Part 4
Gli amori delle piccole città non hanno molta varietà: per lo più sono relazioni che cominciano con l'infanzia, seguitano nelle partite di _mosca cieca_ si manifestano solitamente nei balletti famigliari, continuano nel giuoco della tombola e si completano sempre davanti al parroco ed al sindaco. Sono amori risaputi, sorvegliati, stabiliti, registrati nelle entrate e nelle uscite della casa; protetti dai nonni brontoloni, dagli zii preti; conosciuti da tutta la città; amori senza nervi, senza lagrime, senza tenerumi, senza fantasticherie; qualche cosa di molto calmo, di molto lento, la cristallizzazione dell'amore. Ma Carlo Pasquali aveva avuto l'incomparabile fortuna di passare, in una volta, quindici giorni a Napoli, il che gli faceva guardar con disprezzo gli usi provinciali; ma Maria Dericca, la notte, ad un lumicino fioco, aveva pianto sulle sventurate eroine del Mastriani e le aveva invidiate nelle loro fantastiche passioni; quindi a quei due ci voleva un amore eccezionale. Fa prima uno sguardo furtivo, una paroletta mormorata pianissimo eppure intesa con singolare percezione, da colei che doveva udirla, un garofano caduto da un balcone per colpa sicuramente del vento, un subitaneo pallore di lui, un subitaneo rossore di lei; poi coll'intervento armato di un ferro da stirare di una biricchina quindicenne che andava a stirare in casa di Maria, un bigliettino, una breve risposta; una letterina, una letterona, ed infine quei volumi di otto o dieci foglietti che segnano il più alto punto della follia amorosa.
Ahimè! furono brevi le gioie dei due giovanotti e rapidissimo giunse il dolore a dileguarle. Furono visti, spiati, le novelle giunsero ai relativi papà e tutti i fulmini delle ire paterne, inasprite da undici processi, caddero sulle teste dei poveri amanti. Si chiusero i balconi, fu messo il catenaccio alla porta del terrazzo, si contarono i garofani sulla pianta, le passeggiate furono proibite, o almeno fatte senza annunzio, l'ora della messa fu cambiata ogni domenica--ma quei due continuarono ad amarsi. I rabbuffi, le prediche, le proibizioni, le difficoltà, non valsero che ad infiammare il loro amore: la notte, nell'inverno, Maria si alzava, si vestiva, si avvolgeva in uno scialle, con le pianelle, rattenendo il fiato, tremante dalla paura, scendeva nelle scale, ad un finestrino del primo piano; l'amichetto era nella strada, addossato alla muraglia. Così conversavano per due o tre ore senza curarsi del freddo, della pioggia e del sonno perduto; conversavano senza vedersi, a cinque metri di altezza, tacendo ad ogni rumore di passante, riprendendo cautamente il discorso, col timore continuo che i parenti di Maria si alzassero e la ritrovassero in quel colloquio aereo. Ma che importava loro tutto questo? Avevano nel cuore la luce, il sole, la primavera, il coraggio, l'entusiasmo; venisse pure il re, non si sarebbero mossi. Invece il fratello di Maria, una notte che non poteva dormire, si alzò di letto e trovò la porta socchiusa, scese per le scale, udì un mormorio e colse la sorella sul fatto; poco complimentoso sbarrò le imposte sul viso a Carlo, dette uno schiaffo sonoro a Maria e se la riportò in casa. Dal mattino fu murata la finestruola del primo piano, malgrado la scala ne rimanesse un poco oscura.
O voi, fedelissimi amanti che vi desolate nelle pene di un amor contrastato, immaginate la disperazione di quei due! Le loro lettere non si potevano più leggere, perchè le lagrime cancellavano le parole; filze di punti ammirativi da sembrare soldati prussiani sotto le armi, seguivano le diuturne imprecazioni alla sorte, al destino, al fato e ad altri esseri impersonali che non potevano rispondere; mille progetti fantastici erano creati, discussi e poi rigettati. Carlo avrebbe voluto fuggire con Maria, ma suo padre non gli lasciava danaro e sarebbe stato difficile riunire le nove lire e cinquanta per un viaggio in due sino a Napoli; pensarono per un momento al suicidio, ma.... trovarono che non risolveva le difficoltà. Poi a lungo andare il loro amore divenne sistematico, le imprecazioni furono sempre le medesime ed essi non poterono andare a letto senza aver _versato sulla fedele carta la piena del loro dolore_. Nel paese non si parlava che del loro incrollabile amore e dei loro tormenti; erano l'oggetto dell'interesse generale; se giungeva un napoletano lo conducevano a veder le rovine del loro anfiteatro e gli narravano il caso di Carlo e Maria. Quindi i due giovanotti, carezzati nel loro amor proprio, si atteggiavano ad un contegno di circostanza. Maria era pallida sempre, con un'aria malinconica, non sorridendo mai, parlando sempre alle amiche del suoi giorni senza gioia, rifiutando di divertirsi, contenta di somigliare tal quale ad una eroina del Mastriani. Carlo andava a fare delle passeggiate solitarie, era sempre di pessimo umore; ai balli non si moveva mai da un angoluccio, contento che intorno ad esso si mormorasse: Povero giovane, quell'amore sfortunato gli rattrista la vita! Nei circoli, nelle festicciuole, nelle visite, con la monotonia instancabile della provincia, ritornava sempre il discorso dei due amanti, e chi avesse qualche notizia fresca su di loro era accolto a braccia aperte: Carlo e Maria portavano dignitosamente il peso della loro popolarità.
Infine, non so dopo quanti anni, quattro o cinque mi sembra, di questa lotta continua, di questi pianti cotidiani, di questo amore allungato, allungato, mantenuto vivo dai dissidi, le cose cangiarono di aspetto. Vi fu una brava persona--ce ne sono ancora--che con molti sforzi di loquela persuase i genitori che ai processi ci si rimetteva del proprio e molto, testimoni i due avvocati che si erano arricchiti alle spalle dei clienti; che quei due giovanetti si struggevano ed avrebbero dato nel mal sottile per quell'amore contrariato; le case erano daccanto; daccanto i possedimenti; Cristo aveva perdonato, perdonassero anch'essi, se voleano trovare perdono; tante ne disse, tante altre persone, mosse dall'esempio, ci si interposero, che le quistioni vennero ad una transazione, la quale aveva per primo capitolo il matrimonio di Carlo con Maria.
Qui certamente tutti supporranno che i giovanotti furono consolatissimi e supporranno il vero: ma il mio obbligo di novellatrice sincera mi costringe a dire che nel loro primo colloquio libero regnò un grande imbarazzo. Si erano abituati a vedersi di lontano, alla sfuggita; a parlarsi da un primo piano alla strada, nella oscurità, falsando o smorzando la voce: si trovarono molto diversi, forse un po' ridicoli; non avevano argomenti di discorsi, tacevano spesso, affrettando col pensiero l'ora che dovevano lasciarsi. Non vi erano più imprecazioni e lagrime da mescolare con l'inchiostro, non si scrissero più. Tutto era libero, piano, facile davanti al loro affetto: non dovevano pensare alle sottigliezze per ingannare la vigilanza dei vecchi, non avevano più nessun gusto al mormorarsi qualche parola in segreto, non facevano più progetti ardimentosi per l'avvenire. Si sarebbero sposati prosaicamente, senza ostacoli, come tante altre coppie sciocche. Quei del paese non badavano più a loro; passata la meraviglia ed i commenti sul matrimonio, Carlo e Maria non destarono più l'attenzione, non si parlò più di essi, non si notò più il loro contegno; cessarono di essere additati come esempio di fedeltà. Adesso si portavano gli occhi sulla moglie del pretore che era accusata di avere una simpatia poco tribunalesca per il sostituito procuratore del re: caso gravissimo.
I due amanti si sentirono abbandonati, una grande freddezza si ingenerò fra loro. Carlo trovava che le virtù della sua fidanzata, quelle virtù che rifulgevano nelle lettere, si appannavano nella casa; Maria pensava spesso che Carlo era un poco triviale nei suoi gusti e che finire con un matrimonio stupido un amore così tempestoso, era indegno di una lettrice del Mastriani. Vi fu fra loro qualche paroletta vivace sulle _illusioni smentite dalla realtà, sui miraggi, sugli inganni ottici_ ed altre punzecchiature simili; venne una questione, poi due, poi divennero quotidiane. Una sera Maria disse con voce irritata:
--Carlo, lasciamo stare.
--Lasciamo pure,--rispose lui senza esitare.
Ed il giorno seguente partì per un viaggio d'istruzione; Maria andò a Napoli, presso una sua cugina, per pescarvi un marito eroico. Le famiglie si ruppero di nuovo: il padre di Maria aprì una finestra che dava nel cortile del suo vicino; costui per molestarlo fabbricò un colombaio i cui colombi scorrazzavano dappertutto; subito una citazione, una seconda, una terza, i processi ricominciarono, e questa volta, dicevano gli avvocati sorridendo, senza speranza di transazione.
NEL BOSCO.
Quando si entra nel parco, un vivissimo bagliore fa chiudere gli occhi;--ma si riaprono subito perchè si vuol vedere, si vuol sorridere, si vuole ammirare. L'animo è inclinato a trovare tutto buono e bello, la fantasia calza i coturni di festa, ogni pensiero di tristezza è dimenticato; si vorrebbe raddoppiare, triplicare la potenza visiva. Il paesaggio è vasto; sono viali interminabili, tracciati con un rettifilo egualissimo, bianchi, polverosi, senza un sassolino o una erbuccia parassita; ai due lati grandi prati di trifoglio, lasciato crescere a quattro dita da terra e che vi dà una uniformità di verde, senza la più piccola gradazione; a regolari intervalli, gruppi di alberi tagliati a capanne, a scaglioni, non un ramo fuori di posto; enormi masse di acque silenziose e con un moto così lento, che pare siano ferme--ed in ultimo un orizzonte largo, largo, aperto, che non cela nulla. Si guarda tutto questo, si vuole abbozzare un sorriso, ma riesce male, non è sincero; si pruova quasi un senso di delusione: si vorrebbe chiedere se _questo è tutto_ e non si osa per timore di sembrare ignoranti o incontentabili; si fissa ansiosamente l'angolo del viale, sperando di trovare dopo quello il nuovo, l'incantevole. Ecco, l'angolo è girato....: viali polverosi, prati di trifoglio, orizzonte senza fine; è sempre lo stesso spettacolo: allora quelle linee grandi, pure, armoniche, cominciano a stancarvi, a mettervi nell'anima una malinconia indefinita. Questa mestizia viene forse dagli alberi, che hanno un'aria saggia e riflessiva, come persone che abbiano esperimentato la vita; forse si eleva da quelle acque brune e senza riflessi che se ne vanno alla loro via senza fare scappate giovanili; forse è la luce sfolgorante, crudelmente ripercossa dai bianchi viali; forse è la inutile ricerca di un angolo fresco, ombroso, nascosto, dove riposare l'occhio--ed è forse tutto questo insieme. Perchè è lo spasimo della Natura a cui sono state imposte le leggi della prospettiva, della geometria, della idraulica e di non so quante altre orribili parole greche e latine; è la umiliazione, la sommissione di una potenza ad un'altra. Però la vittoria dell'uomo può paragonarsi ad una sconfitta; quello è uno spettacolo magnifico, ma non ha anima, è morto: in quel parco non vi è mezzo nè di amare, nè di sognare, nè di vivere....
--Queste,--ripete la voce fredda e cadenzata della guida--sono le reali delizie....
Se i re hanno solo quelle delizie là!
* * *
In un cantuccio semi-nascosto vi è un cancello. I visitatori l'oltrepassano di rado, perchè giunti a quel punto ne hanno già abbastanza e provano un desiderio vago di fuggire. Solo qualche testa strana, qualche _touriste_ infaticabile, malgrado abbia inteso che quello è il _bosco_ e che non ci si entra in carrozza, si decide ad esaurire le forze delle sue gambe e si fa aprire il cancello.
Qui la vegetazione è libera, le piante crescono invadendo il regno dell'aria coi robusti polloni e penetrando la terra con le grosse radici: i rami si dividono, si moltiplicano, s'intrecciano allegramente. Le fronde salgono, scendono, fanno capolino dappertutto; sono brune in cima, pallide al basso, e presentano tutte le più delicate tinte del verde, da quello opalino, trasparente, aereo, sino al vigoroso e forte che quasi sembra nero. Il sole manda negli interstizi certi raggi sottili sottili che paiono capelli biondi luminosi, getta in terra tanti cerchietti lucidi che sono la sua piccola e ridente immagine; la luce è buona, la luce è soave nel bosco. Malgrado la stagione avanzata spuntano ancora gli anemoni, protetti dalla frescura, e le lucertoline brillanti schizzano tra le alte erbe--i sentieri non sembrano tracciati, vi sono labirinti, crocicchi, salite, discese; ogni tanto un vano azzurro che si allarga, si allarga: è la pianura inondata di luce; è scomparsa, ecco il bosco un'altra volta. Il bosco sorride, parla, canta: si odono dintorno lievi sospiri di benessere, voci indistinte e vaghe, confusi mormorii che sembrano parole di gioia balbettate da labbra infantili. Giungono odori forti e sani, leggermente aspri: sono i profumi energici di quegli alberi vigorosi, è lo scoppio della loro gioventù, è il succhio impetuoso di vita che sale in essi e rompe la corteccia. Calma meravigliosa in tanta vitalità--sicurezza profonda in tanta libertà.
Allora l'azione benefica della natura si manifesta, l'uomo si sente sollevato, sulla fronte bruciata dal sole pare sia passata una mano leggera e carezzevole: entra in lui, per tutti i pori, una nuova parte di vita, di vita ridente e felice. Per la prima volta egli si trova davanti alla più sublime delle verità fisiche, perchè la luce, i profumi, i mormorii gli arrivano come palpiti, vibrazioni di aria; le sue sensazioni sono piene, complete, perfette, ed ognuna di esse riassume tutte le altre e tutte concorrono all'equilibro dell'anima e del corpo. L'uomo pensa; pensa alla stirpe dei primi, vigorosi terrigeni che adorarono la terra come madre e come dea; ai giocondi tempi dì Evandro e di Saturno; pensa alle foreste ombrose, alle sconfinate pianure, alle montagne nevose, a tutti i liberi svolgimenti della natura. L'uomo ama e sogna nel bosco, dove ride la luce e si nasconde la pervinca. E quando domani ritornerà alle strade rumorose, alle sale soffocanti, alle veglie prolungate, porterà in sè un ricordo pieno di soavità e di freschezza; la buona Natura, avrà messo una _nota di verde_ nella affannosa ed incessante lotta dell'esistenza.
_Bosco di Caserta, giugno 1878._
NUOVA CACCIA.
Oh, i bei tempi delle antiche caccie! Lunghissime corse dietro una problematica lepre o una volpe astutissima, colazioni succolenti e sonni profondi, campagne, boschi, colline, dove siete più? La civiltà vi ha distrutte, o belle caccie dei nostri padri: la civiltà, col suo noioso fumo della vaporiera, con le sue armi di precisione, con le sue larghe strade, con le sue nuove occupazioni. Non vi sono più caccie: le ultime si sono rifugiate fra le montagne del Tirolo, in Russia, in Africa, ma da noi l'è finita. Adesso quasi nessuno più si alza allo spuntar dell'alba, per infilare la giacca e gli stivaloni, e ponendosi ad armacollo il fido fucile andarsene a minacciare le filosofiche riflessioni di un tordo o le rumorose moine di una pernice: bisogna andare alla Borsa, al giornale, al circolo, al caffè, soffocare in una sala angusta, piena di fumo e di malignità che si svolge nell'ambiente, opprimersi il cervello con le solite notizie, le usate ed abusate freddure, i quotidiani scandali; fare una cattiva colazione, un peggior pranzo: e poi di nuovo là, donde si esce affranti senza aver camminato, stanchi senza aver lavorato, vuoti di spirito ed annoiati--Oh la civiltà, miseria della nostra epoca!
* * *
Così è, non si va più a caccia. Mentre gli antichi uomini si contentavano di essere grandi cacciatori davanti a Dio, i nostri moderni vogliono essere grandi pubblicisti, grandi statisti, grandi professori, grandi... qualcos'altro, davanti ad un Dio qualunque che molte volte è la società, spesso il denaro, spesso sè stessi, raramente quel di sopra. Ma io casco nell'enfatico; andiamo al fatto. La caccia non ci è più, ma la caccia ci è. Paradosso. Sorriso ironico ed incredulo del lettore. Mia spiegazione: la caccia non è più nelle campagne, ma si è rifugiata nelle città, la materia deve avere un posto: se la si leva da una parte, essa spunta dall'altra--benedette lezioni di fisica! Dunque s'è fatta cittadina e quindi messa in fronzoli e nastri, nè vi garantisco che non usi la simpatica _veloutine_: in città si acquistano tante belle abitudini: tutto sta ad intenderle subito. Ma, venendo al sodo, non si tratta della eterna caccia che danno le signorine alla difficile selvaggina che è un marito, nè di quella che i creditori fanno agli innocenti debitori, non è neanche caccia alla eredità, al testamento, agli onori, alle cariche. È un'altra caccia. Chi la vuol sapere, legga più basso.
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È la _caccia al lettore_. Sì, lettore umanissimo, tu sei l'oggetto della caccia dei letterati, poeti, giornalisti, filosofi, scienziati. A te sono dirette tutte le colossali lettere dei cartelloni, le microscopiche lettere dei cartellini, i trasparenti, le pioggie colorate, tutti gli infiniti e molteplici aspetti della _rèclame_ e della _claque_. Per te gli autori si inginocchiano nelle prefazioni, negli _avant-propos_, nelle platoniche dediche--per averti s'inventano i mille _trucs_ degli abbonamenti, le promesse dei premi favolosi che superano di gran lunga il prezzo che tu sborsi, quasi che il giornale volesse avere il piacere di farti un regalo: curioso disinteresse! Poi le sciarade, immenso campo dove il lettore potrà, mediante un piccolo sforzo di memoria, indovinare, rimanere vincitore, e di che premio! vi so dire. Lettore, per te si fabbrica, per te si traduce, alcuni hanno anche l'ingenuità di creare; per te si legge e per te si scrive; per te si scarabocchia, per te si _toglie_--onesta parafrasi--dagli altri giornali--e tutta questa roba mischiata, unita, condita col pepe di uno scherzo, col sale di una riflessione, con l'olio della raccomandazione alla tua _benignità_, ti vien presentata con un inchino, con un sorriso--si vuole che tu legga. Tu non leggi--o uomo di poca fede!
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Non si legge, non si legge--ecco il secreto tormento di coloro che invece d'imparare un utile mestiere, hanno avuto la felice ispirazione di volere _scrivere_. Il _lettore_ è sparito dal mondo--oh legge sulla istruzione obbligatoria! Come faranno dunque tutti questi nuovi ingegni che hanno assolutamente la smania di comunicarci le loro idee? dove è il pubblico per tanti attori? Io moltiplico gli ammirativi e gl'interrogativi, ma la punteggiatura non è un rimedio, tutt'altro; la piaga rimane la medesima. E dire che del lettore si ha assoluto bisogno, lo si cerca, lo si vuole, lo si va cacciando--e lui duro, ostinato, incredulo, fugge, si nasconde, evita i colpi, para le botte e tira via. E così si vede quell'essere spesso innocente, forse involontariamente colpevole, che è uno scrittore letterario, salutare cortesemente la figlia del portinaio che trova leggendo un romanzo--è una lettrice futura remota; quell'altro bipede implume, grande fabbricatore di _pettirossi_ e di _carote_ che è il giornalista, proteggere modestamente lo speziale dell'angolo che dovrà leggere il suo articolo sulla tassa degli zuccheri--il professore sorridere all'alunno che ha comperato il suo libro--Sono tutte armi quel saluto, quella protezione, quel sorriso; si semina per raccogliere che se poi non si raccoglie nulla, incolpatene la cecità del pubblico poco disposto ad essere illuminato anche _gratis_.
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Vi dovette essere qualcuno che t'insegnò tanta malizia, o lettore--devi avere qualche segreto potere che ti fa forte contro le infinite tentazioni della penna, contro le molteplici e svariate seduzioni che dalla mattina alla sera sono la ricerca degli scrittori: tu sorridi quando ti si chiama _benigno_, _benevolo_, _simpatico_, quando ti si dice bella lettrice; sorridi e passi avanti. Non ti curi della lunga schiccherata di collaboratori che sfilano nei programmi delle riviste, bada, nei soli programmi, quasi che tu sapessi essere quello un mezzo di comprare la gloria, tanto per la rivista quanto pel collaboratore--Tu non cerchi vedere chi si nasconde sotto la moderna invenzione, lo _pseudonimo_; sai forse che lì dietro vi è quasi sempre un nome ignoto, di cui non si deve aver che fare, se lo si lascia tanto comodamente? Tu non sai che farti dell'amore dei libri; ami forse, ma non in quel modo: nè vuoi essere data la legge. Non t'importa che la cronaca ti dica che la gente onesta, pulita, che si rispetta, va a Castellammare o a Montecatini; tu resti un galantuomo, prendi l'asino e te ne vai sul Vomero. Il giornale ti dice di votare pel tal dei tali, tu non ne fai niente. Dimmi, chi ti insegnò queste cose, o lettore? La tua scienza tanto sottile, tanto astuta, tanto fine, dove l'hai trovata?
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Questa volta, a furia di girare e di rigirare la questione, credo di averne rinvenuta la molla segreta e i miei punti interrogativi troveranno una qualunque risposta--se non piace loro, che si stiano. Dunque, studiato, paragonato, osservato tutto, risulta: che si legge poco, perchè si scrive troppo. Che novità, eh? Ma la è così: il campo del pubblico si assottiglia, quello degli scrittori aumenta, ma in quantità non in qualità. Ognuno vuole spifferarci la canzone, la poesia, la novella, il romanzo.--Dopo aver letto le gioie del signor Caio, bisogna sorbirci le disperazioni del signor Sempronio e le bestemmie di quell'arrabbiato di Tizio! I circoli, le associazioni, le scuole, i premi accrescono la terribile mania e siamo inondati di genii in erba, incompresi... perchè non sanno la grammatica--ed atei... perchè non hanno di meglio a fare.--Dinanzi a questa irruzione, il pubblico si arretra, si spaventa, si annoia, perde la fiducia e non legge più; apre i libri quando sono firmati da nomi che conosce, compra il giornale che ha l'abitudine di portarsi a casa, ma davanti all'ignoto, di fronte alla _x_ incognita, fa il niffolo e rifiuta.
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Malgrado questo, la caccia continua, i cacciatori sono accaniti, pazienti, non si scoraggiano, non lasciano la traccia--la selvaggina non si trova, non ci è; è dileguata, scomparsa. E la sorte delle lettere, e l'arte? Mah!..... Dategliele queste lettere, quest'arte, e vediamo se quel caro pubblico dirà di no; ma, a conti fatti, bisogna persuadersene: per _fare_ un libro ci vogliono due persone: l'autore ed il lettore. Nevvero, signor lettore? Nessuno mi risponde: ecco una caccia perduta.
ACACIA.
Acacia, amor platonico _Linguaggio dei fiori_.
Si vedevano in mezzo a molta gente, si scambiavano un saluto breve e distratto, sedevano sempre lontani. Fra loro non ci erano nè sguardi, nè sorrisi. Si conoscevano solo di nome, nulla avevano di comune. Egli, Renato, venuto dalla nativa Germania, diviso dai suoi cari, sotto l'affannoso ricordo di dolori recenti, era serio e grave per natural costume; e frequentava gli allegri ritrovi per non attirarsi la taccia di misantropo. Ella, Cherubina, una fanciulla umile e timida, slanciata nella società prima del tempo, afferrata dal vorticoso turbine del mondo, era piena di stordimenti e di paure. Alla sua delicata natura, alla squisita sensibilità del suo cuore, convenivano meglio la pace ed il silenzio della casa, ma le sue allegre e robuste sorelle se la trascinavano dappertutto; essa che le amava, non osava dire di no. Sibbene, ai balli, ai teatri, ai rumorosi divertimenti, in mezzo ai piaceri, ella portava i suoi occhioni sorpresi ed un volto che arrossiva alla minima emozione.
Ma Renato non sapeva di lei, lei nulla aveva indovinato di Renato--erano estranei. Il caso solo li riuniva nelle sale illuminate, ricche di fiori e di donne: il caso li faceva incontrare nelle vie, dove il mondo felice trascina il suo fasto; il caso solo si compiaceva mettere faccia a faccia la timida giovinetta ed il giovane serio e grave. Essi non si ricercavano.
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