# Dal vero

## Part 2

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Invece la casa nuova, quella dove si andrà, è un amore, un paradiso terrestre. È vasta, ci si può giocar di spadone, vi è lusso di aria e di luce, il Vesuvio entra nella stanza da pranzo, il golfo nel salotto, dal terrazzo si veggono tutte le colline tenersi per mano. I vicini sono roba fina, aristocratica; si è saputo, così di straforo, che vi sono due cavalieri, una contessa, un vice-sindaco, un ex-ministro, figurarsi! Il portinajo, una vera pasta di miele, una perla nascosta nella conchiglia del suo casotto. I mobili andranno sottosopra, vi sarà un grande rimestío, se ne compreranno dei nuovi ed i vecchi avranno la pensione in soffitta; discussioni infinite su questo soggetto. Tutto sarà nuovo, bello, diverso. E quanti cari progetti, quante dolci speranze si realizzeranno nella casa nuova! Si farà il matrimonio di Carolina, il figliuolo ritornerà dal suo lungo viaggio, ed allora che feste, che allegria! Il lavoro progredirà rapidamente, l'ispirazione verrà; non ci saranno i mille guai domestici che menomano e ristringono la mente: la famiglia sarà felice. Ma viene o non viene questo benedetto maggio? Si contano i giorni, si sorride ad ognuno che ne passa, si è soddisfatti, completamente soddisfatti.

* * *

Quando il mese di aprile incomincia, quando l'epoca della partenza si approssima, in mezzo a tanta soddisfazione, si fa luogo un senso di amarezza. Sulle prime è leggiero, inavvertito, si presenta nella solitudine, nel riposo: poi cresce, cresce, si rende assiduo, continuo, non se ne va più. È un dispiacere vago, come di una disgrazia che sia alle spalle; una cura segreta, indefinibile anche per chi la prova; un dolore sordo per qualche cosa che deve mancare o morire. Che cosa è? L'uomo s'interroga, si rivolta, si tormenta, non trova niente, e la pena è sempre là, anzi si va accentuando, si disegna...... Ecco, sarà una debolezza, una fanciullaggine, una _sentimentalità morbosa_, ma si è addolorati di lasciare la casa.

È vero, è vero: il cuore si stringe pensando a quelle stanzuccie dove si è tanto amato, tanto vissuto e che non si vedranno più; pare che dalle vecchie pareti, dagli angoli oscuri partano voci di affetto e di tenerezza; nella notte si ode un susurrio indistinto e carezzevole. In ogni cantuccio vi è una parte di vita, un brano di cuore: sul muro, quel segno col lapis è la misura del bambino che ora l'oltrepassa di tutta la testa--ed accanto quel ritratto, quel caro ed amato ritratto di persona morta! In questa camera la buona madre si è ammalata, e quando la salute è tornata a brillare nei suoi buoni ed amorevoli occhi, essa ha respirato l'aria presso quel balcone: sul balcone dove alla primavera tutte le pianticelle hanno fiorito, dove l'edera, più tenace dell'uomo, si è abbarbicata; sul balcone dove nelle sere estive vi furono tante dolci parole mormorate all'orecchio. E quando vi fu quella grande, grande disillusione, la pace del piccolo studio ha calmata l'asprezza della ferita. Dio, quante memorie! Che fiotto di ricordi!

* * *

La pruova che il passato ha esistito bisogna abbandonarla, bisogna dimenticare; e perchè anche l'ultimo profilo delle rimembranze si cancelli, bisogna lasciare il fedele testimonio della vita trascorsa. Staccarsi da tutto, annullare, fare il vuoto. È uno spasimo acuto. Si vagola per le camere, sogguardando lungamente, quasi a volersi imprimere nella mente ogni linea; non si va più fuori quasi a prolungare i momenti della permanenza; non si scambiano che brevi frasi; le fanciulle sono malinconiche, i vecchi parenti si fanno pensosi. Il giorno della partenza viene: i visi sono pallidi e scomposti, si va e si viene senza far nulla, quasi per distrarsi; si resta seduti sopra un baule a guardare tristamente i mobili che se ne vanno; la casa è piena di persone estranee, di facchini ruvidi, di voci irose; la casa è profanata, manomessa, sembra una chiesa dove sia passata un'orda di cosacchi. I mobili se ne vanno, se ne vanno, e si è ancora lì, in un angolo polveroso a guardare, a prolungare quello strazio interno: vengono i vicini a salutarvi e si scopre che quella gente era buona ed onesta; che tormento! Passano, passano le ore, pare un triste sogno; è invece una realtà--il nuovo abitante è venuto, vuole la casa sua, vi scaccia quasi. Si gitta intorno un'ultima occhiata; lentamente, con le labbra serrate ed un gruppo nella gola, si parte.

* * *

La nuova casa! È un'estranea; non la conoscete, non vi conosce, non avete vissuto con lei, le sue mura sono mute, hanno parlato ad altri; è fredda, vuota, sembra un deserto, sembra una rovina, ci si parla a bassa voce come in una piazza. Sorprese dappertutto; anditi, scalette, porticine, e non si sapeva nulla, ed in quei momenti eccezionali sembrano tradimenti, trabocchetti; la notte non si dorme, si sta a disagio; gli oggetti non trovano il loro posto, tutto va di traverso. Qualche sera, per una soave distrazione, si prende l'antica strada, perchè della nuova casa non si sa che farne; si vuole la vecchia, la vecchia e buona casa che è senza tradimenti, senza sorprese, che ama, parla, compiange--è là che si vuol andare, per viverci come tanto tempo ci si è vissuti, in un ambiente cognito ed amico; ci si vuole restare sino alla morte. Non si può più.

Occorre scrollare il capo, sospirare, rassegnarsi, fino a che il tempo, l'abitudine facciano calmare lo spirito amareggiato; e poi in capo a due o tre anni esser ripresi dalla medesima follia, partire di nuovo, soffrire ancora, agitarsi sempre, fino a far credere che la favola dell'Ebreo Errante sia il simbolo dell'uomo.

VOTAZIONE FEMMINILE.

Nel novembre venturo, quando si discuterà la legge sulle elezioni comunali e provinciali, i deputati _emancipatori_ faranno molti passionati discorsi. Essi diranno, per la milionesima volta, che la civiltà italiana differisce poco da quella ottentotta per quanto riguarda la donna; che l'Europa ci guarda (non sa far altro, povera Europa!); che per formare la felicità delle donne italiane, bisogna conceder loro il voto amministrativo. La Camera esita; poi si turba, si commuove al quadro straziante delle donne italiane pronte a suicidarsi, se vien loro negato il voto, ed il voto è accordato. Ma questo non basta--non basta dare un diritto senza fornire l'occasione di farlo esercitare. Quindi il governo farà bene a sciogliere tre o quattro municipii, o i municipii avranno lo spirito di sciogliersi da sè stessi. Mi figuro allora che cosa vorrà succedere.

Grande agitazione in tutti i _boudoirs_, congiure nei salotti, dialoghi vivaci agli angoli delle strade, nei magazzini di mode, nei palchetti dei teatri: non si pensa più all'amore, alle acconciature, alla maldicenza; a tutto questo ci sarà tempo; le elezioni si fanno così raramente! Le amiche, le parenti, le semplici conoscenze si ritrovano, si ricercano per parlare delle elezioni, per far propaganda, per discutere sui nomi proposti; circolano i bigliettini rosei, profumati, gentili; si sprecano gli abbracciamenti, i baci, le parolette soavi; sono tirate dall'arsenale femminile tutte le riverenze, le cerimonie, le _chatteries_ delle grandi occasioni: le donne cercano sedursi fra loro. Ma con gli uomini diventano gravi, severe, misteriose; ogni tentativo di corte è respinto come sospetto; ogni presentazione è accettata con diffidenza; si passano a rassegna i difetti ed i meriti dei singoli candidati con una grande serietà. Il tale è bruno: ebbene, tutte quelle che hanno fatto degli studi fisiologici sui biondi, gli negheranno il voto; il tal altro, mentre spende una lira e ottanta per comprarsi un paio di bretelle, nega a sua moglie un meschinissimo paio di orecchini di brillanti di cinquecento lire--è un cattivo amministratore, non andrà al Consiglio. I candidati subiscono minuziosi interrogatorii, debbono promettere per mantenere: se no, no. Una signorina con le sopracciglia corrugate e la bocca piena di cifre, domanda ad un eleggibile:

--Nel caso che vi mandassimo al municipio, votereste il progetto per la nuova strada da San Ferdinando alla Villa?

--Sicuramente.

--Bene--e i fondi?

--Una nuova tassa.....

--Su che? Spero non sugli oggetti di lusso!

--Dio me ne guardi!

--Benissimo, persistete in queste buone idee....

--E.... posso sperare?

--Vedremo, signore, penseremo.

Una moglie va in giro raccomandando alle sue amiche la candidatura di suo marito; non parla dei meriti di lui, non dice quello che egli farà, ma susurra amabilmente: «L'ho sempre d'attorno dalla mattina alla sera, sarà una fortuna se me lo mandate a fare il consigliere!» E le amiche mogli, compassionevoli e conscie di quello che significa un marito troppo per casa, danno il loro voto.

Il candidato non si occupa più dei suoi elettori; è invece tutto intento ad accaparrarsi le elettrici: fa grandi scappellate a dritta ed a sinistra, sfoggia abiti eleganti, diventa virtuoso e morigerato come uno sposo novello. La signorina nel 1° piano è elettrice: egli nelle scale le cede il passo con galanteria; la maestra elementare dove va la sua figlietta, è elettrice, egli con un grande affetto filiale va sempre a riprendere la bambina; dovunque trova signore, egli fa valere i suoi principii politici e il petto candido della sua camicia. Deve diventare dolce e pio con le buone anime che si fanno guidare dal parroco, promettendo loro che ristabilirà il cattechismo nelle scuole; ed invece assicurare ad un gruppo di giovani ed allegre spose che le feste del carnevale saranno splendide ed il municipio voterà una bella somma. Infine una meravigliosa miscela, di sorrisi, d'inchini, di concessioni, di promesse che si urtano, si imbrogliano, si contraddicono, si confondono e gli fanno perdere..... se non altro, la testa.

Intanto le donne si riuniscono. Si riuniscono, sicuramente: se sono elettrici hanno il diritto di riunione e di discussione. Me la immagino di qui una sala vasta, piena zeppa di donnine, dove si odono da tutte le parti richieste di aver la parola, dove le oratrici non arrivano mai ad ottenere il silenzio, dove tutte restano d'accordo..... sulla propria opinione. M'immagino il colpo d'occhio che formeranno le _toilettes_ variegate, scure, chiare, a mezze tinte; l'abito cilestro di una moderata che farà risaltare i nastri rossi di una repubblicana, il cappellino _Empire_ di una costituzionale che insulterà quello _Nobiling_ di una socialista, la lotta dei gialli e dei verdi che cercano di sopraffarsi, la serietà del nero che guarda con disprezzo il bianco! E tutte le gentili padrone di questi indumenti che si agitano, che sono nervose, che scoppiano volta a volta in risate ed applausi; ed i ventagli che si animano, le piume che svolazzano, i fiori che hanno le convulsioni! La sento quella oratrice di spirito che avendo un pubblico composto di fanciulle, dice loro queste sole parole:

--Elettrici, votate la lista dei _consorti_! il loro nome, il loro carattere vi è garante della loro onestà!

La sera del sabato non si dorme: e se il diavolo zoppo potesse realmente sollevare i tetti delle case, vedrebbe tutte le teste insonni ed irrequiete sui guanciali. Riuscirà la lista? E _lui_ riuscirà? Sì, no, sì: non si sa, si spera, si teme; quando spunterà l'alba? Infine, viene quest'alba benedetta, è spuntata la grande giornata, si andrà finalmente a votare; la casa è in rivoluzione, gli usci sbattono, il gatto miagola, i bambini che non hanno una chiara idea delle elezioni, strillano; non importa.

S'indossa il costume di circostanza; abito grigio, colletto di tela, cravatta nera, cappellino sull'orecchio, borsellino sul fianco per la scheda, occhialino per sorvegliare le operazioni elettorali e via--per quel giorno vanno all'aria la messa, la passeggiata, l'appuntamento ed il resto. Nelle frazioni si odono cheti fruscii e frasi mormorate anzichè dette; si respirano profumi finissimi; si veggono mani bianche, dalle dita affusolate, sospendersi un momento sull'urna; passano le teste bionde e le brune con un'aria dignitosa, composta e sfilano, sfilano, guardando il presidente--povero presidente, lo compatisco--, sorridendo al segretario, sbirciando le altre elettrici, ma con una serenità, una calma invidiabile. Sono oramai persuase di aver esercitato con coscienza uno dei più preziosi diritti della donna; sanno di aver compiuto una missione, non troppo bene quale, ma è una missione. Aspettando l'esito, non si parla che di incidenti elettorali, di blocchi--anche di blocchi--, d'imbrogli sventati, di trame fallite--e la tal signora che aveva nella manica venti schede, e quelle altre che hanno preso d'assalto il seggio, e le impiegate telegrafiste che hanno votato compatte! Quando si arriva a sapere il risultato, allora succede la vera guerra: da una parte balli, canti, scampagnate, pranzi, brindisi--dall'altra svenimenti, convulsioni, emicranie, lagrime e disperazioni; poi inimicizie, giuramenti di vendetta, legami infranti, amori traditi ed i poveri uomini nei tormenti. Ed il Consiglio? Un Consiglio strano, eterogeneo, o troppo giovane o troppo vecchio, un po' cattolico, un po' libero pensatore, un poco biondo, un po' bruno......

Baie tutte queste: _è tempo, o signori, che la donna non sia più manomessa, è tempo che ella entri nei pubblici uffici, è tempo che le si concedano quei sacrosanti diritti_....

Dio! come si riderà in novembre alla Camera!

IL TRIONFO DI LULÙ.

Novella.

I.

Sofia non alzava gli occhi dal suo lavoro, e le sue dita leggere volavano su quella trina delicata. Invece Lulù girava per la camera, spostava gli oggettini sulle mensole, apriva un tiretto per guardarvi dentro, distratta; era chiaro che essa voleva fare o dire qualche cosa, ma che il contegno serio della sorella maggiore la metteva in soggezione. Provò a canticchiare un po' di canzone, disse un verso di Dall'Ongaro; Sofia parve non aver inteso. Allora Lulù, che non peccava di molta pazienza, si decise ad affrontare la questione, e piantandosi davanti alla sorella, le chiese:

--Sofia, sai quello che mi ha detto _mademoiselle Jeannette_?

--Nulla di molto interessante, per certo.

--Ci siamo con una risposta secca e fredda, da far venire i brividi in estate! Dove prendete il vostro gelo, o mia agghiacciata sorella?

--Lulù, sei una vera bambina.

--Ecco dove v'ingannate, bisavola del mio cuore; io non sono una bambina, perchè mi marito.

--Eh?!

--È appunto quello che mi ha detto _Jeannette_.

--Che imbroglio! Io non capisco niente.

--Or ora, ti narrerò _tutto_, come si dice nei drammi. Ci sarà un racconto... ma Vostra Serietà mi presta tutta la sua attenzione?

--Sì, sì, ma sbrigati.

--Il giorno delle corse al Campo di Marte, ecco il tempo ed il luogo. Tu non vi eri, tu che preferisci i tuoi eterni libri...

--Se divaghi sempre, non ti ascolto più.

--Devi ascoltarmi; questo segreto mi soffoca, mi uccide.

--Ricominci?

--Smetto, smetto. Dunque alle corse stavamo in prima fila sulla tribuna: viene Paolo Lovati e ci presenta un bel giovane, Roberto Montefranco. Soliti saluti e complimenti vaghi, essi trovano dei posti e siedono alle nostre spalle; scambiamo qualche parola, sino a che si ode il segnale della partenza dei cavalli. Ti ricordi che io proteggeva _Gorgona_, senza prevedere quanto essa mi sarebbe stata ingrata... basta, bisognerà rassegnarsi anche all'ingratitudine delle bestie. Una nube di polvere fa scomparire i cavalli. «La _Gorgona_ vince!» esclamo io. «No, dice sorridendo Montefranco, vince _Lord Lavello_.» Io m'indispettisco per la contraddizione, egli continua a sorridere ed a contraddirmi; facciamo una scommessa, una _discrezione_. Infine dopo mezz'ora di palpiti e di ansietà, arrivo a sapere che la _Gorgona_ è una traditrice, che io ho perduto e che Montefranco ha guadagnato: figurati! Gli dico che voglio pagare subito subito, egli s'inchina e risponde che c'è tempo; lo incontro a Chiaja, gli rivolgo un'occhiata che è un'interrogazione; egli si contenta di salutare e sorridere in un modo misterioso. Così al teatro, così dappertutto; io vivo nella massima curiosità: Roberto è bello, ha ventisei anni... e stamane il signor Montefranco padre, mio futuro suocero, è rimasto in conferenza due ore con la mamma!

--Oh!

--Segni di attenzione nel mio pubblico. La visita del papà l'ho saputa da _Jeannette_. Dunque il matrimonio è fatto. Resta a stabilirsi una cosa di grave momento: quando andrò dal Vice-Sindaco, avrò un abito grigio o foglia morta? Porterò il cappello con le sciarpe o senza?

--Come corri...

--Corro? Sicuro: non vi sono ostacoli. Con Roberto ci amiamo alla follia, i nostri degni genitori sono contenti...

--E tu sposeresti un uomo così?

--Che significa quel _così_? Vocabolo elastico.

--Senza conoscerlo, senza amarlo?...

--Ma io lo conosco, l'ho visto alle corse ed alla passeggiata! Io lo adoro! Ieri l'altro, non avendolo visto, rifiutai di far colazione e presi invece tre tazze di caffè, per cercar di suicidarmi.

--E lui?

--Mi sposa, dunque mi ama!--replicò vittoriosamente Lulù.

Ma vedendo il volto di Sofia scolorirsi, si pentì di quella frase imprudente e curvandosi verso di lei, le chiese con affetto:

--Ho detto qualche cattiveria?

--No, cara, no; hai ragione. Chi ama, sposa. Il difficile è farsi amare--e sospirò lievemente.

--Farsi amare, farsi amare!--ripetè irritata Lulù.--È facilissimo, Sofia; ma quando, come te, si ha la fronte severa, gli occhi tristi e la bocca senza sorrisi; quando si vestono abiti oscuri; quando si va in un angolo a pensare, mentre tutti gli altri ballano e scherzano; quando invece di ridere si legge, ed invece di vivere si sogna; quando, giovane ancora, si ha l'aria stanca e vecchia, allora è difficile esser amata.

Sofia abbassò il capo, e non rispose. Le tremavano un poco le labbra come se comprimesse un singhiozzo.

--Ti ho afflitta di nuovo?--domandò Lulù.--Gli è che vorrei vederti amata, circondata di affetto, e sposa... Che piacere se fossimo spose lo stesso giorno!

--Follie queste: io resterò zitella.

--Nossignora, ve lo proibisco, cattiva creatura. Se Roberto è un galantuomo, deve avere assolutamente un fratello celibe; io voglio che abbia un fratello celibe; lo voglio!

In questa entrò la madre, in abito da uscire.

--Vai fuori, mamma?--disse Lulù.

--Sì, cara, vado dal notaio.

--Uh! dal notaio! Roba grave è questa.

--Ve ne accorgerete, signora burlona. Sofia, vieni un istante meco.

--Anche Sofia ha degli affari tenebrosi col notaio?

--Lulù, quando ti deciderai ad essere seria?

--A momenti, mamma; vedrai.

Schiuse la porta, ed al passaggio della madre e della sorella, fece due profonde riverenze, mormorando:

--Signora, signorina...

Quando furono fuori, dalla soglia gridò loro, scoppiando in risate:

--Parlate, parlate pure: io farò le viste di non saperne nulla!

II.

Roberto Montefranco, per solito, non pensava molto: non ne aveva il tempo. La giornata gli fuggiva fra la colazione, la passeggiata a cavallo, le visite ed il pranzo; la sera scorreva dolcissima presso Lulù, la sua fidanzata. Poi ci erano gli affari spiccioli da sbrigare, qualche appuntamento con l'avvocato, qualche contratto da firmare, qualche debituccio vecchio da soddisfare; aggiungete i preparativi della casa e del viaggio nuziale. Appena appena se gli rimaneva una mezz'ora per leggere e un quarto d'ora per isprecarlo alla porta del caffè. Così non lo si vedeva mai assorto in riflessioni profonde, nè si sapeva che egli si fosse mai occupato a risolvere qualche problema sociale: perchè, del resto, Roberto non aveva nulla di tragico o di _eroico_ nel carattere. Anzi godeva di una serenità di spirito invidiatagli da molti.

Quel giorno--un giorno qualunque, di dopopranzo--si era disteso sulla poltrona, una gamba a cavalcioni dell'altra, lo stuzzicadenti in bocca, ed un volume delle edizioni Treves in mano, con la determinazione netta di leggere. Il libro era interessante; ma, caso nuovo e strano, il lettore era molto distratto; dirò di più, era nervoso ed inquieto. Non voltava mai il foglio perchè dopo un paio di versi, le lettere uscivano di posto, saltavano, si confondevano, scomparivano. Roberto, senza sua voglia, partiva per le incognite regioni del pensiero.

.... Papà è soddisfatto, le zie mi mandano la loro santa benedizione, le cuginette sono in collera, gli amici del caffè si congratulano ironicamente, gli amici serii mi stringono la mano--dunque fo bene ad ammogliarmi. Non si può negare che Lulù sia molto graziosa; quando mi fissa con quegli occhietti pieni di malizia, quando scoppia a ridere mostrando i dentini bianchi, mi vien la voglia di stringere fra le mani quella testina leggiadra e di darle tanti e tanti di quei baci! È anche un bel carattere, un carattere d'oro: sempre ilare, sempre di buon umore pronta allo scherzo, piena di spirito, punto schizzinosa, malinconica mai. Andremo d'accordo; io non posso soffrire le fronti pensierose, massime nelle persone che amo: mi sembra che celino sempre un segreto dolore, un dolore che non conosco e che non posso lenire, o di cui forse sono la causa involontaria. Ad esempio, Sofia, la mia futura cognata, ha la virtù di irritarmi con quel suo volto freddo ed impassibile; quando lei compare, l'anima mi si chiude, muore il sorriso sulle labbra e, rilucesse il più bel sole di primavera, mi pare di essere in una oscura e grigia giornata di novembre. Non ho nemmeno più il coraggio di scherzare con Lulù; quella Sofia disperde la gioia. Ella forse si è accorta della cattiva impressione che mi fa, perchè mi saluta senza guardarmi, non mi dà la mano, mi risponde con brevissime frasi; di sicuro si è accorta della mia antipatia. Forse se ne dispiace...

..... Lulù ride sempre. È molto giovane. Non mi rivolge mai una parola sul serio, ed anche quando vuol farlo, non ci riesce e sembra che voglia burlare. Dice di amarmi, poi si mette a ridere e parla di altro. Mi vuol del bene, ma non è un amore disperato. In coscienza, neppure io ci spasimo... meglio così. Per me, ho due teorie chiare, stabilite nella mente: primo, bisogna che i due fidanzati siano dello stesso carattere; secondo, non si deve mai cominciare con una forte passione. Siamo nel caso con Lulù; saremo felicissimi. Andremo a fare un viaggio per l'Italia, ma senza correre, senza affannarci, a piccole giornate, godendo di tutti i comodi, trattenendoci dove più ci piace, osservando anche le più piccole cose. Ci vorranno almeno tre mesi... no, non bastano... mettiamo anche quattro: ho anche piacere di sottrarre me e Lulù, per un certo tempo, alla triste compagnia di Sofia. Ma, domando io, è naturale che alla sua età quella fanciulla debba essere così seria? Avrà ventitrè anni... non è brutta, credo. Anzi ha occhi bellissimi ed un portamento da regina.--Se non fosse così severa, potrebbe piacere. Prevedo che rimarrà zitella: forse questo è il suo cruccio, forse un amore... qualche tradimento... sarei tanto curioso di sapere la causa della sua tristezza... ne chiederò a Lulù quando ci ritroveremo un po' soli...

..... A Lulù piacciono i dolci, me lo dichiarò la seconda sera che andai in casa sua. Bisogna vedere come li rosicchia; i confetti si liquefanno, scompaiono dietro quelle labbruccie rosse, e dopo un momento essa prende una falsa aria di compunzione, per dire che non ve ne sono più. È carina, carina, carina! Mi ha confidato a bassa voce che, quando romba il tuono ha paura e va a nascondere la testa sotto i cuscini; che ha sempre sognato di avere un abito di velluto nero, lunghissimo, col merletto bianco alle maniche ed al collo; mi ha assicurato che sarà gelosa, gelosa come una spagnuola e che comprerà un piccolo pugnale dal manico di acciaio, intarsiato di oro per compiere le sue vendette. È adorabile quando mi ripete queste cosuccie, con quella sua aria fanciullesca e convinta. Anche la Sofia è costretta a sorridere delle follie di Lulù... se fossi intimo con Sofia la consiglierei a sorridere qualche volta; ciò le rischiara il viso..... Quella Sofia! quella Sofia! Chi arriverà mai a conoscere il suo animo?.....

