Dal vero

Part 6

Chapter 6 3,700 words Public domain Markdown

Per quanto fossero disposti a tutto, per quanto avessero pensato agli equivoci che potevano sorgere, per quanto cercassero di dimenticare le loro personalità, pure la realtà sorgeva ad ogni istante e gettava lo scompiglio nel loro animo: era inutile, non potevano sopprimere la loro coscienza. Aggiungete il timore che per una lieve imprudenza andassero perduti tutti i loro lodevoli sforzi, e più lontano ancora l'idea vaga, ma persistente, che quella scena così rappresentata non dovesse creare fra loro qualche cosa di nuovo, d'inatteso.

Per le scale, mentre il Giorgianni saliva avanti, Emma rivolse un'occhiata desolata al marito, occhiata che significava:

--Come la dureremo sino a stasera?

E quegli di rimando uno sguardo espressivo:

--Aiutiamoci, chè il destino ci aiuterà.

E via di questo passo. Ma in casa i pericoli raddoppiavano. Il Giorgianni pareva ci si dilettasse a porre su discorsi pieni di rischi, a rivolgere domande ingenue che turbavano chi doveva rispondere; povero e buon padre che amava tanto i suoi figliuoli!

--Sì--riprese egli, dopo aver posata la sua tazza--sono lietissimo di questa mezza giornata trascorsa con voi. Vedi, Emma mia, le lettere sono una bella cosa per chi sta lontano, ma io preferisco le visite, anche di poche ore; almeno ci si vede! Tu, figliuola, stai bene; anzi sei diventata più bella, più elegante. Non è vero, Guido?

--È quello che le dico sempre--rispose Guido sorridendo.

--E lo scrive anche a me! Oh! per questo, figliuola, ti posso assicurare che Guido nelle sue lettere non sa far altro che parlarmi di te; si direbbe che lo hai stregato. Che marito modello!

--Infatti--approvò Emma a voce bassa.

Vi fu un momento di silenzio; dopo la risposta della moglie, Guido aveva chinato il capo e pareva contasse i fiorami della tovaglia. Ma per quel giorno il papà aveva la parlantina:

--La zia Elisabetta vi saluta tanto, tanto. È sempre un po' brontolona, ma vi vuole un bene dell'anima. Eri tu, Emma, la sua favorita ed ora non fa altro che discorrere di te...

--Buona zia!

--Ottima. Sai che mi diceva poco tempo prima della mia partenza? «Sarei più contenta se la mia cara Emma avesse un grazioso figliuccio...».

Ma qui il Giorgianni, malgrado la sua bonomia, si accorse di aver commessa una imprudenza: vide che il viso di Emma si era tutto rannuovolato, vide che il genero si attorcigliava con mano nervosa i mustacchi.

--Anche la Rosalia, tua cugina--riprese allora per troncare quel discorso--anche la Rosalia sta benino. Ma quella lì ha avuto le sue sofferenze.

--Oh! e perchè? Non aveva sposato il suo Piero?--chiese la figliuola con un po' di ironia.

--Sì, sì, lo aveva sposato, si amavano molto, Non so come, non so perchè, Piero ebbe un capriccio per una signora napoletana...

--Lo chiamate capriccio, papà?

--Sì, fu un capriccio fuggevole; non essere pessimista. Ma Rosalia n'ebbe un grande dispiacere; vennero pianti, scene...

--Bah!

--Come ti dico. Rosalia se ne fuggì da sua madre...

--Fece benissimo.

--Malissimo, dico io. Una moglie non abbandona mai il marito. Infine, io con la mia eloquenza, la persuasi a perdonargli, a dare un frego su quel debito...

--Voi, papà?

--Sì, e mi glorio del mio intervento. Perchè poi, ad essere intransigenti su queste cose, si finisce sempre per iscapitarci: l'uomo erra talvolta senza sua volontà...

--Comoda morale--ribattè con accento incisivo Emma.

--Era quella di tua madre, figlia mia.

--Come, anche la... mamma era di parere che si dovesse alzar la mano?--chiese Guido con molto interesse.

--Sicuro, sicuro. Quella donna lì era piena di misericordia e d'indulgenza: era buona, buona, buona. Chi ama bene, soleva dire, perdona molto.

Rimasero tutti pensierosi; e Giorgianni, per interrompere il silenzio, esclamò:

--Sicchè, figliuoli, me lo fate vedere questo appartamento, questo nido di seta e velluto? Non ho potuto darci che un'occhiata di sfuggita.

--Andiamo--rispose Guido--cominceremo dal salone.

--Magnifico, magnifico--disse Giorgianni, Quando vi furono arrivati.--Questo è buono per grandi ricevimenti. Date feste?

--Ne davamo.

--Capisco; ora gli affari, la politica v'impediscono di veder troppa gente, ma il salone è bellissimo. E questo salotto, che gusto squisito! Sei stata tu, Emma, a scegliere?

--No, è stato Guido.

--Mi congratulo con lui. Già avrà pensato che in questo salotto tu ti saresti trattenuta di preferenza; qui vengono i tuoi adoratori a farti la corte, nevvero, bricconcella? Non sei geloso, Guido?

--Io? conosco mia moglie.

--E tu, Emma?

--Conosco troppo Guido.

Le due risposte erano scattate rapidissime. Giorgianni ne fu soddisfatto.

--Questa camera da letto è una meraviglia--egli riprese--i colori formano una dolce armonia. Tutto questo bianco e grigio carezza l'occhio.

Egli girava per la camera, come se ricercasse qualche oggetto mancante. Infine chiamò la figlia che era rimasta sulla soglia.

--Emma?

--Papà?

--Dove sta il ritratto della mamma? Non lo veggo.

Essa restò tutta confusa, senza saper rispondere.

--Fummo in Brianza--disse Guido--e di là non sono giunte ancora tutte le nostre robe.

--Quel ritratto avrebbe dovuto giungere prima di tutto. Non importa; Emma non può aver dimenticata sua madre. Che donna, che donna, Guido mio! Peccato che tu non l'abbia conosciuta! Quando essa se ne volle andare, poveretta, si fece promettere che tutto avrei sacrificato per la felicità di Emma; e così anche lei ha contribuito al vostro matrimonio. Quando Emma venne a dirmi: «Papà, senza Guido io sarò sempre infelice», pensai alla mia cara morta e mi decisi. Voi eravate fatti l'uno per l'altro: vi amavate da un anno, Emma mi diventava pallida e triste, tu, Guido, davi nel farnetico: gioventù, gioventù! Ti ricordi, figliuola, di quel ballo dal console inglese, dove andasti con Guido?

--Mi ricordo--rispose essa macchinalmente.

--Ai vostri volti sereni e felici, agli sguardi che vi davate, tutti compresero che eravate fidanzati: e mi chiamavano padre fortunato! Sì, molto fortunato, aggiungo io: voi vi amavate fin troppo.

--Mai troppo--disse Guido.

--È vero. Auguriamoci sia sempre così, nevvero, Emma?

--Auguriamcelo, papà.

--E questa camera chiusa, che cosa è?

Era la stanza di Guido; a sua volta egli si trovò impacciato, ed Emma salvò la posizione.

--È la camera degli ospiti, papà.

--Ah! bravo, bravo. Cioè quella che avrei occupata io, se avessi potuto rimanere una notte con voi. È una disgrazia, ma debbo ripartire.

--È una vera disgrazia--aggiunse il genero.

--Non importa: consoliamoci nel vederla, invece di abitarla.

--Ma...

--Capisco, sarà disordinata, fa nulla.

Guido aprì coraggiosamente; non si poteva più esitare.

--Non c'è male, non c'è male; è anche questa carina, come tutto il resto, Oh! guarda, guarda! Chi ha messo qui il ritratto della mia figlietta? Certo sarà stato un gentile pensiero di Guido; grazie, caro mio. Ma io non posso rimanere; quanto me ne dispiace!

Sedettero in salotto. Marito e moglie erano molto distratti, e se il signor Giorgianni avesse avuto un po' di naso fino, avrebbe fiutato che qualche cosa di anormale era fra loro. Ma per fortuna il buon papà non era molto furbo.

--Peccato!--egli disse--peccato per tutta questa bella casa!

--Perchè, peccato?

--Gli è che fra poco dovete lasciarla. Se ti eleggono deputato, come ne sei quasi sicuro, ti converrà stare a Roma almeno per sei mesi dell'anno, e non credo che vorrai abbandonare Emma sola a Milano. Dovrete avere due case; sarà un grave impaccio; pure vi è una cosa che mi solleva molto. Se venite a Roma, io potrò capitare da voi almeno una volta al mese: da Napoli a Roma il viaggio è breve e comodo, mentre da Napoli a Milano ce ne vuole, che ce ne vuole! Allora ci rivedremmo spesso!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

IV.

Quando i due eroi risalirono in carrozza, dopo aver accompagnato il papà alla stazione, quando si trovarono soli, dettero in un grande sospiro di sollievo. La era finita finalmente; la vita loro avrebbe ripreso il suo corso regolare. Non si parlavano; Emma guardava le goccioline della pioggia che battevano sui vetri del _coupé_; Guido non dava segno di vita; erano ridiventati estranei.

Ad un punto, Guido, movendosi, urtò il braccio della moglie:

--Scusate--fece lui.

--È nulla.

Estranei, è vero. Pure ambidue in quel silenzio riandavano sui fatti della giornata; ne ricordavano le più minute impressioni, le sentivano di nuovo.

--Si volta per casa vostra?--domandò Guido, ad un certo punto della strada.

--No, vengo da voi: debbo riordinare le mie cose, perchè la mia cameriera non saprà mai farlo. Andrò via più tardi.

--Benissimo.

A casa, essa entrò direttamente nella camera da letto; Guido si gettò sopra una poltrona del salotto e finse di leggere un giornale. In verità la sentiva andare e venire a passi lenti, la vide anche passare due o tre volte:

--Vi stancate?--le chiese.--Potrei aiutarvi.

--No, grazie; a momenti finisco.

Infatti, poco dopo venne anche essa a sedersi con un'aria molto stanca; quella giornata l'aveva esaurita. Si guardava dattorno come per ritrovare qualche cosa dimenticata.

--Piove meno, mi pare?--disse a Guido che aveva lasciato andare il giornale.

--Piove sempre.

--La carrozza non è ancora pronta?

--Non so, vado a vedere.

La carrozza sarebbe pronta fra dieci minuti.

--Desiderate che vi accompagni?

--Non importa, grazie.

Parvero un secolo od un istante quei dieci minuti? L'uno e l'altro forse.

Quando entrò il servo a dire che tutto era all'ordine, Emma si alzò con un fare deliberato e andò a mettersi il cappello davanti allo specchio; ci volle un po' di tempo ad annodarne i nastri perchè le dita avevano un lieve tremito. Poi, lentamente, infilò i guanti, li appuntò, aggiustò alcune pieghe dell'abito; e si avanzò verso Guido per salutarlo. Egli si era levato, pallidissimo.

--Addio--disse ella.

Guido non rispose; essa voltò le spalle e traversò il salotto, diritta, fiera, senza barcollare, con un passo fermo ed uguale; pure sentiva benissimo che il marito la seguiva. Presso la porta, alzò la mano per sollevare la portiera ed incontrò quella più pronta del marito.

--Tu dimentichi di perdonarmi, Emma--disse egli con voce in cui combattevano il dolore e la passione.

Essa si rivolse d'un tratto e gli gittò le braccia al collo, soffocata da quell'amore che rinasceva fra loro gigante.

--Non te ne vai più, mai più, cara?

--No, no; manda a prendere il ritratto della mamma, Guido.

FRUTTA.

O diva Pomona!

..... E malgrado i reclami delle pallide e malinconiche lettrici, dei pensosi e disillusi giovanotti, io dirò il fatto mio ai fiori. O che forse realmente la giustizia se ne sta serrata in un certo portafoglio e non ne esce mai per non raffreddarsi? Alle volte ho delle idee umanitarie--solo Dio senza difetti--e quantunque dovessi andare incontro al poco piacevole titolo di filantropa, pure non posso lasciar passare..... il capriccio della gente. Capisco che non sarò ascoltata e che le cose proseguiranno identicamente il loro corso molto forzoso; ma in questi tempi in cui tutti parlano e nessuno ascolta, non sarà poi un gran male. Capisco che diventerò impopolare pei miei gusti prosaici; ma la popolarità è un segno di debolezza nel potere, dice il filosofo. E quindi senza pensarvi più che tanto, addossandomi le conseguenze del mio articolo, entro in materia. Era tempo, nevvero?

* * *

Giorno per giorno, ora per ora, da tempo immemorabile, sempre e dappertutto, si preferiscono i fiori alle frutta; non si parla che dei primi, non si vuole che essi. I fiori prendono parte intima a tutti i nostri avvenimenti lieti o dolorosi; alimentano, fanno crescere e prosperare l'amore, sostengono la bellezza, aiutano la scienza, entrano da per tutto; con essi si parla, si esprime ogni sentimento, si fanno dichiarazioni di amore o di guerra; ci servono sulla culla, sull'altare e sulla tomba. Sempre i fiori: dal principio alla fine della vita non vi sono che fiori, con le debite spine, s'intende.

E non parliamo della poesia! vera, assidua, clamorosa _réclame_ dei fiori. La rosa avrà ricevuto non so quanti milioni di versi e vi assicuro che ne è stufa; la violetta mi diventa civettina a furia di sentirsi dire che è modesta; il giglio usa un po' di cipria per mantenersi della solita immacolata bianchezza e la camelia è nervosa, batte i piedi a terra per la rabbia e va dal profumiere per non ascoltare più che è senza odore--i fiori diventano i fanciulli viziati della società e, saliti in superbia, si permettono di ammazzare tranquillamente le persone, come nelle poesie di Aleardi e nei romanzi di Emilio Zola.

* * *

Ingiustizia massima, lasciatemelo dire. Non ne ho mai compresa la ragione, come di molte cose che si dicono ragionevoli. Perchè il regno delle frutta è egualmente ricco, splendido, variopinto, profumato; perchè al godimento della vista, del tatto e dell'odorato unisce una cosa ancora che i fiori non possono dare: la delizia del gusto. Quando si ha davanti un cestello di frutta colmo di pesche dalla pelle morbida e rosea; di prugne verde-cupo, rotonde, sode e piene di succo; di uva dolce, facile a sgranarsi, leggiermente odorosa; di fichi dalla boccuccia rossa ed aperta, dai fianchi leggermente striati di bianco: quando si ha davanti, dico, questa meraviglia della natura, questa magnifica ricchezza della terra, ricchezza bella, buona, utile, vi è qualcuno che preferisca estasiarsi dinanzi ad un gruppo di grosse ed antipatiche dalie? qualcuno che si occupi platonicamente a sfogliare la margherita dei campi, mentre il mandorlo gli accarezza la fronte e il ciliegio si abbassa pel peso dei vividi frutti? Ci è qualcuno che preferisca appuntarsi la gardenia dalla breve vita all'occhiello e passeggiare in un microscopico e riarso _square_, anzichè nella piena campagna veder passare di lontano le fanciulle che vanno alla vendemmia, chinandosi sotto i curvi filari delle vigne? Se in pieno secolo decimonono, col positivismo e col realismo, colla vita piena ed ardente che si vive, vi è questo qualcuno..... ebbene, io chieggo che mi mandi il suo ritratto per metterlo nella galleria degli spostati.

* * *

Non senza un po' di dispiacere, ho osservato che le donne ci entrano per massima parte in tutte le cose ingiuste--esse preferiscono costantemente i fiori alle frutta e gli uomini per gentilezza, per cortesia, vanno dietro. Ma la ragione? Perchè esse hanno un pensiero recondito, un motivo segreto di fronte alle cose più semplici della vita e sono capaci di dirvi che vi è uno scopo filosofico in una forcinella dippiù o un nastro di meno. Ho cercato molto e contrariamente non ho trovato niente e mi son dovuta limitare alle sole supposizioni. La preferenza delle donne pei fiori sarà perchè fu un pomo quello che rivelò il primo peccato, senza pensare che furono le compiacenti foglie di un fico che formarono la prima _cuirasse guindée_; forse sarà perchè il famoso giudizio di Paride ha avuto un pomo per interprete e da esso vennero Elena, Troia e la _belle Helène_, cose poco piacevoli per il sesso femmineo; forse perchè le donne vogliono essere odorate o adorate come i fiori e non volgarmente divorate come le frutta; forse perchè veggono una mistica rassomiglianza fra la loro bellezza e.... risparmio il resto. E può darsi anche che non sia nemmeno per una di queste cose che ho supposte. Oh potessi domandare a ciascuna delle graziose lettrici--conosco i miei aggettivi--perchè appuntano il velo svolazzante con un gelsomino invece di una lazzeruola! Potessi fare un plebiscito! Sarebbe l'unico mezzo di non sapere la verità.

* * *

O divina, divina Pomona! alma figlia di Demeter, la terra, io ti amo tanto dippiù della infida Flora; tu sei buona, forte e robusta e ricerchi i raggi passionati del sole; tu sei rigogliosa ed oltre ai frutti hai le foglie larghe, brune, vellutate--e ti amavano anche il vecchio e giocondo Anacreonte, il sorridente e grave Virgilio, e Orazio e Catullo ed i cento poeti greci e romani che si coronavano, è vero, di rose, ma te cantavano sulla mensa accanto alle snelle anfore del Falerno. Tu, fiera amazzone, non ti curi di ornarti la chioma e la gonna come quella bizzarra di Flora, nè ti fai corteggiare da un monelluccio come lo zeffiro; non sei pallida, esile, magruccia, languida, come tua sorella cui andrebbero consigliati il ferro ed i bagni di mare. Se viene il gelo, l'uragano, un sole troppo caldo, essa muore od appassisce; ma tu resisti, o forte fanciulla, tu combatti, sai di dover vivere, di essere utile, e mentre tua sorella se ne va per quattro mesi Dio sa dove ed a fare chi sa che, tu da gennaio a dicembre ci sei sempre presente. Nella vostra famiglia tua sorella rappresenta l'aristocrazia, tu il popolo: essa ha bisogno di cartine ricamate, di nastri, di gioielli, di giardiniere dorate e verniciate, di candide porcellane, di cestini eleganti, di botteghe che sembrano saloni: tu invece, umile nella fortezza, distendi le membra divine nelle _sporte di Gaetanella_, la fruttaiuola dell'angolo!

* * *

Il mio lirismo è stato affogato in tempo debito, ma non vorrei averlo sprecato; vorrei rialzare le sorti..... non della donna, nè dei maestri elementari o di altre utopie degne di rispetto, ma delle semplici ed ingenue frutta. Del resto la propaganda è incominciata: si principia ad usarli sui cappelli e sugli abiti; un primo passo è già arrischiato; quasi quasi tenterei un secondo predicozzo, se il malevolo spirito che mi consiglia sempre bene, non mi susurrasse che forse otterrei un effetto opposto. In politica ed in letteratura si veggono spesso casi consimili.

LA NOTTE DI S. LORENZO.

Nella notte, mentre l'ombra è sulla terra e l'azzurro del cielo diventa sempre più latteo, avviene qualche cosa di nuovo. Le stelle non sono più fisse, immobili, immortali; invece si precipitano in curve rapidissime di luce e si spengono. Lontan lontano, sulla fine dell'orizzonte, dappresso, da tutte le parti, il firmamento è solcato, quasi ferito da strisce luminose; sono innumerevoli stelle che cadono, è una pioggia di astri, è un lusso, una prodigalità di splendori: è uno spettacolo pieno di vita.

Sempre il cielo è chiuso come un problema inesplicabile: è troppo grande, troppo lontano, troppo svariato. L'artista lo guarda sorridendo, parlandogli, pensando di esso; pittore, vorrebbe dipingerlo; poeta, vorrebbe cantarlo; e non può, non può..... Davanti ad esso le idee si allargano, diventano più grandi, sempre più grandi, vastissime, indefinite; passano in un'altra sfera, deviano, trasportano l'anima in regioni incognite e quando il pensiero ricade un'altra volta sulla terra, l'artista ha nel cuore un freddo e disperato silenzio. Il cielo è una contraddizione perenne; per esso si pensa, s'interroga, si dubita, si spasima, ma non si opera: è il grande assorbitore dell'azione, ed intanto pare immoto, senza vita. Allora, per risolvere questo enigma affannoso si chiede alla scienza che sia il cielo ed essa risponde; _È un sistema di pianeti regolari dalle leggi immutabili detta materia_. Dunque l'azzurro sconfinato è un sistema, è una legge l'uragano senza freno, la poesia universale del cielo è materia? Impossibile. Ebbene, si chieda alla fede: Il cielo è il regno di Dio. Come, un regno divino e non un soffio di anima? un regno divino e la profonda, indifferente inconscienza? un regno divino, immobile e cattivo?

* * *

Molte donne sono come le stelle: abitano in alto belle, noncuranti, splendide, solitarie, ma non si può dire che vivano; non arriva al loro cuore alcuna voce mortale, sia pure di pianto; sono incapaci di grandezza o di debolezza; paiono fatte estranee alla gioia ed al dolore. Figure meravigliose, anime cristallizzate, trasparenti, vuote; brillano pel mondo, ma nulla sanno di luce; restano al posto dove furono messe, nulla ricercano, nulla fuggono. Così passano gli anni e mentre ai loro piedi batte l'onda furiosa delle passioni, esse continuano a brillare serene ed ignoranti. Pure, un giorno la voce fatale dell'amore si fa strada, arriva sino al cuore di queste donne, con ineffabile accento di seduzione: esse vorrebbero resistere, combattere, rimanere stelle; ma non è possibile: l'abisso le chiama con le sue note misteriose, hanno la follia della caduta, subiscono l'irresistibile attrazione del peccato, del precipizio, dell'annullamento. Dopo aver esaurito nel brevissimo viaggio ogni splendore, si annientano, spariscono nella voragine: ma il cielo resta sorridente, il mondo non le compiange, qualche volta le invidia, esse che compensarono in un solo istante di passione tanti anni vuoti ed inerti.

* * *

Muoiono le stelle--muore anche l'amore. Quando esso s'impadronisce di uno spirito, lo rivoluziona e lo rinnova; diventa il battito del cuore, il pensiero della mente, il fremito delle vene: tutta la vita, anzi tutto l'uomo. Lui potente, lui maestoso ed immortale; senza di lui il deserto, il vuoto, la lettera morta senza lo spirito che vivifica. È la idealità superiore ed intangibile, la realtà splendida, la fede senza macchia, il vessillo invincibile, lo scudo più forte, l'arme miracolosa di Achille che tocca e sana nel medesimo tempo: l'anima s'immerge, si soffoca, si annega, si perde nell'amore. In una parola è il sublime. Pure tutto questo entusiasmo decade lentamente, impallidiscono i colori, si disperdono le forti immagini, si scrolla la credenza; la passione si calma, l'amore ha compiuta la sua parabola, finisce. È una corda che non risuona più, un pensiero spento, un'idea vaga come un ricordo di tempo molto lontano; è entrato nel dominio del passato, non è più nel presente; è inutile ricercarlo più, tentare di farlo rivivere, volerne rinnovare le forti lotte e le delicate impressioni. È un periodo umano e drammatico, perfettamente cessato.

* * *

Cadono le stelle innumerevoli e lucide: nella strada bagnata e polverosa, sulla soglia delle povere case siedono le popolane, parlando vivamente nel loro poetico e rude dialetto. Fra lo spazio angusto dei chiassuoli si scopre una striscia strettissima di cielo e quelle donne vi rivolgono spesso lo sguardo--quando una stella fila, esse dicono fra loro senza alcuna meraviglia:

--È la notte di S. Lorenzo.

Perchè corre tra il popolo una pia leggenda:--si dice che quando S. Lorenzo fu martirizzato, le stelle, abituate da lunghissimo tempo a tanti cruenti spettacoli, ebbero sì gran pietà dei suoi tormenti che caddero dal cielo per tutta la notte, come lagrime infuocate. E non è forse il solo caso in cui la coscienza popolare propone e risolve uno dei più terribili dubbi della scienza.... Chi sa, chi sa! quando muore l'amore, quando scompaiono le stelle, sulle labbra contratte dell'uomo spunta un sorriso vittorioso: la più grande ricerca dell'umanità è la vita e la sola prova di essa è sicuramente la morte.

VILLEGGIATURA.

È inutile contrastarlo: ai periodi bisogna crederci. Prima nemmeno io poteva ammetterli, ripugnando istintivamente da tutto quello che è monotono, cadenzato, convenzionale, rivoltandomi contro i partiti presi e le opinioni collettive. Confesso l'errore: il periodo esiste. Noi viviamo, soffriamo, ci divertiamo, amiamo per periodi che si seguono e si rassomigliano con ordine meraviglioso; noi, dimenticando facilmente, non ci accorgiamo che una cosa che eseguiamo e ci sembra nuova, è quella di tutti gli anni, della stessa epoca. Ci illudiamo, credendo avere impressioni nuove, sensazioni insolite; non è che una ripetizione continua e regolare di altre impressioni, di sensazioni obbliate. Vi sono due grandi fatti ad esempio: il carnevale e la villeggiatura.