Dalle Novelle di Canterbury

Part 10

Chapter 104,004 wordsPublic domain

O miseria, male pieno di pericoli, sinonimo di sete, freddo, e fame; tu ti vergogni in cuor tuo di domandare aiuto, e se anche non lo chiedi, invano tenti di nascondere le piaghe delle tue ferite: esse sono così dolorose, che per forza devi mostrarle altrui. Il bisogno, tuo malgrado, ti costringe a rubare, ad accattare, o a prendere a credenza il pane.

Tu te la prendi con Cristo, e col cuore gonfio d’amarezza, dici ch’egli non distribuisce equamente le ricchezze sulla terra. Rimproveri, a torto, il tuo vicino, perchè mentre tu hai ben poco in questo mondo, a lui non manca nulla. E gridi: «Per Dio, verrà anche per lui il redde rationem, verrà il giorno in cui il fuoco gli brucerà la coda perchè non aiuta chi ha bisogno!»

Ascolta, piuttosto, ciò che ti dice il savio: meglio la morte della miseria. Il tuo vicino, se sei povero, sarà il primo a guardarti dall’alto in basso: pel povero non c’è rispetto. Impara anche questo dai savi: i giorni del povero sono tutti uguali, tutti brutti lo stesso; perciò abbi giudizio prima di cacciarti da te in mezzo a tante spine.

Se tu sei povero, neppure i tuoi fratelli ti possono vedere, e gli amici, ahimè, ti salutano tutti. Felici voi, o ricchi mercatanti, voi sì che siete gente rispettabile e con un po’ di sale in zucca; per voi non c’è doppio asso: ma il cinque e sei, ad ogni tiro di dadi, v’empie le tasche. Almeno, voi, per Natale potete ballare allegramente.

Voi scrutate terre e mari in cerca di guadagno, e da gente savia conoscete le condizioni di ogni paese, e ne recate notizie e avventure di pace e di guerra. Ed ora, appunto, non saprei dove pescare una novella, se un mercante, morto parecchi anni fa, non mi avesse raccontato questa che voglio dirvi.

Nei tempi antichi, dunque, c’era in Siria una società di ricchi mercanti così bravi ed onesti, che avevano un estesissimo commercio di stoffe in oro e in seta dei più smaglianti colori. La loro merce era così bella e così nuova, che tutti reputavano una fortuna comprar da loro e cambiar con loro la merce.

Ora accadde che questi mercanti una volta stabilirono di andare a Roma, non so se per affari, o per semplice divertimento; fatto sta che non vi mandarono i loro commessi, ma andarono da sè, e presero alloggio dove tornava loro più comodo per gli affari.

Già da qualche tempo si trovavano per loro piacere in Roma, quando un bel giorno sentirono parlare della famosa Costanza figlia dell’Imperatore, la cui fama giungeva loro agli orecchi con sempre nuovi particolari.

La voce che correva sulla bocca di tutti era questa: «Il nostro Imperatore, Dio ce lo conservi, ha una figlia così bella e buona, che da che il mondo è mondo non si è vista l’eguale nè per bellezza nè per bontà. Dio la protegga, e possa essere un giorno la regina dell’Europa intera.

La sua straordinaria bellezza è senza orgoglio, la sua gioventù non conosce capricci e non ha grilli per la testa. Ogni sua azione ha per guida la virtù, ed umiltà, in lei, vince superbia. Questa donna è un vero specchio di gentilezza: nel suo cuore alberga la pietà, e la sua mano è ministra di libertà e di misericordia».

E tutto questo che la voce del popolo diceva, era vero come la voce di Dio. Ma torniamo a bomba: questi mercanti caricate le loro navi, e dopo aver veduto, finalmente quella benedetta fanciulla, ritornarono in Siria, e si rimisero ai loro affari come prima, passandosela da signori.

Ora dovete sapere che questi mercanti erano molto in grazia al Sultano di Siria. Ed ogni volta che essi facevano ritorno da qualche paese straniero, egli pieno di affabile cortesia faceva loro festa e buon viso, e domandava, con grande interesse, notizie dei vari stati, per sapere se avevano visto o sentito nulla di bello e di meraviglioso.

E questa volta fra le altre cose, essi gli parlarono con sì calda ammirazione dello splendore di Costanza, che il Sultano provava un grandissimo piacere a immaginarsi colla fantasia la figura di lei; ed ogni suo desiderio, ogni sua più grave cura ripose nell’amare questa fanciulla per tutta la vita.

Ma fino dal giorno della sua nascita le stelle avevano scritto in quel gran libro che gli uomini chiamano il cielo, ch’egli, ahimè, doveva morire per amore. Poichè nelle stelle (e Dio sa se è vero) c’è scritto a chiare note (per chi vi sa leggere) il destino di ogni uomo.

Molti anni prima che avvenisse, era scritta nelle stelle la morte di Ettore, di Achille, di Pompeo, di Cesare, la guerra di Tebe, la morte di Ercole, di Sansone, di Turno, e di Socrate. Ma gli uomini hanno un’intelligenza così corta, che nessuno di loro in quel libro ci sa leggere chiaro.

Il Sultano, dunque, fece radunare il suo consiglio privato, e per esaurire in poche parole l’argomento, manifestò, senza altro, il suo desiderio, e disse che se non gli fosse concesso di possedere subito Costanza, non gli resterebbe che morire: lasciava a loro di trovare un rimedio per la sua vita.

Ognuno allora disse la sua: furono fatte e ribattute molte proposte, molte ragioni furono addotte, giustamente, da una parte e dall’altra; si parlò di magia, di inganni, e finalmente per venire ad una conclusione, tutti non videro altro mezzo, non trovarono altra via che il matrimonio.

Ma con ragione videro subito una grave difficoltà: naturalmente i loro riti erano così diversi da quelli del popolo di Cristo, che (dicevano essi) «nessun principe cristiano sarebbe contento di mandare a nozze col Sultano una figlia, facendole accettare i dolci riti del loro profeta Maometto».

Ed egli rispose: «Piuttosto che rinunziare a Costanza, io son disposto, decisamente, a farmi cristiano. Io debbo essere suo, e non posso fare diversamente, perciò, ve ne prego, risparmiatevi qualunque osservazione di questo genere; pensate piuttosto a salvarmi, e cercate con ogni mezzo di farmi avere colei, dalla quale dipende la mia vita: poichè io sento che non posso vivere molto in mezzo a tanto dolore».

Perchè andare ancora per le lunghe? Per mezzo di trattative e di una ambasceria, con la mediazione del papa e di tutta la Chiesa, e con l’approvazione di tutta la nobiltà, fu stabilito, a dànno della religione maomettana e con vantaggio della cara legge di Cristo, quanto sentirete.

Fu stabilito, cioè, che il Sultano, tutti i suoi baroni e tutti i suoi sudditi, si farebbero cristiani, ed egli sposerebbe Costanza (con non so quanto di dote, ma certo una bella somma), e così la sua vita sarebbe salva. Così fu convenuto e giurato da ambo le parti: ed ora, bella Costanza, Dio onnipotente ti accompagni.

Qualcuno ora s’aspetterebbe forse che io raccontassi, per filo e per segno, tutti i preparativi che l’Imperatore e la sua corte fecero per le nozze di Costanza. Ma ognun di voi s’immagina bene che non sarebbe possibile raccontare, in quattro e quattr’otto, tutto ciò che si fece nell’occasione di un avvenimento così grande.

Vescovi, conti, contesse, cavalieri di gran nome, ed altri personaggi, in una parola, furono mandati, ad accompagnarla. E fu annunziato a tutta la città che ognuno pregasse devotamente Cristo, affinchè volesse proteggere questo matrimonio, e accompagnasse per viaggio la spedizione.

Venne il giorno della partenza (il triste, fatale giorno, aggiungo io), chè ormai non v’era più da aspettare, e tutti erano pronti. Costanza, straziata dal dolore, si levò pallida dal letto, e si vesti preparandosi a partire, vedendo bene che non le restava altro da fare.

Ahimè! Qual meraviglia ch’ella piangesse? Lei che da quelli stessi i quali l’avevano tenuta fin allora così caramente, era mandata ora in un paese straniero, legata e soggetta ad un uomo che non aveva mai visto nè conosciuto? Io non voglio dire altro: ma so che in generale riescono sempre buoni mariti coloro che hanno conosciuto per tempo la loro moglie.

«O babbo, diceva lei al momento di partire, la tua sventurata Costanza, la tua giovine figliuola, che con tanto amore hai visto crescere; o mamma mia, che dopo Cristo, il quale sta su nel cielo, sei la cosa a me più cara nel mondo, Costanza, la figliuola vostra, si raccomanda a voi. Pensate che essa deve andare in Siria e forse non vi rivedrà più.

Ahimè, io devo andare in quel barbaro paese, perchè voi lo volete. Cristo che morì per la nostra redenzione mi conceda almeno la forza di poter fare la sua volontà. Io, disgraziata donna, non mi curo di morire: noi siamo nate per essere schiave e per fare penitenza sotto il dominio dell’uomo.»

Io ci scommetto, vedete, che nemmeno quando Pirro abbattè le mura di Troia e Ilio andò in fiamme, o quando cadde Tebe, e neppure a Roma in mezzo alle stragi di Annibale che vinse per tre volte i Romani, si sentì un pianto così commovente e pietoso come in camera di Costanza al momento della sua partenza. Ma o piangendo o ridendo la poveretta dovè partire a tutti i costi.

O crudele firmamento, tu nel tuo primo moto[1] quotidiano accozzi e trascini insieme, girando da oriente ad occidente, tutto ciò che da natura avrebbe avuto un altro indirizzo. I tuoi giri disposero le stelle in modo che, fin dal principio del doloroso viaggio, Marte distrusse questo matrimonio.

Malaugurato oroscopo, per l’obliquo moto del quale il signore[2] è caduto, irremissibilmente, nel buio più profondo! O Marte, in questo momento tu sei Atyzar[3]! O pallida luna, il tuo cammino è sventurato; poichè tu volgi il corso colà dove nessuno ti vuole, ed hai abbandonato quel luogo dove stavi benissimo.

Ahimè, stolto Imperatore di Roma! Non c’era proprio un astrologo in tutta la tua città? Non potevi scegliere, almeno, un tempo migliore di questo per il viaggio di nozze? Specialmente alle persone della tua condizione manca forse il tempo di scegliere una bella giornata, e di consultare l’oroscopo, prima di mettersi in mare? Ma la questione, ahimè, è che noi siamo troppo ignoranti e troppo corti di cervello.

La bella fanciulla, dunque, tutta addolorata, fu accompagnata da un gran seguito, e con tutti gli onori, sulla nave, e prima che questa si allontanasse disse: «Ora, Gesù Cristo sia con voi». E così, bella Costanza, buon viaggio; giacchè non c’è rimedio. La povera fanciulla faceva di tutto per non tradire il suo dolore; ma lasciamola navigare e andiamo avanti.

La madre del Sultano, che era un vero pozzo di vizi, aveva spiato tutto, e s’era accorta del proponimento fatto da suo figlio di abbandonare l’antica religione di Maometto; e subito adunò il consiglio, e quando tutti furono presenti per sentire che cosa aveva da comunicare, si assise, e disse così:

«Signori, voi tutti saprete che mio figlio sta per abbandonare le sante leggi del nostro Corano, datoci da Maometto messaggio di Dio. Ebbene, io faccio voto all’altissimo Signor nostro di perdere la vita, prima di rinnegare la religione di Maometto.

Che vantaggio può venirne a noi da questa nuova religione, se non servaggio e sofferenze, e d’essere trascinati all’inferno per avere rinnegato Maometto il nostro creatore? Signori, dunque, mi assicurate di approvare il mio consiglio? Se lo approverete, io vi salverò in eterno».

Tutti approvarono, e giurarono di vivere o morire con lei, e di non abbandonarla. E ciascuno prese l’impegno di fare il possibile perchè i propri amici prestassero l’opera loro. La Sultana allora si mise all’impresa nel modo che sentirete, e disse a tutti queste precise parole.

«Noi fingeremo da principio di andare lieti al battesimo: tanto un po’ d’acqua fresca non ci potrà fare un gran male; ed io farò preparare tali feste e in mezzo a tanta allegria, che il Sultano, certamente, non sospetterà di nulla. Dicono che sua moglie sia la più pura e più bianca creatura battezzata: ed io vi prometto che essa non riuscirà a lavare tutto il rosso del sangue che la bagnerà, quand’anche portasse con sè una fontana».

O Sultana iniqua, nuova Semiramide, serpente dall’aspetto di donna, donna simile al serpente che sta giù nel profondo dell’inferno, femmina ingannatrice, in te, nido d’ogni vizio, si accoglie tutto ciò che corrompe la virtù e l’innocenza per mezzo della malizia.

E tu, o Satana maledetto, dal giorno che fosti cacciato dal nostro regno, ben ritrovasti subito la via di tornare fra noi per mezzo della donna. Tu facesti sì che Eva ci trascinasse nella schiavitù, e tu ora sconcludi questo matrimonio cristiano. Quando non vuoi comparire, ahimè, tu ti servi, pei tuoi malvagi fini, della donna.

La Sultana che io rimprovero e maltratto in questo modo, lasciò maturare a poco per volta il suo disegno preparandogli la strada; e senza farla tanto lunga ecco che cosa fece. Un giorno, montata a cavallo, se ne andò dal Sultano, e gli disse che aveva deciso di rinnegare la fede maomettana, e voleva ricevere il battesimo dalla mano del prete, pentita di essere rimasta tanto tempo pagana.

E lo scongiurò di concederle l’onore di festeggiare il popolo cristiano al suo arrivo nella Siria dicendo: «Io farò tutto quello che potrò per fargli onore». E il Sultano rispose: «Farò tutto ciò che vorrete, madre mia». E in ginocchio la ringraziava della sua domanda, e non sapeva più che cosa dire dalla contentezza. La Sultana allora lasciato suo figlio se ne ritornò a casa.

Intanto i cristiani toccarono terra, e giunsero in Siria accompagnati da un grande seguito. Allora il Sultano mandò un messo a sua madre e attorno per tutto il regno, annunziando che sua moglie era finalmente arrivata, e pregando tutti di volere andare incontro alla regina, per tenere alto il decoro del regno.

La folla dei Sirii e dei Romani era immensa, e tutti erano splendidamente vestiti. La madre del Sultano, riccamente abbigliata, con molta festa ricevè la sposa, e con tutta la gioia con cui una mamma accoglierebbe la propria figliuola. Quindi il corteo, montato a cavallo, si avviò solennemente alla città, che era poco lontana dal mare.

Il trionfo di Giulio Cesare, che Lucano leva fino alle stelle, non fu certo più splendido e maraviglioso di quello che questa festante turba celebrò. Ma quel velenoso scorpione della Sultana, col suo maligno spirito, sotto sotto meditava il morso mortale.

Quando la comitiva fu giunta al palazzo, il Sultano, nella sua splendida divisa, andò, esultante e pieno di gioia, a riverire la sposa. Lasciamoli lì ora in mezzo al tripudio, e veniamo al momento in cui tutti pensarono che era ora di finire la veglia, e di andarsene a riposare.

Intanto venne il giorno in cui la vecchia Sultana aveva stabilito di festeggiare, come ho già detto, il popolo cristiano, e tutti i figli di Cristo si erano preparati per la cerimonia. Bisognava vedere che cosa fu in quella occasione: il lusso e lo splendore uno non se l’immagina nemmeno; ma prima di alzarsi da tavola la pagarono salata.

O improvviso e inaspettato dolore, tu succedi a ogni mondana gioia, che deve essere sempre bagnata dal pianto. Ogni nostra felicità ha per fine le lacrime. Non dimenticate mai questo consiglio pel vostro bene: ogni volta che vi pare d’essere felici, abbiate sempre davanti agli occhi il dolore e la sventura, che non tarderanno a raggiungervi.

Per farvela corta, dunque, il Sultano e tutti i cristiani furono tagliati a pezzi mentre stavano a tavola, e la sola Costanza scampò all’eccidio. La maledetta vecchia con l’aiuto dei suoi riuscì a compiere questo esecrando delitto, per diventar lei imperatrice.

Non vi fu cittadino della Siria, convertito al cristianesimo, che sorpreso dai consiglieri della Sultana non venisse trucidato prima che potesse scappare. Quindi presa la povera Costanza, la misero, in fretta, sopra una nave senza timone, alla mercè di Dio, e le dissero che, se era buona, se ne ritornasse dalla Siria in Italia.

Le restituirono il piccolo tesoro che aveva portato come dote, le dettero una abbondante quantità di roba per mangiare, misero sulla nave delle vesti, quindi spiegarono le vele e la nave fu spinta nell’alto. Povera, buona Costanza, giovane e onesta figlia dell’Imperatore. Colui che ha in mano la fortuna e il destino di tutti sia ora il tuo timone.

Prima che la nave si allontanasse dalla riva essa benedì tutti, poi rivolgendosi alla croce di Cristo disse: «O croce benedetta, pura fonte di felicità, bagnata del sangue del pietoso agnello che purificò il mondo delle sue antiche colpe, il giorno in cui io dovrò morire affogata in fondo al mare, salvami dalle unghie del diavolo.

Albero glorioso, scudo dei fedeli, che solo fosti degno di portare il re del cielo sanguinante di ferite, il candido agnello trafitto a colpi di lancia; tu che metti in fuga il diavolo e lo allontani da tutti coloro che sono protetti amorosamente dai tuoi rami, salvami e dammi la forza di redimermi.»

Passarono i giorni, passarono gli anni, e la povera Costanza spinta con la nave pel mare di Grecia arrivò, finalmente, per caso, allo stretto del Marocco; ma prima che le onde selvagge la portassero al suo destino, troppi amari bocconi dovè ancora mandar giù, per non morire di fame, sempre con la morte davanti agli occhi.

Qualcuno di voi mi potrebbe domandare: «Come mai non fu uccisa anche lei insieme con gli altri cristiani? Chi la salvò dall’eccidio il giorno della festa?» Io vi risponderò allora con queste altre dimande: «Chi salvò Daniele nell’orribile spelonca dei leoni, dove tutti quelli che entrarono prima di lui, d’ogni condizione, furono divorati senza poter fuggire in nessun modo? Nessun altro che Dio lo salvò, Dio che egli portava nel cuore.

A Dio piace mostrare in questo modo i suoi miracoli meravigliosi, affinchè noi possiamo vedere quanto è grande la sua potenza. Cristo il quale è il rimedio a tutti i mali, spesso con mezzi che solo i Sapienti conoscono, fa delle cose per un fine che la mente nostra non arriva a comprendere, cosicchè noi, per l’ignoranza nostra, non possiamo farci un’idea di quanto sia savia la sua provvidenza.

Or dunque, poichè Costanza non fu uccisa il giorno della festa, chi fu che la salvò anche dal fondo del mare? Chi fu che salvò Giona nello stomaco del pesce che lo rigettò vivo a Ninive? Ben sa ognuno che fu precisamente Colui, il quale salvò il popolo Ebreo quando attraversò il mare a piedi asciutti.

Chi ordinò ai quattro punti cardinali, spiriti della tempesta i quali hanno potere di mettere sotto sopra la terra e il mare, di non turbare la calma del mare della terra e degli alberi? Certo fu Colui il quale protesse sempre dalla tempesta questa donna giorno e notte.

Dove mai, questa donna, potè trovare da mangiare e da bere? Come le potè bastare per tre anni e più la provvista che aveva nella nave? Chi nutrì Maria Egiziaca nelle spelonche del deserto? Nessun altro che Cristo, senza dubbio! Fu una cosa veramente meravigliosa sfamare cinquemila persone con cinque pani e due pesci: Dio mandò la sua abbondanza al gran bisogno di lei.

Essa navigò dentro il nostro Oceano attraversando il nostro vasto mare, finchè, finalmente, l’onda la gettò sotto un castello, del quale ora non ricordo il nome, nel lontano regno di Northumberland. E il bastimento si incagliò così fortemente nella rena, che non si mosse di lì per tutto il tempo di una marea: era volere di Cristo che Costanza restasse ferma in quel luogo.

Il Castellano scese giù a vedere questo avanzo di naufragio, e girato tutto il bastimento trovò la povera donna sfinita dal dolore, e vide anche il tesoro che essa portava con sè sulla nave. Allora Costanza, nella sua lingua, domandò per misericordia che le si togliesse la vita, per liberarsi dal dolore in mezzo al quale si trovava.

Essa parlava un latino alquanto corrotto, tuttavia riuscì a farsi capire. Il guardiano, quando fu stanco di cercare per tutta la nave, portò con sè a terra questa povera donna. La quale cadde in ginocchio, e ringraziò il messaggio di Dio. Ma non volle dire a nessuno chi era, nè colle buone nè colle cattive, a costo di morire.

Diceva che il mare l’aveva tanto stordita, che aveva perso la memoria, e che questa era la verità. Il guardiano e sua moglie ebbero tanta compassione di lei, che piansero commossi. E Costanza si dimostrò subito così accurata e sollecita a servire e far piacere a tutti, che chi la vedeva se ne innamorava subito.

Il Castellano e madonna Ermenegilda, sua moglie, erano pagani, e tutto il paese era pagano; ma Ermenegilda voleva bene a Costanza come alla sua vita. Costanza intanto durante il suo soggiorno in questo luogo, con amare lagrime pregava sempre il Signore, finchè Gesù convertì la moglie del Castellano.

In tutta quella terra nessun cristiano aveva osato mai mettere piede; i cristiani erano stati cacciati di là dai pagani, che conquistarono tutto il Nord per mare e per terra. I cristiani fuggirono tutti a Wales, rimanendo in quest’isola, dove per qualche tempo trovarono un sicuro asilo.

Ma ancora i Brettoni cristiani non erano stati espulsi così radicalmente, che non si trovasse qualcuno il quale in cuor suo venerasse Cristo, ingannando la gente pagana. E proprio vicino al castello ve ne erano tre, uno dei quali era cieco, e non vedeva altro che con gli occhi della mente, i soli occhi che restano ai ciechi per vedere.

Il sole risplendeva come in un giorno d’estate. Il Castellano e sua moglie insieme con Costanza, presero la via dritta al mare, per circa un quarto di miglio, girando per diporto qua e là, quando per caso incontrarono quel povero cristiano cieco, e curvo dagli anni.

«Nel nome di Cristo (disse il vecchio Brettone), madonna Ermenegilda, fate ch’io riacquisti la vista.» La moglie del Castellano si spaventò a queste parole, per timore che il marito, sentendo che si era fatta cristiana, volesse ucciderla. Allora Costanza le fece coraggio, e le ordinò di fare la volontà di Cristo, come figlia della santa chiesa.

Il Castellano non raccapezzando che cosa succedesse in quel momento domandò: «Ma come va questa faccenda?» E Costanza rispose: «Signore, è la potenza di Cristo, che salva gli uomini dalle insidie del demonio!». E preso a recitare il nostro credo, prima che fosse sera ebbe convertito anche il Castellano, il quale cominciò a credere in Cristo.

Costui non era però il signore di questo luogo, dove aveva trovato Costanza; ma lo governava semplicemente, da molti anni, sotto il regno di Alla, re di Northumberland, uomo molto savio e dabbene come sentirete, e potente nemico degli Scozzesi. Ma ritorniamo al nostro racconto.

Satana che sta sempre pronto per ingannarci, vide tutta la perfezione di Costanza, e cercò subito il modo di farle scontare l’opera buona da lei compiuta. E fece sì che un giovine cavaliere che abitava in quella città, si innamorò di lei così sensualmente, che egli sentiva che sarebbe morto se non riuscisse a sfogare le sue sozze voglie.

Egli dunque le si mise intorno, ma non riuscì a nulla, perchè Costanza non volle peccare a nessun costo: allora, indispettito, pensò, per vendicarsi, di farla morire vergognosamente. Aspettò infatti che il Castellano fosse fuori del paese, e di nascosto, una notte, entrò nella camera dove dormivano Ermenegilda e Costanza.

Stanca per aver a lungo vegliato nelle sue orazioni, Costanza riposava tranquillamente, ed Ermenegilda lo stesso. Il cavaliere allora, tentato da Satana, si avvicinò piano piano al letto, e in un momento tagliò la gola ad Ermenegilda; e lasciato il coltello insanguinato vicino a Costanza, fuggì via, che Dio gli dia del male!

Poco dopo ritornò il Castellano insieme con Alla re di questa terra, e trovata sua moglie così barbaramente uccisa, cominciò a piangere e a torcersi le mani dalla disperazione. Quando ad un tratto, ahimè, vide vicino a Costanza il coltello sanguinoso! Che cosa poteva dire la disgraziata? Dal gran dolore svenne.

Il triste fatto fu subito riferito ad Alla. Il quale udito quando e come la povera Costanza era stata trovata nel bastimento, ebbe un senso di compassione, per una creatura così buona, caduta in tanto dolore e tanta sventura.