# Dal vero

## Part 13

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Pure quelle impressioni si dileguarono poco a poco, si attenuarono, scomparvero e vi rimase solo una tinta di malinconia. La suonatrice lontana, persuasa della inutilità dei suoi sforzi, era passata ad un altro pezzo e lo eseguiva alla perfezione; si vedeva che cercava distrarsi, dimenticare quel primo a cui non poteva riuscire. Passò ad un altro, provò il genere serio e quello scherzoso, stancò le sue dita in quel lusso di musica, ma come se le si fosse risvegliata la coscienza della sua inferiorità, ritornò un'altra volta al suo pensiero fisso, a quello scoglio pericoloso--vi ritornò, involontariamente, temendolo sempre: questa volta, davanti alla sua costante incapacità, parve che il medesimo pianoforte desse in un cachinno di scherno. E tutto tacque.

--Ebbene?--chiese di nuovo Giogio, ma con voce singolarmente raddolcita.

--Ebbene,--rispose Clelia,--questa suonatrice mi sconvolge. Sono dieci giorni che essa è tormentata da quella difficoltà ed io mi tormento con lei!

--Perchè?

--Perchè? Non lo so neppur io. Che importa a me di quello che suona? Perchè provo le sue stesse impressioni? Quale legame ci è fra me e lei? Che mi dice la sua musica, che vuol significare quel punto oscuro ed ineseguibile? Io non comprendo, non comprendo e questo aumenta il mio spavento.

Giorgio non le rispose: pensava. Quasi, interrogando sè stesso, si figurava di soffrire come Clelia.

--Ho sempre pensato una cosa, Giorgio. Ed è che noi tutti, scettici o credenti, uomini dal cuore vergine o giovanotti precoci, cervelli positivi o cuori ammalati, tutti, tutti portiamo in fondo all'anima un pensiero segreto, segreto anche a noi.--È latente, ma ci segue dappertutto, noi lo sentiamo, ne abbiamo la coscienza, ma non sappiamo che sia; è una domanda oscura del destino, è un punto interrogativo gittato all'infinito, è il problema insolubile della vita? Chi sa! Noi ridiamo, scherziamo, piangiamo, viviamo, ma portiamo con noi questa incognita paurosa: ad un tratto, essa ci si presenta continua, evidente, assidua. Ci tormenta, ci tortura, perchè non conosciamo la sua natura, quel che voglia da noi e tremiamo che non sia la nostra felicità la quale si dilegua per la nostra ignoranza! Forse è questa lotta con l'ignoto, con l'inafferrabile, questo combattimento con un potere nascosto, che esprime quella musica.

--Forse--disse solamente Giorgio, diventato serio.

--Forse: è la nostra parola. Siamo ciechi e quando apriamo gli occhi, è per vedere il sole che fugge, è per ricadere nella notte. Meglio dormire....

E rivolse la testa, quasi infastidita. Gli orecchini di brillanti, smossi, si rifransero vivacemente; la luna invadeva quietamente l'angolo oscuro dove stava Giorgio, ma egli non si accorgeva di nulla.

Le parole di Clelia gli erano giunte al cuore e ne avevano ridestato il dubbio roditore. Assorto, col sopracciglio proteso, con la fronte abbuiata, egli s'interrogava come Clelia si era interrogata.

Allora, quasi per un'attrazione invisibile, si riudì la voce del pianoforte. La suonatrice tentava per l'ultima volta.

--Dio santo!--disse Clelia, nascondendosi il volto fra le mani. Non mi potrò mai sottrarre a questo imperio? Non saprò mai che voglia da me il mio cuore?

Il momento si accostava; era vicino, vicino....

--Oh! Giorgio, se la conoscete la parola della vita, se la sapete questa idea sconosciuta, ditela per pietà!

--Amore!--disse lui con voce grave.

Quello del pianoforte fu un grido di gioia, di trionfo: la luna aveva annullata l'ultima linea di ombra sulla terrazza, e la pace profonda di quella notte di agosto si era trasfusa nel cuore dei giovani.

MOSAICO.

Noi entriamo nella vita, pallidi e febbricitanti pellegrini, con l'ardente desiderio delle grandi azioni, delle grandi passioni, dei grandi orizzonti; vogliamo, spiriti insaziati, toccare il culmine d'ogni cosa, dovessimo pure da quella vertiginosa altezza scoprire abissi paurosi; il nostro pensiero impone alla nostra volontà ardimenti inauditi: abbiamo in noi una fretta affannosa, che ci fa sentire sempre l'imperioso bisogno del fatto compiuto. E trabalzati, scossi, sospinti, urtati nella lotta perenne fra l'idea e la parola, scomponendo vecchi ideali per formarne di nuovi, calpestando quello che fu oggi la nostra gioia per crearne il dolore dell'indomani, consumati da credenze incomplete e da dubbi che non osano affermarsi, noi siamo intimamente infelici. Perchè noi trascuriamo nella nostra via tutto quello che è piccolo, che è soave, che è benigno; lasciamo da banda un corteo di impressioni leggiadre; disdegniamo le idee troppo vaghe o troppo minute; ci sentiamo pieni di disprezzo per i ricordi infantili, per le ore di tenerezza che assalgono lo spirito stanco dalla soverchia tensione, per il diletto di una bella apparenza; noi perdiamo, noncuranti, una parte di vita, senza volontà di conoscerla, senza volontà di apprezzarla. O fugaci e dolci impressioni, pensieri indistinti e sfumati, sorrisi lievi della natura, pause dell'anima, apparizioni momentanee, angoli freschi e riposati dove si cheta la fantasia; sentirvi, godervi è forse la felicità!

* * *

È una campagna di Caserta; sorge il sole; una striscia rossa è all'orizzonte, si diffonde in un pallido giallo e finisce in un bianco smorto; i monti lontani sono azzurrini, quelli più vicini di un violetto stinto. Sulla via maestra, bianca, polverosa, dove ad ogni quindici passi sorgono mucchi di brecciame bianco, cammina un lavoratore, scalzo, con le grosse scarpe sospese alla cintura, la zappa sulla spalla e la giacchetta infilata ad un sol braccio; un muricciuolo impedisce la vista dei campi lontani, dove il grano attende il venticello di luglio--solo un pino sorge come un uomo tronfio e superbo di sè. Par di sentire il fruscio dei faggi che cominciano ad agitarsi, par di sentire il concerto trillato degli uccelli, pare di veder schizzare le vivaci lucertoline, tanto nervose e simpatiche. Dico, pare; perchè tutto questo è in un acquerello, un gentile acquerello, che mette una nota soave in una orribile camera di città, dove non si vede cielo, dove giungono grida feroci di venditori, fragore di carrozze e fumo di pesce fritto; un acquerello, con un'alba tranquilla ed immobile.

Il palazzo di fronte, di un bel giallo-croma, si cosparge di larghe macchie brune sotto la pioggia, poi si cambia in color legno; le lunghe stille d'acqua, ferite di traverso da un raggio di sole, diventano lucide e sembrano le pagliuche inargentate dell'abito di un allegro saltimbanco. Un fanciullo lacero, in maniche di camicia, con un fazzolettino a scacchi sulla testa, corre sotto la pioggia, cantando con voce acutissima un ritornello popolare, interrompendosi ogni tanto per gittare con un grido un'ardita disfida alla tempesta: il bambino, figlio di nobili signori, è presso il balcone, pallido, ammalato, vestito di pelliccie, solo; e stanco si abbandona a pensare sul ricco libro di immagini che non lo divertono più.

Sul caminetto, nell'anfora di terso cristallo, s'illanguidiscono le rose. Le bianche dal seno lievemente roseo somigliano ad anime candide il cui cuore si apre all'amicizia; quelle color di rosa, dai petali incappucciati, esalano il profumo irresistibile dei cuori segretamente innamorati; quelle _thè_ rassomigliano a damine schifiltose ed aristocratiche; le rosse, quasi sanguigne, hanno l'aspetto tragico; e la nebbia leggiera della brughiera che si eleva su di esse, tempera appena il vigore dei colori forti e sfuma le gradazioni. Ma le rose languiscono, le cime dei petali sono bruciate, tutte hanno in qualche parte un punto nero, una traccia bruna, un'ombra; gli steli sono curvati. Pure il profumo raddoppia, diventa più acuto; lo specchio del caminetto riflette il gruppo delle rose, quello di fronte lo torna a riflettere e lontano, lontano, quasi all'infinito, si ripete senza numero la passione di quei fiori morenti.

Ride e canta sotto il sole di settembre il piccolo porto; i facchini, figure brune ed atletiche, trasportano dalla piatta barcaccia a terra, il carico di carbone; un pescatore dorme raggricchiato nella sua nassa inoperosa; alcuni fanciulli seminudi guazzano presso la riva, poi si rotolano nell'arena calda e fine per asciugarsi e spiccano da capo un grande salto nel mare. Sulla strada, in alto, quasi a picco si ferma il vapore; visi affaticati respirano alla portiera il venticello di ponente; la venditrice di acqua e di aranci va su e giù lungo i binarii: un velo azzurro di viaggiatrice svolazza; il povero cieco appoggiato al braccio di suo figlio augura il buon viaggio a tutti; una bambina, dal vetro sollevato, gitta ai fanciulli che si bagnano, un grappolo di uva nera. Riparte il treno; sotto il sole di settembre ride e canta il piccolo porto.

* * *

Sulla tovaglia damascata di Fiandra, la colazione attende; ma dallo spiraglio della porta non se ne vede che un angolo. Ma nell'aria si aspira un lieve odore di limone fresco; una gamba di pollo arrosto, con la delicata pelle del corpo crogiolata, fa supporre il resto; un'ostrica bruna, rugosa e scabrosa di fuori, bianco-lattea, morbida e lucida di dentro, respira lentamente; in tre dita di Xeres biondo, trasparente, limpidissimo, sono immersi i pezzetti gialli e succosi di una pesca duracina. O ricchi vigneti della Spagna, ardenti come la terra e come lo sguardo delle donne, o freschi ed ombrosi giardini d'Italia, o immenso e benefico Oceano, o gioconda e magnifica Natura, salute!

* * *

Il salotto rotondo, piccolo è tutto foderato di seta rosa pallida, imbottita e fermata da bottoncini come l'interno di una bombonierina di cristallo; sulle pareti morbide, piccoli specchi ovali con la cornice semplice di argento, lucido e terso, come l'acciaio; grandi giardiniere di argento, lavorato con un cesello così artistico da ricordare la mano di Benvenuto Cellini, sopportano gardenie, camelie bianche, rose bianche, garofani bianchi, mughetti, fiori di neve. Tutto d'intorno ha dei riflessi rosei ed argentei, il bianco vi sembra latteo, la linea vi si annulla e diventa una dolce curva; la vita vi deve essere buona. Ed il zuccherino di questa scatola di confetti deve essere una donnina graziosa, rotondetta, una gattina piena di vezzi, una personcina svelta sui tacchetti alti, palliduccia, con i capelli castani, gli occhi castani, le braccia tornite sotto i merletti, le mani piccole e piene di fossetti, una marchesina Pompadour senza cipria e senza nei.

* * *

Le quattro grandi finestre della sala terrena proiettano sulla larga ed oscura via quattro rettangoli di luce: è sera, i forestieri pranzano senza soggezione della gente che li può guardare, le signore sono vestite con eleganza, i camerieri in marsina circolano silenziosi e prodigando inchini. Nella via un suonatore di ghitarra accompagna la voce aspra e stonata del suo collega; un omnibus con un fanale rosso ed un altro verde che sembrano i due occhi strani di una bestia nera, passa lentamente; un giovanotto azzimato, arricciato, col fiore all'occhiello e col cervello in tumulto, corre ad un convegno; un poeta appoggiato al muricciuolo guarda le onde brune e fosforescenti, prestando orecchio al misterioso ritmo del più giovane poeta: il mare.

Cade il giorno in Pompei; ma ad onta della sua solitudine, delle sue rovine, della sua morte, la città non è triste. La giovane coppia passeggia ancora, ma la signora lascia trascinare sulle pietre di lava il suo lungo abito, la persona stanca si lascia un po' portare dal braccio del giovanotto; egli si china ogni tanto a parlarle, sotto voce, sorridendo, guardandola negli occhi--perchè si amano. La guida spiega con voce monotona le antichità; ma dalla persona gentile della donna si stacca un sottile odore di violetta, i cappelli biondi si disfanno nella grossa treccia, l'ombrellino sfiora le pareti dipinte ad affresco, una mano inguantata, lunga, leggiera si è poggiata sul simulacro d'Iside, e _lui_ preferisce quella manina a mille volanti danzatrici greche. Partono; cade il giorno--e Pompei, la città delle belle donne, dei profumi, dei giocondi amori, si fa triste.

SOGNI.

Questo giovane avete dovuto incontrarlo in qualche parte; il suo aspetto ha dovuto colpirvi. Avrete supposto: è amore, forse. No: non è amore il pallore concitato di quel volto, non è amore la febbre di quel sangue che consuma le vene, non è amore il lampo di quello sguardo--i giovani come lui non amano. Sembra meschino compenso al loro spirito battagliero la conquista di una donna; il loro sconfinato ideale non può rinchiudersi nel possesso di un cuore amoroso; la loro ardente realtà è informata da più vasto pensiero che la modesta famigliuola; hanno desiderii, inclinazioni, aspirazioni diverse; sono uomini di guerra, disprezzano la pace. Sibbene prostrati nella polvere adorano una bellissima, perfida e divina amante; l'adorano ciecamente, follemente, pronti come il fanatico indiano a lasciarsi stritolare sotto il carro dell'idolo, sentendo con delizia lo scricchiolio delle ossa che si rompono; l'adorano con tutte le forze riunite e sospinte: nell'arida solitudine della loro anima, essa, la gloria, è il miraggio celeste e fatale, l'oàsi del deserto, l'unica meta della vita e del lavoro.

* * *

Così egli sognava. La politica fu la prima ad appassionarlo. Nella precoce esperienza della sua gioventù, egli sapeva quali minuti ed ignoti congegni muovano il grandioso apparato dello Stato; conosceva le meschine e piccole cause che determinano le grandi azioni; conosceva che le mille facce del poliedro parlamentare mutano di forma e di colore, come cangia la luce che le illumina; sapeva che in quel mondo il vocabolario trasforma il significato delle parole, chiamando ardimento la sfacciataggine, destrezza la furberia e conoscenza pratica degli affari l'abbandono della via vecchia per la nuova. Ma che importava tutto questo?

La poesia drammatica della vita era là; là erano rinnovate le lotte titaniche dell'antichità: il suo sogno era quello di diventare uno di quegli eccelsi lottatori. Ecco: la situazione politica si complica di nuovi avvenimenti, la diplomazia estera diventa incerta, la Corona è pensierosa, l'Europa è attenta. L'aula parlamentare è imponente: sono ivi riuniti i forti campioni che uscirono vittoriosi da tante sconfitte, i trionfatori di un mese e quelli di una giornata, le prime intelligenze italiane, gli oratori eminenti, i parlatori brillanti; la rappresentanza ufficiale è tutta nella tribuna degli ambasciatori; quelle pubbliche riboccano di spettatori--è una grande giornata. Ebbene, essere l'eroe della giornata, essere il solo uomo che possa risolvere la tensione politica; esordire con l'impeto della parola netta, precisa, fulgida, trascinare gli spiriti nel torrente dell'eloquenza, conquidere la ragione col rigore dell'argomento, scorgere con lo sguardo d'aquila il futuro e profetarlo, vedere scossi e meravigliati i nemici, profondamente turbata la coscienza della Camera: poi l'ansietà dell'attesa ed infine, in fine, la proclamazione del voto, vale a dire la vittoria che sarà annunziata dappertutto, unita ad un solo nome, il proprio!

* * *

L'opera d'arte è stata creata nel silenzio della mente, si è maturata sotto il sole caldo della fantasia che le ha donato i più ricchi colori; dopo esser cresciuta e fatta vigorosa, le sono parse anguste le pareti di un cranio, ha domandato la veste per uscire nel mondo, ha voluto la bella forma ed è venuta fuori splendida come una creatura vivente. Ora il mondo deve giudicarla, darle il soffio che la manterrà viva per anni ed anni; per tutte le cantonate, in ogni giornale è annunziata la sera del suo battesimo, al tale teatro. Nei circoli letterari non si parla di altro, gli amici commettono delle graziose indiscrezioni e fanno previsioni poco graziose, i critici si armano della loro schiacciante freddezza, gli autori vecchi sorridono di compassione, i novellini d'incredulità. E l'ansietà dell'artista cresce ogni ora, ogni momento; egli è turbato, inquieto, esitante; a volte spera senza ragione, a volte si dispera senza causa: il suo lavoro gli appare prima buono, poi mediocre, poi diventa una enorme sciocchezza ed infine prende l'aspetto del suo più grande nemico. Ma retrocedere è impossibile; le prime parole cadono nel silenzio pieno di malevolenza e di benevolenza della platea: il pubblico sta in guardia, non vuol lasciarsi prendere la mano da un entusiasmo prematuro, non vuol cedere ad un sentimento di diffidenza; ma è invano, invano, l'arte vince, la natura umana dimentica i suoi propositi, si lascia trasportare, un lungo applauso risuona. Che n'è del cuore dell'autore in quell'istante? Il freno è rotto, il ghiaccio si è liquefatto, uno spirito di gioventù è passato sulla fredda platea e l'ha sollevata in un sol sentimento; fremiti di approvazione, esclamazioni e poi da capo applausi, applausi senza fine; ma sono amici, sono partigiani, sono nemici che acclamano l'autore? Chi sa! Sono mani che si alzano per plaudire, sono volti convulsionati, sono anime che scoppiano, è il pubblico, la folla, il mondo! L'autore, ancora più pallido, si avanza e ringrazia.

* * *

L'aula vasta, fredda, grigia, nuda di arredi; sulla parete scialba il simbolo della giustizia e della misericordia, il Cristo; di fronte il ritratto del re; tavoli e sedie, roba vecchia, triste, dalle linee dure ed angolose. I giudici, cuori morti, anime fatte pietra, impassibili, indifferenti; la figura pallida e severa del pubblico accusatore, destinato alla eterna parte del carnefice morale; i giurati, gente per lo più ignorante, spesso insensibile, talvolta crudele: di sopra a tutti costoro la idea alta, pura, sublime della legge--e contro la legge, fuori di essa, contro lo Stato, contro la società, contro la famiglia, un uomo solo: l'imputato.

No, non solo. Vi è qualcuno per lui, qualcuno che gli è amico, fratello, padre, che per mesi intieri si è occupato di lui, che ne ha studiata, sviscerata la vita, che gli ha sacrificato le ore del diletto e del riposo. Domani quando l'imputato sarà chiuso nel suo cancello di ferro come una belva feroce, quando contro lui saranno esaurite tutte le risorse dell'accusa, quando il pubblico ministero ne avrà chiesta la testa o la galera sorgerà una voce che risponderà per lui. Il difensore si rivolgerà alla mente dei giurati, narrerà loro le più minute circostanze, porrà in luce particolari obbliati, sarà sobrio, evidente, efficace: ed in ultimo si rivolgerà al loro cuore, adopererà la sua eloquenza a colpirli, a farli esitare nelle loro convinzioni, a commuoverli, a farli piangere. Domani forse un innocente sarà ridonato alla sua famiglia o ad un colpevole mitigata la pena: il sacro ministero della difesa ha tanto operato. Ma dite, dite, non deve essere fiero, soddisfatto, orgoglioso quest'uomo che compie una missione ed illustra il suo nome? Che desiderare di meglio quando salgono voci di riconoscenza al suo cuore, applausi alla sua intelligenza?

* * *

Fluttuano innanzi alla immaginazione fantasmi opalini, profili aerei, indefiniti, figurine appena abbozzate: passano nel cielo caldamente azzurro della fantasia le bianche colombe; nella mente del poeta si uniscono, riddano, si fondono, colori, suoni, profumi, sorrisi, apparizioni, baci, sospiri, gridi di passione,--e sopra tutto domina sempre una musica lontana, ora dolce e grave come suono d'organo, ora saltellante e bizzarra come tamburello di zingara. Così si ripercuote, echeggia nel verso che sgorga spontaneo e si innalza, come limpida polla d'acqua: così tutto quello che è amore fremente, gentilezza di sentimento, soavità di dolore, scettica malinconia, si trasfonde nello slancio lirico del poeta. Nella sua anima è così grande il focolare di amore, il suo dolore ha tanto carattere di universalità che la sua voce non gli appartiene più, è la voce del suo tempo; quando egli dice _io_, vuol dire _noi_, quando parla di sè stesso, parla di tutti. Egli è amato, ammirato, odiato, ma non discusso; nessuno osa toccare la sua corona di alloro; qualcuno può imitarlo, ma superarlo nessuno, perchè egli è la più completa manifestazione di un periodo umano, perchè la sua anima eccelsa è l'anima di migliaia di poeti taciturni; lo volesse potentemente egli stesso, non potrebbe diminuire di una linea il suo piedestallo.

* * *

Questi erano i suoi sogni, i sogni che non gli davano riposo, che accendevano in una fiamma tormentosa ed implacabile il suo spirito: erano i sogni che conturbano ogni anima sensibile che si affaccia alla vita. Chi non ha delirato come lui? Chi non ha spasimato come uomo in croce, nell'inappagato desiderio di gloria?

Ora tutto è mutato. Nulla del passato è rimasto in lui: sono crollati gli edifizii maestosi della sua superbia; una parte della sua vita è morta: ora ha una donna gentile daccanto, ha un bimbo ricciuto sulla cui testolina si appoggia la sua mano di padre felice. Ma è ignoto come si svelse dal core la sua passione, la sua tragedia non si conosce; il ferro infuocato con cui cicatrizzò la sua ferita, il coltello tagliente con cui gettò via una parte di sè stesso, non si sono ritrovati. Certo fu un coraggio spaventoso che molti non hanno; perchè molti trascinano sempre e dappertutto i loro sogni ambiziosi; perchè molti preferiscono tentare e cadere, anzichè cedere; perchè molti muoiono di questo male. E quale è la vera via? Chi il felice? Colui che combatte nel vastissimo campo del mondo, davanti agli occhi della folla, ora sotto l'amarezza dei fischi, ora nelle grandi ed aride consolazioni dell'applauso--o colui che si ristringe, ignorato, ignorante, nella famiglia? Io non lo so; e nessuno, nessuno può dirmelo.

IDILIO DI PULCINELLA.

I.

Il sipario era venuto giù in un attimo come in tutti i piccoli teatri dove si manovra con due cordicelle scorrevoli negli anelletti di ferro; dopo pochi applausi l'intervallo cominciava.--Si era in aprile e nel teatro senza apertura si appesantiva un'aria calda e greve; i lumi a petrolio fumigavano un poco; per l'atmosfera della sala lunga e stretta si diffondeva una leggiera nebbiolina; i monelli del lubbione avevano tolta la giacca ed erano rimasti democraticamente in maniche di camicia; la platea si vuotava e nei corridoi angusti girava l'acquaiolo, annunziato dalla monotona voce e dall'acuto odore di anici. Nei palchi grande movimento di ventagli in mano alle signore--e per signore intendo donne, perchè non vi era alcuna stella del firmamento aristocratico. La popolazione dei palchi era per quella sera formata da tre o quattro famiglie della grossa borghesia, inanellate e vestite della rumorosa seta domenicale; di un impiegato municipale con la relativa arca di Noè; delle figlie piccole di un giornalista che era andato al San Carlo con la moglie; delle sorelle dell'impresario, serotine e gratuite frequentatrici del teatro; di una frotta d'inglesi, vestiti di tela bianca e col velo verde al cappello, ed infine di un giovanotto abbastanza misterioso, solo in un palco, che ascoltava la rappresentazione voltando le spalle al palcoscenico, sbadigliando dietro la mano inguantata: una consegna, era evidente. Nessun occhialino: sarebbe stato ridicolo a tre metri di distanza. Il maestro di orchestra, un disgraziato pagato ad un franco e cinquanta per sera, squadernava sul piccolo leggio la vetusta _mazurka_, volgendo una occhiata pietosa agli otto _professori_ suoi colleghi, che si godevano una paga giornaliera variabile da settantacinque centesimi ad un franco.

