Part 7
Non vi pare che il desiderio di divertirsi ci abbia ad essere tutto l'anno? Nossignore, lo si raccoglie in un solo mese, sempre il medesimo--sempre il peggiore dell'anno. È allora che abbiamo l'obbligo di commettere tutte le follie che hanno fermentato nel cervello per undici mesi, è allora che si ha il dovere di ridere, di fare le più strane mattezze. Dopo, non più--il periodo è passato, la serietà ritorna. Fate il medesimo ragionamento per la villeggiatura.
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Viene un'epoca dell'anno in cui la città, che pure abbiamo sopportata pazientemente per tanto tempo, comincia a diventare insoffribile; la polvere delle strade che abbiamo inghiottita senza mormorare, ci affoga; il rumore delle carrozze di cui non ci accorgevamo, ci assorda; i volti abituali ci diventano noiosi ed antipatici. Tutto è stupido, tutto è pesante, senza gusto e senza sapore--non si respira non si dorme, non si mangia più. Vi è bisogno di aria, di luce, di sole, di verde: cose di cui non si era mai sentita la mancanza; ora si cercano dovunque. Allora tutti sembrano invasati da un timor panico--bagagli, partenze, fughe su tutte le linee... ferroviarie. Si vuole la villa, gli alberi e si va a cercarli con premura, con ansia--due sono gli scopi: fuggire la città abbominata e ritrovare il sogno dei poeti, dei pensatori, dei filosofi: la campagna. Pare un impeto, un furore, una frenesia: la campagna o la morte. È lecito non accorgersi che essa esista nei lunghi mesi d'inverno, la si dimentica nella ridente primavera e nel principio dell'estate; ma giunto l'agosto, l'amore campestre arriva come una palla di cannone, e via!
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Dopo tutto, questa di cambiar posto, di passeggiare sulla terra fresca invece che sulle lastre infuocate, di respirare una maggior quantità di ossigeno, è necessità reale della vita. È un diversivo, è una varietà, un mutamento, un abbandono della vecchia forma per la nuova, una rivolta a quello che abbiamo amato, un'aspirazione a quello che possiamo amare. Lo spirito nostro si compiace di queste innovazioni, si diletta allo stesso spettacolo della sua incostanza, ammira la propria potenza nel passare rapidamente da un estremo all'altro, bruscamente e senza intervalli. Tutto questo lavoro interno ed esterno sarebbe bellissimo, straordinario, se non fosse perfettamente regolare e perfettamente periodico.
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Dunque villeggiature per tutti, e quindi molteplici e svariate specie di esse per contentare tutti i gusti. Ma oramai non vi restano che due o tre tipi spiccati e tutte le altre rientrano nella categoria di queste principali. Vien prima la villa mobigliata con costosa eleganza, dipinta a colori gai, con un giardinetto, la vasca, il tavolino di legno rustico--qualche volta un piccolo tentativo di parco. Di alberi..... qualcuno; aria..... si dice e si sostiene che ve ne sia; passeggiate..... sul lastrico di una via perfettamente selciata e nella propria vettura. Si fa..... lo stesso che si faceva in città. Si balla, si rappresenta la commedia, si dice male del prossimo, si prendono gelati e si vestono abiti di squisito gusto. Vi è l'etichetta stretta, formale: fissate le ore del pranzo, le giornate di ricevimento, il termine delle serate: tutto è registrato. Però si sta in campagna--si ha il diritto di crederlo almeno: è vero che la città è vicina e che le visite non mancano, è vero che al corso si vede la stessa gente che si vedeva prima, è vero che il verde si scopre col cannocchiale: ma tutto questo si fa in campagna, fra un vaso dove cresce un limone un poco etico, fra una brezza che passando per le vie troppo popolate non porta più nè il profumo dei fiori e molto meno quello del mare; si vede il cielo azzurro, si tratta di un palmo e mezzo, ma è il cielo. E chi non si contenta, si stia. Questa è la campagna aristocratica, fina, la campagna della gente _distinta_ che sa divertirsi a tempo ed a luogo, come si deve e senza infrangere le regole del _bon ton_. Una campagna convenzionale, artificiale, falsa, che porta il rossetto ed è capace di mettere il _frac_. Per noi è rappresentata da Portici, da Castellammare ed altri simili: sobborghi, succursali di Napoli.
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Viene la cittaduzza di provincia, dove tante volte si ha una casa, parenti, amici, dove si vanno a passare venti giorni per amore o per forza. La città di provincia! roba oscura, grigia, pesante--pretensione di imitare la capitale senza arrivarci: quindi un tentativo di corso, un tentativo di banda ed un caffè dalla dubbia eleganza, in cui si prendono dei miscugli orribili. Nessun giardino, qualche orto molto lontano e anche piantato a cavoli e insalata, piante per nulla ombrifere. Si passano giornate lunghe, eterne, leggendo qualche volume disparato di un antico romanzo, sorbendo a centellini una noia che viene dal cielo, che emana dalla terra, che piove dalle vecchie e tristi mura. Qualche volta si esce per andare a camminare lungo la stazione, a veder passare quel grosso mostro sbuffante che trasporta tanti volti pallidi e melanconici. E si ha l'obbligo di andar vestiti per bene, di dover dare tutte le notizie, di sopportare cento domande insulse sulla città donde venite. E la sera l'oca, il giuoco di penitenza _et similia_; e non avete nemmeno il dritto di lagnarvi. Siete in villeggiatura, siete venuto a svagarvi! Dopo quindici giorni avete lo _spleen_, la nostalgia, e l'idea del suicidio si presenta con molta insistenza.
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Resta il villaggio, perduto in una vallata o inerpicato sulla collina: il villaggio in cui ancora fortunatamente non è pervenuta la civiltà; il villaggio che ha le sue larghe strade maestre che si prolungano a vista d'occhio tra i filari degli alberi, che ha le sue viottole strette, intersecate, cinte dalle siepi di biancospino. Attorno ad esso è la campagna vera, vasta, sconfinata--prima la pianura, poi il bosco, la collina, la montagna; tutto fiorito, vegeto, sorridente, silenzioso; in esso le case modeste, umili, raccolte intorno alla chiesa e poi una più grandetta: è la vostra. Forme antiche e severe di mobili, finestre larghissime, stanze vuote di arredi e intanto piene di vita. Dappertutto regna la libertà: dormite pranzate, studiate quando volete, nessuno vi dirà nulla; quei contadini hanno poche curiosità: ignorano, ecco tutto. Che se andate a far visita, trovate la porta aperta ed i visi allegri, vi offrono dei frutti e dei fiori, i ragazzi vi parlano guardandovi in viso, talvolta mettono un dito in bocca: è sconveniente, ma è ingenuo. Le fanciulle portano il fiore alla camicia, la brocca in testa e vi salutano amichevolmente passando sotto la finestra--se andate alla sorgente le troverete lavando e accompagnando con la voce, lo sgorgo e la caduta lenta dell'acqua che nessuno ha pensato ad incanalare e che se ne va tranquilla per le sue faccende. La sera vedrete il tramonto sulla piazzuola e il crepuscolo vi sembrerà sempre meno triste che altrove; rientrerete contento in casa e là potrete leggere, scrivere, inabissarvi nella riflessione, nella _rêverie_: lo strido del grillo e le ultime voci della notte non potranno disturbarvi. Passerete un mese distratto, allegro, contento, felice. Poichè tutto questo rappresenta la pace, la serenità, il riposo, il lavoro proficuo, perchè fatto nella solitudine, la salute aiutata dall'aria pura, dal lungo esercizio del cammino--poichè tutto questo è bello buono, onesto--e poichè è la natura.
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Eppure ciò malgrado, anche nel villaggio, dopo un certo termine, vi incomincia a serpeggiare nelle ossa un qualche brivido di freddo, negli occhi avete un'ombra. Principiate a sentire quel desiderio vago, indefinito, indeterminato, ma fitto, assiduo, continuo, di qualche cosa che non sapete, che non trovate; e v'infastidite, v'irritate di non potervi sottrarre a questo stato dell'animo vostro. Ma che cosa è? Non è forse più così bella la campagna, così cara la pace che vi si gode? Siete voi che vi mutate, è l'antico uomo che fa capolino, è l'intelligenza che si sveglia come prima, è la memoria che si ridesta e con essa i soavi volti lasciati e i dolci amici e le gioconde abitudini ritornano alla mente. La città vi attrae, vi chiama, vi conquista. È un periodo che passa, un altro che ricomincia.
TRISTIA.
Per quella simpatia che ispira un visetto pallido e mezzo divorato da un par d'occhi grandi grandi--per quella attrazione che dispiega un corpicino gracile, esile, perduto nelle stoffe, pieno di dolci languori e di febbrili sussulti--per quella seduzione che esercita una fanciulla pensierosa, intelligente, ammalata e nervosa--per tutto questo e per altro ancora, Gemma era molto amata. Intorno a lei vivevano altre giovinette ridenti di bellezza e di salute; ma ella, senza fare neppure uno sforzo di civetteria, finiva per vincerle tutte. Dapprincipio destava interesse quella testina un po' curva sotto il peso dei bruni capelli; quello sguardo incerto, stanco, molto spesso smarrito; quella bocca così vivida in quel pallore così cereo; quell'aria di donna che abbia molto amato e molto vissuto in pochissimo tempo. Poi veniva la pietà: si sapeva che la fanciulla era infermiccia, minacciata da una lenta consunzione; che non aveva più nessuno, solo una zia affettuosissima; che era obbligata a vivere sei mesi in campagna sei sul mare, e non ballare mai, e cibarsi come si ciba un uccellino; che in chiesa ed in teatro aveva spesso degli svenimenti: chi non si sarebbe commosso davanti ad essa? Infine una sera, una mattina, un'ora qualunque, Gemma alzava i suoi neri occhi in fronte al suo ammiratore, talvolta si degnava di sorridergli, talvolta disprezzarlo; gli porgeva una manina lunga, candida, calda ed allora... allora bisognava inchinarsi, amare, adorare ciecamente quella fragile e bella creatura. Essa no, non amava; pare che non ne avesse la voglia o la forza; ed il sentimento più sviluppato in lei era un pretto egoismo, che le faceva accettare con una riconoscenza passiva tutte le premure, tutti gli omaggi, tutti gli affetti. Quando qualcuno la metteva sul soggetto dell'amore, essa scuoteva il capo con aria triste, dicendo: «Sto sempre così male, così male; come posso pensarci?» E nessuno osava più proseguire.
Andrea non gliene parlava mai; anzi egli si stimava molto felice che Gemma gli concedesse il solo permesso di amarla. Perchè era nella larga ed esuberante natura del giovane il bisogno d'innamorarsi, di voler bene a qualche cosa di piccolo e di delicato, di proteggere qualche cosa di debole; in lui ci era un po' del cavaliere errante, un po' del fanciullone, un po' dell'artista. Figuratevi un giovanotto alto, robusto, quasi un colosso, con un paio di spalle erculee, un collo di toro ed una testa energica, dalle linee nettamente accusate: una salute a tutta prova. Faceva lunghissime tappe a piedi, in cerca di un problematico tordo o di una volpe incognita e dopo molte ore di cammino ritornava a casa senza l'ombra della stanchezza; montava a cavallo per andar da un paese all'altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di mettersi a ballare per una notte intiera. In lui niuna impressione facevano le notti vegliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un'opera buona, sempre ben disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di alterarsi o di andare in collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell'ercole moderno vi era la calma e straordinaria, poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l'ultimo tocco, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana perduta per la nostra razza mingherlina e sgagliardita: egli ne profittava per essere buono, molto buono.
Un cuore largo, largo: credo di averlo detto. Non poteva sentir piangere una donna o veder percuotere un bambino, non poteva sentir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che volesse morir soffocato. In verità era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che sorgeva per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo fatalmente s'innamorò della Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all'emicrania e da questa al raffreddore; egli che, postosi in letto, si addormentava sul momento, aveva pietà delle lunghe ed agitate insonnie della fanciulla. Un giorno, vedendola melanconica, le chiese se si sentisse più male:
--Al solito,--rispose lei, con voce breve:--finirò per morirne e nessuno mi avrà amata!
A queste parole il buon Andrea provò un grande rimescolìo: ma l'anima sua n'era andata da Gemma, per farle atto di servitù. Così quel grande cuore divenne un giocherello nelle manine di Gemma, che si compiaceva a farne tutto quello che voleva. Il fiero e robusto garzone, dalla tempra indomabile, si piegò a tutte le delicatezze, a tutte le finezze, a tutti i capricci della sua fanciulla, curvò la sua fibra, diventò per lei una dama, anzi una madre. Fu visto impallidire e arrossire ad ogni cenno di Gemma; chiederle ogni momento della sua salute e dopo vergognarsene e domandarle scusa pel fastidio; guardarla negli occhi per indovinarne i desiderii e rivoluzionare il mondo per soddisfarli; correr dietro al medico ed interrogarlo ansioso e confessargli che tutta la sua vita, tutta la sua felicità era riposta in quella giovinetta inferma! Egli avrebbe dovuto vivere sempre all'aria aperta, in mezzo alla luce: eppure nelle lunghe nevralgie di Gemma, passava le giornate intiere in una camera chiusa, semi-scura, non osando muoversi dalla sua sedia per timore di disturbarla, non osando parlare, respirando un'aria carica del sottile odore dell'etere, soffocando anche i sospiri. Qualche volta, dopo averla lasciata bene ed essersene tornato a casa, gli sorgeva il dubbio che ella fosse ammalata; allora usciva di nuovo ed andava a passeggiare sotto le finestre di lei, contento di vedere che tutto era quieto e silenzioso e che non si mandava pel medico. In ricompensa non voleva nulla, nulla--e se Gemma gli diceva con la sua voce languida ed insinuante: «Come siete buono, Andrea!» egli diventava matto dal piacere, gli scintillavano gli occhi e nell'impeto della riconoscenza si sarebbe prostrato, per sentire sul suo capo il piedino vittorioso della fanciulla.
Ma non sempre costei era umana con lui; gli intervalli di dolcezza erano brevi e rari. Quando Gemma si sentiva meglio, nei bei giorni di primavera, essa si dilettava di quelle premure, di quei sacrifizii, anzi si può dire che cercasse quell'anima sempre fedele, quel cuore sempre sicuro; giungeva sino a domandarsi se Andrea non meritasse di esser amato. Erano i giorni lieti del giovanotto, che si accorgeva subito della buona disposizione: giorni lieti, ma così pochi e scontati dopo così caramente. Per una lieve cagione, per un cielo piovoso, per un capriccio, per un nastro, Gemma ripiombava nella sua noia, nella sua irritazione: i suoi diavoli neri la prendevano pei capelli, ed ella si sfogava, tormentando tutto il mondo. Andrea sopportava, senza mormorare, le parolette amare, gli sgarbi, i lamenti di Gemma: soffriva, soffriva tanto, ma non le rispondeva una parola; lasciava correre la tempesta, chinando il capo, senza sognare neppure d'irritarsi contro la fanciulla. Non ci sarebbe mancato altro! Era invece lei che s'indispettiva di quella rassegnazione; un'ombra nera le passava sulla fronte, le labbra diventavano sottili sottili, stringeva le mani.... dopo, ridiventava sarcastica e volgendogli uno sguardo freddo, gli diceva:
--Avete troppa salute: è una ingiustizia per chi non ne ha.
Povero Andrea, che avrebbe voluto morire mille volte di seguito per lei! Ma essa continuava spietata: gli diceva che sarebbe morta, che l'avrebbero messa giù nella terra nera, dove il sole non entra, e che allora _tutti_ sarebbero rimasti contenti per essersi sbarazzati di lei. A lui venivano le lagrime negli occhi e le rimandava indietro; talvolta doveva alzarsi ed uscir fuori, tanto era grande la tortura che Gemma gli infliggeva. Una sera, una brutta sera essa arrivò fino a dirgli che aveva il presentimento di esser seppellita viva, in uno dei suoi prolungati deliquii: egli sognò per tre notti questo caso orribile. Insomma era una vita crucciata, vita di angosce e di paure, in una continua ansietà del peggio; eppure per questi dolori, per queste torture sempre nuove, l'amore di lui aumentava e dal contrasto traeva novello vigore.
Gemma era ingrata ed ingiusta con lui; essa stessa lo riconosceva nei suoi buoni momenti. Dacchè Andrea l'amava, la salute di lei migliorava, le crisi nervose erano più miti, quasi quasi un po' di sangue cominciava a rifluire nelle vene impoverite. Quando egli compariva, per influsso benefico, essa si sentiva sollevata e sicura, le sembrava di avere un'egida, un'àncora di salvezza. Quell'ambiente di affetto, di adorazione, d'idolatria di cui egli la circondava, esercitava un'azione vivificante sul suo gracile organismo. Non aveva più paura dell'avvenire, dell'ignoto, della morte, della terra nera: non era egli là, pronto a salvarla da tutto questo? Fra lei e la sventura s'interponeva Andrea; fra lei e la felicità Andrea sarebbe stato intermediario. Egli doveva pensarci, era il suo compito, il suo dovere, la sua consegna.
Ahimè! il soldato dovè deporre la sua arme, dovè lasciare il posto. Il povero Andrea fu preso da una febbre violenta come ne patiscono solo le tempre forti; il giorno seguente il tifo era dichiarato, e nel delirio egli esclamava: «Non fate venire Gemma, non la fate venire!» E poi aggiungeva raccomandazioni, che le badassero, che non la trascurassero, non la facessero uscire con quel cattivo tempo. In capo al fatale nono giorno, egli aprì gli occhi, disse con voce fioca: «Povera, povera Gemma» e se ne morì.
Alla fanciulla ne parlarono poi, con molta precauzione, a gradi, cercando di non affliggerla: lei non rispose nulla, non pianse. Ma la notte si sentì sola, ebbe freddo, ebbe paura e le parve trovarsi senza difesa, in preda a mille pericoli. Volle distrarsi, cercò di farlo, vi riuscì per poco. Pure pensava spesso a quell'onesto e bravo garzone che le aveva voluto tanto bene e che essa aveva tanto mal ricambiato: e per una strana bizzarria d'inferma si pose ad amare quel morto. Come avrebbe voluto rivederlo un sol momento per domandargli perdono! Come si sentiva piccola e meschina davanti a quell'uomo che essa aveva torturato a fuoco lento, sorridendo delle sue lagrime! Come era pentita ed umiliata, come era stata cattiva! L'inverno fu lungo, lungo; Gemma tornò ad ammalarsi; nelle notti della febbre chiamò Andrea ed egli non rispose: eppure quante cose gli avrebbe voluto dire! La fanciulla diventò sempre più magra, sempre più esile; esaltata dalla sua postuma passione, aspettava sempre. Ma egli non venne più ed essa nella primavera pensò di andare a raggiungerlo.
LETTERA APERTA.
_Al signor_ VESUVIO, _di professione_ VULCANO, _strada fra Napoli e Salerno, casa propria--ultimo piano._
Carissimo amico,
A momenti sono diciotto anni che ci conosciamo, e l'esserci visti quasi ogni giorno dalla via Santa Brigida, da Santa Lucia e dalla Villa, ha stabilito fra noi due una cordiale intimità. Gli è per questo che ho deliberato di scriverti questa letterina, proponendomi di dirti la verità. Qui tu farai il viso della meraviglia: ma, sicuro, la verità. Ai tempi in cui siamo, lo sconvolgimento sociale è tale che una donna è fin capace di dire la verità ed un editore è capacissimo di stampargliela!
Tu mi sei parso sempre un galantuomo: col ferraiuolo grigio del tramonto, coll'abito nero della sera, col costume verde-bottiglia del mattino, hai avuto sempre molta dignità nel tuo aspetto. Non si può negare che hai anche un bel carattere: è ammirabile la fermezza di non muoverti mai dal tuo posto, ammirabile il sereno disprezzo con cui tu, vivo, guardi la morta montagna di Somma: e dove mettiamo la tua inaccessibilità ai..... visitatori? Virtù questa che ogni autorità dovrebbe avere. Non dubito che sei anche un po' filosofo, filosofo moderno: me lo indica la nebbia di cui spesso ami avvolgerti e il fumo superbo di cui t'incoroni. Quando poi entri nell'esercizio delle tue funzioni e cominci piacevolmente a gittar fuoco e fiamme, allora diventi proprio una persona rispettabile.
Ma ahimè! tutto decade, tutto passa, tutto si trasforma: le mode, la gioventù, i capelli, gli affetti ed anche i vulcani. Col pressoio della civiltà (carino, quel _pressoio_, neh? sovratutto nuovo), con la ginnastica del ministro De Sanctis e col _realismo_ che ci piove da tutte le parti, non ci riconosciamo più. Tu stesso, fiero, selvaggio e solitario Vesuvio, pensi a civilizzarti e ci neghi la tua eruzione: rimangono inutili le pressioni, le notizie _premature_, le preghiere, gli inviti gentili, l'affluenza dei curiosi; la stessa luna si è decisa ad intervenire, e tu continui ed essere in isciopero! Perchè?
Capisco che sette anni fa, volendo compiere il tuo dovere, adoperasti troppo zelo e commettesti cose indegne di un gentiluomo. Mi ricordo quei giorni--che scompiglio, che baraonda, che confusione! Il mondo alla rovescia, uno scombussolamento generale: i professori di matematica impallidivano, gli alunni erano licenziati dalla scuola, le madri non sorvegliavano più le figliuole, le mogli si gittavano nelle braccia dei mariti, gli amici si abbracciavano cordialmente, i vetri tremavano e di notte ci si vedeva meglio che di giorno. Ma dopo vennero le critiche dei giornali, le imprecazioni degli spazzini, i sonetti dei poeti, i quadrettini dei pittorucci, gli _episodi_ dei novellieri; come potevi resisterci? Ti oppressero, ti calunniarono, ti ingiuriarono, ti dipinsero in nero e rosso: ora rinchiuso nel severo e misterioso silenzio dell'uomo che non ha nulla da dire, tu ci neghi l'eruzione.
Pensa che noi potremmo esigerla. Da tempo immemorabile i cittadini di Napoli e dintorni hanno il diritto, almeno ogni cinque anni, ad una graziosa eruzioncella; perchè infine noi siamo brava gente e ci contentiamo di poco: non mormoriamo se invece di acqua ci danno coriandoli, se le vie sono sporche ma ben illuminate, se dappertutto si veggono possidenti in cenci che cercano l'elemosina a miserabili ben vestiti. Tutto questo per noi è nulla; basta che non ci vengano negati i nostri cari spettacoli. I romani avevano il Circo, gli spagnuoli hanno i tori, gli egiziani hanno il Nilo e noi abbiamo il Vesuvio.