Dalle Novelle di Canterbury

Part 11

Chapter 114,107 wordsPublic domain

Poichè quell’innocente andò davanti al re, come l’agnello che è condotto alla morte. Il cavaliere mentitore che aveva commesso il delitto l’accusava dicendo che lei sola, manifestamente, aveva assassinato Ermenegilda! Ma nonostante, sorse un grande mormorio fra il popolo, e tutti dicevano che non potevano immaginarsi come Costanza avesse potuto commettere una sì grande malvagità. Poichè l’avevano sempre veduta virtuosa, e affezionata a Ermenegilda quanto alla propria vita: e di ciò tutti facevano testimonianza, eccetto colui che aveva ucciso Ermenegilda col suo coltello. Questo gentile re tenne molto conto di queste deposizioni, e pensò di studiare a fondo la cosa, per riuscire a scoprire la verità.

Ahi! povera Costanza, tu non hai un campione, e non puoi combattere da te! Ma Colui che morì per la nostra redenzione, e vinse Satana, Colui che porta pace dovunque con la sua presenza, sia oggi il tuo forte campione. Poichè se Cristo non fa, per te, un miracolo, tu, senza colpa alcuna, sarai tosto uccisa.

Essa dunque si gettò in ginocchio e disse: «O Dio immortale che salvasti Susanna dalla calunnia, o pietosissima vergine Maria, figlia di S. Anna, tu il cui figlio è salutato dall’Osanna degli angeli: se io sono innocente soccorretemi, o io morrò.»

Avete mai veduto, in mezzo ad una folla di gente, un uomo condotto al supplizio, senza speranza di grazia? È così pallido, che chiunque, appena lo vede, capisce anche fra mille persone, che quello è il condannato a morte. Tale era appunto l’aspetto di Costanza, mentre smarrita si guardava attorno.

O regine che vivete beatamente nella vostra reggia, o duchesse e voi altre tutte, nobili dame, abbiate pietà della sventurata Costanza: la figlia di un imperatore si trova in tal modo abbandonata, senza che ci sia un’anima pietosa, alla quale possa chiedere aiuto. Ahi, tu figlia di sangue reale, in mezzo a tanto spavento e a tanto pericolo, non hai vicino un solo amico!

Il re Alla sentiva tanta compassione (giacchè un cuore gentile è sempre pietoso), che piangeva dirottamente. «Or via, disse ad un tratto, andate in cerca di una bibbia, e se questo cavaliere giurerà che fu proprio costei che uccise la donna, allora decideremo in qual modo dovremo fare giustizia.»

Fu portata una bibbia che conteneva gli Evangeli scritti in lingua brettone, ed il cavaliere giurò sul sacro libro che Costanza era rea. Ma improvvisamente una mano misteriosa lo colpì fra il capo e il collo con tanta forza, ch’egli cadde a terra come una pietra, e gli occhi gli schizzarono via dalla testa in presenza di tutti quelli che erano lì.

Nello stesso tempo si senti una voce che disse: «Tu hai calunniato davanti a Dio la innocente figlia della santa Chiesa. Tanto hai osato: non dico altro.» La folla rimase stupefatta di questo miracolo, e tutti, fatta eccezione di Costanza, rimasero come sbalorditi per paura della vendetta divina.

Grande fu il timore e il pentimento di quanti avevano indegnamente sospettato della povera, innocente Costanza. E finì che dopo questo miracolo, e per opera di Costanza, il re e molti altri del paese (la bontà di Cristo sia lodata!) si convertirono subito al Cristianesimo.

Il cavaliere spergiuro giudicato lì per lì da Alla, fu ucciso per la sua indegna falsità. Costanza, tuttavia, sentì molta compassione della sua morte. Dopo questo miracolo Gesù, colla sua bontà, fece sì che il re Alla sposasse solennemente questa santa donna, così buona e bella, la quale per opera di Cristo divenne una regina.

Chi non gioì di questo avventurato matrimonio? Donegilda la madre del re, lei sola che era trista e malvagia. Il pensiero di quanto era avvenuto, spezzò il cuore maledetto di quella cattiva donna, la quale non voleva che il figlio, a suo dispetto, avesse preso per moglie una straniera che nessuno conosceva.

Ed ora, siccome non mi piace farla tanto lunga, vi risparmio la descrizione delle feste. Perchè dovrei stare a raccontarvi lo splendore con cui furono celebrate le nozze, e dirvi, per esempio, chi giunse primo nelle corse che ebbero luogo, e magari chi suonava la tromba e chi il corno? Tanto, si sa, le novelle finiscono sempre ad un modo: tutti mangiarono e bevvero allegramente, ballarono, cantarono, si divertirono, e gli sposi finalmente se ne andarono a letto.

E infatti anche i nostri sposi ci andarono, e ne avevano, d’altronde, tutto il diritto. È vero che il candore di una sposa è una cosa santa: ma, come si fa? Vien la notte in cui essa deve piegare la testa davanti a certe piccole necessità, che piacciono a chi le ha dato l’anello di sposa; e allora non c’è rimedio: per un poco bisogna mettere da una parte la santità.

Dopo qualche tempo Costanza rimase incinta, e Alla, dovendo andare a combattere contro la Scozia, affidò la moglie al suo Castellano e alle cure di un vescovo. La bella Costanza, la moglie umile ed affabile del re, andò innanzi con la sua gravidanza, finchè un giorno, aspettando il volere di Cristo, si mise in letto coi dolori.

Venne il momento, ed essa partorì un maschio che fu battezzato col nome di Maurizio. Il Castellano mandò subito un messaggio, e scrisse al re Alla, dandogli la fausta novella insieme ad altre notizie. Il messo prende la lettera, e se ne va per la sua strada.

E con la speranza di guadagnare qualche cosa, va in fretta e in furia dalla madre del re, e dopo averla salutata cortesemente, le dice: «Signora, potete bene essere felice e contenta, e ringraziare mille e mille volte Dio: la regina ha partorito un maschio, che senza dubbio sarà la gioia e la benedizione di tutto il regno.»

Ho qui la lettera sigillata che devo portare al re al più presto possibile: se desiderate qualche cosa per vostro figlio, io sono a vostra disposizione giorno e notte.» Donegilda rispose: «Per ora non ho bisogno di nulla: voglio solo, che tu passi qui la notte per riposare. Se avrò da darti qualche ordine, te lo darò domani.»

Il servo prima di andare a letto si bevve birra e vino senza discrezione, e mentre dormiva, briaco, gli fu rubata la lettera dalla tasca. Fu astutamente scritta un’altra lettera, imitando il carattere del Castellano, la quale dava al re una notizia ben diversa, come sentirete.

Questa lettera diceva dunque: «che la regina si era sgravata di una creatura così orribile e mostruosa che nessuno nel castello aveva il coraggio di guardarla solo per un momento. La madre che l’aveva partorita doveva essere certo una strega capitata là per qualche incantesimo o per qualche stregoneria, e nessuno la poteva soffrire.»

Il re provò un grande dolore, quando lesse questa lettera, ma non manifestò a nessuno la ragione del suo grave dispiacere, e rispose di proprio pugno: «Sia ben venuto per sempre ciò che Cristo ha mandato a me che professo ormai la sua dottrina. Signore, sia ben venuto il tuo volere, e ciò che a te piace: io sottopongo ai tuoi ordini ogni mio desiderio. Abbiate cura di questo fanciullo, bello o brutto che sia, ed anche di mia moglie finchè io ritorni; Cristo, ove gli piaccia, potrà mandarmi un erede che mi sia più caro di questo.» Egli suggellò la lettera, piangendo di nascosto, e la fece consegnare subito al messo il quale, senz’altro, se ne tornò via.

O messaggio briacone, il tuo respiro è affannoso, le gambe non ti reggono più e tu tradirai ogni segreto. La mente è svanita, tu balbetti come una gazza, il tuo viso ha cambiato colore. Quando c’è l’ubriachezza, non ci sono più segreti davvero.

O Donegilda, l’inglese nel quale io parlo non può descrivere la tua cattiveria e la tua tirannia: e perciò ti abbandono al tuo demonio, il quale penserà lui a far conoscere il tuo infame tradimento. E tu sei un essere umano? No, affè di Dio, io mento: tu sei uno spirito diabolico, io oso dire che sebbene tu cammini in questo mondo, l’anima tua è giù nell’inferno.

Il messaggio, dunque, si congeda dal re, e si ferma, anche al ritorno, alla corte della madre di lui, la quale ne fu molto contenta, e cercava soddisfarlo in tutto quel che poteva. Egli bevve, e si rimpinzò bene la pancia, e quindi cominciò a dormire e a russare, da pari suo, tutta la notte, fino a che si levò il sole.

Anche questa volta gli fu rubata la lettera del re, che fu sostituita da una contraffatta, nella quale il re domandava al Castellano, sotto la pena di impiccarlo per punizione, che non permettesse a Costanza di rimanere nel suo regno più di tre giorni e la quarta parte di una marea.

Aggiungeva che la mettesse, col bambino e con tutta la sua roba, nello stesso bastimento in cui era stata trovata, e la spingesse lungi da terra, ordinandole di non farsi più vedere.—O mia Costanza, ben doveva l’animo tuo sentir paura e soffrire sognando, allorchè Donegilda macchinò quest’infamia.

Il messaggio la mattina svegliatosi prese la via pel castello, e portò la lettera al Castellano, il quale quando la lesse non potè fare a meno di dire: «Ahimè, ahimè! Cristo Signor nostro, come può durare questo mondo con gente così piena di malvagità?

Dio possente, se questo è il tuo volere, poichè tu sei giudice infallibile, come puoi tu permettere che muoia l’innocenza, e la gente malvagia regni in prosperità?—O buona Costanza, ahimè, povero me, io debbo essere il tuo carnefice, o morire di una vergognosa morte, senza scampo.»

Tutti, giovani e vecchi, quando seppero che il re aveva mandato quella maledetta lettera, si misero a piangere: Costanza con la faccia pallida come quella di un morto, il quarto giorno si avviò verso il bastimento. E nonostante il suo dolore sopportò di buon animo il volere di Cristo, e inginocchiatasi sulla spiaggia, disse: «Signore, sia sempre ben venuto ciò che tu mi mandi.

Colui che mi salvò dalla falsa accusa mentre ero qui fra voi in questa terra, mi può proteggere dal male e dalla vergogna in mezzo al mare salato, sebbene a me non sia dato ora di vedere come potrà salvarmi. Ma Egli è ancora potente come è stato sempre, ed io ho fede in Lui e nella sua cara Madre. Egli è la mia vela e il mio timone.»

Il bambino le piangeva fra le braccia; allora lei inginocchiatasi, amorosamente gli disse: «Taci, figliolino mio, io non ti farò alcun male.» Indi si levò di testa il fazzoletto, e con quello gli coprì il viso, e cominciò a cullarlo tra le braccia, in fretta, levando gli occhi al cielo.

Poi disse: «Madre, vergine santa Maria, per colpa purtroppo della donna, il genere umano fu perduto e condannato a morte, e per questo il figlio tuo fu messo in croce. Gli occhi tuoi benedetti videro tutto il suo tormento: perciò non c’è paragone fra il tuo dolore e quello che qualunque donna può sopportare.

Tu ti vedesti uccidere il figlio davanti gli occhi: invece il figlio mio, il mio bambino, se Dio vuole, è ancora vivo: dunque, Vergine santa, a cui si raccomandano tutti gli addolorati, tu gloria di tutte le donne, tu Vergine bella, tu cielo di rifugio, tu splendida stella del giorno, abbi compassione del mio bambino, tu che col tuo cuore gentile senti pietà di ogni sofferente.»

Poi soggiungeva: «Povero bambino, ahimè! che cosa hai tu fatto, tu che fino ad ora, affè di Dio, non commettesti alcun peccato! Perchè il crudele tuo padre ti vuole morto? Oh, abbiate compassione, caro Castellano: lasciate che il mio bambino resti con voi; e se non osate salvarlo, almeno baciatelo una volta in nome di suo padre.»

E volgendo lo sguardo alla città disse: «Addio marito spietato!» Quindi si alzò, e camminò lungo la riva verso la nave, dove l’accompagnò tutta la folla. E sempre cercava di quetare il bambino, poi salutò tutti, e col pensiero di una santa benedì tutti e salì nella nave.

La nave fu caricata di viveri abbondantemente, e in modo che durassero per lungo spazio: ed altre cose necessarie di cui aveva bisogno le furono questa volta concesse, per favore di Dio. Infatti Dio onnipotente le mandò un aiuto e un tempo favorevole. Non posso dirvi se il vento la riconduceva a casa: ma il fatto è che la nave filava dritta a vele gonfie nel mare.

Subito dopo questo fatto, il re Alla ritorna al Castello, e domanda della moglie e del figlio. Il Castellano si sentì ghiacciare il sangue; e tosto raccontò tutto quello che era successo (voi lo sapete senza ch’io lo ripeta), e mostrò al re il suo sigillo e la sua lettera.

«Sire, egli disse, io ho fatto senza dubbio quello che voi mi comandaste di fare sotto pena di morte.» Allora fu messo alla tortura il messaggio, e costretto a confessare, e a dire recisamente e senza bugie, dove si era fermato a dormire notte per notte. Così a forza di indagini e accurate ricerche, si potè raccapezzare chi era stato la causa di tanto male.

Fu riconosciuta non so in qual modo la mano che aveva scritta la lettera, e tutto il veleno di questa opera infame. La fine però fu questa: il re Alla uccise sua madre, perchè aveva tradito la sua fede; così Donegilda andò a finire male come si meritava.

Il dolore al quale Alla si abbandonava notte e giorno, per la moglie e pel figlio suo, nessuna lingua può ridirlo. Ma ritorniamo a Costanza, che errò pel mare afflitta e addolorata, per cinque anni e più, come piacque a Cristo, prima di toccare terra.

Finalmente il mare la gettò insieme col figlio suo ai piedi di un castello pagano, di cui non ricordo il nome. Dio potente, che salvò tutto il genere umano, non li abbandoni ora che sono andati a cadere in mano dei pagani e stanno per lasciarci la vita.

Giù dal castello vengono molte persone a vedere il bastimento e Costanza: e poco dopo, una notte, scese giù anche il maggiordomo del padrone (Dio gli dia male), un ladrone che aveva rinnegato la nostra fede, il quale, entrato solo nella nave, disse a Costanza che voleva, ad ogni costo, essere il suo amante.

Così la povera donna cominciò da capo col dolore: il bambino suo piangeva, ed anche lei piangeva in modo da fare pietà. Maria benedetta allora le corse in aiuto, e per opera del suo forte volere e della sua potenza, il ladrone cadde improvvisamente dalla nave, ed affogò, per vendetta del cielo. In tal modo Cristo mantenne Costanza immacolata.

O sozzo desiderio della lussuria, ecco quale è la tua fine: tu non solo consumi la mente dell’uomo, ma ne distruggi anche il corpo. L’ effetto dell’opera tua, o per meglio dire, della tua cieca libidine, è triste: quanti uomini non per altra ragione che per essere caduti in questo peccato sono stati uccisi, od hanno fatto una brutta fine!

Questa povera donna, debole com’era, come poteva avere la forza di difendersi da se sola contro quel rinnegato?—O Golia, gigante smisurato, come potè annientarti Davide? Come potè egli, così giovane e senza armi, avere solamente coraggio di guardarti in faccia?—– Ognuno capisce bene che fu per grazia di Dio.

Chi dette a Giuditta il coraggio e l’ardire di uccidere Oloferne nella sua tenda, salvando dalla sventura il popolo di Dio? Io dico che, come Dio mandò loro forza e coraggio salvandoli dal male, così mandò forza e coraggio a Costanza.

Il suo bastimento, dunque, spinto dalle onde, si rimise in cammino, e uscì per lo stretto di Gibilterra e per Ceuta, andando sempre senza direzione ora ad Occidente ora a Nord e a Sud, e ora ad Oriente, per molti lunghi giorni, finchè la madre di Cristo (che sia sempre benedetta) pensò colla sua infinita bontà, di mettere un fine alle pene di Costanza.

Ma lasciamo andare per un poco Costanza, e torniamo all’Imperatore di Roma, il quale apprese, per mezzo di lettere dalla Siria, la strage del popolo cristiano, e l’obbrobrio fatto a sua figlia da una vile traditrice, voglio dire la maledetta infame Sultana, che alla festa aveva fatto uccidere tutti i cristiani fino ad uno.

Per questo fatto, dunque, l’Imperatore mandò subito uno dei suoi senatori con un seguito regale, e molti altri signori (Dio sa quanti) in Siria, a fare vendetta: e costoro infatti bruciarono, uccisero, e torturarono per quindici giorni di seguito il popolo di Siria e quindi, per non farla tanto lunga, si prepararono a tornare a Roma.

Mentre il senatore, ritornava vittorioso a Roma, veleggiando con gran pompa, s’imbattè nella nave, che scorreva pel mare, come già sapete, e nella quale stava tutta afflitta la povera Costanza. Egli ignorava chi essa fosse, e per quale ragione si trovasse in quello stato. E Costanza non volle dire nulla, a costo di morire.

Egli però la portò a Roma, e la consegnò col piccolo bambino alla moglie, con la quale ella visse per qualche tempo.

In questo modo nostra Signora la Madonna, levò di mezzo ai dolori la povera Costanza; e, come lei, può liberarne molte altre ancora. Per molto tempo dunque ella rimase in quel luogo, sempre dedicata alle opere pietose, come era suo piacere.

La moglie del senatore era zia di Costanza, ma non per questo la riconobbe. Io non voglio andare ancora molto per le lunghe, e ritornerò senz’altro al re Alla, del quale ho parlato molto prima, che ancora piange e si dispera per la moglie; lasciamo dunque Costanza sotto la protezione del senatore.

Il re Alla, che aveva ucciso la madre, fu preso un giorno da tale pentimento, che sentì il bisogno di andare a Roma per fare penitenza, umiliandosi al papa e pregando ardentemente Gesù Cristo di perdonargli il turpe misfatto.

Intanto corse la voce per tutta la città che Alla sarebbe venuto a Roma in pellegrinaggio; e la notizia si sparse per mezzo della sua gente che lo precedette per procurargli l’alloggio. Il senatore, saputo di questo arrivo, gli andò incontro a cavallo, come era uso, insieme con molti della corte, per mostrargli la sua alta stima, e per il rispetto dovuto ad un re.

Egli accolse con molta festa il re Alla, che se ne mostrò lietissimo, e tutti fecero a gara per onorarlo. Ora accadde, dopo qualche giorno, che il senatore andò, insieme col figlio di Costanza, ad una festa data al re Alla.

Alcuni dicono, che egli portasse con sè alla festa il bambino per preghiera di Costanza; io non posso accertare ogni particolare, ma, comunque sia, il fatto è che il bambino vi si trovò e che, sempre per desiderio di sua madre, durante il pranzo sedeva di fronte al re.

Il re Alla guardava con grande ammirazione il figliuolo di Costanza, e disse ad un tratto al senatore: «Di chi è quel bel bambino lì seduto?» «Io non lo so davvero per Dio e per S. Giovanni; ha la madre, ma non ha padre ch’io sappia.» E in poche parole raccontò ad Alla tutta la storia del fanciullo. «Dio sa, soggiunse il senatore, se io ho mai veduto in tutta la mia vita una creatura virtuosa come quella, o se ho mai sentito parlare in questo mondo di altre donne, ragazze, maritate o vedove, che avessero tanta virtù. Io sono sicuro che essa preferirebbe una coltellata nel petto, prima di venir meno all’onestà, al quale passo nessuno potrebbe indurla, a nessun costo.»

Il fanciullo somigliava alla madre quanto è possibile ad un figlio somigliarla: cosicchè il re Alla guardandolo rivedeva nella sua mente la sua Costanza, e con grande tristezza pensava se per avventura la madre del bambino non fosse la moglie sua. E di nascosto sospirando, ad un tratto si alzò da tavola per dare libero sfogo al suo dolore.

«Per bacco, egli pensava, mi viene in mente una cosa: è vero che io dovrei con ragione pensare che mia moglie fosse morta nelle acque del mare: ma chi sa che Cristo non l’abbia condotta qui, come prima, abbandonata in mezzo al mare, la condusse nel mio paese?»

La sera, dopo pranzo, Alla se ne andò a trovare il senatore, per esaminare un po’ meglio il suo caso meraviglioso. Questi, per fare onore ad Alla, dette una gran festa, e subito mandò a chiamare Costanza: ma ognuno capisce che la disgraziata non aveva certo voglia di ballare. E quando sentì che la volevano ad una festa, non ebbe più la forza di reggersi in piedi.

Alla appena la vide la salutò cortesemente, e non potè trattenere le lacrime dalla commozione, poichè al primo sguardo che gittò su di lei la riconobbe subito. Costanza, riconosciutolo, rimase muta come un albero, tanto il cuor suo fu sopraffatto dal dolore al pensiero della crudeltà con cui egli l’aveva trattata.

Due volte svenne davanti a lui che piangeva e cercava di giustificarsi dicendo: «Dio e tutti i santi del cielo abbiano pietà dell’anima mia, se è vero che io sono innocente, del male che tu soffristi, come Maurizio, il figliolino mio, che tanto ti somiglia. Se non è vero, il diavolo mi porti via subito di qui.»

Lungo fu il singhiozzare, e amaramente soffrirono tutti e due, prima che il loro cuore addolorato si calmasse. I loro lamenti e i loro pianti facevano pietà. Vi prego quindi di dispensarmi dal racconto di questa scena dolorosa, poichè per oggi io sono ormai stanco di cose tristi.

Finalmente riconosciutasi la verità e l’innocenza di Alla, moglie e marito si baciarono almeno un centinaio di volte, e tutti e due furono così felici, che la loro felicità è paragonabile solo alla gioia eterna del paradiso, che fino ad ora nessuno ha visto e goduto in questo mondo.

Costanza poi pregò il marito, in ricompensa della gran pena che le aveva innocentemente cagionato, a voler domandare, come speciale grazia, all’Imperatore che volesse degnarsi di desinare un giorno con loro; e lo pregò anche di non dirgli nulla di lei.

Alcuni dicono, che l’invito lo portasse al babbo di Costanza lo stesso Maurizio: ma io credo che Alla non fosse così sciocco da mandare un bambino ad un personaggio così grande, come colui che era il fiore dei cristiani. Però è più probabile che Alla vi andasse da sè.

L’Imperatore promise, gentilmente, di fare quanto il re Alla desiderava: ed io penso che egli guardasse con un certo interesse il piccolo Maurizio pensando alla sua Costanza. Alla intanto andò a far preparare tutto per bene e più inappuntabilmente che gli riuscì.

Venuto il giorno stabilito, Alla e sua moglie si prepararono per andare a ricevere l’Imperatore: e in gran festa e pieni di gioia uscirono a cavallo. Costanza, appena rivide, finalmente, suo padre che veniva nella via, saltò giù da cavallo e gli cadde ai piedi. «Babbo, diss’ella, la tua giovane Costanza, dunque, non la riconosci più, e l’hai dimenticata?

Io sono la figlia tua, la tua Costanza che tanto tempo fa tu mandasti in Siria; io sono colei che fu abbandonata in mezzo al mare, e condannata a morte. Ora, padre mio, per pietà non mandarmi più in nessuna città di pagani, e ringrazia questo signore, il quale è mio marito, della sua bontà.»

Chi può ridire la gioia di tutti e tre al loro primo incontro? Ma è ora che io venga alla fine della mia novella, giacchè il giorno passa rapidamente, ed io non voglio seccarvi più a lungo. Lasciamoli dunque, tutti a pranzo, felici e contenti mille volte più di quello che io potrei dire, e andiamo avanti.

Il piccolo Maurizio, in seguito, fu fatto Imperatore dal papa, e visse da cristiano, onorando devotamente la santa chiesa. Ma io non voglio occuparmi di lui: la mia novella racconta solamente di Costanza. La storia della vita di Maurizio, chi la vuole sapere, la può trovare nelle antiche _Gesta Romanorum_; io non me la ricordo più.

Il re Alla, quando gli parve opportuno, prese la via per l’Inghilterra con la sua buona e diletta moglie, e là vissero tranquilli e contenti. Ma, credete a me, la gioia di questo mondo dura poco: si cambia dalla mattina alla sera, come il mare.

Chi mai è vissuto, un giorno solo, in una felicità così completa, che per un momento non gli abbia turbato l’animo o l’ira, o un desiderio, o un altro stimolo qualunque come l’invidia, l’orgoglio, una passione, o una offesa? E tutto questo lo dico perchè appunto anche la gioia di Alla con Costanza non durò che poco tempo.

Poichè la morte che fa i conti con tutti ugualmente, grandi e piccoli, e da tutti, a scadenza fissa, riscuote il frutto e il capitale, dopo circa un anno (se io non erro) tolse da questo mondo Alla; di che Costanza ebbe grandissimo dolore. E giacchè Alla è morto, preghiamo Dio che voglia benedire l’anima sua. Costanza, per venire alla fine, se ne ritornò a Roma.