Part 5
Eppure, nel profondo segreto del cuore, Renato amava la fanciulla. Quel cuore che aveva tanto sofferto, in cui si erano scatenate le tempeste della passione e dell'ambizione, quel cuore che aveva palpitato e pianto, riuniva tutte le sue forze di affetto per amare Cherubina. Era un amore intelligente, cioè amore di uomo che ha già amato, amato con la mente, coi sensi, con l'anima e che finisce per riunire in una sola tutte queste espansioni. Era singolare: egli non aveva alcun desiderio di manifestarsi, non lo premeva l'ansia di conoscersi corrisposto. Forse era sicuro di non poter mai risvegliare un affetto simile al suo; forse, con una sublime astrazione, più che la persona, egli amava l'amore. Nelle lunghe veglie invernali, solo, nella sua camera, egli vedeva apparire il volto gentile della fanciulla; egli parlava a quel fantasma, a quel fantasma che egli solo poteva evocare, che era suo, che egli creava dal nulla. Ma la luce mattinale scacciava le ombre, il sognatore ridiventava uomo, e quando Renato rivedeva Cherubina, la Cherubina reale, poteva, senza dolore, non guardarla, non rivolgerle una parola: tutta la notte egli l'aveva adorata, le aveva bruciato l'incenso dell'amore. A che serviva la realtà? Nulla poteva dargli più dei suoi sogni, e forse poteva distruggerli. La fanciulla delle sue notti era una splendida immagine senza macchia e senza debolezze; mentre forse la vera creatura era una semplice e limitata donnina.
* * *
La buona fanciulla che nulla sapeva di sogni e di visioni, che si lasciava condurre ai balli come un agnellino ubbidiente e che al ritorno, toltisi i fiori dai biondi capelli, mormorava le sue infantili preghiere, la buona fanciulla voleva bene a Renato. Però, siccome non era certa che l'amore fosse o no un peccato grave, così si teneva bene stretto il segreto nel piccolo cuore; si nascondeva, credendo far male; chinava i grandi occhi ed arrossiva più che mai. Invidiava la franchezza delle sorelle ed avrebbe voluto dirgli una parolina dolce; ma aveva tanta vergogna, tanta vergogna! Ci era in lei un indistinto sentimento di pudore, quasi che l'amore le completasse e le rivelasse il segreto della vita: certo non osava guardarlo. Non aveva più la mammina, quella cara mammina, al cui orecchio essa aveva mormorato tutti gli ingenui desiderii della infanzia; la mammina se n'era andata e la Cherubina non diceva nulla a nessuno; anzi tremava tutta al solo pensiero che _egli_ comprendesse qualche cosa; e si sedeva in un angolo recondito, lontana dai pericoli.
Passò tanto tempo. Una sera--in un ballo--Cherubina era intenta a rialzare i petali dei suoi fiori, fiori che appassivano in mezzo ai lumi ed ai profumi artificiali; Renato, alle sue spalle, discorreva con un amico.
--Sai? parto--disse.
--Torni presto?
--Non so, non lo credo.
La fanciulla si morse il labbruccio e rimandò indietro le sue lagrime; ebbe il coraggio di non voltarsi e di continuare a gingillar co' suoi fiori; anzi provava un piacere acre in quella sofferenza. Certo, l'amore era un peccato e doveva subirne la penitenza.
Renato partì amandola. Non si dissero neppure addio. Essa pregò per lui; egli portava seco il suo diletto fantasma.
* * *
Due volte si rividero, due volte si lasciarono e gli anni scorrevano. La gioventù di entrambi declinava; le belle ore, le ore delle liete e serene speranze fuggivano per rientrare nel passato; essi passavano volta a volta per le tristi e gioconde vicende che sono di ogni uomo, essi vivevano e la gioventù moriva. Già i volti perdevano la freschezza, già il corso dei pensieri diventava meno tumultuoso, già la vita si faceva più lenta, più lenta. Ma rivedendosi, essi non si trovavano cangiati, perchè serbavano in cuore una eterna giovinezza ed apparivano l'uno all'altra come nei primi tempi del loro amore silenzioso. Avevano serbata la fede senza averla giurata, erano rimasti fedeli ad una idea; Cherubina, prima fanciulla, poi donna, non aveva conosciuto, non aveva nutrito che quel solo affetto, ed era quell'affetto che le faceva brillare gli occhi di una luce dolce e soave, era quell'affetto che rendeva così trasparente la sua pallidezza fino a farle mostrare l'anima, se fosse stato possibile. Portava in sè stessa un tesoro di slanci, di speranze, di aspirazioni; sentiva il cuore dilatarsi sotto la soverchia ricchezza di amore, ed intanto provava una compiacenza a tacere, a restarsene, come sempre, muta in un angolo recondito, calma in apparenza, ma vivendo di una alacrissima vita interna. E Renato immerso nelle ardenti lotte della scienza, consumato dalla sete dell'ambizione e del potere, nella parte di sè stesso più sconosciuta portava una immagine fresca e sorridente, una immagine che egli era sempre rifuggito dall'incarnare.
Ci fu un momento, un giorno, in cui si trovarono di fronte, soli, liberi, senza doveri. Avevano la pace nel volto, ma non nello spirito e l'amore si precipitava alle labbra, quasi ad una meta lungamente anelata. Ebbene, quel momento, quel giorno, essi rimasero freddi, muti, indifferenti. Non trovarono parole, non trovarono sguardi, non li aiutò nè raggio di sole nè profumo di fiori--la natura non voleva forse. Si lasciarono, ritornando ai loro sogni, pentendosi di quel momento in cui avevano arrischiato di perdere il loro tesoro, rivelandolo. Gli anni passarono--morirono.
* * *
Costoro il pazzo mondo chiamerà pazzi e sorriderà della loro follia; ognuno che abbia il cosidetto _buonsenso_ li dirà imbecilli e si stringerà nelle spalle per compassione. Eppure, io so che essi furono felici nel loro silenzio, più di molti altri che delirarono nelle ebbrezze di un amore confessato e corrisposto; e che uno dei loro sogni valse più che mille ardenti realtà. Io so che essi non soggiacquero alle volgarità della vita, e che, rispettosi, non circoscrissero il loro affetto in una cerchia gretta e meschina, dove lo avrebbero veduto morire di sazietà.
Perchè il poeta ha detto che vi sono idee vaste, sconfinate, infinite, che non possono sottomettersi a nessuna forma umana. Forse una di queste è l'amore, il quale è tanto più grande in quanto è inviolato; e forse in questa perenne violazione che ne fanno gli uomini, è il segreto della sua morte.
UN INTERVENTO.
I.
Guido aveva quel giorno l'aspetto di un uomo felice: fronte serena, occhi e labbra ridenti, andatura svelta e spigliata. Ritornava da un banchetto politico--in questo caso la parola _pranzo_ è troppo volgare--dove alle frutta aveva minutamente spiegato ai suoi elettori futuri il suo programma: gli applausi erano fioccati, la cucina del cuoco, lo _champagne_ ed il programma del candidato avevano prodotto molta impressione: l'elezione era assicurata. La sera poi, Guido sarebbe andato ad un ballo, dove avrebbe incontrato la baronessa Stefania, una crudele che cercava da un mese un pretesto dignitoso per lasciarsi intenerire: forse durante un _waltzer_ di Metra o in una visita poetica al _buffet_, il pretesto si sarebbe offerto da sè: la misericordia divina è così grande! Aggiustati quindi i suoi affari pubblici ed intimi, Guido rientrava per dormirsela un'oretta, come il grande Napoleone alla vigilia di non so quale battaglia.
Ma Giuseppe, un servitore vecchio e fedele, come se ne trovano ancora pochi, Giuseppe rimaneva in posizione rispettosa davanti al padrone; sul suo volto si leggeva il desiderio di dire qualche cosa.
--Ebbene?--chiese Guido, che se ne era accorto.
--Chieggo scusa al signor padrone.... volevo dire....
--Purchè tu lo dica presto.
--Il signor padrone ricorda che giorno è questo?
--No, Giuseppe, no.
--Oggi è il suo compleanno....
--Ah!--fece soltanto Guido, la cui fronte si rannuvolò.
--Altre volte.... ai tempi di qualcun altro.... in questo giorno eran fiori dappertutto....
--....Erano, non ci sono più!--osservò Guido con una leggiera mestizia.
--Ci sono, ci sono--disse il vecchio servo smascherando un grosso mazzo di fiori che troneggiava sopra una mensola.
--E chi?...--domandò Guido, ma guardando il volto umile e sorridente del servo, comprese subito.--Tu, Giuseppe?
--Il padrone.... scuserà....
--No, non vi è bisogno di scusa. Ti ringrazio: mi hai fatto piacere con quei fiori.
E il candidato al collegio di Roccacannuccia ed al cuore della baronessa Stefania, si commosse, pensando che nel suo compleanno, al solo servo era venuta la gentile idea di un dono di fiori. Ma fa una lieve emozione, perchè anzitutto Guido era un uomo di spirito. Ora chi appartiene a questa onorevole e ristretta classe di persone, ha il diritto di commuoversi ogni tanto, ma a patto che lo faccia brevemente, senza dimostrarlo all'esterno, e che dopo sia pronto a sorriderne.
--Io vado a dormire un poco--riprese Guido;--mi sveglierai alle sette e mezzo.
--Sarebbe meglio che il signore non dormisse.
--E perchè, savio Giuseppe?
--Perchè stamane, mentre in casa vi era soltanto Girolamo, è venuta una signora. Quando ha inteso che il padrone era uscito, essa ha detto: «Benissimo, appena sarà di ritorno, ditegli che verrò nuovamente questa sera alle sei, che mi attenda ad ogni costo, perchè debbo parlargli di un affare urgente». Ed è andata via.
--Bravo! ed il nome?
--Non ha voluto lasciarlo.
--Uhm! roba misteriosa, qualche rondinella pellegrina. Girolamo ti ha detto almeno.... di che si trattava?
--Sì: giovane, alta, bruna, vestita con molta eleganza.
--Di bene in meglio. La mia curiosità è stuzzicata. E tu credi, Giuseppe, che per questa incognita io non debba dormire?
--Sono le sei. Se essa è puntuale, il padrone non avrà neppure il tempo di stendersi sulla poltrona.
--E va bene, facciamo questo sacrificio alla Dea ignota. Giuseppe, dammi i giornali, attenderò leggendo. Una bruna ed alta! giusto, Stefania ha i capelli biondo-ardenti; sarà un diversivo.
Qui la lettrice alzerà gli occhi dalla pagina e penserà che Guido minaccia di essere un Don Giovanni; niente affatto. Non nego che ai suoi venti anni Guido era tanto ricco di cuore da adorarne anche tre alla volta; ma poi era venuta la sua grande passione in cui ce lo aveva rimesso tutto il cuore, poi per una sciagurata combinazione la felicità era crollata come un castello di carta e la grande passione soffocata e seppellita nel passato. Dopo due anni impiegati a farla morire, Guido aveva ripreso la sua vita da giovanotto, un po' qua, un po' là: ma erano fuochi di paglia.
--Signore, signore--disse Giuseppe, rientrando tutto turbato.
--È venuta?
--È in salotto.
--La conosci tu?
--No, no.... non la conosco--rispose il servo balbettando.
Ma il padrone era già presso la porta del salotto, dove si fermò un momento per contemplare l'incognita. Costei stava ritta presso il tavolo sfogliando l'_album_ delle fotografie; voltava le spalle alla porta, sicchè non si distingueva altro che una figura alta e graziosa, vestita di un ricco abito di seta nera, carico di merletti.
--Signora....--disse Guido, avanzandosi.
Quella si rivolse subito: Guido provò come una scossa elettrica, e per celare la grande meraviglia che gli apparve sul volto, fece un profondo inchino.
--Non disturbo?--chiese ella, sedendosi con molta scioltezza, dopo aver risposto al saluto.
--Per nulla; sono a vostra disposizione.
--Peggio per voi se questo è un complimento; io sono disposta a profittarne.
--A mio rischio e pericolo dunque--replicò Guido sorridendo--compiacetevi di parlare.
La signora (in confidenza si chiamava Emma) carezzò un poco il pelo morbido del suo manicotto; pareva che, sicura delle sue idee, cercasse una forma efficace ad esprimerle. Guido si distraeva a guardarla; era proprio lei, sempre bella, sempre affascinante come il primo giorno che l'aveva vista; anzi adesso gli appariva completa, perfetta. Il profilo sempre puro era più deciso, più fermo; la carnagione bruno-pallida si era colorita di una leggiera tinta rosea; gli occhi che prima erano soltanto vivaci, avevano preso un'espressione profonda; quella donna aveva vissuto e sofferto.
--Avete mai recitato la commedia?--chiese lei infine.
--Si vive nel mondo, signora....
--E si recita da mane a sera. Benissimo, vedo d'aver fatta una domanda inutile. Dunque domani la reciterete ancora; ma vi avverto che avrete una parte seria e che il successo sarà difficile a conseguire.
--Tutto dipende dagli attori e dal pubblico.
--Avrete me a compagna.
--Conosco la vostra valentia.
--Nel fingere?
--Nel recitare. Sarà un proverbio?
--Sì, ma senza la moralità negli ultimi due versi. La moralità è nello scopo della rappresentazione: si tratta di un'opera pia.
--Viene da voi--disse Guido con una velatura d'ironia.
--Vale a dire?
--Che voi siete pietosa; e che io non capisco ancora.
--A momenti. E ditemi.... siete in corrispondenza con mio padre?
--Sempre; ma saranno ora due settimane che non mi scrive.
--Invece io ho ricevuto ieri una lettera. Mi scrive che sta bene e che domani arriverà a Milano col treno delle dieci e venti.
Questa volta Guido non credette dover celare la sua sorpresa.
--Domani?
--Proprio domani.
--Vostro padre che non si muove mai?
--Si trova di passaggio per andare a Napoli e fa una breve diversione per vedere....
--Sua figlia....
--E suo figlio, dice lui.
--Sicchè?
--Sicchè ci troviamo in un grazioso impiccio--disse Emma distendendo il piede sopra uno sgabellino di velluto.
--Lo chiamate _grazioso_?
--Non sono solita a pronunziar paroloni. Pure bisogna trovare un rimedio.
--Io non ne veggo.
--E siete un uomo politico, un uomo di spirito? A che vi giova aver imparato l'arte dei sottili sotterfugi, delle transazioni delicate, delle frasi leali e.... molto diplomatiche?
--Se continuate così, io troverò molto meno il rimedio.
--Bah! io l'ho trovato.
--Lo sapevo.
--Siete cortese anche nell'intenzione.
--Vorrei esserlo nei fatti per voi.
--Vedremo. Dunque vi diceva che un mezzo c'è. Eccolo qui: io, a niun costo, voglio fare sapere a mio padre la verità....
--La triste verità.
--Aggettivo inutile. Mio padre ne soffrirebbe molto ed io avrei un rimorso cocente della sua sofferenza: le colpe dei figli non debbono essere piante dai padri. Finora, per le mie cure e per le vostre, per la lontananza, per la nessuna conoscenza che egli ha di persone milanesi, gli è stato risparmiato questo dolore. Ma domani, tutto questo bell'edifizio di pietose menzogne cadrebbe, e sa Dio quali ne sarebbero le conseguenze. Occorre impedire ciò assolutamente; voi mi aiuterete in quest'opera. Che egli ci ritrovi domani insieme come ci ha lasciati; che non una parola, non un gesto gli riveli il vero stato delle cose: ecco quanto dobbiamo fare.
Tutto questo era stato detto con voce seria e grave, e seriamente Guido lo aveva ascoltato. Pure non rispose subito: rifletteva.
Emma s'impazientì:
--È la commedia, come vedete--essa riprese.--Una commedia per beneficenza, non vi dovrà costare tanto.
--Per me sono pronto. Non temete che avvenga qualche equivoco?
--Quale?
--I servi....
--Darete licenza per domani al nuovo servo che ho trovato stamane. A Giuseppe parlerò io.
--Benissimo: e se viene qualche amico importuno?
--Per domani non riceverete.
--Suppongo che andremo a prendere vostro padre alla stazione e che ve lo ricondurremo; la gente che ci vedrà uniti, che dirà?
--La gente non ci vedrà; andremo nel _coupé_ e di corsa.
--Vostro padre resterà qui una giornata: per quanto sia buono ed ingenuo, credete che non si accorgerà di trovarsi nella casa di uno scapolo?
--Questa sera farò portare qui il mio tavolino da lavoro, i miei libri e la mia musica: sarà la _messa in iscena_.
--Pure....
--Vi è forse qualche cosa di cambiato nelle camere?
--Nulla vi è di cambiato--rispose Guido con voce grave--la vostra camera è intatta, quale la lasciaste.
--Fate del sentimento?
--V'ingannate, fo del rispetto.
--Grazie; avete altre obbiezioni?
--Nessuna più: resta a vedere se saremo capaci d'ingannare il bravo signor Giorgianni.
--Facendo gli sposini affettuosi? Ci ricorderemo i tempi antichi: le scioccherie del primo anno di matrimonio--disse con sarcasmo Emma.
--Io le aveva dimenticate--rispose prontamente il marito.
Si guardarono in viso, scambiando un'occhiata da duellanti che si riscontrano di prima forza.
--Ma forse io sono un'egoista, a pretendere di sequestrarvi per una giornata intiera. Domani non avete altri impegni?
--No, alcuno: avendone, li lascerei.
--Grazie, di nuovo; per questa sera, poi, siete assolutamente libero: io non ho bisogno di compagnia.
--Come, di compagnia?...
--Certo, io rimango qui stasera. Attendo le mie robe, come vi ho detto: ed intanto mi occuperò ad ordinarle, a disordinarle in modo che sembrino essere state sempre qui. Ma a voi non voglio dare maggiori fastidi; uscite, ritornate a quell'ora che vi piace: fino alle dieci di domani siete un cittadino indipendente.
--Infatti dovrei andare ad un ballo; pure, se volete, rimango.
--E perchè? dovremmo fare conversazione, e fra noi non ci è da dire niente più.
--O troppo; avete ragione. Sicchè chieggo permesso per andare a vestirmi.
Emma s'inchinò e Guido uscì, come un uomo scevro di cure e libero di spirito. Ma dentro era un po' scombuiato; infatti l'avventura era meravigliosa ed egli ci pensava, ci mulinava tanto che al ballo fu distratto in modo deplorevole. La baronessa Stefania gli gittò sguardi fulminei che egli ebbe l'impertinenza di non vedere: anzi, profittando di una quadriglia che teneva occupata tutta la sala, egli se ne andò senza salutare nessuno.
Ritornato a casa, si ritrovò in un ambiente trasformato, insolito, nuovo, era stata data aria al grande salone, chiuso da tanto tempo; nella camera da letto erano accesi i lumi, gli armadii erano spalancati, si sentiva un sottile odore di violetta. Nel salottino il pianoforte aperto e la musica squadernata sul leggìo, dei fiori freschi nei vasi, cangiato l'ordine dei mobili, ed Emma in veste da camera, che si adergeva sulla punta dei piedi per prendere una statuetta da un'_étagère_.
Era un sogno quello? Emma in casa che lo attendeva... cioè i tre anni di assenza cancellati, cancellato quel doloroso giorno della separazione... che follie!
--Buona sera--disse Guido e passò.
--Buona sera--rispose lei senza voltarsi.
II.
Mi è d'uopo confessare, che malgrado la stranezza degli avvenimenti, malgrado i dubbi del domani, in quella casa, per quella notte, non ci furono insonnie, nè guanciali bagnati di lagrime. Emma era persuasa che la commediola da rappresentarsi non avrebbe cangiato nulla all'avvenire, e Guido aveva dal canto suo la medesima persuasione; si conoscevano troppo bene e sapevano che nulla, nulla poteva più riunirli. Emma, entrando nella sua antica camera, pensò di essere all'albergo; e Guido nella sua si addormentò dopo tre pagine di Herbert Spencer (non intendo calunniare il filosofo, ma il mio eroe avea sonno).
Era vero, nulla poteva più riunirli. Per maritarsi avevano commesso mille stranezze: Guido era corso dietro ad Emma da Firenze sino a Napoli, aveva passati tre mesi sotto le sue finestre; Emma gli scriveva ogni giorno una lettera di otto foglietti e stava tutta la notte sul balcone. Il padre di lei, un po' di buona voglia, un po' per forza, finì per consentire come consentono tutti i papà di questo mondo. In fondo, in fondo, egli era una bravissima persona ed aveva tergiversato perchè gli doleva di allontanarsi dalla figliuola: pure, temendo di vedersela ammalare, disse di sì. I due sposi, schiettamente felici, si adorarono per tre anni di seguito. Non dico che mancassero fra loro le questioncelle, le gelosie, sovratutto da parte di Emma. Essa possedeva un carattere estremo, orgoglioso, irruente; non sapeva amare o odiare a mezzo: invece Guido le si opponeva con quella tinta di freddezza, con quel sorrisetto menomatore ed ironico dei caratteri medii. A volta si urtavano vivamente, ma la pace dopo sembrava più bella.
Un giorno, non so come, Guido ritrovò un'antica fiamma; si rividero, ricordarono, ci corse un biglietto ed un convegno. Guido vi si lasciò trascinare più per debolezza che per un trasporto; più di tutto si vergognava della figura di collegiale. Come lo seppe Emma? Fu un servo imprudente, un'amica zelante, una lettera smarrita? Non si sa, ma fu per certo una prova sicura e lampante: perchè tutto l'amore cieco ed ardente che sentiva per suo marito, le si convertì in un freddo disprezzo. Non trovò per lui una scusa, si sentiva ferita a morte nel suo affetto e nel suo orgoglio di donna felice. Fece venire suo marito e con una calma meravigliosa, senza che mai la voce le tremasse, gli annunziò che si sarebbero divisi senza strepiti, senza scene. Egli strabiliò, per la sorpresa; volle reagire, sorridere, prenderla sullo scherzo, attenuare la sua colpa, ma la moglie gli rispose così fiere e severe parole, che egli dovette tacere. Gli pareva ridicolo continuare a giustificarsi, accettò tutte le condizioni da lei impostegli e la lasciò andar via: la giudicò una donna superba e disamorata. Cercò distrarsi, come ho detto, negli affari, nella politica, negli amoretti; assunse un contegno franco, fece il trascurato e lo scettico; ma solo, in compagnia della sua coscienza, sentiva che la sua vita era infranta e rovinata.
Rivide la moglie due o tre volte, di lontano: si salutarono come due persone che appena si conoscono, l'uno non cercava mai dell'altro; del resto essa faceva una vita molto solitaria, non frequentando mai i teatri e le feste, mentre egli si gittava a capofitto nei rumorosi divertimenti. Si trovavano di accordo in un solo punto: scrivere al padre come se nulla fosse stato; vale a dire notizie stereotipate. Per esempio, Guido scriveva: «Emma sta bene, credo che vi abbia scritto, vi saluta tanto, abbraccia sua zia.» Ed Emma: «Guido sta benissimo, è molto occupato, non potrà accompagnarmi ai bagni.» Così, reggeva, attaccata ad un sottil filo di seta, la felicità del signor Giorgianni.
Nel rivedersi, dopo quell'ultima e crudele giornata, marito e moglie furono molto turbati. Per venire in casa del marito, per vincere le sue esitanze, per assumere quel contegno gaio ed ironico, Emma aveva dovuto domare il suo orgoglio. Per mio padre, per mio padre! andava ella ripetendo per darsi coraggio, ma quello che l'aveva più sollevata fu la gentile freddezza di Guido. Il loro era stato un dialogo cortese, ossequioso, senza allusioni al passato od all'avvenire, salvo qualche frizzo leggiero: non ci erano stati tragicismi, recriminazioni; si erano comportati da persone savie, positive. E il domani?
Il domani sarebbe lo stesso: un po' di finzione, un po' di spirito, essere calmi, non tradirsi mai, celare l'inquietudine sotto il sorriso, dire una filza di bugie ufficiose, e riaccompagnato il papà alla stazione, farsi un grande saluto e dividersi: ognuno per la sua strada. Di conciliazione, nemmeno l'idea: Guido non avrebbe mai detto la prima parola, Emma non avrebbe mai perdonato.
Quindi ognuno, dal canto suo, aveva l'animo in pace.
III.
Avevano allora allora finito di pranzare, il signor Giorgianni sorrideva contento e beato, e i due attori si sforzavano di sorridere anch'essi. Ma tutto quello che era loro sembrato facile la sera innanzi, diventava difficilissimo al momento di eseguirlo. Dal mattino, dall'arrivo del padre che li aveva uniti in un abbraccio, erano costretti a darsi del tu, a chiamarsi per nome, ad usarsi quelle affettuose compitezze che sono di due sposi ancora innamorati: e per una parola, per una intonazione di voce, per un ricordo fuggevole del passato, Guido impallidiva, Emma arrossiva ed un imbarazzo visibile regnava fra loro.