Part 5
L'amico Nebuli diè la risposta già data a tanti — «la sua Venere non era in vendita,» — ed il vecchio si accontentò di sorridere; non aveva premura, avrebbe aspettato.... sperando.... non si sa mai.... in un mutamento d'idee; intanto.... se gli si permetteva.... sarebbe venuto.... a trovar lui e l'ottimo signor Ferdinando.
Il signor Ferdinando ero io, come sapete, e vi assicuro che non me ne stupii, sebbene il mio nome non glielo avessi detto proprio. Quanto all'_ottimo_, che ne poteva saper egli? perciò lo respinsi garbatamente, protestando che era lui _troppo buono_.
Ancora poche ciancie inutili, molte occhiate in giro, poi il signor Bini spiegò di nuovo tutta la sua lunghezza, ci strinse le mani, ripetè che.... se non.... incomodava.... sarebbe tornato.
Nell'attraversar le camere con una lentezza adorabile, a me parve che facesse l'inventario dei mobili senza averne l'aria.
Della signora Chiarina non si era detto verbo; Valente mi confessò poi ch'era stato lì lì per andarla a chiamare, ma che non aveva trovato un pretesto.
La signora Chiarina — ecco l'esperimento solenne che ci voleva! ma ora che concludere, perchè sarebbe pur stato bello concludere qualche cosa dopo un colloquio di quella fatta?
Era _lui?_ Non era _lui?_
— Non ti pare che le somigli? — mi disse l'amico mio.
In coscienza no, non mi pareva; ma io non l'aveva guardato che nell'insieme; forse bisognava esaminarne i particolari, come aveva fatto Valente, il quale si era fermato al naso come ad un indizio rivelatore....
Ma quando io mi trovai per la seconda volta faccia a faccia col vecchio, ed afferrai ben bene ed a lungo il suo naso co' miei due raggi visivi, dopo avere stentato a lasciarlo andare perchè stentavo a credere a me stesso, mi dovetti convincere che il cuore, od il sistema nervoso, od un'illusione ottica aveva tradito l'amico Nebuli. Era un naso dritto, sottile, come dritto e sottile lo aveva la signora Chiarina, ma i nasi hanno cento maniere d'essere dritti e sottili senza perciò assomigliarsi menomamente.
Piuttosto bisognava cercar la somiglianza altrove: — spianandone le rughe, spargendovi una profusione di biacca.... pareva a me....
Mentre io così fantasticava, non staccando gli occhi di dosso al vecchio, facendo ogni tanto di sì col capo, sorridendo quando lo vedevo sorridere, senza sentire una sillaba di quanto diceva, una parola mi venne a svegliare di botto.
— L'_ordine_.... — diceva il signor Bini.
Che cosa diceva dell'_ordine_? Ne diceva bene, lo metteva in alto, in alto, sopra tutte le virtù cardinali e teologali, lo vedeva in sè stesso, in me, nell'amico Valente, nella terra, nel cielo, nei fiori, nelle stelle, e si accalorava un tantino, come se l'avesse regalato lui al mondo, e facesse le difese d'una creatura sua propria.
Valente mi guardava sorridendo.
Confesso una debolezza che non so spiegare; sopra la compiacenza grande che mi cagionava il trovare le mie medesime opinioni in un altro, galleggiava un dispettuzzo piccino.
Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io di nuovo dietro. L'ordine faceva questo — (lo avevo detto anch'io) — faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente in testimonio) — ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso malizioso all'amico Valente.
Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non darsi mai vinto.
Mi provai una volta che egli diceva _sì_ a dir di _no_, egli ripetè _sì_, io _no_.... — sì — no.... sì — ammutolii; un'altra volta egli disse _no_, io _sì_ — no sì.... no — tornai ad ammutolire.
Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine, mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua sentenza.
Una volta aveva sentenziato:
— _Il disordine non esiste._
Valente uscì a ridere forte — io zitto.
— _Non esiste il disordine_.
Se dicendo _esiste,_ avessi potuto distruggerlo (il disordine, intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto.
E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse così:
— Non esiste il disordine, se non come manifestazione dell'ordine.
— Bravo! — esclamai.
Lessi negli occhi dell'ottimo signore la voglia prepotente di ribattere — _non è vero_ — ma egli trionfò di sè medesimo, non lo disse.
In quella entrò la signora Chiarina.
Ci alzammo tutti e tre di scatto.
— Il signor Bini! — balbettò Valente — la mia signora. —
Il vecchio s'inchinò. La signora Chiarina sedette, fece due ciance soavissime, il suo visino di latte divenne come una fragola un paio di volte — sorrise — e innamorò il vecchio, come aveva innamorato ogni altro, compresa la mia Annetta.... e me stesso.
Come doveva battere il cuore del signor Bini!
Per me, che mi vanto d'essere penetrante, le sue occhiate tenere quando si figgevano nel volto angelico, le altre mandate in giro lentamente per la sala, le altre fuggitive lanciate a Valente, per me, dico, nessuna di queste occhiate andò perduta. Dicevo in cuor mio: — Ora pensa allo stato, in cui vivono, ed ora pensa che si amano, e non sa.... poveretto!... ed ahi! ora forse pensa che a lui non è concesso d'amarla in palese! —
Poi egli si distraeva ed io ne approfittavo per confrontare i volti ravvicinati della fanciulla e del vecchio.... la somiglianza _forse_ vi era, impercettibile per un occhio profano, ma forse vi era! — E guardando Valente trovavo il suo sguardo fisso nel mio, ed egli diceva a me, ed io dicevo a lui che la somiglianza v'era.... forse.
Il signor Bini non tradì altrimenti il suo segreto; fu disinvolto quanto è possibile, fu curioso quanto è lecito, e forse un po' più, finalmente si rizzò, strinse la mano bianca della signora Chiarina nella sua rete di tendini, e fece un inchino profondo.
Quando se ne fu andato, la signora chiese: — Chi è quel vecchio?
Valente tardò a rispondere, io dissi commosso:
— Il signor Bini. —
E rimasti un istante soli, Valente ed io:
— Le somiglia? mi domandò.
— Forse le somiglia, risposi, ma nel naso no, di sicuro.
— Nel naso no, ripetè Valente; forse....
— Aspetta, interruppi.... — e tratto di tasca il taccuino, scrissi due linee — in che le somiglia?
— Nella bocca, mi pare.... che ha piccina; nelle labbra che, quando non sorridono con malizia, fanno il sorriso buono di Chiarina.... —
Così disse Valente.
E allora io lessi sconfortato quello che avevo scritto sul taccuino:
«Spianandone le rughe, aggiungendo i capelli mietuti dai tempo, spargendovi una profusione di biacca, la fronte è tale e quale.»
Tornò la signora Chiarina.
X.
Il signor Bini continua.
Valente aveva aperto due finestre alla mia curiosità; una metteva nel passato, l'altra lasciava intravedere l'avvenire; ed io mi interrompevo spesso durante il lavoro per affacciarmi ad una delle due. La mia Annetta allora mi camminava intorno in punta di piedi, perchè mi credeva in contemplazione dinanzi ad un'idea da mettere in cornice, ed io, non le potendo dire la verità, che non era cosa mia, le davo un sorriso ed un bacio.
Passavano intanto i giorni, ed il signor Bini rimaneva impenetrabile come i geroglifici, quando nessuno ancora li aveva penetrati. La sua freddezza con noi era meravigliosa: solo messo in faccia alla signora Chiarina, egli pareva lasciarsi sfuggire un lembo del suo segreto, ma non mai tanto, che noi potessimo afferrarlo e strapparglielo ed esclamare: — ora l'abbiamo, è lui! —
Quando diceva qualche parolina amabile alla signora, o la chiamava «la mia bambina,» o la guardava a lungo negli occhi, tenendola per mano, e l'abbandonava appena si fosse fatta rossa, per ridere forte, dicendosene innamorato cotto: quando faceva tutto ciò, era propriamente un altro uomo uscito per arrendevolezza dalla sua buccia solita.
Del resto anche la sua buccia solita, veduta da vicino, non mi spiaceva, perchè la severità era in lui corretta da un certo umor testereccio e beffardo; il sussiego da un sorriso di malizia. Valente ed io ci trovammo pienamente d'accordo nel dire che il fondo del signor Bini doveva essere eccellente.
Solo non si sapeva più come tenerlo lontano, perchè ogni santo giorno il vecchio veniva a farci la visita e ce la faceva abbondante.
Forestiero in Milano, diceva lui, gli avanzava ogni giorno del tempo, di cui non sapeva che farsi; lo regalava a noi; e per di più voleva che smettessimo le cerimonie con lui, dando egli il buon esempio — insomma un capolavoro di faccia tosta.
Quando veniva in casa mia, si accomodava nella poltroncina dinanzi al cavalletto, e mi stava a guardare, oppure andava in giro per lo studio, cacciando il suo naso dritto e sottile ne' miei cartoni, che mi chiedeva il permesso di mettere in ordine.
— Faccia, faccia! — rispondevo; e lo stavo a guardare come un fenomeno.
Egli faceva, poi se ne veniva a me, dicendomi con accento paterno:
— Quanto tempo li lascerà stare? Vediamo..... ah! come è disordinato lei! Ma già tutti così loro artisti! —
Un po' di ragione l'aveva, perchè da quando mi ero incontrato in uno che voleva bene all'ordine più di me, mi pareva di volergliene io meno; ma buscarmi a quel prezzo del disordinato, era e non era un'iperbole superba e veramente curiosa? Ridevo.
Da un pezzo non si parlava della causa _Corvi_ =contro Corvi.=
Una volta mi venne in mente di botto, mentre io stavo ritto dinanzi al cavalletto, il signor Bini a sedere.
— To'! — esclamai, — dev'essere domani il gran giorno....
— Non è domani, — m'interruppe il vecchio.
— E sa lei di qual giorno parlo?
— =Corvi contro Corvi.=
— Appunto.... ma che mi dice?... è proprio domani....
— Non è domani. —
Stetti zitto.
— Fu chiesta una _proroga_ — soggiunse il vecchio quando ebbe assaporato il suo trionfo.
— Come lo sa? domandai col pennello in aria.
— Mi sta a cuore la lite dell'amico suo; finchè non abbia perduta la lite, non mi venderà la _Venere_, ed io la voglio.
— Valente non perderà la lite — dissi io — i tribunali gli hanno già dato ragione una volta....
— I tribunali hanno spropositato una volta più del necessario, — disse il signor Bini senza accalorarsi; — vi sono prove evidenti dell'imbecillità del vecchio Corvi.
— A me il vecchio Corvi pare pieno di giudizio.
— Non dica che le _pare._
— Mi pare, lo dico.
— Non lo dica, lo desidera, ecco tutto.
— Mettiamo che sia così; che ne risulterebbe?
— È così, e ne risulterà l'annullamento delle disposizioni testamentarie; l'amico suo sarà condannato a restituire un terzo dell'eredità avuta.
— Appena?
— Appena.... ma un terzo dell'eredità avuta dallo zio, il quale stette al mondo tanto da consumare la metà del _fatto suo_, cosicchè il terzo d'allora è diventato i due terzi del patrimonio d'oggi.
L'aritmetica non si poteva lamentare, perchè era scrupolosamente applicata. L'erudizione del signor Bini cominciava a spaventarmi.
— L'altro terzo — soggiunse il dottissimo signore — se ne andrà nelle spese della lite.
— È proprio sicuro di quello che dice?
— Lo domandi agli avvocati.
— E che farà Valente? — dissi io.
— Ricorrerà in Cassazione e venderà la _Spuma del Mare_.
— E qual è il vantaggio di ricorrere in Cassazione?
— Lo domandi agli avvocati — rispose il vecchio col suo sorriso malizioso — la lite potrà tirare in lungo un altro paio di annetti.... le par poco?
— Tutta colpa....
— Tutta colpa del vecchio Corvi.... — m'interruppe il vecchio.
— Ma se era imbecille?
— Appunto per questo.
— Dica invece tutta colpa dei due amici, perchè, deve sapere, se non lo sa.... lo sa?
— Dica, dica.
— Deve sapere che il Pasquali ed il Nebuli erano amici intimi, proprio come Valente ed io, e per una miserabile questione di denaro.... per un puntiglio meschino.... si ritolsero prima l'affetto... poi il saluto, poi la stima, poi la pace.... finchè l'uno morì strozzato dalla consolazione di lasciar l'altro mezzo strozzato dal dispetto. —
Avevo messo delle pause nel mio periodo, perchè m'aspettavo d'essere interrotto, invece fui lasciato dire.
— Me l'avevano detto che la storiella era andata così. —
Manco male che glielo avevano detto!
— E del signor Pasquali che cosa ne sa?
— So che è una specie d'orso, un brontolone, uno stravagante.
— Precisamente; vive in una sua villa sul lago di Como, non si muove mai, non ha figli....
— Non ha figli.
— La colpa è sua.
— Tutta sua, tutta sua.
— Non già di non aver figli — dissi sorridendo.
Ed egli sorridendo ripetè:
— Non già di non aver figli.
— Della lite....
— Della lite. —
Lo guardai sbalordito; non pensava più a contraddirmi, si fregava le mani, sorrideva a quella tale incognita della birreria o ad un'altra consimile.
Alcuni istanti dopo si rizzò in piedi, ed andò a chiamare a tutti gli uscî la mia Annetta; quando ella comparve ed egli le ebbe stretta la mano, scese le scale.
Una stranezza da aggiungere alle altre: dimenticò la solita promessa di ritornare, e fui io a gridargli dietro: — a rivederla! —
XI.
Qui una signorina leggerà due volte senza comprendere.
Da un gran pezzo (due giorni lunghi) portavo di nascosto il mio segreto. Era pesante e fastidioso; mi legava le membra, chiudeva i miei gesti, solitamente larghi, in una piccola cornice di pochi centimetri di lato, mi mozzava le parole in bocca e mi faceva pigliare dinanzi a mia moglie l'aria d'un marito che ne avesse fatta una grossa; con tutto ciò non dicevo nulla, tenevo tutto per me.
Quel giorno, appena il signor Bini se ne fu andato ed io mi trovai faccia a faccia colla mia Annetta sorridente, non seppi più resistere, la trassi a sedere in un canto, e fattomi promettere tutto quello che avevo promesso io, mi parve di essere nel mio diritto, cacciando di casa quel segreto importuno. Bisognava pigliarlo per le spalle senza preamboli, ed io lo pigliai solennemente così:
— Hai da sapere, Annetta, che in casa dell'amico Nebuli vi è un mistero.
Essa mi guardò sbarrando gli occhi.
— Che la tua cara, la tua bella, la tua buona signora Chiarina, la tua innamorata in una parola, ha un segreto.... —
Annetta faceva segno di no con tanto seriume, che mi parve vedere in lei la _scuola_ del signor Bini. Tacqui.
— Non l'ha più, — disse mia moglie — mi ha detto tutto.
— Tutto?
— Tutto.
— E tu non mi dicevi nulla?
Rise, per non rispondere. Ed io serio:
— La signora Chiarina ti ha detto quello che sa lei, cioè.... che Valente....
— Non è suo marito, che il marito suo è un altro, il quale dev'essere morto.... e che lei ama Valente, e che col tempo si sposeranno davvero.
— Col tempo! — sospirai — ma non ti ha potuto dire quello che essa medesima non sa e che ti voglio dir io.
Le narrai la faccenda della signora Valeria, della _Spuma del Mare_, ed i sospetti che aveva fatto nascere il misterioso signor Bini. —
— È lui! — sentenziò, — le somiglia....
— In che?
— Nel naso. —
Fu la mia volta di crollare la testa col sussiego del signor Bini; poi dissi:
— Se anche è lui, come costringerlo a confessare la sua paternità? Il codice non vuole, ed io dico che fa benissimo. Per me il signor Bini è il signor Bini, non ne dubito menomamente, ma se mai egli fosse quel duca, quel marchese, quel conte, quel pezzo grosso insomma che mise al mondo in un momento di distrazione la signora Chiarina, è evidente che non vuol darsi a conoscere. Ci avrà le sue ragioni, doveva prender moglie vent'anni sono; a quest'ora probabilmente l'ha presa ed ha figli o figlie da marito, alle quali non può regalare una sorella di contrabbando.... Questo è un romanzetto abbastanza verisimile; ti pare?... ne ho fatti una dozzina; intanto per me non vi è dubbio che il signor Bini è il signor Bini....
— Potrebbe essere.... notò Annetta.
— Sì, potrebbe essere, anzi deve essere un mediatore od un mandatario. Ma non mi par tanto liscia; e ad ogni modo costui o non sa nulla, o non dirà nulla; e sapendo e volendo dire, non muterebbe virgola all'articolo del codice.
— Il tuo codice è snaturato.
— Il mio codice è pieno di buon senso; ti pare che la società possa essere lasciata sotto la minaccia perpetua d'una legione di monelli, che ha approfittato dei minuti piaceri dei galantuomini per venire al mondo?.... E poi il _mio_ codice non l'ho fatto io.... La conclusione è che al padre della signora bisogna rinunziarvi, e allora?
— E allora che cosa?
— Allora bisogna trovare il marito, — diss'io abbassando la voce — bisogna trovarlo a tutti i costi.
— E perchè farne del marito?
— Per restituirgli la moglie.... se ancora si è in tempo.
— Io credo di no, — disse Annetta ingenuamente — e poi il marito è morto. Chiarina ne è sicura.
— E Valente? — pensai. —
Il giorno dopo Valente venne da me; era pallido più del solito; senza dir parola, egli mi spiegò benissimo che aveva bisogno d'andare a spasso sul bastione con me solo, od almeno io l'intesi così; infilai il pastrano, piantai in testa il cappello a staio e gli tenni dietro.
Non tentai nemmeno di cacciare il mio braccio sotto il suo, perchè pensavo: se due che camminano a braccetto hanno bisogno di dire qualche cosa di grave, che fanno prima di tutto? si snodano; dunque...
Valente camminò al mio fianco un tratto, senza dir parola; seguiva coll'occhio le foglie secche che si staccavano dagli ippocastani e cadevano lentamente facendo i giri d'una spirale; all'ultimo disse le stesse mie parole di poc'anzi:
— Il signor Bini deve essere il signor Bini — non ne dubito più.
— Nemmeno io; e se anche si è cacciato in mezzo a noi per un incarico avuto, non è che un mediatore volgare, molto furbo, molto testereccio e troppo ordinato. —
Così risposi io per vedere di farlo almeno sorridere; non mi riuscì.
— Se ha un mandato da un _altro_, da _lui_, — tornò a dire l'amico Nebuli serio serio, — evidentemente non sa nulla di nulla.
— Però, notai, basterebbe sapere chi lo manda; e scoprir questo non dev'essere difficile, se tu gli vendi il quadro....
— Non gli venderò nulla; — m'interruppe con calore; — non capisci che quel quadro è _mio?_
— E Chiarina non è ancora _tua_, e forse non sarà mai.... —
Questo lo pensai, ma non lo dissi.
— Al padre bisogna rinunziarvi, ripigliò dolente, quand'ebbe fatti alcuni passi silenziosi.
— E il marito è morto.... —
Quello che mi aspettavo accadde: — non rispose.
— Dimmi il vero, è morto il marito?
— Che ne so? Chiarina ne è persuasa. Per molti mesi lo credetti anch'io.... da qualche tempo ne dubito....
— Hai avuto notizie? È accaduta qualche cosa?
— No, nessuna notizia, è accaduto che ora l'amo e mi ama. —
Io sono furbissimo certe volte; compresi.
— E da quanto tempo ne dubiti? — domandai facendo lo sbadato.
— Da un mese. —
Lo presi allora a braccetto, e cominciai a guardare anch'io le foglie secche, che cadevano disegnando una spirale.
— Senti, — mi disse a un tratto sprigionandosi dal mio braccio, — ho bisogno di un consiglio; che faresti nei panni miei?
— Cercherei il Salvioni.
— L'ho cercato, non si trova.
— Bisogna aver la certezza che non si trova; cercalo ancora; forse non hai adoperato tutti i mezzi con cui si va in traccia d'un galantuomo che si è perduto e non vuol lasciarsi trovare. Che hai fatto tu? hai messo in moto la questura, i consolati; un poveraccio fuggito dal carcere del matrimonio ha tutte le ragioni di credere che i consoli e la polizia ce lo vogliano rimettere; dobbiamo fargli sapere altrimenti che Giorgione è morto, che noi non si vuol costringerlo a rientrare nel talamo, che solo ci occorre sapere se è vivo, e che cosa ne pensa, e questo non glielo possiamo far dire che dalle gazzette.
— E se è morto?
— Aggiungiamo la promessa d'una mancia a chiunque ce ne saprà dare notizie certe.
— E se vive?
— Se vive, o risponde, o non risponde; e noi ci regoleremo secondo i casi.
— E se viene?
— Non verrà, ma se viene....
— Se viene, — proseguii dentro di me, — e pretende sua moglie, bisognerà restituirgliela.... come si trova. — Se viene ci penseremo — dissi con disinvoltura. —
Stette un altro po' in silenzio; giunto all'estremità del viale, lo fermai.
— Che pensi?
— Penso.... non lo so neppur io.... penso che hai ragione e che non rimane altra via onesta....
— Dunque si va all'ufficio del giornale?...
Non mi rispose.
— Si va?... insistei.
— Oggi no, oggi no.... domani.
— Eccolo lì l'uomo del domani! —
Era troppo serio, aveva tutti i muscoli della faccia penosamente contratti — ed io zitto. —
Tornato a casa, trovai Annetta di malumore.
— Che hai? —
Per non rispondermi mi consegnò una lettera ancora sigillata.
— Che hai?
— Che ti ha detto il signor Nebuli?
— Che ti ha detto la signora Chiarina? —
Essa guardò me, io lei, — mi venne un sospetto che fu subito certezza.
— Ah! poveretti! — dissi.
— Ah! poveretti! — disse. —
Intanto sbadatamente aprii la lettera: era d'uno che voleva comperare le mie ultime due tele della Mostra Permanente, ed offriva un po' meno del prezzo segnato nel catalogo e molto più di quello che mi potessi aspettare. Ed io freddo — «leggi» — dissi ad Annetta — ed essa pure fredda.
Non l'avrei mai creduto, e lo dovetti credere, ed ora ne sono persuaso: non tutti i momenti sono buoni per ricevere del denaro! Quella fortuna in quel punto — chi me l'avrebbe mai detto?... quasi _non era un piacere_!
— Risponderai domani... —
Ed io, che non uso mai differire, fui felice di trovare una risoluzione bell'e fatta in bocca d'Annetta.
— Risponderò domani.
E il domani avevo appena risposto — _accetto_ — quando venne ancora Valente colla stessa faccia della vigilia, colla stessa voglia d'andare a spasso sui bastioni.
Questa volta non sapevo che dirgli; se mi avesse chiesto un consiglio, vi giuro, non quello della vigilia gli avrei dato, ma quest'altro: — Piglia la tua Chiarina, che è _tua_, che non può essere _tua_ più di così, pigliala e fuggi, va in fondo ad una valle, va in cima ad un monte, va in un'isola deserta, va in una foresta vergine.... va dove vuoi, ma pigliala e fuggi. — Egli però non mi chiese nulla; solo quando fummo sull'uscio di casa sua, mi strinse la mano, e credendo di rispondere ad una mia muta insistenza, di cui non potevo essere più innocente:
— Oggi no, — mi disse, — domani forse... —
Suonò il campanello; io, invece di andar di sopra, rimasi per salutare la signora Chiarina, la quale, avendo al modo di suonare riconosciuto Valente, dall'uscio d'un salotto si affacciò nell'anticamera. Sorrideva come un raggio di sole.
— Come stai? — le domandò l'amico mio correndole incontro; mi parve che essa gli dicesse una parola ali' orecchio, ma non ne sono sicuro; è certo che si abbracciarono in mia presenza, e che da quella stretta d'amore Valente uscì tutto trasformato, raggiante.
— La signora Chiarina era malata? — domandai facendo l'ingenuo.
— Non si sentiva bene, mi rispose l'amico Nebuli, e gli tremava la voce.
La signora aveva il viso rosso, li lasciai soli.
Mezz'ora dopo, grave in volto, ma senza ansia nè spasimo di nervi, Valente mi pigliava in disparte:
— Ti accomoda che andiamo ora all'ufficio del giornale?
— Mi accomoda.
— Lo vuoi preparar tu l'annunzio?
— Lo preparo io.
Mentre cercavo la penna, dicevo dentro di me:
— Meno male; per questa volta il pericolo è passato!
— Quale pericolo? — vi domanderà una signorina di sedici anni, che non ha capito nulla.
Rispondetele che — «stava per cadere un trave» — non direte propriamente una bugia.
XII.
Il signor Bini non è il signor Bini.
Due giorni dopo Valente tornava su da me; mi bastò un'occhiata per comprendere che anche questa volta aveva qualche gran cosa da dirmi, ma che, essendo lì mia moglie e credendola al buio di tutto, non voleva parlare innanzi a lei. Che fatica mettere insieme delle frasi che non si pensano! L'amico mio lavorava così di mosaico da un quarto d'ora, quando la mia Annetta, che ha buon naso, domandò scusa se ci lasciava un momento.