# Dal vero

## Part 9

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I due giovani che si erano incontrati e fusi così bene nel cuore della fanciulla, incontrandosi nella vita reale e sapendosi rivali, si guardarono in cagnesco: Leone prese Everardo per un pazzo ardimentoso, Everardo scambiò Leone per uno sciocco orgoglioso. Certo non potevano intendersi e molto meno apprezzarsi: andarono di accordo in un solo moto spontaneo, perchè l'indomani Flavia riceveva due lettere quasi identiche, la cui sostanza era la parola: Scegli.

La fanciulla provò un doloroso stupore, uno stringimento affannoso al cuore come se le avessero annunziato una grande sventura; credeva di fare uno di quei sogni terribili dove si cade, si cade sempre da una smisurata altezza e l'angoscia si prolunga sino al risveglio. Scegliere; doveva scegliere: perchè? Aveva tanto goduto, la sua vita era stata così completa e piena nell'amore! Scegliere: chi? Sentiva di amarli egualmente, sentiva che tutti e due le erano necessari, non poteva neppur figurarsi di dover annullare uno di quei nomi dalla sua mente, di cancellare una di quelle immagini dall'anima. Era impossibile, impossibile, impossibile. Le si chiedeva una cosa ingiusta, era sdegnata contro quella domanda. Tutto cadeva, tutto precipitava nel nulla; la bella armonia era turbata e rotta, la pace era scomparsa, bisognava scegliere: cioè amarne uno solo, far sacrifizio di un affetto all'altro, soffocare una delle coscienze, morire per metà. Volle farlo, volle decidersi, accumulò gli argomenti che dovevano difendere e far prevalere la causa di uno dei due giovani, prese anche una determinazione e cercò di fortificarsi in essa; fu inutile: il momento dopo pensava all'altro. Passò giorni tristissimi, stanca, sfiduciata, in preda a dubbi crudeli, abbandonata a tormentose esitanze: era uno stato insopportabile. Allora preferì l'abbandono completo, lo schianto intiero: distaccò da sè tutto l'amore, rinunziò ad ambedue. Leone ed Everardo la giudicarono una civettuola comune, ma essa non si curò di spiegar loro il mistero del suo cuore.

La bionda fanciulla ha molto sofferto, ha trascorso le notti insonni e le giornate malinconiche, ma anche il dolore si attenua, diminuisce e scompare. Per lei l'amore è diventato un ricordo lontano lontano, un'epoca felice e passata, un periodo bellissimo ed esaurito; ci pensa talvolta, ma senza volerlo far rivivere. Come ogni persona di questa terra, ha amato per quanto basta: nei suoi due amori ha riassunto il suo grande amore.

LA STORIA DI MARIO.

Non è vero forse che nell'ammirazione provata per un'artista s'infiltra sempre un sentimento di compianto? Non è vero forse che l'artista istesso, nel metter mano all'opera sua, si sente compreso da un'angoscia indefinita e si volge indietro pauroso, quasi a scongiurare un pericolo ignoto? Non è vero forse che egli ha bisogno di essere amato più degli altri uomini? Perchè nel gaio epicureismo dei novellatori trecentisti, nel superbo materialismo di Rabelais, nel dolce ed arguto sorriso di Lorenzo Sterne, nello scherzo blando di Béranger, perchè in tutto l'umorismo moderno, vi è qualche cosa di malinconico che vi colpisce? Perchè tutti questi uomini che dovrebbero avere la serenità olimpica, sono agitati, convulsi, infelici? Perchè anche nelle splendide aureole che circondano i nomi di Wolfango Goëthe, di Giacomo Leopardi, di Vittor Hugo, vi è un punto nero e doloroso? Non so: e l'occhio ansioso che ha scoperto in alto le miserie dei grandi, non osa chinarsi per misurare quella dei piccoli. Così gli umili gregari passano ignorati, sofferenti e confusi nella folla.

Questo ho pensato, quando ho risaputa la storia di Mario, un piccolo. Il quale cominciò per essere molto felice, perchè era stupido; a diciott'anni conosceva poco o nulla--e la madre se ne doleva molto, avendo molto sperato in quell'unico figliuolo. Mario non voleva studiare, non amava per nulla il lavoro; amava solo sua madre. Pure venne il suo giorno, quel giorno che giunge per tutti, il perno dell'esistenza, il punto culminante della vita: non so come, capitò nelle mani del giovanetto un grosso volume illustrato: erano le opere di Shakespeare. Mario a cui non piaceva la lettura, ebbe vaghezza di vederne le illustrazioni; s'interessò alle scene principali che rappresentavano; poi le ricercò nell'azione, alla loro pagina; poi lesse tutto, tutto. Dal mattino all'imbrunire, nel tramonto, nella sera, nella notte, pallido, curvo sul libro, con gli occhi ardenti, le mani tremanti nel rivoltarne le pagine, egli fece suo il mondo del grande inglese. La pietà amorosa di Cordelia, la sfrenata ambizione di Margherita, la fedeltà severa d'Imogene, l'ingenuo amore di Miranda e di Desdemona, la passione di Giulietta, il dubbio del pallido sognatore di Danimarca, il grasso riso di Falstaff, la grandiosa ferocia di Riccardo, il sogghigno crudele di Shylock, i due Macbeth corrosi dai rimorsi; la paura, l'odio, il dolore, la gelosia, l'ironia, i romani, i veneziani, i mori, gl'inglesi; l'umanità, la vita, la creazione, passarono dagli occhi alla mente ed al cuore di Mario. Parve che quelle oscurità venissero dileguate dalla folgore divina, parve che una mano energica avesse bussato a quella mente ed a quel cuore, comandando loro di schiudersi. Quanto potette leggere e studiare, egli studiò e lesse; non seppe più nulla di tempo o di stagioni, dimenticò la sua gioventù, dimenticò l'amore, dimenticò l'amicizia. Lesse fino al capogiro, fino allo stordimento, fino all'ubbriachezza; la testa gli dondolava, quasi troppo pesante; davanti agli occhi abbagliati si formavano immagini lucide, le labbra secche ed aride balbettavano parole confuse. La madre sorrideva e piangeva talvolta di spavento, talvolta di consolazione: sorridere e piangere è il compito delle madri.

Poi volle scrivere. Si sentiva la fantasia troppo piena, mille immagini chiedevano di uscire, per andare a danzare giocondamente nel mondo, il cuore scoppiava di affetto, tutta l'anima traboccava all'esterno. Nella febbrile attività del suo ingegno, in quel succhio giovanile che irrompeva dalla corteccia, scrisse molto e di tutto: furono bozzetti piccoli, graziosi, affettuosi; furono filze di paradossi, difesi splendidamente, simili allo scoppiettìo del fuoco di artifizio; furono novelle ora gaie, ora meste, dove apparivano tante belle figurine, profilate, fuggevoli, sorridenti, innamorate teneramente o freddamente crudeli, sempre originali; furono critiche teatrali dove erano posti da banda i dommatismi, i preconcetti, i subbiettivismi, dove si scorgeva una fede profonda nell'avvenire dell'arte, un sentimento di equità rarissimo; poi dialoghi, schizzi, polemiche letterarie, articoli, bibliografie; una produzione continua, gittata qua e là sui giornali politici, sulle riviste, nelle strenne, dappertutto. Egli fu applaudito e lodato, i lettori lo amarono, ebbe qualcuna di quelle solite lettere che i sommi si degnano di scrivere per incoraggiamento ai neofiti, gli amici dissero: _Mario diventerà, diventerà..._ i giornali gli rivolsero quell'atroce insulto, espresso con le volgari parole: _vi è della stoffa...._

In casa sua, invece, vi era la miseria. Vivevano magramente con una pensione della madre, pensione che se raggiungeva, non superava certo le cento lire. Intanto per vestirsi, per saziare la fame dopo sì lungo lavoro, per acquistar libri, giornali e riviste, per avere una cameretta da studio, per avere un paio di guanti, per dare un abito di lana nera ogni anno alla madre, ci volevano danari: appunto, di danari ce ne erano pochissimi. Spesso accadeva al giovine di dover scrivere coi nervi esaltati da un pranzo troppo frugale; spesso, nelle gelide notti d'inverno, le mani e la fantasia si gelavano nella camera senza fuoco; talvolta mancavano i soldi per comprare il petrolio, talvolta non vi era carta nel tiretto o si doveva versar l'acqua nel calamaio inaridito. Cercò di guadagnare qualche cosa, vergognandosi di aver ventiquattro anni e di essere inutile; quante umiliazioni, quanti rossori, quanti disinganni gli toccò subire, prima di strappare una cartina di cinque lire! E dovette consacrarsi esclusivamente alla letteratura spicciola, agli articoli leggeri, brevi, divertenti, alle novelline in due numeri, ai lavoretti minuti, alla chincaglieria che il pubblico preferisce alla coltura: se no, niente. I lettori non vogliono romanzi lunghi, non vogliono piagnistei, non vogliono seccaggini, non vogliono filosofia, fisiologia, analisi, vogliono essere divertiti:--gli dicevano i suoi direttori. I giornali e gli amici andavano ripetendo: _Sarebbe tempo che Mario si occupasse di un'opera seria; noi l'attendiamo dal suo ingegno, egli ne ha contratto l'obbligo...._

Mario, a sentire o a leggere queste parole, impallidiva, sorrideva un poco e non rispondeva verbo, Continuava a lavorare per giornate intiere, arso da una interna febbre, buttando giù senza correggere, passando da un genere all'altro senza intervallo, rubando i quarti d'ora per rinfrancarsi nella lettura, permettendosi di passeggiare solo quando ricercava l'ispirazione, proibendosi qualunque distrazione. Seguitò a prodigarsi nelle gazzette, nelle riviste dove lo chiamavano, dove gli corrispondevano una ricompensa, non rifiutando mai il lavoro, senza tregua, senza riposo. Era una meraviglia la versatilità del suo ingegno, la potenza di assimilazione, la luce che gittava sui soggetti più aridi, la forza di volontà che gli faceva affrontare tutte le quistioni, il coraggio con cui si slanciava in tutte le lotte. Pure in quello che scriveva, si scorgeva una furia, una fretta di giungere alla fine per respirare, per mutar lato come l'inferma di Dante; quasi quasi si comprendeva che egli aveva l'ansia d'intascare quei pochi soldi che gli rendeva l'articolo. Ora il pubblico, sebbene positivo, e perchè positivo, vuole che i suoi scrittori vivano d'aria, che siano superiori ai bisogni della vita, che non pecchino mai di miseria o d'altro simile peccato. Perciò s'incominciò a susurrare di lui: Mario si vuota, egli non scriverà mai nulla di duraturo; forse non ne è capace.

Dio santo! non era vero, non era vero! Portava nella parte più segreta dell'anima sua la concezione di un grande romanzo, di un libro completo e stupendo. Era la sua creazione nascosta, il suo tesoro inesauribile, il fiore delicato del suo cuore, il gruppo dei più soavi sentimenti; quanto vi era di meglio in lui come spirito, come osservazione, come passione. La cara fanciulla che ne era la figura primissima, egli l'aveva tratta dal nulla, l'aveva fatta nascere bella, eterea, senza macchia, immortale;--era la sua divina amante, quella che lo amava unicamente, quella che gli sorrideva sempre, la compagna delle sue ore di solitudine. Il suo bruno eroe, quel cuore leale, integro, nobilissimo, era il suo unico amico, suo fratello, un altro sè stesso, quello che lo confortava negli scoraggiamenti, che lo sosteneva nelle sue debolezze. Il piano del libro era preciso, chiaro, esatto; tutti i fili si annodavano e si distaccavano liberamente, le scene erano pronte: Mario, se chiudeva gli occhi lo vedeva vivo, intiero. Quanti sogni intorno ad esso: che voluttà profonda nello scriverne ogni parola, che acuto piacere nel precisarne i dettagli, che commozione nel tracciarne le parti principali! Il libro è fatto, stampato, venduto, letto da tutti; il pubblico, come Mario, adora la bionda eroina ed il bruno eroe, il pubblico s'impadronisce di quegli affetti e li sente e li condivide--e l'animo dello scrittore si unisce, si confonde con migliaia di anime!

Eppure questo libro non poteva scriverlo. Avrebbe avuto bisogno di sei mesi di quiete, per dedicarsi ad esso solo, per lavorarvi con tutte le forze, senza occuparsi d'altro, senza pensiero del domani. Ed in questi sei mesi come si sarebbe vissuti? Morendo? Il padrone di casa doveva essere pagato, si doveva pranzare la mattina e cenare la sera; la madre spesso avea bisogno di medicine, di buon vino, di una serva che le togliesse dalle spalle il grosso delle faccende domestiche. Forse in quei sei mesi il pubblico avrebbe dimenticato il giovane autore, forse egli non avrebbe più trovato un editore, forse il libro non avrebbe trovato neppure un tipografo: come scrivere con la prospettiva della miseria, del freddo e della fame? Si ha un bel dire che le difficoltà spronano il sangue, che il granaio è bello a venti anni; sì, ma non quando con voi soffre la vecchia madre, non quando si arrossisce di uscire, non avendo un abito decente. Per questo Mario non poteva scrivere il suo libro; per questo si sottometteva ad un lavoro improbo, sciupatore, inutile, inglorioso. Invano egli fantasticava sul suo romanzo, invano egli accumulava idee sopra idee, invano si crucciava dietro al suo ideale: veniva il pensiero aspro del domani e con esso si dileguavano tutte le sue speranze.

Così il suo ingegno decadde lentamente. In quella battaglia continua il suo spirito s'inasprì, svanì la bella fede giovanile, il giudizio si velò d'ingiustizia, Fu acre, bilioso, capriccioso, dubitò di sè, dubitò dell'arte, dubitò di tutto. Fece del _mestiere_, stanco, spossato, esaurito, senza entusiasmo, senza fede, chiudendo gli occhi per non guardar l'avvenire, sorridendo di scherno a chi ancora lo incoraggiava. Come odiava quel lavoro che faceva, come lo odiava! Come gli sembravano grette e meschine quelle ideucce che doveva allargare, ingrandire, gonfiare, ricamare con tutti i lenocinii della penna--mentre aveva nel cervello la vastissima tela del suo libro! Come erano infedeli, piccole, pallide, incomplete le figure delle sue novelle, di fronte alla eroina del suo romanzo: che aveva egli di comune con quelle figure? Non le aveva amate, non lo amavano, non gli appartenevano--gli avevano procurato dieci lire con cui aveva comperato un paio di scarpe: ecco tutto, Allora il pubblico, presentendo la fine di quell'ingegno, lo abbandonò; era un limone spremuto da una mano gigantesca, era un cervello distrutto, cellula per cellula, in uno spaventoso ingranaggio. Che poteva importare al pubblico di Mario? Non vi erano forse altri limoni da spremere, altri cervelli da esaurire? La sua opera non fu più ricercata, i giornali rifiutarono i suoi articoli; egli si era suicidato giorno per giorno, ora per ora; non trovava più concetti, non trovava più parole, si ripeteva orribilmente, scendeva alle frasi comuni, l'originalità era morta. Provava qualche volta la sensazione di avere nella testa un grosso pezzo di sughero. Si rassegnò, non trovando più in sè stesso alcuna rivolta, nè una scintilla in quel mucchio di ceneri: discese sino a fare il _reporter_, pure di guadagnare qualche cosa. Andava dalla Questura alla Prefettura, di là agli ospedali, interrogava i registri, prendeva delle note sul taccuino, e scriveva quelle graziose cose che incominciano: _siamo lieti di annunciare_; oppure: _informazioni pervenuteci da fonte attendibile...._

Passarono vari anni in quella vita macchinale, quasi senza che egli se ne accorgesse. Aveva tanto amato la sua bionda sconosciuta ed il suo incognito amico; ed anche questi due si erano allontanati, allontanati, erano scomparsi. Quando li evocava, non accorrevano più. Aveva tanto amato sua madre, l'unica donna che lo chiamasse per nome e che lo avesse baciato: ed essa morì, distrutta dalle privazioni e dai dolori. Allora si pose a voler bene a quei lavori che erano l'eco della sua gioventù; aveva legati in pacco quei giornali, ogni giorno li classificava, li rileggeva, li riponeva accanto al suo meschino letto. Avrebbe voluto riunirli in un volume per dire con esso a quei del mondo: Vedete, io ho lavorato la mia parte, io vi ho commossi; io vi ho dato il mio tesoro; voi siete stati ingiusti con me. Ma gli editori si rifiutarono di ristampargli nulla, dicendo che l'interesse era sfruttato: una sera, un fiammifero cadde sui giornali; questi abbruciarono facendo una bella fiammata. Così sparve anche l'unica prova del suo ingegno: dopo otto mesi sparve anche lui, non ricordato da alcuno, povero, solo.

Una storia troppo semplice, tanto semplice che non avrà interessato nessuno. Eppure era scritta per tutti: per quelli che hanno perseguitato una vita intiera il loro inarrivabile ideale, e per quelli che, raggiungendolo, vi infusero il soffio creatore; era scritta per quelli che cercando la loro donna, novelli e tragici Don Giovanni, infransero mille cuori senza ritrovarla e dettero coraggiosamente la mano al commendatore di pietra, o per i fortunati che si quietarono nella pace di un solo amore; per quelli che nella drammatica lotta del pensiero con la forma, vinsero o per quelli che avendo l'universo nel cervello, passarono, silenziosi analfabeti; per i pochi che hanno dominata la folla o per i molti che ne furono soggiogati. Giacchè per tutti questi, per i vittoriosi come per i caduti, l'arte è la divina fanciulla di Arrigo Heine, che mentre bacia loro soavemente le labbra, con l'unghia rosea ne dilania il cuore.

ALLA DECIMA MUSA.

_Noël, noël! liesse, liesse!_

Sopra: una stanzetta quieta e silenziosa, dall'ambiente dolcemente caldo. Una lampada piove la sua luce eguale e tranquilla sovra le pagine di un libro simpatico; qui e là un sorriso di amicizia o di amore--le ore che trascorrono lente e placide, come belle persone languenti. Giù: la strada bagnata, infangata, sdrucciolevole per la melma, calpestata da migliaia di piedi; una nebbia fitta che è fumo, umidità, scirocco, fiato di gente; l'oscurità rotta con violenza dal gas, dal petrolio fumigante, dalla luce rossastra delle fiaccole, dai vividi colori dei _bengala_; l'andare, il venire, l'incontro, l'urto di una folla spessa, continua, sempre rinnovantesi, che parla, ride, grida, schiamazza, canta, urla;--quindi un vocio che percorre tutta la gamma, dai toni più alti ai più bassi, coi salti più bizzarri, diventando ora un clamore acutissimo, ora un grave rombo di tuono. Malgrado le imposte chiuse, malgrado le pareti doppie e foderate, l'eco di quel chiasso si fa un cammino sino a colui che legge; egli si distrae, presta l'orecchio e sorride. Invano d'attorno la temperatura è piacevole, invano il tappeto è morbido, invano la luce è quieta, invano il libro dispiega l'attrazione della sua carta giallina, dei suoi caratterini affusolati, dei suoi fregi capricciosi e dei suoi versi _idem_: la gran voce della moltitudine è insistente, sale come un appello, risuona come una vigorosa chiamata. Allora colui che legge è preso dalla nostalgìa della strada, della nebbia, dell'agitazione; prova un desiderio aspro di mettersi in quel tumulto, di godere quello spettacolo, di portarvi la sua parte, di sentirsi piccolo, annullato, assorbito: egli non lotta più, cede; e con un soffio gigantesco, la strada vince la cameretta.

* * *

Sulle piazze, nelle vie, gittate, profuse tutte le ricchezze vegetali ed animali. Qui è il trionfo della carne: sono le file dei polli sospesi per le gambe, dalla pelle gialletta, soda, leggermente punteggiata di bruno, venata di un azzurro pallido: sono i tacchini dalle forme grasse e rotonde, dondolantisi gravemente al venticello caldo, con la serietà di quando erano vivi. La luce incerta delle fiaccole profila stranamente le masse enormi della carne di vitello, carne rossa, sanguinolenta, dalla fibra lunga e piena di forza, dall'osso levigato, lucido, senza una macchia; ed illumina in pieno i porcellini bianchi, dalle linee quasi eleganti, tenero, succoso e prediletto pasto delle signore e dei preti. Si cammina sempre e non si vede che carne--ed allora quell'odore di macello fresco, quel sangue rosso-bruno che gocciola, quei colpi di coltello netti, decisi, vi cagionano la malinconia, il disgusto: il trionfo della materia piena, grassa, pesante, sfacciata, sorridente della sua morte che è una novella vita, provocante e nauseante, finisce per ischiacciarvi. Pensate a quel lusso, a quel ribocco, a quella esuberanza, a quell'enormezza con un senso di paura--e ricercate con ansietà impressioni più miti.

Allora entrano in campo gli erbaggi, le verdure, i frutti, la fauna vegetale, il tributo della campagna, l'offerta delle pianure e dei boschi. I monticelli dei broccoli verdi, il cui fiore sembra un merletto rilevato, guardano con disprezzo l'umile e piccola cicoria, raccolta in gruppetti, su cui brillano le gocce dell'acqua; i cavoli bianchi, grossi e serrati, pare che vogliano scoppiare dal loro involucro di foglie verde-chiaro, mentre quelli neri si confondono coll'oscurità, quasi desiderosi di solitudine. L'ondulazione dei lumi, il passaggio delle persone e dei carri, il getto improvviso di un razzo, l'ombra che sovraggiunge, danno a questo spettacolo qualche cosa di fantastico: le proporzioni s'ingrandiscono, il senso della realtà si perde e vi sembra di camminare in mezzo ai prati di maggiorana e di trifoglio, fra due siepi di verdura, mentre in fondo, come orizzonte, si accende la fiamma gialla di una piramide di aranci, ricordo dei tramonti siciliani. Vi giunge al cervello il profumo acuto delle mele, capace di ubbriacare; quello più dolce, quasi più vecchio, delle pere serbate per l'inverno, e l'effluvio sottile, leggiero ed esilarante dei mandarini; quando un odore più forte, più sano, li scaccia tutti per prenderne il posto e regnare solo.

Si entra nella dominazione del mare; nei cestellini frangiati di alighe, che somigliano ai capelli disciolti di una bella naiade morta, fremono, si contorcono, si annodano le anguille dai dorsi bruni, dalle pance smorte, mentre le ragoste, animali calmi e rassegnati, agitano lentamente le lunghe ed aguzze zampe. Le triglie rosee fanno un piccolo moto con le pinne per respirare, le ostriche schiudono un pochino la casuccia, ed i _cannolicchi_ (soleni) scivolano fuori dal loro lungo astuccio, quasi vaghi di libertà. I merluzzi sono morti in una posizione disperata, mezzo contorti, con la coda sollevata, quasi avessero avuta una dolorosa agonia; altri pesci più dignitosi rimasero immobili e fieri, persuasi della loro sorte. Ed è un continuo spruzzare di acqua salata, un gridare di voci robuste, uscite da petti che hanno combattuto la tempesta; sono pescatori nervosi e bruni dalle gambe e dalle braccia denudate, che vi offrono allegramente la loro mercanzia: è il mare, il buon vecchio mare, il burbero benefico, l'eterno brontolone prodigo, che si è disfatto di un po' del suo tesoro molto volentieri, ed ha mandato il suo biglietto di visita grandioso in questa mostra colossale.--Andiamo, un sorriso ed un ricordo ai giocondi bagni estivi, alla freschezza delle onde, agli scogli coronati di spuma!

Ma la luce vivida del gas che si rinfrange nei lucidi e faccettati cristalli, nei fregi dorati, nelle pagliuzze d'argento, nei rasi vividi, vi attira lo sguardo sopra una vetrina, sopra due, tre vetrine. Sono i dolci con loro forme brevi, leggiadre, aggraziate, che sembrano fiori, frutta, cuori, farfalle; coi loro colori delicati, molli: il cristallino-roseo, il verde-opalino, il bianco-grigio, il violetto pallido, che si fondono, si armonizzano in una tavolozza di tinte sfumate e gradevoli all'occhio. Sono le spume morbide e fioccose che pare si debbano dileguare ad un soffio, le creme tremule, candide, giallette, i frutti gelati coperti di una trasparente pellicola argentina; le lucide cascate dei canditi, le gravi pesantezze dei mandorlati, il bruno cioccolatte sotto tutte le forme e tutti gli aspetti, le paste leggere, sgranate, che si liquefanno sotto il dente; i datteri imbottiti di pistacchio, unione nobilissima come quella del latte col miele: insomma la riunione di quanto vi è di più gentile, di più fine, di più elegante; le carezze della vista, del gusto e dell'odorato; il raffinato e lo squisito nella più completa loro manifestazione, il punto culminante di ogni più strano desiderio e la poesia più alta e più pura delle sensazioni, la fantasia diventata vita, l'ideale artistico realizzato, anzi il _summum_ dell'arte.

È in questo sublime volo lirico, che finisce lo splendido inno dedicato dai napoletani alla decima musa: Gasterea!

