Part 6
— Si accomodi, — rispose l'amico Nebuli; e si vedeva ancora un lembo della veste nel vano dell'uscio, quand'egli mi disse misteriosamente:
— Il signor Bini non è il signor Bini! —
Questa notizia era tanto inaspettata, che non la compresi a bella prima; ma Valente ripetè:
— Il signor Bini non è il signor Bini! —
Ed allora io chiesi:
— Come lo sai?
— Poc'anzi, — prese a dire l'amico mio, — ero alla posta; mi avvicino allo sportello, e mi metto alle spalle di cinque o sei persone, aspettando quando.... indovina chi si volta?...
— Lo indovino, ma non ci capisco nulla. Si volta il signor Bini.
— Propriamente lui! mi vede, mi fa un saluto senza scomporsi, e caccia nelle tasche un fascio di lettere; mi chiede di me, di Chiarina, della tua Annetta, di te, poi mi pianta e se ne va.
— E poi?
— Non capisci?... In cima allo sportello a cui m'ero accostato, stava scritto a caratteri enormi, _Dall'M alla Z_; era il mio sportello, non era il suo.... Dunque egli non si chiama Bini. —
Il ragionamento mi parve calzante: però mi provai ad osservare:
— Forse ha chiesto lettere per altri...
— È stata la mia prima idea, e sai che ho fatto?...
— Non lo so. Dimmelo.
— Sono andato dietro al vecchio fin sul portone di strada, e l'ho visto alle spalle, che si avviava lento lento, leggendosi le sue lettere; dunque.... —
Il resto era chiaro, e l'argomento calzante come il primo. Ma io volli dirne ancora una;
— Negli uffizii dello Stato succede che si cambino gli sportelli ed altre cose senza cambiare le istruzioni al pubblico immediatamente; ciò genera un pochino di confusione e di disordine, ma fa gridare le gazzette, le quali se no tante volte non saprebbero che dire. —
Dicevo queste cose scherzando, Valente m'interruppe dandosi il sussiego di un furbo:
— Andai allo sportello dall'_A_ all'_L_ e chiesi: _Nebuli_.
— Bravo!
— Il distributore se lo fece dire un'altra volta: _Nebuli_, — e mi mandò, come mi aspettavo, allo sportello vicino.
— E poi? — chiesi sbadatamente.
— E poi... nulla. Per me non ci erano lettere.... Ma come ce n'erano state per il signor Bini?
— Valente mio, hai ragione: il signor Bini non è il signor Bini. —
XIII.
Mia moglie ne fa una grossa.
La sera del giorno successivo eravamo raccolti intorno al focolare, Valente, le nostre donne ed io; ma da un quarto d'ora una specie di muraglia di granito pareva dividerci.
Ogni tanto mi provavo a sparare qualche cannonata per demolirla, senza staccarne più di tre schegge: tre monosillabi; finalmente scoraggiato rinunziai all'impresa, e m'abbandonai anch'io alla china dei miei pensieri, i quali scendevano tutti verso la signora Chiarina e Valente.
A un tratto il grosso servitore entrò recando i giornali della sera ed una lettera per me.
— Il portinaio, — mi disse quell'uomo solenne, — andava su a portargliela; gli ho detto ch'era qui, me l'ha data.
Quando per caso il grosso servitore parlava a me che stavo a sedere, mi dovevo far forza per non dirgli: — si accomodi — ed ammiravo Annetta, la quale fin dal primo giorno si era sentita capace di spiattellargli sulla faccia il suo battesimo, che era Marco, e di dargli del _voi_.
Non crediate ch'io lo trattassi col _lei_, gli davo del _voi_ anch'io, solamente non glielo davo mai.
— Grazie — dissi e presi la lettera.
La mia Annetta e la sua Chiarina si spartirono i giornali; Valente non staccò gli occhi dalla bragia, intanto che io scorrevo curiosamente la lettera, sulla cui soprascritta si leggeva _urgente_, e che non urgeva niente affatto, almeno secondo il mio modo di veder la cosa.
Ero arrivato alla sottoscrizione di quel caposcarico di Celestino (voi non conoscete Celestino, ma non ci perdete nulla), il quale mi chiedeva cento lire in prestito per nove giorni, non uno più nè uno meno, quando udii una specie di singhiozzo represso, e sollevando il capo vidi la signora Chiarina più bianca del solito, abbandonata sullo schienale della seggiola, e mia moglie che le si faceva presso lasciandosi cadere di mano la gazzetta, e Valente che rizzava sbigottito la testa arrossata dal calore.
Mi levai anch'io di scatto, ed ebbi l'intuito della verità.
— Che hai, Chiarina? — domandò l'amico Nebuli colla voce rotta dall'affanno.
— Nulla..., nulla, — rispose essa, una specie di capogiro, mi è parso di vedere.... qua.... sul giornale... avrò letto male.... —
Valente prese il _Pungolo_ con mano tremante, e cercò degli occhi e trovò quello ch'io cercai e trovai sul _Secolo_.
«Si avverte il signor Giuseppe Salvioni pittore, dovunque egli si trovi, che Giorgione è morto e che Chiar.... aspetta sue notizie, senza nulla pretendere. Chiunque fosse in grado di dare informazioni esatte sul detto Salvioni Giuseppe (pittore, età trentadue anni, biondo, con una cicatrice sulla fronte) rivolgendosi in Milano al signor V. Nebuli, fermo in posta, riceverà una mancia corrispondente all'importanza delle notizie.»
Era il mio piccolo componimento della vigilia, tal quale era uscito da cento cancellature, che faceva la sua prima apparizione nei giornali della sera.
Valente passava una mano carezzevole fra i capelli della sua Chiarina, la quale si era abbandonata sul petto di Annetta; ed io, non sapendo che fare o che dire, tornavo a leggere: «Si avverte il signor Giuseppe Salvioni....», quando comparve il servitore solenne, annunziando il signor Bini, e subito Chiarina ed Annetta si allontanarono, Valente andò loro dietro, io solo rimasi.
Ebbi un gran fare per darmi un po' di disinvoltura, il vecchio furbo comprese che ci era qualche cosa in aria; si guardava intorno, e credo che leggesse nel disordine delle sedie.
— Si accomodi, — gli dissi — Valente verrà or ora, l'aspetto anch'io.
— Grazie.... oh! questa seggiola è calda, chi ci stava seduto? —
E siccome non risposi, egli si accostò all'altra e fece per suo conto l'osservazione che era calda anche quella.
— Smettila, — gli dicevo dentro di me, — smettila, noioso, — ed egli finalmente mi diè retta; si pose a sedere senza dir altro, raccolse il _Pungolo_ da terra e s'avviò a leggere come se fosse in casa sua.
A un tratto disse:
— To'! ci è un altro Nebuli a Milano.... ed ha anche l'iniziale del nostro Valente.... ha visto, signor Ferdinando?... _Si avverte il signor Giuseppe Salvioni_.... — Siccome io fingevo d'essere tutto intento a leggere, masticò il resto fra i denti, e non disse più nulla, finchè tornò Valente.
Come trovassi la voglia di parlare, tanto per alleggerire l'amico, non lo so; vi basti che la trovai, e dissi la prima frase venutami in mente, questa:
— Che tempo fa, signor Bini?
— Non vi ho badato.
— Oggi minacciava di piovere.... scommetterei che domani pioverà.
— Le pare? non pioverà, non ci è pericolo che piova.... —
Ma avrei giurato che già aveva piovuto, almeno sulle mie parole e sulle sue, perchè non ci fu verso di accendere con esse nemmeno il solito fuocherello di botte e risposte, che durava quattro minuti. Finalmente entrò Annetta.
— Lei qui? — disse il signor Bini levandosi in piedi per salutare. — E la signora Chiarina?
— È di là, un po' incomodata... una cosa da nulla... che tempo ci porta lei?
— Eccellente. —
Quando un quarto d'ora dopo il vecchio signore si rizzò per andarsene, gli avrei dato un bacio.
— Domattina sarò da lei, — mi disse.
— Tutto il giorno a' suoi comandi, — gli risposi.
E appena fu scomparso dietro l'uscio:
— Come sta? — chiesi ansioso a Valente.
— Benissimo; si era fatta una paura più grossa della peggiore delle realtà; ora sa tutto; è come me, tranquilla.
— Tu non sei tranquillo, — pensai.
Annetta intanto era corsa nella camera attigua, e tornava tenendo per mano l'amica sua, la quale aveva messo sulle labbra pallide un sorrisino mesto, come per farsi perdonare la sua debolezza di poc'anzi, e mi porse la mano bianca.
— Ella sa tutto, dunque? — mi disse; — Valente ha fatto con lei quello che ho fatto io colla sua buona Annetta; ebbene, meglio così, saremo più forti, non è vero?
— Verissimo, — risposi esperimentando una risata che riuscì malamente; — verissimo, e vedrà che il cielo farà le cose benino.... —
Mi pareva d'aver preso il sentiero buono per avviarvi un periodetto baldanzoso.... ma la signora Chiarina non mi lasciò finire.
— E se non fosse?... —
Tacque un istante, come atterrita dal suo pensiero, poi soggiunse crollando il capo:
— Noi siamo qui in quattro a desiderare la morte d'un disgraziato, è una cosa crudele. Annetta e lei non ce n'hanno colpa, lo fanno per amor nostro; ma io sono cattiva, ho il cuore duro.... sono un egoista.... —
Si provò a sorridere, ma io vidi che aveva voglia di piangere, e le dissi:
— Pianga, pianga; quando una ha il cuor duro come lei, non le dovrebbe avere le glandule lacrimali.... ma posto che lei le ha, se ne serva, pianga; piangi tu pure, Valente, piangerà anche Annetta, piangerò anch'io.... già nessuno ci vede.... —
La cara donnina piangeva e rideva.
Il dì dopo stavo per uscire, quando Annetta mi disse:
— Se viene il signor Bini?
— Se viene, non mi trova; lo riceverai tu. Quel vecchio mi infastidisce oramai col suo mistero; quando si va in casa della gente, e vi si porta un nome ad imprestito, non si hanno intenzioni da galantuomo....
— Che dici? sospetteresti?...
— Non so nemmeno io che cosa, ma non mi piace espormi all'aperto dinanzi ad uno che se ne sta appiattato.... se io rimanessi e lui capitasse qui ora, sarei tentato di domandargli che viene a fare in casa mia, che intenzioni ha e come si chiama.
— Eccolo! — disse Annetta.
Infatti era il suo modo di suonare; posi l'indice attraverso le labbra e me ne andai nel tinello, intanto che si apriva l'uscio; dal tinello nello studio, mentre il signor Bini entrava nell'anticamera; dallo studio nell'anticamera, quando egli passava nel tinello; e dall'anticamera quatto quatto giù per le scale, forse nel preciso momento, in cui il vecchio disinvolto cacciava il naso diritto e sottile nello studio, per vedere se vi ero, come era solito fare.
Stetti quasi due ore fuori di casa; tornai quando fui certo che l'apocrifo signor Bini era al suo caffè, al suo tavolino, a mangiare la sua bistecca quotidiana, il suo panetto ed il suo bicchiere di Chianti.
Annetta mi venne incontro sul pianerottolo; le brillavano gli occhi, aveva le guance accese; pigliò il mio bacio, me lo restituì in fretta, e mi disse:
— Sai? ne ho fatta una!
— Una sola! A guardarti in viso ne avrei sospettato un paio per lo meno. È grossa, se non altro? —
Io scherzava, perchè mi veniva in mente che avesse fatta una compera convenientissima coi quattrini della spesa, od un'elemosina per mandarmi in paradiso, senza chiedermi il permesso, eccellenti affarucci, di cui ogni tanto si presentava l'occasione.
— È grossa! — mi rispose, — ma sono felice di averla fatta. Hai da sapere che appena il signor Bini è entrato, visto che tu non eri in casa, ha detto: _tanto meglio_.
— Birbone d'un vecchietto!
— E mi ha chiesto senza preamboli se sapevo chi era il signor Salvioni. Indovina che cosa ho risposto?...
— Che ti facesse il favore di dirtelo lui, se lo sapeva....
— Invece no: gli ho detto tutto: me lo sono tenuto lì, cogli occhi grossi, a bocca aperta, una mezz'ora, vuotando un sacco di garbatezze (te lo puoi immaginare) sopra quel padre senza coscienza, che lascia penare due creature così buone.... «perchè in fin dei conti, ho detto, se il signor Salvioni si trova, ed è un birbante, e gli viene il capriccio di voler la moglie, il codice, che par fatto apposta per i birbanti, gliela dà; mentre un padre potrebbe.... mi pare....» Così gli ho detto.... Ho fatto male?... Non dire che ho fatto male, perchè so d'aver fatto benissimo.... Non mi dicevi tu che il tuo codice non obbliga i padri che vogliono star nascosti a farsi vedere? Ho voluto provare se sapevo far meglio io del codice.
— E lui?
— Lui impassibile.... ah! oh! niente più. Allora gli ho detto che quel duca o quel marchese, al posto del cuore, doveva avere uno dei suoi quarti di nobiltà.... e che mi piacerebbe conoscerlo, e intanto lo guardavo in faccia.... così..,.
— E lui?
— Oh! Ah!... nient'altro, ma a un tratto si battè la fronte — (il commediante! come la fa bene la sua parte!) — e «bisogna trovarle il padre.... — disse — è la prima cosa, bisogna trovarglielo.» — Ne conviene anche lei? E dica un po' che cosa avevamo sospettato noi, vedendola? (tale e quale gli ho detto) «Che foss'io il padre?» — chiese ridendo. — Proprio che fosse lei! — Ed egli: «una buona idea, una buona idea, cara signora, sono io!» Mi fece ripetere tutta la storiella, prese alcune note nel taccuino, e se ne andò senza aspettarti... —
Stetti un momento in pensiero.
— Ho fatto bene o male? — mi chiese Annetta, impaziente del mio silenzio.
— Non so.... cioè sì, hai fatto bene, ma che cosa argomenti da tutto questo? Chi ti pare che sia il signor Bini?
— Prima di tutto non è il signor Bini, e poi mi pare che non sia il padre di Chiarina.
— Volevo ben dire!
— Ah! — sospirai crollando il capo, dopo un altro po' di riflessione.
— Almeno fosse morto! — mi rispose Annetta, leggendomi nel pensiero.
— Ebbene sì, almeno fosse morto! E non credere che sia augurare male al prossimo, perchè, vedi, bisogna considerare i morti a quest'ora come un numero fisso, inesorabile, che io non so, ma che la statistica sa benissimo. Se fra questi morti non ce n'è uno che si chiama Salvioni, ce ne sarà in vece sua un altro, il quale non ci ha fatto nulla e faceva forse benissimo a vivere.... Dunque.... —
Mia moglie mi guardava sbalordita; era l'effetto che mi aspettavo, perchè quell'idea che la mia coscienza era andata a pescare non so dove, sbalordiva me pure.
— Dunque.... — proseguii — noi non si vuol morto nessuno, noi non si regala nulla alla statistica dei cadaveri.... Si desidera solo.... insomma mi hai capito. Sei persuasa?
— Altro che persuasa! Per me il signor Salvioni è un birbone, che dovrebbe essere morto; se non è morto, farà bene a morir presto, che non abbiamo tempo da perdere, ed io glielo auguro con tutto il cuore. —
XIV.
Il signor Salvioni scrive.
Chi mai ha detto che nelle gran gioie o nei gran dolori è impossibile conoscere il proprio simile? Qualcuno l'ha detto di sicuro, ed a costui rispondo che negli eccitamenti della passione appunto, e soltanto in essi, è possibile conoscere e giudicare il proprio simile. Guardate l'uomo di tutti i giorni: superficie lisciata dalle convenienze, dal sussiego, dall'abitudine; applicate all'uomo di tutti i giorni la lente di un dolore, d'una gioia, d'uno sgomento, d'un dispetto, e subito ciò che vi pareva liscio, diventa scabro. Intendiamoci: saper guardare bisogna; perchè se una pagnotta veduta col microscopio mi diventa una montagna, non mi è lecito sentenziare che ha cessato d'essere una pagnotta.
Fu quando io mi trovai innanzi agli occhi il grande affanno di Valente, che per la prima volta vidi come attraverso un microscopio il segreto delle sue abitudini indeterminate, neghittose e fantastiche.
Egli era propriamente trasformato, tanto esagerava sè stesso: la sua indolenza, da cui soleva uscire a scatti nervosi, mi diventava apatia, d'onde lo toglievano bizze, tenerezze, puntigli, sussulti di umor caparbio; già era motteggevole, eccolo pungente; non più bizzarro soltanto, ma stravagante; irto insomma come un'alpe alla superficie, ma sempre la stessa buona pagnotta di uomo nella sostanza.
Era il suo grande affanno che me lo faceva così; e se una volta mi rallegrai d'essere un po' filosofo, fu in quei giorni d'ansia muta e crudele.
Ogni mattina egli veniva su a prendermi, ma non lo voleva dire; ed io fingevo d'essere proprio sulle mosse, o di ricordarmi a un tratto d'un affaruccio che mi chiamava fuor di casa, tanto per potergli far compagnia.
Senza nemmeno fiatare, era cosa intesa — si andava alla posta. Era lui che si affacciava allo sportello a dire — _Nebuli_ — era io che pigliavo le lettere e ne facevo l'esame. «Questa viene da Roma, questa da Napoli, questa da Torino....» Mi faceva cenno di aprirle, le aprivo «questa incomincia: _caro Valente_! ed è sottoscritta _Serpoli_ — quest'altra dice: _Illustre signore_, ed è sottoscritta.... ecc.» Allora egli si pigliava le sue lettere, le guardava un po' in distanza con un resto di paura e le cacciava in tasca sbadato.... — Tornavamo a casa un po' più ciarlieri di prima, ma niente affatto ciarlieri — _a domani! — a domani!_
Se gli domandavo: — che hai fatto tutt'oggi? — mi rispondeva: — che vuoi ch'io faccia?... nulla!
— Te io dirò io che cosa hai fatto; — ti sei tormentato; — hai sofferto — di' la verità.
— Ebbene sì, mi sono tormentato; — è qualche cosa anche questo, e non so far altro; finchè non giunga quella maledetta lettera che ha da venire....
— E quando non aspettavi la lettera, ci era la lite....
— Ci è ancora.
— E quando non ci era la lite, aspettavi l'eredità....
— Allora avevo i miei venticinque anni che non ho più, aspettavo i trenta ed ora non ho più nemmeno quelli — aspettavo l'avvenire. —
Ed io, facendomi forza per non pigliare un tono solenne:
— L'avvenire, Valente mio, è il più gran nemico del presente ed è nemico fatale, perchè ci lusinga, perchè si nasconde — bisogna placarlo o domarlo l'avvenire.
— E come si placa, e come si doma?
— Lavorando.
— Ne sei sicuro? —
Veramente non ne ero sicuro, perchè non sempre, neppure lavorando, si placa o si doma; ma se la cosa non riesce, rimane il conforto.... voi sapete quale — io v'infastidisco e smetto.
Dicevo a me stesso: — quando Valente abbia vinta o perduta la lite, quando abbia intascato l'eredità e restituito la moglie — o viceversa, allora forse metterà un po' d'ordine nelle sue idee, e non è possibile che si lasci corbellare dall'avvenire.
Così dicevo a me stesso, ma senza fidarmi troppo.
Una mattina eravamo usciti dalia posta; le lettere erano molte, ed io me n'ero impadronito per forza d'abitudine e niente più, poichè, dopo tante paure vane, anche l'amico Nebuli cominciava a pigliar coraggio e sarebbe stato capacissimo di far di meno della mia assistenza.
Io avevo preso un tono corbellatorio, una specie di solennità nasale, di cui (chi sa?) Valente era anche capace di ridere.
Quel giorno dicevo:
— «Al celebre signor Valente Nebuli, pittore.... Sampierdarena — 20 novembre....» — è uno che ti vuol tentare a vendergli la _Spuma del mare_; se non ti lasci sedurre questa volta, ti metteremo sotto una campana di vetro.... indovina quello che ti offre.... _mille_ lire.... e più se occorre, ma naturalmente spera che non occorra.... Che cosa dobbiamo rispondere al signor Campori?... Rispondiamogli che egli ha a Sampierdarena un mare meglio riuscito del tuo.... faccia mettere in cornice quello; spenderà meno.... —
Valente rideva.
— Questa è d'uno che ha conosciuto un certo Salvioni.... bresciano, studente di medicina a Pavia.. biondo.... non aveva ancora cicatrici, dice lui.... ma può essersele fatte dopo.... si rimette alla tua generosità pella _mancia_.... quest'altra.... —
Ma qui trovai un intoppo, un intoppo enorme. Non mi pareva vero, e tornavo a leggere.... non risi più.
Quella lettera diceva:
«Al signor V. Nebuli — ferma in posta — Milano.
«Stimatissimo signore,
«Se Giorgione è morto, me ne dispiace assai, perchè era certo migliore di tanti che sono vivi; mi si dica quando e dove posso trovare la persona che desidera le notizie su Giuseppe Salvioni; io gliele darò autentiche, perchè Giuseppe Salvioni sono io. — Scrivere fermo in posta; — Milano.»
Certo Valente mi lesse in faccia la brutta notizia, perchè, senza dir parola, mi tolse la lettera di mano, e mi guardò in volto ridendo d'un riso amaro.
— Ci siamo finalmente, — balbettò, — ebbene, tanto meglio, la farsa ha durato troppo. —
Piegò la lettera senza leggerla, la pose in tasca, e abbottonato il pastrano, s'avviò a gran passi.
Non sapendo che dirgli, gli camminavo al fianco in silenzio. Nel passo, nel modo di tenersi ritto e di guardare innanzi, l'amico mio aveva una bizzarra energia che era disperazione.
A un tratto si fermò, estrasse la lettera, lesse, impallidì.
— Egli qui, a Milano! Ah! povera Chiarina! —
E la sua falsa energia si sfasciò.
— Senti, gli dissi commosso, — tutto non è ancora finito, forse vi è un rimedio....
— Uno solo.... fuggire.... invertire le parti; essere io il colpevole, lui il purissimo.... no, no, venga, lo aspetto! —
Ma gli tremava la voce dicendo queste ultime parole.
— Gli scriverai?
— Sì.
— Gli confesserai ogni cosa?
— Sì. —
Non era il momento di dirgli quanto pensavo, ma pensavo che quello era il modo migliore di far la peggiore delle corbellerie — e mi proponevo di farglielo toccare con mano più tardi.
La signora Chiarina ci venne incontro, ed interrogò collo sguardo. — Valente ebbe la forza di ridere per ingannarla, ma la cara donnina leggeva cogli occhi dell'amore, e continuava ad interrogare lui e me.
Finalmente disse:
— Egli vive, non è vero? —
E siccome nessuno le rispose, — Ah! Valente! — mormorò; e stette immobile, nel mezzo della stanza, cogli occhi aperti, fissi e lagrimosi.
A un tratto Valente cacciò la testa fra le mani e fuggì per nascondermi le sue lagrime. Io guardai l'uscio, dietro il quale era scomparso, poi le finestre, a cui s'affacciava un raggio allegro di sole, poi il visino bianco e gli occhi aperti, fissi e lacrimosi della signora Chiarina. Sentii che me le dovevo accostare, mi accostai, ma nessuno mi suggerì una parola di conforto. All'ultimo le pigliai una mano che ella mi abbandonò senza resistere.
— Se sapeste quanto _ci amavamo_!... —
Questo solo disse: poi si asciugò le lagrime, tolse delicatamente la mano dalle mie, e chiedendomi scusa collo sguardo, andò a portare una carezza al mio povero amico.
Ed io le venni dietro come uno smemorato.
XV.
Il signor Salvioni viene.
Fra tutti, la sola che, invece di sentirsi venir meno l'energia, se la sentì crescere, fu la mia Annetta. Cominciò dallo scendere in casa Nebuli, per dire alla sua Chiarina quelle parole senza senso comune, con cui si parla al cuore, poi venne su e mi si piantò dinanzi per annunziarmi che bisognava far qualche cosa....
— Facciamo qualche cosa — risposi — e che vuoi che facciamo?
— Discorriamone; quel disgraziato Salvioni viene, rivede la moglie, si degna di trovarla bellina, gli pare di sentirsi riardere qui o qua (si toccava il petto), non sa nemmeno lui dove, perchè il cuore non l'ha mai avuto; stupisce d'essere stato tanto tempo senza di lei, e se la porta via.... per piantarla un'altra volta dopo un mese. È così che la intende il tuo codice? —
Nemmeno a me, che dovevo saperne qualche cosa, pareva possibile che il _mio_ codice la intendesse così.
— Ah'! volevo ben dire! — esclamò Annetta, — vediamo, tu l'hai un codice; guarda un po' se vi hanno messo una legge che provveda al caso nostro; non possono essi, Chiarina e Valente, andarsene a dichiarar le cose come stanno, per isciogliere quel primo matrimonio da burla e far accomodare quest'altro, a cui manca così poco?
Io facevo di no col capo.
— Guarda, sono sicura anch'io che non c'è.... posto che ci dovrebbe essere.... ma ad ogni modo guardare costa poco.
— Ti assicuro che non c'è.
— E allora quando due non si possono soffrire, quando il marito è un birbone, e ne fa vedere di tutti i colori alla moglie, che rimedio si piglia?
— Si piglia la separazione, mi pare.... ma non so se sia un rimedio.
— Meno male! nessuno può costringere Chiarina ad andare con quel figuro del Salvioni, ed essa non ci andrà, e si separeranno in regola.
— Purchè il Salvioni non si opponga.
— Vorrei vedere anche questa, che dopo tanti anni tornasse colle arie.... gliele faremo smettere.
— Con qual diritto? chi siamo noi?
— Gli amici di....
— Di Valente e di lei, vale a dire i complici della tresca.... t'accomoda?
— Niente affatto. —
Si stette un po' in silenzio.