Dalla spuma del mare

Part 8

Chapter 83,867 wordsPublic domain

— È capace d'indovinarlo. —

Valente si strinse nelle spalle, serrò le mie mani nelle sue, sorrise, e per poco non mi disse: — come sono felice!

— Sei di buon umore stamane.... — osservai.

— Sì, proprio, tanto. Ho ricevuto una buona notizia.

— Quale? —

Cambiò discorso per non dirmela, ma più tardi la seppi da mia moglie, che l'aveva saputa dalla signora Chiarina: la polizia era sulle tracce del signor Salvioni.... morto; lo aveva accompagnato fino al momento, in cui da Napoli partiva per il Cairo, dove allora infieriva il colera....

Qui anch'io, come l'amico Nebuli, avrei messo una reticenza lunga; ma mia moglie, niente scrupolosa, soggiungeva: — Per poco che il colera sappia il fatto suo, il primo che si è portato via è il vostro Salvioni!

— E che conti di fare, ora che sei.... che non sei più.... che sei.... _così_? — diss'io a Valente.

— Ho già fatto! — mi rispose, — ho già fatto dieci castelli in aria; prima di tutto vado in Cassazione, per guadagnare tempo; poi in campagna a vivere di pace e di lavoro. Farò scendere dalle nuvole tutti i quadri, a cui ho dato una cornice di stelle, imbratterò parecchi chilometri di tela, ed in pochi anni mi sarò rifatto ricco colle mie mani!

— E ti senti capace di tutto questo?

— Di che non mi sento capace, ora che l'avvenire ricomincia ad esser mio? Con quei procuratori ai fianchi, con quegli uscieri alle calcagna, mi pareva d'averla _ipotecata_ la mia porzione di futuro. Ora sono povero, ma sono libero, e se mi rimane Chiarina!... —

Così parlò quello sventato, quel sonnambulo, quel delirante; io lo guardavo a bocca aperta, felice in fondo che egli pigliasse la cosa a quel modo, ma disgustato di vedere una testa piena di ingegno, così vuota di criterio. Il torto lo diedi alla Natura, la quale incomincia gli uomini bene, ma non li sa mai finire; al disgraziato Valente diedi invece centomila ragioni, non gli potendo dare qualche cosa che valesse meglio.

Qualcuno mi chiede se non mi venisse il sospetto che egli, non io, fosse il vero filosofo; quel sospetto mi venne, ma non resse alla riflessione e se ne andò; per me era chiaro che Valente, se pure operava da filosofo, non ne aveva coscienza e non metteva ordine nelle sue azioni, nè sistema nei suoi ragionamenti. Non dico che la filosofia sia unicamente sistema (come vogliono certuni); filosofi profondi alla mattina, i quali diventano infelici a colazione, se la bistecca è troppo cotta, infelicissimi alla sera se perdono qualche quattrino alla tombola, ne conosco anch'io; ma perchè ho il buon senso di non proporli come modelli all'amico Nebuli (il quale non mi darebbe retta), non dirò già che filosofo e capo scarico sono sinonimi.

Del resto, sì, Valente aveva in fondo qualche ragione di non affliggersi, oltre questa interamente stoica che tanto tanto affliggendosi non ci avrebbe guadagnato nulla: aveva il suo pennello, la sua fama, la sua donna più che mezza, ed il suo avvenire intero; ai bisogni del momento dovevano provvedere la _Spuma del mare_ e l'avvocato colla Cassazione, colle liquidazioni, colle opposizioni, col Dio sa che diavolo.

E con tutto ciò, quando il signor Bini fu stato tre giorni senza farsi vivo e ci cominciò a venire il sospetto che, dopo aver rifiutato i dollari degli Americani, la famosa _Spuma_ si dovesse accontentare delle lirette italiane, mi parve (non ne sono sicuro) che un po' dell'inalterabilità di Valente se ne fosse andata. Pur si mostrò disinvolto, ritirò dalla Mostra il suo capolavoro e si accinse a farne la copia.

Da 24 ore la _Spuma del mare_ era rientrata nello studio paterno, quando giunse da me il signor Bini.

— Che ne è stato della _Spuma_? — disse.

— L'ha ritirata Valente, — risposi sorridendo.

— Lo so...

— Volevo ben dire!

— Lo so, ma che ne vuol fare?

— Venderla.

— Ci è chi la compera?

— Glielo vada a chiedere.

— Andiamoci. —

Scendemmo; l'amico si era appunto messo dinanzi ad una tela delle medesime dimensioni dell'altra, e tracciava le prime linee del disegno.

— Eccellente idea! — disse il signor Bini — lei vuol fare una dozzina di _Veneri_ per mandarne una in America, una in Russia, una in Germania, eccetera. I compratori non mancheranno; chi ha preso l'originale si contenta?

— Nessuno l'ha preso ancora, — rispose Valente con nobiltà.

E allora io, mettendo muso duro, entrai a dire:

— L'amico Nebuli non ha voluto farle torto...

— To', — disse il furbone, colla sua flemma, — è vero, io volevo comprare il quadro, mi piaceva la _Venere_... superba _Venere_... mi piace ancora... ebbene sì, la compero;... ma allora è inutile, sa? che faccia la fatica di copiarla; preferisco pagarla qualche cosuccia di più e sapere che di Veneri come la mia non ce n'è alcuna al mondo... Un artista come lei, signor Valente, spenderà sempre meglio il suo tempo creando un miracolo nuovo, ed io pure spenderò meglio il mio denaro... E quanto domanda della _Spuma del mare_? —

Ed io mi affrettai a chiedere:

— Quanto ti aveva offerto quell'Americano?

— Ventimila lire; — balbettò Valente.

— Dunque? — dissi, rivolgendomi al signor Bini.

Mi pareva che il mio accento, il mio sguardo, aiutati dalla sua memoria, dovessero dirgli chiaro: «dunque, faccia il conto; lei ha offerto il doppio;...» ma lo smemorato fu anche cieco e sordo; non vide, non intese, non ricordò nulla: — negozio conchiuso, — disse — per ventimila lire il quadro è mio; lei lo faccia accomodare entro la sua cassa; io manderò a prenderlo oggi stesso. —

Tre ore dopo il signor Bini venne, accompagnato da due uomini, i quali si caricarono sulle spalle la _Venere_.

Noi, che ci eravamo messi alla finestra, la vedemmo passare un'ultima volta... Dove andava? Il vecchio non ce l'aveva detto; ed io balbettai sottovoce: — buon viaggio! —

Quando Valente non vide più i tre uomini, che avevano svoltata la cantonata, chiuse le vetrate e guardò il fascio di biglietti di banca che il vecchio gli aveva messo fra le mani.

Non disse parola e tornò nello studio. Io ammiccai dell'occhio; Chiarina ed Annetta mi compresero; lo lasciammo solo.

XVIII.

Cose strane.

— Ma sai che è una combinazione strana! — disse Annetta per la ventesima volta.

— La ti par proprio una combinazione strana? — diss'io.

— Non ti capisco....

— Non mi puoi capire, perchè non hai fatto tutti i pensieri che ho fatto io sul caso e sulla combinazione. Vediamo. Ti giungono insieme due lettere, una delle quali (in ritardo) ti dice che una cosa da te desideratissima non si può fare, perchè si è presentato un ostacolo insuperabile, l'altra ti annunzia che l'ostacolo è scomparso e che la cosa si farà. Tu leggi la lettera sconfortante, leggi poi la seconda; senza volerlo, la gioia che ti ha dato questa ultima, dopo lo sconforto della prima, la metti in conto della combinazione, ed esclami: oh! la strana coincidenza! Ma se tu leggevi prima la lettera che ti annunziava tolto l'ostacolo, è molto se badavi alla combinazione del ritardo della seconda lettera e della coincidenza di entrambe: e pure nulla è mutato, fuorchè il tuo modo di sentire. —

Quando io infilo qualche androne filosofico un po' buio e m'ingegno di tirarmi dietro mia moglie, rischiarandole i passi, essa mi accompagna tra sbigottita e ridente, e qualche volta, come questa, mi domanda:

— Dove si va a finire?

— Or eccoti un altro aspetto della stessa cosa, — diss'io. — Bada di notte ai fanali d'una via dritta e lunga; sono distanti l'uno dall'altro cento buoni passi; ma se tu ti allontani e ti volti, li vedi ravvicinarsi e coincidere. Lo stesso accade nella storia, che è la notte dei tempi, dove gli avvenimenti memorandi sono i fanali d'una via diritta e buia, e pare che si tocchino per ragioni di prospettiva, ma non si toccano punto; e forse la storia è da rileggere con questo criterio, e forse tutte le superstizioni non hanno altra origine.... e forse....

— Insomma, — mi chiese Annetta, — ti pare o non ti pare una combinazione strana? —

Giudicatene voi; ecco la lettera che avevo ricevuto quella mattina:

«Caro parente,

«Senza che lo sappiate, vi sono parente; perciò senza conoscervi mi siete caro.

«La nostra parentela è un po' lontana, ed ho stentato a trovarne il filo; ma siccome non ho altri parenti al mondo che voi, e mi premeva di non perdervi, vi ho trovato.

«Io sono un po' ricco ed un po' vecchio; se morissi senza far testamento, è probabile che lo Stato vanterebbe diritti di parentela più prossimi dei vostri per non lasciarvi un quattrino del fatto mio.

«Ma prenderò le mie cautele; intanto siccome voi non siete ricco, comincio a darvi un acconto, perchè non ho nissuna fretta d'andarmene, spero di fare i miei comodi e mi preme che possiate aspettare pazientemente. Non vi offendete di questo linguaggio; parla l'esperienza d'un vecchio, il quale sa come il denaro guasti spesso i sentimenti più gentili e gli animi migliori.

«Ho una lite pendente, sarà sciolta domani, e vinta da me; queste monete che mi costano tanti anni di dispetti, di puntigli, di amarezze, non le voglio prendere colle mie mani; abbiatele voi; così io vendico la mia dignità d'uomo, offesa dal puntiglio meschino.

«Il mio avversario d'oggi vi è noto: è il signor Valente Nebuli, pittore, il quale si troverà nelle strette del bisogno, quando abbia perduta la lite.

«Il caso mi serve in tutto; voi gli siete amico, e non dubito che gli renderete quanto meno penosa è possibile la restituzione. Da voi accetterà un indugio, da me lo sdegnerebbe.

«Però un patto io pongo al mio dono: se la parte avversaria andrà in Cassazione, se venisse cassato il giudizio, voi non verrete a componimento mai e proseguirete la lite, in cui ho speso tanti anni.

«Io non vi conosco, ma il mio avvocato di Milano, che vi ha visto e si è informato di voi, sa che siete un uomo ordinato ed onesto, e che non farete offesa alla mia volontà.

«Alla vigilia del gran giorno, che deve darmi vinta la lunga ed odiosa guerricciuola, mi sento debole; temo le strette d'una gran gioia, e fuggo. — Facendo donazione a voi, mi pare di mettermi fuori di causa; ma per rassicurarmi interamente me ne vado, starò assente una settimana.

«Il notaio, impostando questa lettera quattro giorni dopo la sentenza, vi avvertirà pure dell'atto pubblico di donazione che ho fatto e sottoscritto oggi alla presenza dei testimonî....

«Accettate, caro parente, la prima prova del mio ultimo affetto.

Lecco, 13 dicembre.

«_Il vostro_ GIULIO PASQUALI.»

— Ma sai che è proprio una strana combinazione! — esclamò Annetta per la ventunesima volta. —

E perchè io stava zitto, ella insistè:

— Ma insomma parla, di' qualche cosa anche tu....

— Vuoi proprio che te la dica come la penso?... Non mi pare una combinazione, mi pare uno scherzo.

— Uno scherzo di chi?...

— Non lo so; ma non vedi tu stessa come è inverisimile tutta questa storiella? Il signor Pasquali non ha parenti più prossimi di me, ed io non so nemmeno chi sia il signor Pasquali — egli dice meschini i puntigli che l'hanno fatto litigare molti anni, ma pretende ch'io continui a litigare in nome suo; ha paura che lo pigli un accidente per la gioia d'aver vinta la lite, ed è sicuro di vincerla e rinunzia ai benefizî;... cara mia, tutto ciò è troppo inverisimile, dunque non è vero. —

Ma quando due ore dopo mi giunse la lettera del notaio di Lecco, il quale, avvertendomi dell'atto pubblico, m'invitava a fare l'accettazione, allora senza dir nulla ad Annetta, mi andai a chiudere nel mio studiolo per pensare con metodo.

Questo era il quesito:

«Posto che la donazione è vera, indagare fino a che punto è verisimile.»

Mi passavano cento embrioni di idee nel cervello, ma un'idea intera non m'era venuta ancora.

Quando uscii dallo studiolo, mi era venuta.

Sapete che aveva fatto la mia Annetta? Era corsa dabbasso a dir tutto alla sua Chiarina.

— Ah! — esclamai — lo dirà a Valente!

— Mi ha promesso di non dir nulla; e poi bisogna pur che lo sappia un giorno o l'altro, se la cosa è vera; se invece è uno scherzo, che male ci è?

— Non è uno scherzo, — dissi.

— Sì? Ma allora siamo proprio ricchi!

— Sì, purchè ci adattiamo a spogliare la tua Chiarina e Valente!... —

Credevo d'aver gettato una doccia sul suo entusiasmo, ma ella soggiunse:

— Non gli spoglieremo, faremo a metà; l'ho già detto a Chiarina, ed è tanto contenta, tanto contenta....

— To', e tu disponi così senza dirmi nulla?... — dissi facendo il serio.

— Sei tu che disponi, sono sicuro che questa idea è venuta anche a te. Non vorresti già farti ricco colla miseria dei nostri migliori amici; dunque, meglio che rinunciare alla donazione per restar poveri tutti, tu accetti e fai due parti giuste....

— E credi che l'amico Nebuli sarà contento di spartire con me?...

— Vorrei vedere, non è lui che spartisce, siamo noi; e non si può pretendere di più, mi pare; se fossimo milionari, via.... ma poveri come siamo anche noi.... ci vorrebbe una bella faccia tosta a volere che ci spogliassimo per lui.

— Egli non pretenderà nulla, ma non vorrà niente da noi....

— E che farà colla sua superbia?

— Andrà in Cassazione.

— Ci vada, ci andremo anche noi; sarà peggio per lui; la lite non la vincerà egualmente....

— Perchè?

— Perchè se i tribunali questa volta hanno detto che il vecchio Corvi era imbecillito, è segno che lo era proprio.

— A te non pareva imbecillito per altro.

— E nemmeno a te.... Ma l'hai conosciuto tu? L'ho conosciuto io? Che ne sappiamo noi? Si diceva per dire.... —

A questo punto non mi trattenni più, le chiusi la bocca con un bacio, poi le dissi dolcemente: — taci, taci. —

Ella mi guardò sbigottita, comprese:

— Diventavo cattiva — disse — non è vero?

Entrò in quella l'amico Nebuli; al primo vederlo indovinai che egli sapeva tutto. Mi venne incontro e si sforzò di sorridermi, ma fui io a prendergli la mano che egli non mi dava.

— Che cosa dunque è accaduto di curioso? — mi disse.

— Ah! — risposi — gran cose! — leggi.

Lesse egli le due lettere del signor Pasquali e del notaio; e disse:

— Che combinazione strana! tu l'unico parente?... Che strana combinazione!...

— Non mi dici altro?

— Ah!... sono contento, proprio contento....

— Vuoi essere sincero? — dissi io mestamente — non sei contento....

— Perchè?... Che ci perdo io? Non è forse meglio che la mia disgrazia giovi ad un amico?

— Sì, è meglio, lo sai benissimo che è meglio; ma confessa che hai avuto un po' di dispetto a questa notizia, e ci è stato un momento, in cui l'istinto ti diceva che la peggior disgrazia che ti potesse capitare era questa di veder le tue spoglie indosso all'amico del cuore, e confessa che tu a quell'istinto cattivo non hai tappato la bocca subito....

— Ebbene, sì, è vero; ma ora è passato.... ti giuro che sono contento e me lo devi credere.

Ci stringemmo la mano forte.

— Dunque posso accettare la donazione? — chiesi ridendo.

— Accetta, capperi! Ma ti avverto che andremo in Cassazione, che abbiamo quattordici cause di nullità — non te ne avrai a male?

— Ti pare? nemmeno per sogno! ma in Cassazione non ci andrai, così la lite sarà finita ed il mio caro parente non troverà nulla a ridire che noi facciamo due parti di tutto; la mia porzione me la darai con tuo comodo, un po' per volta, quando avrai venduto una dozzina di quadri; lavoreremo entrambi e non imiteremo quei due buoni amici di tuo zio e del mio caro parente.... —

Valente stava serio.

— Che ne dici? — insistei.

— Non posso; la tua generosità è degna della nostra amicizia, ma io non posso accettare nulla da te.

— Già — dissi — da me no, dai tribunali sì; dillo chiaro che la mia generosità ti offende, che ti faccio l'elemosina....

— Senza amarezza — disse lui — non è forse vero?

— No, che non è vero! — esclamai — i tribunali hanno dato oggi ragione a me, ma ieri l'avevano data a te.... Siamo pari; se tu vai in Cassazione ed hai quattordici cause di nullità, si torna da capo: puoi perdere tu, posso perdere io: intanto gli avvocati ci mangiano le rendite e ci rosicano il capitale, e il puntiglio ci addenta l'amicizia. Fammi il piacere: scrivi al tuo avvocato che in Cassazione non ci vai, io cercherò il mio per accettare la donazione. —

Ero stato eloquente; l'amico mi si buttò al collo, e mi diede un bacio sonoro. Annetta non stava in sè dalla gioia.

— Il _tuo avvocato_ lo conosci? — mi chiese Valente sorridendo.

— No, è lui che conosce me, almeno così dice la lettera del _mio parente_, ma io non l'ho mai veduto....

— Mi viene un'idea! — esclamò Annetta.

— Sbagli, — la interruppi leggendogliela negli occhi.

— Il signor Bini.... — insistè mia moglie.

— Sbagli, — ripetei; — ti assicuro che sbagli. —

E diedi in uno scoppio di risa.

— Il signor Bini verrà oggi, — soggiunsi, — lo chiederai a lui stesso, vedrai che sbagli....

— Come sai che verrà oggi?

— È una mia idea fissa, sono sicuro che verrà. —

XIX.

Guardo sotto la maschera.

Infatti il signor Bini venne a farci visita, perchè da un pezzo non ci vedeva, perchè probabilmente doveva lasciar Milano, ed anche perchè non aveva voluto passar dinanzi a casa nostra senza salir le scale....

Non mancavano i _perchè_, come vedete!

A me, che lo guardavo curiosamente, pareva di non averlo visto mai più compassato; si era cancellato il suo risolino malizioso, si era spento lo scintillío de' suoi occhi penetranti.

Eravamo soli; nessuno ci poteva tradire, e provai anch'io a fare il commediante, sedendogli di rimpetto, stando impettito quanto lui, e costringendolo a strapparmi le parole ad una ad una come monete d'oro. In quel gioco il vecchio si impazientì prima di me; vedendo che non trovava il verso di farmi uscire dalla mia trincea nel campo aperto delle chiacchiere, dove egli si sapeva il più forte, vedendo che se lui taceva, tacevo io pure contro le regole della buona conversazione, che le sue domande di quattro parole ottenevano risposte d'una parola sola, vedendo tutto ciò, si decise finalmente a dirmi:

— Caro signor Ferdinando, io ho l'occhio buono, e vedo che lei ha qualche inquietudine che mi nasconde; non è capitato nulla di male?

— Nulla.... — dissi trionfante, — al contrario, legga. —

E di botto, senza altro, gli consegnai le due lettere.

Le prese egli e le lesse con ordine, guardando prima l'indirizzo di ciascuna; io non gli staccavo gli occhi di dosso, ed egli leggeva sempre, muovendo le labbra, accomodandosi meglio in faccia alla luce, quando trovava qualche intoppo....

— Che cosa le pare?

— È singolare.

— Già, è singolare. —

Un istante dopo il signor Bini incominciò le interrogazioni.

«Avevo risposto? Non avevo risposto? Che volevo fare? Valente sapeva?...»

— È una cosa delicata, — osservò poi.

— Sì, molto delicata....

— E pericolosa.

— Niente affatto, l'amicizia vera non corre alcun rischio per una miserabile questione d'interesse...

— Però se ci entra il puntiglio....

— Non lo lasceremo entrare.... ci è stato un momento, in cui....

— Ah! ci è stato un momento in cui?...

— Un momento solo; Valente ed io siamo ora d'accordo. —

E allora gli dissi tutto; per la prima volta dacchè conoscevo quell'uomo, lo vidi commosso; egli si rizzò, mi strinse la mano e mi disse: _bravo!_

Lo accompagnai fin sul pianerottolo e già stavo per chiudere l'uscio, quando, fingendo d'essermi dimenticato di qualche cosa, lo riaprii e dissi semplicemente:

— Signor Pasquali! —

Il vecchio, che aveva sceso alcuni gradini, si volse di botto, mi vide e rimase un istante a bocca aperta a contemplarmi.

— Signor Pasquali — ripetei colla massima naturalezza.

Allora l'apocrifo signor Bini risalì, pigliò le mie mani nelle sue, mi guardò negli occhi e finalmente diede il segnale — e rise, e risi — un bel duetto!

Per un pezzo non potemmo smettere; la nostra risata passò per tutti i toni maggiori, fece le modulazioni più strane, proruppe negli accenti più inusati — e sempre senza che sprigionassimo le nostre mani, anzi stringendoci più forte come per comunicarci saldezza e coraggio.

Quando finalmente a forza di far la prova ci riuscì di diventare serii un po' più del naturale (come sempre accade), io dissi:

— Signor Pasquali, capisco il suo inganno fino alla decisione della lite; avrei fatto io altrettanto; spiego la continuazione del mistero dopo la sentenza, perchè un uomo ordinato come lei, dopo aver avviata una commediola, non poteva piantarla un paio di scene prima dello scioglimento; ma sappia che oramai ha un pubblico, e non bisogna fargli perdere la pazienza. —

Così io dissi scherzando.

— Valente sa? — mi chiese il signor Pasquali.

— Non sa nulla.

— Mi lasci il gusto della catastrofe; non gli dica nulla....

— Fino a quando?

— Fino a domani sera.

— Benissimo, fino a domani sera.

Poi egli scese le scale ridendo, ed io ridendo finsi di tornarmene in casa; ma cinque minuti dopo andai a trovar Valente.

M'ero prefisso di non dirgli nulla e forse perciò appunto avevo bisogno di vederlo, di sentirlo parlare, di assaporare la dolcezza del mio segreto come un avaro.

Mi parve che Marco nel ricevermi in anticamera avesse un aspetto meno solenne del solito, il che avrebbe bastato a riempirmi di meraviglia; ma pensate l'enormità del mio stupore quando egli, con un accento bonario, di cui non lo credevo capace, mi trattenne per dirmi che aveva qualche cosa a dirmi.

— Che cosa? — chiesi io rizzandomi in tutta la mia lunghezza e dandogli mentalmente dei voi.

— L'altr'ieri il signore mi ha licenziato....

— Davvero?

— Proprio.... e siccome ho trovato un padrone che ha fretta, vorrei pregar lei di pregar lui, perchè mi lasci in libertà oggi stesso; non farei una cosa simile, sa? se non si trattasse del mio stato.... perchè veda, a perdere una buona casa si fa presto, se ci si mette il diavolo in mezzo, ma trovarne una è difficile.... —

E nel dire queste ultime parole aveva ripigliata la sua dignità veramente esemplare; ma nondimeno gli risposi:

— Parlerò del _vostro_ desiderio, vi posso promettere che sarete lasciato in libertà anche subito.

— Grazie — disse lui.

Io entrai nello studiolo.... e che vidi? Una tela incominciata sopra un cavalletto, un'altra addossata al muro, e la signora Chiarina tutta impacciata, che si era messa dinanzi a quest'ultima con un vezzo pieno di grazioso sgomento. Valente era di là.

— Come sta? — diss'io.

— Bene, e lei?.... e Annetta? — balbettò la vaga creatura facendosi rossa.

Ed io scherzando:

— Che ha? Che cosa mi nasconde? Mi lasci veder quel quadro.... —

Si fece più rossa ancora, se è possibile; all'ultimo disse allungando il braccio e dandomi la sua manina come per far la pace, ma senza muoversi:

— Non se ne avrà a male?... mi perdonerà? Valente non ne ha colpa, glielo assicuro io.... è stata una mia idea, lo so bene che lei non aveva bisogno di questo....

— Che cosa?... Come?... Perchè?...

— Mi prometta di ridere, — insistè la bella.

Risi.

— Non si offenderà proprio?

— Ma di che? —

Allora si scostò lentamente, chinando un pochino gli occhi a terra, ed io vidi.... indovinate?... Il mio primo quadro che avevo mandato alla Mostra, e che si era venduto miracolosamente dopo otto giorni.

La straniera incognita era lei, era quella donnina pentita della sua idea gentile come d'una colpa.

Confesso che ne ebbi un briciolo di dispetto, un briciolo solo; poi la gratitudine m'invase il cuore e non lasciò posto alle grettezze della vanità, e quando mi sentii capace di ringraziar la signora Chiarina sinceramente, soltanto allora il Russo usci dalle nebbie della dimenticanza a consolarmi, e dietro a lui l'ignoto compratore delle altre due tele.

— Mi perdona?

— La ringrazio — risposi — purchè non mi abbia fatto il tiro di comperare anche la _Famiglia del Pescatore_.... Vediamo, non ha per caso incaricato un Russo lungo come me, asciutto e magro, di trovar bella la _rete_ e di lasciarvisi pigliare per ottocento lire?

— No, no.... e poi — disse Chiarina, rinfrancandosi — il suo quadro mi piaceva tanto, eravamo ricchi.... che male c'era? Glielo volevamo dire, ma lei era così contento che il suo quadro fosse stato venduto ad una straniera, che.... —