Part 1
SALVATORE FARINA
DALLA SPUMA DEL MARE
RACCONTO
(SECONDA EDIZIONE)
TIPOGRAFIA EDITRICE LOMBARDA
MILANO STABILIMENTO Via Appiani, 10 SUCCURSALE Via Larga, 19. 1876.
Proprietà letteraria.
ALLA MIA CRISTINA
DALLA SPUMA DEL MARE
I.
Qui cominciate a vedere che nel mondo si danno combinazioni curiose.
Si danno le curiose combinazioni nel mondo. Io aveva lasciato appena quel quartierino al terzo piano, e mi era piaciuto vedendolo, e continuava a piacermi per istrada pensandoci, e me ne andavo del mio passo solito a descriverlo alla mia Annetta, che era rimasta all'albergo ad aspettarmi, quando....
Ma non incominciamo disordinatamente.
Qual quartierino avevo io visto? Chi era Annetta? E in che paese accadeva la cosa? Annetta è mia moglie, il paese Milano, il quartierino doveva essere il nostro futuro nido.
Ed ora sono nel mio diritto ripetendo che nel mondo si danno le combinazioni curiose.
Voi non immaginate nemmeno quanto sia nel mio diritto, ripetendo questo, perchè non sapete tutti i pensieri che ho fatto io sul caso e sulla combinazione.
Vediamo: non siete già di quelli che negano il caso?
No? bravissimi; il caso ci è, e bisogna fargli di cappello. Ma che cosa è il caso? È il disordine o l'ordine? Voi dite il disordine, perchè lo confondete coll'inaspettato e lo riferite alle facoltà limitate dell'uomo; io dico l'ordine, perchè ci ho pensato su, e lo piglio in sè stesso, e lo riferisco ad una serie di fatti di cui non mi rendo ragione, e lo ammiro nella sua stupenda simmetria. Spieghiamoci con un esempio: vi era una tegola sopra un tetto, ora non vi è più, perchè si stacca e cade; vi è un uomo che passa proprio in tempo per riceverla sul cranio. — Ecco il disordine, ecco il caso, voi dite, pensando che la tegola era fatta per istar sul tetto. — Ma chi ha consigliato a quell'uomo di uscire di casa proprio in quel minuto, di camminare di quel passo, di fermarsi quel tanto e non più dinanzi ad una bottega, e di passare per l'appunto sotto la perpendicolare tracciata dalla tegola?
E chi ha detto alla tegola di non perdere l'equilibrio (che è la pazienza delle tegole) finchè l'_altro_ si trovasse nel piano della perpendicolare? La meravigliosa esattezza di questa serie di combinazioni è l'ordine, cioè il caso.
Vi sarete accorti che io sono un uomo ordinato, e che ci era in me la stoffa di un matematico; perciò vi farò stupire dicendovi che io sono anche un pittore — sissignori, pittore di ritratti e di genere ai vostri comandi, filosofo nelle ore d'ozio, che non sono molte, pur troppo! — non perchè mi piaccia molto l'ozio, ma perchè moltissimo mi piace la filosofia.
Ho trentatrè anni sonati, presi moglie a trenta per far le cose in regola; non ho figli. Il mio ideale era una progenitura simmetrica, un maschio ed una femmina, od il doppio, od il triplo, meglio che nulla. Annetta ed io non sappiamo che pensare; aspetta, aspetta, aspetta.... _zero_. — È un destino perverso; — dice lei; — io non fiato nemmeno, perchè mi spiace brontolare contro le cose che non capisco; ma se anche non è venuto, mi par di vederlo il primo paio; potrei farne il ritratto e metterlo in mostra colla scritta: _dal vero_.
Se vi dicessi che ho un gran talento, che sono un galantuomo, che il mio cuore è largo così, avreste ragione di mettervi a ridere e di non darmi retta; ma quando vi abbia detto che ho il naso grosso, gli occhi bigi, i capelli che tirano al biondo e non vogliono star fermi, che sono lungo, sottile e diritto come il manico d'un pennello, spero che non mi chiederete le prove.
Ed ora che mi sono dato a conoscere il tanto che basta per aver diritto di contarvi la storiella, mi ci metto proprio e vi prego di starmi a sentire.
Avevo dunque lasciato appena quel quartierino al terzo piano, e me n'andavo per la via a capo basso, distribuendo in bell'ordine le camere ed i mobili..., studiolo, tinello, stanza da letto, cucina, gabinetto per la fantesca.... benissimo.... il cavalletto in faccia alla finestra, i modelli, i ferravecchi del mestiere in giro, un tavolino nel mezzo, la poltroncina filosofica per i quarti d'ora d'ozio, nella parete sopra la poltroncina la pipa, accanto alla pipa il cassettino degli zolfanelli.... Io vedevo tutto ciò mano mano che si disponeva simmetricamente sul lastrico del marciapiedi; il quartierino con tutti i nostri mobili così ordinati mi camminava dinanzi precedendomi d'un passo.... quando un'idea nuova fermò tutte le altre ed il quartierino e me stesso. Mi volsi. — È lui! — mi aveva detto quell'idea; ed ora guardandolo alle spalle, esaminandone meglio la statura, le mosse, ripetevo dentro di me: — è proprio lui, Valente! — In un baleno vidi i portici di Torino, l'Università disertata per l'Accademia Albertina, la scuola di disegno, i modelli barbuti e le modelle famose, la Geltrude dalle belle braccia che si sarebbero potute attaccare alla Venere di Milo; la Marietta, che aveva due spalle da Giunone, la Nina la cui unica bellezza erano le mani piccolissime, la Bianca che.... lasciamo stare la Bianca. Io vidi tutto ciò in processione dietro i calcagni di Valente, il quale se ne andava del suo passo solito; e sebbene da due giorni soltanto avessi lasciato Torino per venire a cercare la fortuna in Milano, sentii che il cuore faceva lo scampanío. Il mio cuore fa sempre a modo suo, senza mai chiedermi il permesso — lo dico perchè non si creda che io fossi già pentito d'aver lasciato Torino, le spalle della Marietta, le manucce della Nina, le braccia della Geltrude e le altre bellezze della Bianca. — No, al contrario allora più che mai ero contento della mia deliberazione, e sarei corso dietro a Valente per fermarlo e dirgli che avevo trovato un bel quartierino che mi faceva felice, se egli non avesse avuto al fianco una signora. Una signora piuttosto piccina, che faceva i passi lunghi per camminare in cadenza, ed appoggiava un pochino la testa al braccio del suo cavaliere; una signorina elegante e senza dubbio bella. Ora io sono un po' timido colle signore giovani e belle; non è la parte più invidiabile della mia natura, ma non ci è che fare — sono così.
Valente svoltò alla prima cantonata, ed io proseguii a passo strascicato verso l'albergo, cercando stupidamente di persuadermi che avevo avuto torto. E quando contai ad Annetta tutta la faccenda come era andata, e finii col darmi centomila torti, ed essa mi disse che al contrario avevo avuto centomila ragioni di tirar diritto.... perchè non si sa mai.... — come potete credere, — non fui più contento di prima.
— Spiegami bene, dunque; la cucina comunica col tinello?
— Comunica, — rispondevo io; — e intanto pensavo: — «chi potrà essere quella signora?» —
— E il tinello è grande?
— Grande. «Valente non aveva sorelle!...»
— E la stanza da letto?
— È sua moglie! — dissi forte, e vedendo il musino sbalordito della mia, aggiunsi ridendo di cuore: — Sì, la camera da letto è la moglie del tinello...
— Grande egualmente?
— No, un po' più piccina, come dev'essere una moglie; se fosse stata grande egualmente avrei detto _sorella_.
E risi, e le diedi un bacio, che la consigliò di ridere anche lei.
— Andiamo subito a vedere, — disse, e non l'ebbe detto che già aveva la mantellina in dosso, e mi si era attaccata al braccio.
La mia Annetta non sa nascondere nulla; se ha un'allegria, una contentezza, od un malumore, bisogna che le venga fuori negli occhi, nelle parole, negli atti. Quando una cosa le piace, state sicuri che dirà: _bella!_ e lo dirà con enfasi, anche se la prudenza consigli e raccomandi di non fiatare. La camera da letto era _bellissima_, il tinello _bellissimo_, _bellissimo_ lo studiolo, la cucina _bellissima_, _bellissimo_ tutto — e con enfasi; e siccome il portinaio, che ci accompagnava, non apriva finestra o porta senza farci notare che chiudevano _benissimo_, che erano tinte _benissimo_, e si provò persino a persuadermi (ma senza enfasi, siamo giusti) che certi fiori scellerati, dipinti sul soffitto parevano staccati or ora dagli steli e messi li per capriccio — così incominciai a temere che di fronte a tanti superlativi non mi avesse poi a riuscire un mio bel disegno, che era di ribattere cinquanta lire dal prezzo d'affitto. Perciò senza dar tempo al portinaio di trovarsi a quattr'occhi col padrone di casa, domandai se gli si poteva parlar subito, ed il portinaio rispose di _sì_, e si avviò innanzi, e noi dietro. Allora io dissi, come rispondendo a mia moglie, che non aveva aperto bocca: — Sì, sì, non ci è male! è un po' piccino però! — ma mia moglie, la quale quando è in festa non ci vede più, non badando alle mie occhiate, rispose: — per noi altri ce n'è di troppo! — Mi sarebbe venuta la tentazione di darle un pugno, se non fosse stata la mia buona Annetta.
Scendemmo quattro scale, ci fermammo al primo piano, dinanzi ad uno stoino che diceva: _salve_. Quella garbatezza messa lì, sull'uscio, per incominciare a fare gli onori di casa, mi piacque. Purchè il padrone non sia uno di quelli che, quando hanno incaricato uno stoino di dir _salve_ al prossimo, si credono in diritto di misurarne la statura e la borsa, e di spendere tutta la loro superbia colla gente piccina e colle borse magre!
Così pensando, guardai alla scritta che luccicava sulla porta e lessi: _Nebuli_.
— È curioso!
— Che cosa? —
Ma non potei rispondere alla mia Annetta, perchè in quella s'aprì l'uscio e noi fummo propriamente sbalorditi dalla solennità del grosso servitore in livrea, e dal lusso dei mobili e dei tappeti che si vedevano in una fuga sterminata di stanze. Rinunzio a descrivere tutto quanto vi era di opprimente in quel lusso, vi basti sapere che dopo essermi fermato e seduto (perchè il servitore volle così) sopra una seggiola coperta di raso, come se mi ci avessero inchiodato, io non pensava più a ribattere cinquanta lire sulle seicento del fitto, e che se il proprietario avesse avuto la furberia di chiedermene mille per bocca del suo grosso servitore, io sul momento avrei trovato quella somma una miseria, a costo di non lasciarmi più vedere per sottoscrivere il contratto.
Entrò un uomo, noi ci rizzammo in piedi di scatto; io feci un inchino solenne, poi lo guardai; mi guardò.... — Ferdinando! — gridò egli; ed io dissi: — Valente! — E corsi a lui calpestando i tappeti, ed egli a me, e ci abbracciammo stretto.
La mia Annetta sorrideva. Fu allora che pensai quello che avreste pensato anche voi, cioè che si danno al mondo delle combinazioni curiose.
— Sei proprio tu? — chiesi a Valente misurandolo cogli occhi e dando un'occhiata fuggitiva ai mobili, alle dorature. — Sei proprio tu Valente Nebuli, il famoso _pittore di prospettive lontane_?...
La risata con cui mi rispose trovò una risonanza nell'ampia sala, specie di tentativo d'eco che i mobili imbottiti, le tappezzerie, i tappeti e le tende soffocarono come un'impertinenza.
— Proprio io! — disse poi l'amico, — l'_uomo del domani_, come mi avevate battezzato; e tu sei il mio Ferdinandone dell'oggi, anzi dell'ora, anzi del minuto secondo, il creatore della pittura filosofica e matematica! Come sono contento di rivederti! —
Non erano parole messe lì come lo stoino sull'uscio, venivano proprio dal cuore, gli si leggevano sulla faccia prima che le dicesse e vi rimanevano scritte dopo.
La mia Annetta continuava a guardarci sorridendo; non altro avrebbe potuto fare, perchè non conosceva Valente, avendola io sposata da tre anni, quando da dieci mesi l'amico era scomparso dall'Accademia.
— Ti presento mia moglie, — dissi, e volli aggiungere: «presentami la tua,» ma non so chi me ne tolse l'ardire; forse un chinese panciuto di porcellana, che mi faceva di _sì_ col capo.
Siccome allora mi passava pel cervello un'idea che mi pareva piena di buon senso, ed il chinese di porcellana aveva l'aria d'averla indovinata e di darmi tutta la sua approvazione, così la voglio dire. La mia idea era che a torto ce la pigliamo colla fortuna, la quale ci cambia gli amici se, anche quando gli amici baciati dalla fortuna rimangono tal quali, ce li cambiamo noi nella nostra opinione. Vi giuro che se l'avessi visitato in una soffitta, Valente non mi avrebbe fatto accoglienza più cordiale; e pure perchè mi riceveva in una sala luccicante di dorature, io senza avvedermene lo andava allungando ed ingrossando fino a farne un colosso che mi dava ombra. Non lo stimavo più di prima, ora che pareva ricco, no di sicuro, ma sentivo per lui una specie di ammirazione stupida; non gli volevo meno bene, ma provavo una compiacenza scimunita nel ricordarmi ch'egli pure me ne aveva sempre voluto.
Non dissi dunque: «presentami tua moglie,» che sarebbe stata la scorciatoia, ma feci la via più lunga, chiedendogli se era lui quello che un'ora prima avevo visto sul Corso al braccio d'una signorina.
Era lui, naturalmente, ma come lo disse! Tacqui aspettando una spiegazione, che non venne; e quando vidi che il silenzio lo impacciava, e che si faceva rosso, mi affrettai a parlargli del quartierino al terzo piano.
— Ti piace? — mi chiese.
Era o non era turbato? Non lo so bene, perchè passò prima come un'ombra sul suo viso, poi mi strinse tutte e due le mani ed esclamò:
— Quanto sono contento che ti piaccia! —
Per essere schietto, confesso che questa volta le sue parole mi parvero uno stoino vero, messo lì come l'altro sull'uscio. Ma Valente proseguì enumerando tutti i pregi che il quartierino aveva e quelli pure che non aveva — la tromba in cucina, per esempio, mentre era sul pianerottolo (e glielo feci osservare), la tappezzeria d'una camera che invece era imbiancata.... (e corressi anche questo sbaglio), — e s'infervorava tanto, e cercava con così schietto entusiasmo di convincermi che quel quartierino era il fatto mio, che, a non saperlo spensierato, l'avrei creduto invaso da una paura immensa di non trovar inquilini, perchè il San Michele era passato.
— E quanto il fitto? — dissi serio serio.
Egli uscì a ridere.
— Ne parleremo poi.
— No, — protestai, — è questo il momento di parlarne.
— Ne parleremo poi.
— No, — insistei, — in tutte le ore della giornata, in tutte le giornate della settimana non troverai un momento come questo fatto apposta per parlarne.
— Di' tu la somma.
— No, a te sta il dirla; non sei tu il proprietario?
— Ma bada che d'inverno quel quartierino è freddo molto....
— Tutti i quartieri sono freddi d'inverno.
— Voglio dire che non è esposto al mezzogiorno; e poi perchè non ha l'acqua in cucina, e ad una camera manca la tappezzeria, e il pavimento.... non ci hai badato?... è bruttino.... —
Non capivo proprio dove volesse andare a finire.
— Perciò si stenta ad affittarlo, sebbene io mi contenti di poco.... _quattrocento lire_! —
Compresi, ma protestai che era una birbonata far pagare quattrocento lire un quartierino come quello.
Egli si vide scoperto e rise, ed io volli assolutamente pagarne cinquecento almeno, benchè mia moglie, mettendomisi al fianco, mi avesse dato un colpetto di gomito....
Al momento di separarci, mentre stavamo ancora sull'uscio a far ciance, sentii un passo leggero su per le scale, accompagnato da un fruscío di abiti di seta, e notai che Valente ebbe l'istinto di ritirarsi; ma si fermò.
— Ecco la mia Chiarina! — disse.
Era proprio il leggiadro fusticino di donna che avevo visto per via, svelta e pure rotondetta, rotondetta e pure elegante, una Venere greca a tre quarti di grandezza naturale.
Mentre guardavamo con un sorriso d'ammirazione, quel piccolo capolavoro ci fu al fianco, ed io vidi che, essendo molto più piccina di tutti noi, la signora Chiarina pareva grande egualmente. Era fin'ora il più bell'argomento che avessi trovato in prova di quella profonda verità filosofica: cioè che l'universo non ha grandezze, ma armonie, e che tutto è grande ad un modo rispetto all'ordine universale delle cose.
Se ne siete persuasi anche voi, tiriamo innanzi.
Era bella proprio la signora Chiarina? Oh! sì, bella proprio. Ma non chiedete come avesse il naso e la bocca, e di che colore gli occhi ed i capelli; ora io lo so, ma quel giorno non lo vidi; notai soltanto, e perciò s'ha a dirlo a questo punto, che aveva una faccetta bianca, e lo notai perchè quando io chiese a Valente: _tua moglie?_ la faccetta bianca si fece tutta rossa.
— Il mio amico Ferdinando, di cui ti ho parlato tante volte, la sua signora.... — disse Valente con una disinvoltura curiosa, che pareva impaccio.
La signora Chiarina inchinò quel suo corpicciolo di fata, ci regalò un sorriso, un bel sorriso, poi sparve dietro l'uscio e la sentimmo correre e ridere nell'anticamera.
— È come una fanciulla! — disse Valente.
Ci stringemmo forte la mano, e _addio_, cioè, _a rivederci_.
Quando fummo da basso, mi piantai come un palo innanzi al portone a guardare la strada, che era larga e quasi diritta, una delle più _aristocratiche_ di Milano; a guardare la facciata del palazzo, che aveva tre piani ed era stato costrutto senza economia; a guardare le doppie vetrate delle finestre; a guardare le cortine di pizzo che si vedevano dietro i vetri lucidi; ma quando vidi o mi parve di vedere una faccetta bianca dietro a quelle cortine, allora me ne andai subito.
— Ti piace? — domandai alla mia Annetta.
— Tanto, mi ha innamorata.... mi par già di volerle bene. —
Credevo che parlasse della nostra casa.
— La fortuna ci sorride; vedrai che quest'inverno farò dei ritratti e dei quadri di genere, e li venderemo. E l'amico Valente che cuore d'oro! —
Avrei voluto aggiungere: «E che bella donnina sua moglie!» ma la prudenza mi consigliava di tacere.
— E che bella donnina sua moglie! — disse Annetta.
— Sì.... bellina.... un po' piccola.
— Sentitelo! bellina! di' che è bellissima, non ne sono gelosa, è troppo bella!
II.
L'amico Valente.
Bisognava vedere il nostro quartierino otto giorni dopo, quando mia moglie vi ebbe messo i suoi mobili ed io l'ordine! È più facile farsene un'idea, immaginando un insieme molto bellino, molto pulito, molto allegro, molto simmetrico, che descriverlo — perciò non lo descrivo.
Ho detto che i mobili erano di mia moglie, dirò il resto alla libera: anche le lenzuola, le tovaglie e le poche cedole al portatore, che ci innalzavano alla dignità di creditori dello Stato, tutto era di mia moglie; io non possedevo al mondo altro che due cavalletti, dodici pennelli, otto tavolozze, alcune tele di genere rimaste invendute, pochi spiccioli in un cassetto e molta economia. Non crediate però che, sposandoci, la mia Annetta credesse d'aver fatto un _carrozzino_ (come si dice) ed io un buon affare; ci sposammo, perchè ci piacevamo, perchè ci volevamo bene, e se i nostri mobili si fossero provati a mettere la discordia fra noi due, credo che ne avrei fatto tanta legna da ardere senza metafora nel focolare domestico, e che mia moglie mi avrebbe dato mano. Erano mobili di noce, lucidi, ma serii, ben saldi sulle gambe, bene equilibrati, mobili poco mobili, che se ne stavano al loro posto. Tutti i cassetti aprivano e chiudevano senza farsi tirare, senza farsi mai mandare a quel paese dal marito, il che può essere pericoloso, quando i mobili sono della moglie — parlo per conto del prossimo.
Bisognava vedere — e perciò appunto un giorno il mio amico Valente fece le scale e se ne venne disopra a fare il curioso.
Provatevi ad indovinare quello che egli disse, quando ebbe messo il naso da per tutto; anzi non vi state a provare, perchè tanto non l'indovinereste mai.
— Come t'invidio! — così disse. — Lo guardai in faccia, perchè mi ricordavo che l'amico mio aveva una cert'aria, nel dir le cose, da non lasciar mai capire se dicesse proprio sui serio o da burla. Diceva sul serio, ve lo assicuro, prima di tutto perchè ora non aveva più quella cert'aria d'una volta, e poi perchè lo scherzo sarebbe stato di cattivo genere, e Valente anche nel far la burletta badava a non offendere menomamente gli amici.
Provai a ridere per accertarmi proprio. Non rise. Non sapevo che fantasticare, quando ad un tratto mi venne in mente (come non ci avevo pensato prima?) mi venne in mente la sua manía, e questa volta risi di cuore.
— Sì poveraccio! — esclamai — sei proprio da compiangere, tu nato, fatto per essere il miserabile più felice che campi sotto le stelle, tu ricco, tu padrone d'un palazzo splendido, tu servito da domestici in livrea, tu.... Ah! la sorte è senza giudizio, —
Cominciò dal fare eco alla mia risata, come per intonarsi più giusto, poi rispose tra il serio ed il faceto:
— Meno male che tu mi comprendi! Se non sono propriamente una vittima delle mie nuove ricchezze, ti assicuro che esse m'hanno rubato molto della mia ricchezza d'una volta, tanto più preziosa; la spensieratezza, la fantasticheria, le repentine gioie che ci dà un nonnulla, tutto questo va perduto facendo un'eredità. Prova e vedrai. —
Qui ci stava un sospiro, ed io ce lo misi tanto per fare il paio, perchè se v'era una cosa che desse ragione a Valente, poteva esser questa: che io non aveva un desiderio molto vivo di fare una eredità.
Valente aveva preso il filo: — Questa cameretta (eravamo nel tinello) può invidiare la mia sala, ma se ha giudizio non la invidierà; può però aspirare a diventar bella un po' più, ad avere prima la tappezzeria che le manca, poi le porte inverniciate di nuovo, poi la vòlta dipinta meglio, il mosaico per terra, ed infine le credenze più graziose, di rovere e palissandro..., guarda quanti bei sogni può fare questa cameretta, e quante gioie purissime le prepara l'avvenire. —
Egli diceva la _cameretta_, ma guardava _me_, parlava di _me_, ed io leggeva nel suo risolino che il preparatore di quelle gioie purissime voleva esser lui, e facevo le mie riserve.
— Invece la mia sala immensa, dorata, splendida, non ha più un desiderio, un bisogno, non si aspetta più alcuna gioia; tu metti le cortine di bucato alla stanzuccia; vedila ilare, contenta; io in mancanza di meglio caccio nella mia sala cento nonnulla costosi, che non mi costano niente, che una volta messi là par che si nascondano, che la lasciano fredda, superba, indifferente e stupida. —
Si accalorava un tantino nel dire queste parole: la sala era _lui_!
— Dunque non sei felice?
— Sì, sono felice, ma una volta ero di più. Ecco il mio stato; gli è che la nuova ricchezza non è soltanto la cessazione della povertà, ma l'agonia delle gioie più belle, dei desiderî più ardenti, delle speranze più balde, degli affetti più semplici, delle fantasticherie più alate. —
Ora mi andava nella lirica, bisognava fermarlo.
— Perchè tu manchi di regola — gli dissi — perchè tu non hai metodo, perchè, secondo il tuo modo di vedere, agi ed ozio sono sinonimi, perchè tu nelle ricchezze non vedi se non il _possesso_ freddo, monotono, incapace di dare un palpito, mentre vi è la _distribuzione_ che è varia, animata e conosce «gli affetti semplici,» e vede da vicino la «gioia,» e non volta le spalle alla «speranza.» Se io fossi in te avrei tante cose da fare, tante, tante, che non mi rimarrebbe un briciolo di tempo alle «fantasticherie alate....»
— Ah! oh! — disse crollando il capo, — l'unico, vero, purissimo conforto della vita è il _fantasma_; l'immaginazione è la felicità; non mi stare a compiangere i poeti morti all'ospedale, perchè per essi la vita era un giardino incantato, e lo spedale una reggia. Quando ero studente di pittura all'Accademia, e mi avevate battezzato «l'uomo del domani,» perchè non facevo che castelli in aria, allora sì che ero contento!
— Schiettamente: vorresti tornare a quei tempo, a quello stato?
— Schiettamente: no.
— Lo vedi!
— Lo vedi che non mi capisci! — esclamò egli trionfante.
In quella entrò mia moglie, che era rimasta di là a farsi un po' bella per ricevere la visita. L'amico Valente si inchinò, le strinse la mano, le chiese come stava, con una garbatezza sciolta, di cui un tempo l'avrei creduto incapace.