati insieme.

Le dame di corte le furono subito attorno, e la portarono in camera; e spogliatala dei suoi poveri panni, le misero indosso un vestito tutto d’oro che risplendeva come il sole. Indi con una corona di pietre preziose in testa, la condussero nella sala, dove tutti con grande onore l’ossequiarono.

Così finì in mezzo alla gioia questo pietoso giorno; e ognuno fece del suo meglio per passarlo più lietamente che fosse possibile, fin che le stelle cominciarono a brillare in cielo. Tutti trovarono questa festa più bella e più splendida, di quella con la quale era stato celebrato il matrimonio di Griselda.

Molti e molti anni felici passarono insieme Gualtieri e Griselda, sempre d’amore e d’accordo; e Gualtieri, maritata la figlia a uno de’ più ricchi e nobili signori d’Italia, prese con sè alla sua corte il vecchio Giannucole, perchè vi passasse tranquillo e contento il resto della sua vita.

Morto Gualtieri, gli successe il figlio, il quale regnò in mezzo alla pace e alla concordia; e fu fortunato nel suo matrimonio, anche senza sperimentare la pazienza di sua moglie. Oggi il mondo non è più quello di prima. Al quale proposito sentite che cosa dice l’autore della novella.

Questa novella non è raccontata per mostrare che le mogli dovrebbero avere la pazienza di Griselda, poichè non basterebbe tutta la loro volontà per riuscirvi: ma per far vedere che ciascuno, nella propria condizione, dovrebbe, come Griselda, saper sopportare fermamente la sventura. Solo per questo dettò il Petrarca, in alto stile, la sua novella.