Part 1
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Note del Trascrittore:
Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetti=.
Le note relative all’introduzione sono raccolte alla fine dell’introduzione stessa; le note relative alle novelle sono raccolte, come nell’originale, alla fine del libro raggruppate per ogni novella.
PROPRIETÀ LETTERARIA
CINO CHIARINI
DALLE NOVELLE DI CANTERBURY
di
G. CHAUCER
SAGGIO DI UNA PRIMA TRADUZIONE ITALIANA
Bologna Ditta Nicola Zanichelli 1897
A
GIUSEPPE PICCIOLA
PREFAZIONE
He is the poet of the dawn who wrote The Canterbury Tales, and his old age Made beautiful with song....
(LONGFELLOW)
Le cinque novelle che presento al lettore in questa prima veste italiana sono un semplice saggio di una traduzione di tutte le _Novelle di Canterbury_, che avrei in animo di fare, se la modesta opera mia non venisse giudicata del tutto inutile. Uno studio compiuto e minuzioso intorno alla vita e alle opere del Chaucer sarebbe qui fuori di luogo, perchè destinato ad illustrare troppo piccola parte della maggiore e più importante opera del poeta. Per questa volta, quindi, mi limiterò a dare qualche notizia delle _Canterbury Tales_ in generale, fermandomi più particolarmente su ciascuna delle novelle tradotte in questo primo saggio.
Il Chaucer non compose e scrisse la geniale opera, alla quale maggiormente deve la sua fama di poeta grande ed arguto, tutta di seguito e di un sol getto, ma ne raccolse ed elaborò il vasto e vario materiale in molte riprese, e a lunghi intervalli di tempo. E da questo forse ebbe origine la mancanza, quasi assoluta, di una rigorosa e chiara unità nella economia generale di tutta l’opera, tanto che l’ordine stesso col quale si seguono le novelle è incerto, e varia secondo i codici. Quindi non si può con precisione determinare quando le _Novelle di Canterbury_ siano comparse, per la prima volta, come un lavoro organico e artisticamente compiuto. Quello che è certo, è che l’opera non potè essere finita di compilare prima del 1386, giacchè in alcune novelle si allude a fatti che a quest’anno si riferiscono. E questa è appunto la ragione, per cui come data approssimativa della composizione delle _Canterbury Tales_ è accettato comunemente l’anno 1386. Alla questione se il Chaucer avesse conoscenza del _Decamerone_, e da questo avesse preso il disegno generale delle sue novelle, accenneremo più avanti parlando della storia di Griselda: per ora diremo solamente che l’idea di riunire insieme, in forma di racconti fatti da varie persone, storie più o meno avventurose, il Chaucer potrebbe averla presa dal romanzo dei _Sette Savi_, così popolare nel medio evo, o anche più verisimilmente, come fu osservato[1], dalla _Vision concerning Piers Plowman_, attribuita a William Langland, dove si racconta di «pellegrini e palmieri» che si recavano a San Giacomo di Compostella, e a visitare altri santi a Roma «raccontando molte savie novelle.»
Thomas à Becket, caduto ai piedi dell’altare sotto il pugnale dei sicari di Enrico II, che lo fece assassinare perchè aveva osato di opporsi alla dinastia normanna per la libertà del popolo sassone, fu canonizzato, ed il suo corpo venne sepolto e religiosamente conservato nella cattedrale di Canterbury. Quivi i suoi concittadini venivano dalle regioni più lontane dell’Inghilterra in pellegrinaggio, non solo per ottenere qualche grazia dal santo miracoloso, ma spinti da un religioso sentimento di gratitudine verso il primo inglese, che dall’epoca della conquista era stato un terribile nemico dei tiranni stranieri.[2]
Il Chaucer immagina appunto che una allegra brigata si ritrovi, per caso, una sera di aprile, in un albergo di campagna in Southwork, chiamato il _Tabarro_, e vi passi la notte, per recarsi la mattina presto in pellegrinaggio alla tomba di S. Tommaso. Dopo cena l’oste Harry Bailly, saldati i conti con i suoi numerosi avventori, si mette a chiacchierare con loro allegramente, e avendo sentito che andavano tutti a Canterbury, in un momento di buon umore fa ai suoi ospiti una proposta, che è accolta subito con entusiasmo.—La mattina egli sellerà il suo cavallo, e partirà con loro.—E poichè la strada che conduce a Canterbury è lunga e noiosa, propone che ognuno, mentre la brigata cavalca tranquillamente, racconti per turno due novelle, e lo stesso si faccia al ritorno.
I pellegrini capitati al _Tabarro_ erano in tutto trentadue[3], cosicchè le _Novelle di Canterbury_ avrebbero dovuto essere, almeno, cento ventotto. Ma il Chaucer, purtroppo, non finì l’opera che aveva concepito con sì largo disegno, ed a noi non restano che venticinque novelle, compresa «The Cokes Tale of Gamelyn» che da molti è ritenuta apocrifa, due delle quali sono in prosa[4].
Nel prologo, che il Craik definisce «a gallery of pictures almost unmatched for their air of life and truthfulness»[5] il poeta ci presenta, ad uno per volta, tutti i suoi compagni di viaggio (giacchè immagina di essere stato anch’egli della brigata) con tutti i più minuti particolari della condizione, della educazione, delle abitudini, delle qualità fisiche e morali e del modo di vestire di ciascuno. Dal nobile cavaliere di ventura al contadino, dal letterato al marinaio, dall’avvocato all’usciere del tribunale, dal mugnaio al dottore, dal buon parroco di campagna al frate disonesto e imbroglione, dalla monaca educata e inappuntabile alla volgare e sguaiata venditrice di fazzoletti, la vecchia società inglese della fine del secolo XIV è descritta, in questo originalissimo e interessante brano di poesia, in tutti i suoi diversi elementi. Nessuno dei particolari più minuti che si riferiscono alla stravaganza delle vesti in uso al tempo suo, nel quale quasi ogni classe di persone aveva un modo proprio e caratteristico di vestire, è dimenticato dal poeta.
Suora Eglantina, per esempio, «portava il fisciù appuntato con molto garbo» il monaco «aveva le manopole di pelliccia della più fine qualità» e la donna di Bath «portava le calze rosse ben tirate su fino al ginocchio.» Lo stesso dicasi dei segni particolari del viso, delle qualità dell’animo e del corpo, che si alternano nella descrizione del poeta disordinatamente e senza gradazione di sorta, sicchè talvolta sentiamo nel suo modo di parlare qualche cosa di rude e di contorto. Traducendo sarebbe stato facil cosa mettere un po’ di ordine, ed evitare le frequenti spezzature del periodo e il ripetersi di certe espressioni, ma trattandosi di una versione in prosa, questo io mi sono proposto prima di tutto: conservare, nella parola e nel pensiero, più che fosse possibile l’impronta caratteristica di questo geniale poeta novellatore, che senza avere la frase concisa e scultoria del nostro Boccaccio, e senza essere fino ed arguto come lui, è di lui forse più moderno nel modo di vedere e di sentire, I pratici consigli che egli suggerisce alle donne che hanno marito, nel lepidissimo congedo col quale il chierico di Oxford chiude il suo racconto, possono essere, se io non erro, un esempio di questo spirito di modernità, e di quella giovanile gaiezza che dà vita a tutta l’opera poetica del Chaucer. I personaggi che ci sfilano davanti in questo prologo, con la varietà di colori e di atteggiamenti con cui vediamo passare, una dopo l’altra, le figure di una lanterna magica, non sono immaginati e inventati dalla fantasia del poeta. Sono creature vive e reali, uomini e donne di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e per questo i loro discorsi e i loro atti ci interessano e ci divertono. Fermiamoci per un momento davanti a qualcuna di queste figure. Il dottore, in fatto di medicina, oggi senza dubbio, sarebbe un poco arretrato, nonostante i suoi profondi studi sulle opere di Esculapio, di Ippocrate, e di tutte le celebrità mediche dell’Arabia, e nonostante la sua scienza astrologica: ma se il medico è per noi antico, l’uomo è interamente moderno. Infatti due cose premono sopratutto al nostro bravo dottore: la sua salute e i quattrini. E però «mangiava poco, ma cercava che quel poco fosse roba nutritiva e facile a digerirsi» e si teneva cari ed amici gli speziali, che eran d’accordo con lui «nel cavar sangue al prossimo». Chi non riconosce nel mercante di indulgenze un frate Cipolla dotato di una malizia più moderna di quella che non avesse, in fondo, il simpatico frate boccaccesco? Egli veniva da Roncisvalle: ma nelle sue lunghe peregrinazioni, che faceva con la sola missione di imbrogliare devotamente il prossimo, certo ebbe a capitare anche in Truffia e in Buffia come frate Cipolla. Ma a lui non bastava gabbare gli ingenui e gli sciocchi: aveva anche «alcune altre taccherelle, che si taccion per lo migliore[6].» Accanto alle poco oneste figure del mercante di indulgenze e di frate Uberto, suo degno collega, spiccano le altre due dell’umile ed onesto parroco e del contadino suo fratello, che ispirano, come osserva assai felicemente il Ward,[7] quella grande simpatia che Dickens sapeva trovare nelle persone semplici e povere. L’impiegato del tribunale che quando ha alzato il gomito un po’ troppo incomincia a parlare in latino, l’economo che ruba sulla spesa a man salva, senza che nessuno se ne accorga, il monaco divoratore di arrosti, e cacciatore impenitente come don Paolo nella «Scampagnata» del Fucini, sono tutte macchiette una più vera e più originale dell’altra. E non ultima fra di esse è quella così caratteristica dell’oste, il quale è l’anima della brigata, sempre pronto a richiamare all’ordine tutti, a fare le sue osservazioni sulle novelle che si raccontano, e a ridere e a scherzare allegramente. Il prologo delle _Canterbury Tales_ è una delle creazioni più perfette del Chaucer, e forse fu la parte da lui scritta per ultima di tutto il suo libro di novelle. Per la sua ingenua schiettezza, per la sua simpatica e piacevole semplicità, che ne fanno una delle più pregevoli cose dell’antica poesia inglese, esso resterà sempre, nel suo genere, un modello non facilmente imitabile. Che figure scialbe e senza vita sono quelle sette persone così accademicamente riunite in un albergo a raccontare novelle, nelle “_Tales of a Wayside Inn_” con cui il gentile poeta di Evangelina[8] volle imitare i pellegrini di Canterbury!
La lunga storia che il compìto cavaliere racconta per il primo ai suoi compagni di viaggio, non offre il destro ai cacciatori di più o meno pretese fonti di sbizzarrirsi troppo. Poichè il disegno generale e la materia principale di questa novella sono tolti, in modo da non ammettere discussione, dalla _Teseide_ del Boccaccio; dalla quale il Chaucer ha tradotto quasi letteralmente circa duecento settanta versi, ed oltre cinquecento ha imitati o parafrasati. Per quale ragione però egli che si è valso, nei suoi scritti, così spesso e con tanta larghezza dell’opera poetica del Boccaccio, non abbia mai ricordato il nome di lui, è un mistero che fino ad ora nessuno ha saputo spiegare. Mentre cita debitamente ai luoghi loro Dante e il Petrarca, ai quali deve ben poco in confronto degli obblighi che ha verso il Boccaccio, e dimostra quasi una certa sollecitudine nel ricordare altri scrittori latini e medievali, che avrebbe potuto lasciare nell’oblio senza scrupoli di coscienza, dimentica sempre l’autore del _Decamerone_. Si direbbe anzi che appunto quando attinge da lui più direttamente e più largamente, come in questa novella del Cavaliere, e nel poema intitolato _Troilus and Cressida_, il Chaucer si studi di nascondere meglio che può, a chi legge, la vera fonte, con citazioni false ed enigmatiche. Gli autori che egli cita, quando dovrebbe citare il Boccaccio che è la fonte vera, sono: Lollius, Stazio, e il Petrarca. Il Sandras non riuscendo a spiegare in altro modo questo fatto stranissimo, sospetta che il Chaucer abbia voluto fare uno scherzo ai suoi lettori, confondendoli con citazioni fuori di proposito ed inventate. Questa spiegazione, la quale dimostrerebbe, in fine, che l’autore delle _Novelle di Canterbury_ ebbe lo spirito di voler ridere alle spalle dei suoi futuri critici, non piacque troppo al Lounsbury,[9] che la dice non solo inverosimile e priva di ogni fondamento, ma trova, non so con quanta ragione, nelle parole del critico francese: «a tone of candid depreciation.» E conclude: «Forse non sarà mai possibile per noi sapere con certezza per quale ragione il Chaucer non nomina il Boccaccio, nelle sue opere; e su ciò non si potranno esprimere se non opinioni individuali, le quali non avranno mai il valore di veri e propri argomenti.»
Il fatto citato dal Rossetti[10] che Pierre Seigneur de Beauveau, il quale verso la fine del secolo XIV fece una traduzione francese in prosa del _Filostrato_, afferma in modo assoluto che l’autore del poema da lui tradotto era un poeta fiorentino, chiamato Petrarca, non porta davvero nessuna luce sul silenzio del Chaucer in quanto al nome del Boccaccio. Ed anche volendo concluderne, col Tyrwhitt e col Rossetti, che forse il Chaucer, cadendo nello stesso errore di Pierre de Beauveau, credè che delle opere del Boccaccio a lui note fosse autore il Petrarca, non si viene a capo di nulla: anzi la matassa si fa sempre più intricata. Poichè se da una parte, così, si spiegherebbe il caso della storia di Zenobia[11] attribuita al Petrarca, mentre si trova nel _De casibus virorum et foeminarum illustrium_ del Boccaccio, dall’altra rimane sempre più oscuro il mistero di Lollius, citato come autore del _Filostrato_. Secondo lo Skeat[12] la vera spiegazione di questo enigmatico nome sarebbe quella proposta dal prof. Latham,[13] il quale crede che il Chaucer, intendendo malamente il verso di Orazio: «Troiani belli scriptorem, maxime Lolli[14]» abbia supposto che Lollio fosse uno scrittore latino che avesse trattato della guerra troiana. E questo, secondo il Latham, bastò al poeta per citarlo, senz’altro, come la fonte dell’episodio della guerra di Troia, che egli, invece, aveva attinto al _Filostrato_. Certamente può sembrare strano il fatto che il Chaucer, il quale aveva tradotto tutto il _De Consolatione_ di Boezio, dimostrando una certa famigliarità con la lingua latina, sia caduto in un errore così grossolano: ma non potrà parere impossibile, quando si pensi che non sarebbe questo il solo. Un altro errore del genere, assai curioso è, per esempio, il _pernicibus alis_ di Virgilio, nella descrizione della Fama (_En._ IV, 180), tradotto con: _ali di pernice_. Se quella del prof. Latham è la vera spiegazione, o almeno la più probabile, è lecito concludere che spesso le citazioni del Chaucer sono fatte in mala fede, e forse con lo scopo di nascondere, molto ingenuamente, la verità. E basterebbe, se io non erro, a giustificare questa conclusione che spiegherebbe tutto, la citazione di Stazio alla quale io accenno nella nota 23 della Novella del Cavaliere. Nè si può opporre il fatto che Dante, il Petrarca, ed altri scrittori, sono sempre citati a dovere: poichè, tenuto conto di quanto il Chaucer deve nelle sue opere al Boccaccio, si potrebbe rispondere che in questo caso il poeta delle _Canterbury Tales_ fa come certi scrupolosi debitori, i quali pagano i debiti piccoli, e poi si dimenticano di quelli più grossi. Ma torniamo alla novella del Cavaliere.
Del lunghissimo poema del Boccaccio il Chaucer non ha preso che la materia romanzesca, che molto bene si adattava al racconto fatto da un cavaliere, il quale «ebbe in alto rispetto la cavalleria, la lealtà e l’onore, la libertà e la cortesia.» L’argomento della sua novella è infatti la storia cavalleresca dei due giovani tebani Palemone e Arcita, che dopo una serie di romanzesche avventure si disputano in un grande torneo la bella cognata di Teseo.
L’elemento epico, cioè quanto si riferisce alla guerra dell’eroe ateniese contro le Amazzoni, che nel poema del Boccaccio occupa tutto il primo canto, è escluso dal racconto del Cavaliere. Il quale solo sul principio accenna fugacemente alle gesta di Teseo nella Scizia, ed incomincia la sua novella dal ritorno trionfale di lui in Atene, e precisamente dalla strofe 25 del Libro II della _Teseide_. Il Chaucer, senza abbandonare mai il disegno generale, secondo il quale è svolta dal Boccaccio l’avventura dei due cavalieri di Tebe, ha notevolmente abbreviato la storia di Palemone e Arcita, che nella sua novella è raccontata in 2250 versi, mentre nella _Teseide_ si estende a 8600 circa. Di questo la critica gli ha dato ampia lode, notando che egli ha dimostrato un sano criterio artistico, e buon gusto, nel lasciare molte delle lunghe e noiose descrizioni del Boccaccio. Se non che si potrebbe domandare, senza togliere nulla al merito del poeta inglese, se ciò si debba proprio al suo buon gusto soltanto, o piuttosto alle esigenze della forma da lui prescelta per la sua storia. E la risposta non mi pare difficile: poichè se il Cavaliere, destinato dalla sorte a incominciare per primo la serie dei racconti di Canterbury, invece di raccontare una novella, avesse preteso di recitare un poema intero in dodici canti, quale è la _Teseide_, c’era il caso che molti dei suoi compagni di viaggio avessero dovuto rinunziare al proprio racconto; dato che l’oste Harry Bailly, il quale aveva tanto buon senso, non lo avesse obbligato, come fece al Chaucer[15], a cambiare argomento. Del resto il Cavaliere stesso, incominciando la sua novella, dice che dovrà abbreviarne la lunga storia affinchè «nessuno per colpa sua debba rinunziare al proprio racconto.» Ma ben più largamente, dobbiamo confessarlo, il Chaucer avrebbe potuto sfrondare dalla selva epico–romanzesca della _Teseide_, se troppo spesso non si fosse compiaciuto, anche egli, di quelle lunghe e noiose descrizioni, più tollerabili ad ogni modo in un poema che in un racconto in forma di novella, e di quelle tirate rettoriche, a base di mitologia e di storia sacra, che sono l’indispensabile bagaglio poetico di quasi tutti gli scrittori dell’età di mezzo, in cui si preferiva all’aurea semplicità di Virgilio la gonfia rettorica di Stazio. La minuta descrizione di tutte le figure istoriate nei tre templi del grande anfiteatro destinato al torneo, l’enumerazione delle varie specie di alberi e di piante onde fu eretto il rogo di Arcita, gli epici particolari dei suoi funerali, che il Cavaliere poteva risparmiare ai suoi compagni di via senza punto nuocere all’interesse della sua novella, dimostrano che il Chaucer non si lasciò consigliare sempre dall’arte e dal buon gusto nel far suo il materiale della _Teseide_.
Con tutto ciò non si può negare, certamente, che egli abbia portato nell’argomento della favola di Palemone e Arcita qualche nota personale, e modificazioni talvolta felici ed opportune come quelle notate, insieme col Tyrwhitt[16], dallo Skeat e dall’Hertzberg[17]. Il Chaucer era troppo poeta nel fondo dell’anima, per fare nella sua novella un semplice sunto in versi dell’originale onde la tolse.
Quanta poesia in questa breve descrizione dei primi albori del mattino:
«The busy larke, messager of daye, Salueth in hire song the morwe gray; And fyry Phebus ryseth up so bright, That all the orient laugheth of the light, And with his stremes dryeth in the greves The silver dropes, hongyng on the leeves.»[18]
Per trovare una di queste pennellate così poeticamente sentite e riprodotte dalla natura, bisogna leggere Dante e Shakespeare. Longfellow pensava certo a questi versi, quando in quel suo bellissimo sonetto scriveva del Chaucer:
«He listeneth to the lark Whose song comes with the sunshine through the dark Of painted glass in leaden lattice bound: He listeneth and he laugheth at the sound, Then writeth in a book...»[19]
La storia del romanzesco amore di Palemone e Arcita fu uno degli argomenti che più allettarono il Chaucer fin da quando ne ebbe conoscenza per la prima volta nella _Teseide_. E dobbiamo dire che egli ebbe una particolare predilezione anche per il poema del Boccaccio, giacchè reminiscenze e traduzioni della _Teseide_ se ne trovano anche in altri tre suoi componimenti poetici: _The Parliament of Fowls_, _Of Queen Annelida and false Arcite_, _Troilus and Criseide_. Molto prima che nella novella del
Cavaliere, inoltre, le avventure amorose di Palemone e Arcita il Chaucer le aveva trattate in un componimento giovanile che è andato perduto, e che egli stesso ricorda nel prologo di un’altra sua opera poetica intitolata: _The Legend of good Women_.[20] Questa prima redazione fu certo molto diversa da quella che è rimasta nelle _Canterbury Tales_: il Tyrwhitt non esclude che potesse essere una semplice traduzione della _Teseide_. Molto probabilmente la Novella del Cavaliere non è che un rifacimento di questo primo lavoro giovanile, che, composto in origine con intendimenti ben diversi, passò poi a far parte delle _Novelle di Canterbury_.[21] La cavalleresca storia di Palemone e Arcita è una creazione originale del Boccaccio, o è il riflesso di qualche novella medievale? Il tema, come osserva, il Crescini[22], non è nuovo: ma nessun documento si può produrre fino ad oggi, il quale contenda al Boccaccio il merito di questa favola d’amore, che ebbe maggior fortuna di quello che forse non meritasse. Giacchè passando dalla _Teseide_ alla novella del Chaucer, e da questa al dramma attribuito al Fletcher e al poema del Dryden, ebbe l’onore di ispirare alcuni dei più nobili ingegni dell’Inghilterra.[23]