# Dal vero

## Part 11

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La porta del palco si schiuse, un giovane entrò: tutte due si turbarono. La bruna arrossì un poco, la bionda alzò uno sguardo lento e profondo su colui che entrava. Era un giovane sulla trentina, alto, simpatico, sciupato ed interessante nel volto; salutò quasi sbadatamente l'ammalata e sedette presso la bruna, impegnando con lei un'animata e vivace conversazione. La donna interrogava, alzava il dito con una graziosa aria di minaccia, sorrideva, arrivò sino a battergli sul braccio col manico del ventaglio; l'uomo s'inchinava, cercava difendersi, faceva dei complimenti; per istanti un'ombra d'inquietudine gli si disegnava sul viso, pure la discacciava e continuava il discorso con molta disinvoltura: quei due obbliavano affatto la presenza della loro compagna. Ma essa li guardava a lungo, avvolgendoli nel fluido dei suoi occhi magnetici, li guardava senza dir motto, ma doveva soffrir molto; le occhiaie pareva che crescessero sempre più, fremevano lievemente le nari con un movimento impercettibile, tremava la mano abbandonata sul velluto rosso del davanzale, le labbra si stringevano; il viso, senza colorirsi, ardeva nel suo pallore.

Rivali dunque. Luisa--immaginai si chiamasse con questo nome gentile la bionda--amava quell'uomo con tutte le forze del suo cuore infermo e la sua bellissima amica glielo aveva preso o voleva prenderselo.

Era uno spettacolo dolorosamente ingiusto: da una parte la salute, la felicità, la bellezza, cioè una di quelle donne senza cuore e senza testa, che fanno il male senza pensarvi prima e senza pentirsene dopo, fredde trionfatoci, feroci ed egoiste, ebbre di vanità, liete di vincere un uomo, solo perchè, vincendolo, feriscono un'altra donna; dall'altra parte Luisa, cioè l'ideale realizzato della dolcezza e della bontà, ammalata, quasi distrutta dalla sua passione, umiliata da quella gloriosa rivale, incapace di lottare, incapace di vincere, Luisa che se ne moriva di quell'amore, di quel disprezzo: in mezzo un uomo affettuoso, ma debole, capace forse di due amori, trascinato senza dubbio da una corrente fatale. Era questo il dramma, il dramma intimo di quelle tre persone: difatti nel palco la bruna raddoppiava i suoi sorrisi che diventavano quasi ironici, moltiplicava le cortesie che erano esagerate, si dava in spettacolo, il giovane era perplesso, inquieto; Luisa si mordeva le labbra e vi accostava spesso il fazzoletto, o nascondeva il volto nel suo _bouquet_ di vaniglia--e quando la Wanda Miller scoppiò nella frase meravigliosa del duetto d'amore dell'Africana: _Sarò gelosa, gelosa, gelosa_, gli occhi della bionda mandarono tale un lampo di gelosia da far tremare i due colpevoli.

* * *

--Dunque la scrivete questa storia?--mi chiese il mio vicino di destra, un amico, un artista, che m'indovinava.

--Perchè no?

--La sapete almeno?

--Me la immagino.

--Non ve la immaginate. Un anno fa quei due sposi si adoravano, si erano presi per amore: bellissima la moglie, intelligente il marito, una coppia eccezionale. Ebbene, ci si mette in mezzo quella palliduccia lì, ricca di languori, sempre moribonda, piena di profumi irritanti, di graziette malaticcie, di veli bianchi, di nastri azzurri e di capelli biondi. Il marito abbandona quella splendida e buona creatura che è sua moglie, per quell'ombra di donna; la moglie lo sa, ma finge per decoro e si rode internamente; egli esita, si tormenta, vuole uccidersi, non ne ha il coraggio, ama la bionda, rispetta ed ammira sua moglie: è infelicissimo. La causa di tutto questo scompiglio ne sorride soavemente: si chiama Tecla, un nome duro; pare ammalata, ma non lo è: quello è il suo stato normale, la sua natura; con le sue delicatezze, con le sue sensibilità, vive meglio di chi sta sanissimo: è assai forte, anzi gode di tormentare le persone belle e vigorose. Per questo ha irretito il giovane che sta là, per questo tortura quei due con una gelosia nascosta ed esigentissima. La scrivete questa storia?

--No, non la scrivo--risposi.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Li rividi sullo scalone. Avanti venivano la Tecla e il marito della bruna. La bionda scendeva lentamente, avvolta nelle sue bianche pelliccie come un uccellino sofferente, stanca, abbattuta, reggendosi al braccio di lui: vi si appoggiava con molle abbandono, ma aveva incrociate le mani, quasi per non lasciarselo sfuggire. Lo guardava di sotto in su, con occhiate lunghe, parlandogli a bassa voce, affascinandolo: vi era nel suo lieve sorriso, nell'atto della testolina cadente, nello strascico lunghissimo di raso bianco un'aria di conquista: essa si portava via quell'uomo come un bottino. Dietro, sola, altiera, avvolta maestosamente nelle pieghe del suo mantello rosso, veniva la bruna; nulla si leggeva nelle linee del bellissimo volto; ella non dava segno di dolore o di sdegno: chiusa in sè, nella forte e coraggiosa anima sua, non chiedeva compassione.

GIORNATA.

Egli--_egli_ significa un mio amico che si chiama Augusto, ma potrebbe significare uno, due, cinque, mille fra i miei carissimi lettori--egli la sera aveva chiuse ermeticamente le imposte, perchè la mattina gli piaceva dormire sul tardi. Pare uno spiraglio ci era rimasto, cioè una sottile e lunga striscia di un azzurro sbiadito che stava là, luminosa e sorridente; egli si voltò dall'altro lato per non vederla, ma scorse sul muro riflessa una colonnina di luce; chiuse gli occhi per riaddormentarsi, ma l'azzurrino sbiadito e la luce sorridente gli ballavano nel cervello. Si alzò volendo essere furioso e si ritrovò, con suo dispetto, di umore buonissimo, anzi si sorprese a canticchiare un'arietta della _Mignon:_ quella doveva essere per lui la giornata delle meraviglie. Era scapolo e quindi faceva colazione in casa: nella unione molto morganatica del latte col caffè, egli notò, come un fatto nuovissimo, che il latte aveva un sapore autentico, anzi odorava del buon odore di timo; sopra una sedia giaceva un grosso mucchio di biancheria ed un fascio di fiori. S'intende che non era uscito dalla bottega di Lamarra, ma lì, su quel bianco, faceva allegria: erano viole-ciocche di quelle rosse e di quelle gialle, poi erba-menta, cedratina, maggiorana ed un ramoscello di ruta: Luisella, una bruna e forte Nausicaa del Vomere, aveva portato la biancheria e i fiori. Allora ad Augusto venne in mente la sua meschina, impolverata ed ammalata flora del salottino--ed andatovi, si fece a scostare il musco secco e trasportò le pianticelle fuori al balcone; vi si trattenne un minuto a guardare l'animazione della strada, poi rientrò perchè doveva mettersi al lavoro.

Tutto era pronto sullo scrittoio, val dire l'_occorrente_ come nelle commedie: la carta candida, rasata, aveva un'aria ingenuamente civettuola, l'inchiostro era nero di pensieri, una puntina nuova e lucida brillava nella penna favorita: erano soddisfatte tutte le piccole superstizioni artistiche. Augusto alzò gli occhi sul calendario, lesse un proverbio rovinato e la nota di un pranzo immaginario ed inutile; scrisse una frase, rialzò gli occhi e si pose a guardare il ritratto..... un ritratto appiccato al muro; quando li riabbassò, la frase non andava più bene e la cancellò. Macchinalmente si alzò, andò fuori al balcone, vi stette un momento e tornò a sedere; ma si trovò seduto di traverso e pel balcone aperto si vedeva un quadrato di cielo sereno, un muro grigiastro illuminato dal sole ed il campanile dello Spirito Santo, i cui mattoni di maiolica gialla e _bleue_ scintillavano; in fondo alla camera la serva aveva spalancato l'armadio, ne tirava fuori certi soprabiti e li spolverava. Insomma Augusto non poteva lavorare, non poteva, senza saperne il perchè; cedeva ad un influsso ignoto, ad una pigrizia insolita,--mentre fu lestissimo a vestirsi e ad infilare l'uscio.

Per la strada tanta gente, tutte le donne belle: era la loro giornata; perchè, a chi nol sapesse, a Napoli ci sono i giorni _fasti_ in cui escono tutte le bellezzine ed i _nefasti_ in cui sbucano le..... altre: le donnine avevano una certa aria più seducente del solito, forse una migliore acconciatura, un velo punteggiato d'oro, un nastro roseo, chi sa! Poi tanti amici, per lo più tutti allegri e loquaci: uno disse ad Augusto di aver fittata una bellissima casa, che l'avrebbe mobiliata così e così, che vi darebbe delle feste e lui rimaneva invitato, s'intende; un altro, che finalmente avrebbe sposato la Concettina, ed Augusto a congratularsi; un terzo, che si era deciso per la carriera diplomatica con speranza di riuscita, ed Augusto ad incoraggiare; un quarto, che voleva scrivere una commedia, sicuro, una commedia da sbalordire e capace di dare una spinta energica al teatro drammatico italiano, ed Augusto augurii. Tutti hanno progetti, pensava egli, tutti sperano in un esito favorevole, ed io? E si mise a fantasticare sopra un lavoro serio che voleva dar fuori, sopra un viaggio, che doveva fare, su certi studii critici che voleva compiere, e camminava leggiero leggiero, salutando, sorridendo, soffermandosi, guardando le vetrine luccicanti e promettenti, sbirciando i bei visini, sino a che un grande vuoto nello stomaco lo avvertì dell'ora del pranzo.

Al pranzo altre novità: certi pisellini piccini e graziosetti vi fecero una timida apparizione ed alla fine, invece degl'immancabili, fedelissimi, gialli ed itterici aranci, si vide un po' di fragole; vederle solo però, che si potevano contare sulle dieci dita, Nè Augusto si ribellò al nuovo ordine di cose, anzi pacificamente prese il caffè, pose i giornali sotto il braccio e andò a leggerli nello studiolo. Pure, malgrado le attrattive più o meno autentiche delle _parti letterarie_, l'amico era distratto e poco capiva di quello che leggeva: dalla strada gli giungevano troppe voci. Era quella cantilena lunga, dolce e lamentosa del ragazzo che, deposto per terra il suo canestro, dice alla gente i meriti dei limoni che smercia; il grido sottile ed acuto della fanciulla che vende le pianticine di rose ed i garofani ancora in bocciuolo; la voce stentorea degli strilloni che annunziano essere _uscita_ la tal cosa e la tal'altra e la tal'altra ancora.

Ed il crepuscolo scendeva lento e dolce come mai non era stato, scendeva senza la tetra malinconia dei brevi giorni invernali; nella strada il movimento cresceva invece di diminuire, le campane si chiamavano e si rispondevano allegramente, perchè era l'epoca delle feste gaie: Santa Matilde, una buona regina che si mortificava lietamente, mettendo dei sassolini negli stivaletti da ballo. Santa Matilde, cioè il genetliaco del re; San Giuseppe, grande e buon protettore delle ciambelle bionde e delle fanciulle bionde o brune; l'Annunciata, una festa poetica e misteriosa; Pasqua, l'idea della nuova nascita che combatte la morte, la migliore delle feste, e nella luce rosea, dorata, infiammata, violetta, grigia, azzurro-cupa del tramonto e della sera, Augusto sorrideva allo scampanío giocondo, sorrideva ai lumi che si accendevano senza che se ne vedesse la mano; si sentiva libero e fresco di corpo, respirava a larghe boccate come se da lungo tempo ne avesse perduto l'abitudine, il sangue se lo sentiva scorrere vivo e giovane per le vene: era contento di sè e del mondo, senza saperne il perchè e noncurante di saperlo.

La sera, quando uscì per andare a teatro, incontrò ancora moltissima gente che passeggiava; alcune fanciulle più ardite avevano abolito il cappuccio di lana bianca ed inalberavano il cappellino della mattina; molti di quegli abiti maschili, informi, sgraziati, mostruosi, che si chiamano _passamontagne_, erano scomparsi: l'aria era buona. Al teatro non molta gente, lo spettacolo ottimo. Augusto si trovava pieno d'indulgenza, applaudì molto spesso; ma guardando nei palchi, lo colpì qualche cosa di strano, una curiosa combinazione senza dubbio. In uno due sposi novelli, lo si sarebbe scorto cento miglia lontano; daccanto due fidanzati, invigilati da una madre e da uno zio; più in là una fanciulla che fissava, fissata, un giovanotto della platea; altrove una moglie, un marito e il relativo amico del marito: la metà degli eleganti abbuonati delle poltrone che occhieggiavano coi palchi: amore dappertutto ed in tutte le forme.

Qui Augusto provò una stretta al cuore; era provveduto di una discreta dose di scetticismo, aveva cento volte messo in caricatura i giuramenti, le promesse, i sentimentalismi morbosi e le passioncelle proibite; si era atteggiato a spirito forte, ad uomo di esperienza, ma quella sera lo scetticismo era svanito e lo spirito più o meno forte gli era corso dietro. Si sentiva triste in mezzo a tanto amore di cui non gli toccava neppure un bricciolo, si sentì solo, povero, abbandonato, indifferente a tutti. Lo aveva voluto lui, del resto: per quale ragione si era rotto con la Giannina che lo amava tanto, che era così carina, così buonina? Era stato crudele con lei la settimana prima, l'aveva tormentata abbastanza, troppo, povera donna--ed ora per castigo gli toccava guardare gli altri e rimanersene a bocca asciutta. Fosse stata là, in quel momento, la Giannina, avrebbe voluto caderle alle ginocchia e chiederle perdono, purchè lo volesse amare ancora un poco. Ma domani, domani..... andare da lei e scacciare il grosso nuvolone e rivederne il contento e fare una gita insieme.....

E tra le fantasie ardenti del suo cervello, passò due ore della notte a guardare le stelle, a parlar loro, egli che si era sempre burlato degli amanti e dei poeti _stellaiuoli_; ma che volete, aveva nell'anima una ricchezza, un rigoglio di vita e di affetto che fugava ogni ironia. Mille idee belle, nuove, ridenti, gli nasceano nel cervello, mille creazioni gli apparivano, l'attività della mente aumentava, si raddoppiava; avrebbe voluto lavorare, scrivere, che i giorni fossero di quarantott'ore, che la lena non gli venisse mai meno, che le mani fossero instancabili..... e lontano, lontano, la Giannina che sorrideva e si voleva nascondere e intanto lo chiamava cogli occhi..... e lontano, lontano, un orizzonte sereno e fiori e musiche e mare scintillante al sole e notti chiarissime.....

Portò a casa i suoi sogni, le sue fantasie, il suo bisogno di agire, di operare; volle mettersi al lavoro. Pure gli ronzava pel capo una domanda, che gli spiegasse i piccoli e grandi misteri di quella giornata: il latte profumato, i fiori, le frutta, la gente allegra, le voci della piazza, il crepuscolo, il benessere, la nuova vita, l'amore, il bisogno di amare e di sognare. Alzò gli occhi e lesse appiedi del piccolo calendario: _Equinozio di primavera_.

--Dunque sogniamo ed amiamo--disse tra sè, quietandosi.

LA MOGLIE DI UN GRAND'UOMO

Vi era una volta una fanciulla--ohimè! quante ve ne furono e quante ve ne sono!--una fanciulla che doveva pacificamente sposare un giovanotto. Costui era un bravo ragazzo, negoziante all'ingrosso di spirito e di zucchero: i suoi buoni amici dicevano che del primo non gliene rimaneva mai in deposito e del secondo troppo, volendo significare, con una ignobile freddura, che era buono e stupido. Viceversa, la fanciulla aveva un professore di lingua italiana che la dichiarava un ingegnaccio; ella leggeva romanzi e parti letterarie di giornali illetterati assisteva a conferenze scientifiche, storiche e poetiche, spiegava sciarade, era immancabile alle prime rappresentazioni, prendeva viva parte alle discussioni critiche ed inutili che ne scaturivano: insomma una fanciulla moderna, una fanciulla superiore. Qui si comprende che prima di diventar tale, il suo matrimonio col negoziante di zucchero e spirito poteva sembrar logico, ma giunta che fu la superiorità si cambiava in una proposizione assurda: poichè ogni fanciulla superiore che si rispetta, deve sposare un uomo illustre o morire zitella. I genitori che amavano molto la loro figliuola, si persuasero di questa profonda verità e licenziarono il fidanzato: egli pianse per un'ora, si disperò per tre giorni, fu malinconico per una settimana e finì per isposare la figliuola di un negoziante in legname. La storia non aggiunge se ebbero lunga prole, ma all'onesto lettore è lecito supporlo.

Intanto la fanciulla cercava il suo uomo illustre e dopo molte difficoltà, ne ritrovò uno; difficoltà, non già per la scarsezza del genere, perchè a sentire i contemporanei siamo nell'epoca delle grandezze,--ma ella ne voleva una vera, autentica, bella e buona. Quello che scelse era, come al solito, _sorto dal nulla_, perchè una celebrità che si permettesse di sorgere da qualche cosa di diverso dal nulla, sarebbe una falsa celebrità; aveva combattuto con la miseria, la fame ed il freddo, gioconda compagnia della sua giovinezza: come molti altri entrò in carriera per la porta piccola del giornalismo e portandovi due qualità opposte, la pazienza e l'ardire, riuscì a conquistare un nome ed un posto nella schiera militante. Poi gli si volsero sempre favorevoli gli eventi, per lui accaddero miracoli inauditi; gli editori pagavano, i suoi libri arrivavano alla sesta edizione, la critica lo carezzava, la gloria gli cascava addosso sua vita natural durante. Tentò la politica, questo grande spegnitoio delle intelligenze artistiche, e fu tanto fortunato da uscirne vivo e vincitore. Quando una sua interpellanza era annunziata, il ministero faceva l'esame di coscienza, gli avversarii affilavano i ferruzzi delle risposte, le tribune si affollavano di ascoltanti; un portafoglio gli era stato offerto, aveva avuto lo spirito di rifiutarlo. Gli giungevano onorificenze, gradi, titoli, croci da tutte le parti: egli accettava tutto con serenità olimpica e rimaneva un uomo illustre, osservato, studiato discusso, commentato e sempre applaudito dal pubblico.

Come la fanciulla potè vederlo, conoscerlo, portarselo in casa, persuadere i parenti, sarebbe lunghissimo il narrare: giorno per giorno, per la parola matrimonio, si disperdono nell'oceano della vita torrenti di diplomazia femminile. Al certo non fu lieve impresa fare la conquista di quell'eterno trionfatore, perchè egli si amava troppo per amar molto qualcun altro; ma la giovinetta era ricca, bella, elegante; sapeva a memoria i libri di lui e ne recitava qualche brano con un grazioso sorriso di ammirazione; era in un'adorazione perpetua degli atti, delle parole del grand'uomo; i genitori con la loro adorazione pareano chiedere umilmente l'onore di tanto parentado; lo adoravano gli amici di casa, lo adoravano i servi: egli si inebbriò di quell'incenso, si commosse allo spettacolo di tanta brava gente ai suoi piedi; scese dal trono della sua grandezza e si lasciò strappare un benevolo consenso.

Un'adorazione meritata: pensava la sposina. Un uomo di genio nulla ha di simigliante con la turba degli altri esseri piccoli e comuni: egli vive in una sfera elevata, circonfusa di luce. Il portamento altero della testa con la noncurante disinvoltura della persona; lo sguardo ora fisso sulla terra, ora perduto nel cielo, sempre profondo; la sprezzatura artistica dei capelli, il solco della fronte, il senso di mistero dei vari sorrisi, la piega ironica del labbro, tutto rivela la razza degli eletti. Nessuno come lui sa entrare in un salone, inchinarsi, richiamare su di sè tutti gli sguardi, essere il centro dell'attenzione, dominare tutta la riunione. Tutto quello che egli dice ha un senso riposto che talvolta sfugge ai profani; spesso egli dice delle cose molto semplici, che ognuno sa, ma v'imprime un suggello d'originalità elegante; la sorridente modestia con cui parla di sè stesso, la bonomia con cui accoglie i giovani principianti, quella velatura di disprezzo, con cui tratta gli avversari, la calma con cui affronta la discussione ed il subitaneo scoppio dell'idea sono tutte cose che completano la sua grandezza! Egli ha la singolare potenza di dare un aspetto poetico anche ai nostri prosaici abiti moderni: il petto della camicia sembra nebuloso, i guanti hanno una tinta, soave ed indefinibile, lo stesso _frack_ acquista delle linee artistiche--viene la voglia di chiedere se quest'uomo pranzi, beva e dorma come il resto dell'umanità. Come deve essere sublime nel momento dell'ispirazione! E nell'amore. Essere la moglie di quest'uomo, portare il suo nome, possedere il suo cuore, dividere la sua gloria: ecco la felicità delle felicità.

* * *

Distacco alcune noterelle dal giornale della giovane sposa.

.... Viaggio bellissimo. Guglielmo a Roma mi ha parlato delle antichità romane, a Firenze delle repubbliche italiane, a Bologna dell'Università, dappertutto di arte e di estetica. In un viaggio di nozze...

.... Gli amici di Guglielmo finiranno per irritarmi. Lo circondano sempre, lo assediano, non me lo lasciano un sol momento; con me poi, o m'inganno o usano una cert'aria compassionevole che mi dà sui nervi. Ce ne è uno specialmente che quando va via, non manca mai di dirmi: «Vi raccomando il grand'uomo.» E l'altro giorno, mi disse con un tôno sentimentale: «Fatelo felice, signora, fatelo felice, perchè la storia ve ne chiederà stretto conto!» Domando io se la storia deve ficcare il naso in certe cose!

.... Siamo a casa. Guglielmo ha quattro librerie, moltissimi libri che sono ammirati dai visitatori, ma egli non legge mai. Io credeva che studiasse almeno otto ore al giorno; mi ingannavo, avrà studiato _prima_.

.... Orribile, orribile! Egli porta un berretto da notte con un fiocco rosa, col pretesto di conservare l'arricciatura dei capelli!

.... Egli restava ore intiere nel suo gabinetto da _toilette_ e ciò stuzzicava la mia curiosità,--ammesso che marito e moglie sono la stessa cosa, non vi è indiscrezione a vedere che cosa fa l'altra metà di sè stesso; ho posto l'occhio al buco della serratura. Egli studia davanti allo specchio; gli ho visto provare una dozzina di sorrisi ed otto pose diverse....

.... Nei momenti d'ispirazione mio marito somiglia tal quale uno stupido. E guai ad entrare allora in camera sua! È scortese, ineducato, vi manda via con superbe parole!

.... Egli pranza benissimo. Vuole sempre dei grandi pezzi di carne sanguinolenta che gli danno l'aria di un cannibale che squarta un cristiano. Venitemi un'altra volta a discorrere dell'_ambrosia_ dei poeti!

.... Sono otto giorni che mio marito passeggia per la casa, declamando il discorso che improvviserà alla Camera. Non andrò a sentirlo; a momenti lo pronunzio io il discorso, tante volte l'ho inteso ripetere.

.... Il segretario di mio marito!....

.... Questa politica mi obbliga a fare moltissime cose che mi dispiacciono. Adesso sono obbligata a far visita alla signora Zeta, una donnina gentile, troppo gentile; taci lingua, che ti darò un biscotto! Lo so, noi siamo esseri deboli, ma almeno salvare le apparenze! Ed è moglie di un uomo politico; non ha dunque imparato nulla alla scuola di suo marito?

.... Sono furiosa. Guglielmo riceve delle lettere amorose da signore incognite che lo amano nei suoi libri; quando gli ho fatta una scena, mi ha risposto con la sua solita freddezza: «Cara mia, sposandomi dovevate saperlo, sono gli _incerti_ della posizione!» Me li chiama _incerti_! Una di queste sfrontate gli scrive: _Sono sicura che vostra moglie non comprende la vostra grandezza_. Vorrei che questa signorina lo vedesse col suo berretto da notte!

.... Il segretario di mio marito!....

.... Guglielmo fa una corte assidua alla moglie dell'ambasciatore. Se gli dite nulla, vi risponde che è per ragion politica; anzi l'altro giorno mi raccomandò di lasciarmela fare dall'ambasciatore marito: così le potenze rimangono in equilibrio e la pace Europea è assicurata. Non già che mi dispiaccia mettere nella lista mia anche l'ambasciatore--ma egli è così noioso, così noioso....

.... Guglielmo non può accompagnarmi ai bagni. Va a fare un viaggio diplomatico, dove non posso andare anche io. Pazienza, mi rassegnerò....

.... Grandi uomini..... Ammirarli sì, sposarli mai.

TRILOGIA.

