Dal profondo

Part 4

Chapter 42,582 wordsPublic domain

Narrerebbero intanto le campane che nacque ancor fra i poveri Gesù. E noi s'andrebbe, io senza meta, tu senza ricordi, per le valli piane,

salmodïando in pace--ed al fiorire dei cieli, all'alba, in violette e in gigli, ritorneremmo tacite ai giacigli rupestri, per sognare e per morire.

VOTO

_A mia figlia._

Sien le parole di tua rosea bocca come i fiori del mandorlo e del pesco quando il vento d'April vivido e fresco mette l'ali a ogni petalo che tocca.

Sieno i tuoi occhi come le fiammelle votive delle lampade notturne che innanzi a le cappelle taciturne specchiano il tremolìo dell'alte stelle.

Piòvano dalla tua mano leggera doni di gioja in luminoso nembo, come giacinti e primule dal grembo lucente di Madonna Primavera.

Serba l'anima tua d'allodoletta innamorata dei lontani cieli, che più sale e più par che all'alto aneli, rapida nel suo voi quale saetta.

Tra pure forme di bellezza umana vivi, aulendo, la tua vita di fiore; e trova un giorno chi ti prenda il cuore, e segui accanto a lui la strada piana;

e s'io nella crescente ombra m'arretro, non penare per me, bimba.--Ho coraggio.-- Col tuo sorriso che somiglia a un raggio, volgiti solo, qualchevolta, indietro.

PASSIONE

_A mia figlia._

Soffro nella tua carne che fu mia, adolescente pallida, che nove mesi in grembo mi fosti, e più di nove anni già conti, in fresca leggiadria.

Quand'io ti davo il latte del mio seno eri parte di me, chiusa in me stessa: come un suggello io ti tenevo, impressa nelle viscere.--Ed era il tuo sereno

volto lo specchio della mia bellezza: morte me sola non avrebbe côlta, chè nel gorgo con me t'avrei travolta. .... Ora ti stacchi, o fior di giovinezza!...

Ti stacchi; e v'è nel tuo destin la via che tu farai senza di me, la gioja che tu godrai senza di me, s'io muoja o viva.--Occhi di luce e di malia,

occhioni ardenti ov'io misi una fiamma del rogo mio, voi vi socchiuderete un giorno, per celar l'ombre inquiete d'un sogno agli occhi della vostra mamma!...

Agile corpo che l'adolescenza plasma e disegna in puro stil di grazia, dal nemico che logora e che strazia salvarti non potrà la mia temenza!...

Io non potrò difenderti da nulla che sia scritto nel libro della sorte. Oh, meglio quando le mie labbra smorte modulavan canzoni alla tua culla!...

Non m'importa di me. Tanto ho sofferto che mi son fatta un cuor di selce.--Tanto in lunghe insonnie disperate ho pianto che or somiglio alla sabbia del deserto.

Tu no, tu, in pura veste anima pura!... Oh, dove sei, felicità, ch'io possa coglierti come una rosetta rossa da offrire a questa dolce creatura?...

In qual giardino ti nascondi, frutto celeste, ch'io ti spicchi, ch'io ti sprema sulle sue labbra--e per magia suprema ella in sè accolga la beltà di tutto?...

LA MADONNA DEL SOCCORSO

La Madre andò col suo piccino in braccio, avviluppata nell'oscuro scialle. Aspro un singhiozzo le scotea le spalle: cerbïatta parea che fugge il laccio. E scese il monte e traversò la valle,

e la città raggiunse; e ad ogni porta bussò, chiedendo, per pietà, lavoro. Alzava sulle braccia il suo tesoro: ogni rifiuto la facea più smorta, più spersa in mezzo al lastrico sonoro.

Al suo pavido cuore era nemica la folla che ti spinge e non ti sa, che, cogli occhi al suo segno, va e va soverchiandosi a gara, e par che dica --Scòstati!...--a chi dappresso le ristà..

la folla con mille arti e mille forme e mille accenti, rapida, incalzante, sempre diversa e sempre a sè davante sospinta in corsa, col suo mugghio enorme, coll'acre ardor della sua forza ansante....

E la madre cercò deserte vie ove accucciarsi come un can perduto. «Dio, che ti stai così lontano e muto nei cieli, Dio che vedi le agonie delle madri e dei bimbi, ajuto, ajuto!...»

.... Una porta s'aperse.--Erma, corrosa: e sulla soglia molte facce emunte che fame febbre tedio avean consunte disser cogli occhi: «O Madre dolorosa, sieno le nostre povertà congiunte!...

«Noi siamo i radïati dalle file degli uomini. Al lavoro invan le braccia offrimmo. Civiltà che ne discaccia dall'opre, questo asil d'inerzia vile ne schiude. Vieni, o disperata in traccia

di rifugio!...» E col lacero mantello uno l'avvolse, e arrise al suo bambino: uno le disse: «Siediti vicino al focolare.»--E tutti: «Oh, come è bello, rondinella, il tuo stanco rondinino!...

«Rondinella tu sembri al bianco viso fra il nero dello scialle e delle chiome: trepida, senza nido e senza nome, osi, pur fra le lagrime, un sorriso.... Riso lucente, in fitta ombra di chiome!...

«Resta!... Diventerai Nostra Madonna del Soccorso!... Ci porterai fortuna!... Noi faremo al tuo piccolo una cuna di stracci, e nella tua misera gonna sarai chiara per noi come la luna....»

.... Ella rimase. E ritrovò per loro i canti del natìo monte selvaggio. Vibrava in essi il rullo del coraggio, vibrava in essi il rullo del lavoro, qual rombo di guerresco carriaggio.

«Fratello in Cristo, è tua la vita bella, se forzerai le porte del destino!... Riprendi il sacco, mettiti in cammino, taglia le siepi, abbatti i muri, della tua forza tempra un'arma d'oro fino,

e vinci se non vuoi vinto cadere, para, se vuoi che colpo non ti tocchi!...» Così cantò, col riso e il sol negli occhi, la Madre. Ognuno avidamente a bere quella dolcezza si gettò a ginocchi.

Poscia, con rude vigoria d'assalto, verso nuove conquiste si scagliò. E colui ch'era vinto dominò. E colui ch'era a terra ascese in alto. E la Suscitatrice si nomò per essi e pei lor figli, ora e nel corso dei secoli, Madonna del Soccorso.

L'AFFILATORE

Chiusa nel velo, coi lunghi occhi obliqui fissi all'artier da la vermiglia tunica, ritta presso la porta parlò ella, e sibilo parea la sua favella:

«Affila, affila sulla cote lucida i tuoi coltelli dai riflessi lividi. Affila, affila, scarno affilatore: questo per l'odio, questo per l'amore.

Nell'alterno strider le lame oscillano, com'esse, al ghigno, i tuoi denti sfavillano. Affila, per l'orgoglio e per l'insulto, per l'ambascia che cela il suo singulto,

per l'invidia che sè con sè dilania, per la vendetta che in agguato palpita, per le madri accosciate sulle porte ad aspettar le creature morte:

per ogni triste uomo e triste femmina ch'abbia commessa la colpa di nascere, affila, affila i tuoi coltelli a punta, fino a quando la cote sia consunta.

Ma il più aguzzo fra essi, il più terribile, simile ad un gingillo demonìaco, o affilatore, al desiderio mio serbalo, pel nemico che so io:

e fra le spalle a tradimento il pènetri, e si rigiri fra le rosse labbra della ferita, adagio, con prudenza raffinata, con perfida scïenza:

sì ch'ei lo senta nelle carni, ogni attimo di sua vita; e s'aggricci per lo spasimo talvolta; ed a quel sordo incrudelire soffra più che in morir, senza morire.»

L'UOMO E LA MACCHINA

Per esser grande l'uom creò la macchina, e la rese perfetta in ogni ordigno. Nervi d'acciajo le donò; ed in vero parve ad essa donare anche il pensiero.

Ingranaggi, stantuffi, anse, cilindri, tutto in essa ebbe schiavo al suo dominio: quand'egli volle e comandò, il motore battè col soffio d'un possente cuore.

E la macchina fu pari a una femmina bella, asservita a lui da un incantesimo. Ogni sua grazia occulta, ogni suo segno palese, ogni finezza di congegno

gli appartenne, fu carne e sangue e palpito d'amante, amata in pena ed in delizia: tutto di lei scrutò, strinse, plasmò, distrusse, ricostrusse, idoleggiò.

Sotto una tenda, avvolto in un cinereo lucco d'artiere, fra strumenti e cinghie, dì e notte visse, in veglia intenta e cruda a fianco della sua macchina ignuda.

Scordò per essa le dolcezze semplici della vita mortale, i cieli e l'acque, il desco bianco ove si frange un pane di pace--e il cerchio delle cure umane.

L'erba scordò che dice all'uomo: «Stenditi sulla freschezza mia, sogna, ristòrati:» --il sol che gonfia i germi e arrossa i tralci e fra le spighe il lampo delle falci.

E tanto l'adorò ch'ella terribile ne divenne, suo gaudio e sua superbia, idol d'acciajo fino ai denti armato, a conquiste implacabili creato.

E un dì ch'ei ne seguìa, scosso da fremiti d'orgoglio, il gioco delle ferree vertebre, ratta il ghermì, sè del suo sangue intrise, più bella al sol perfidamente rise.

ESCONO DAL CANTIERE

Escono dal cantiere, a coppie, in branchi, con le giacche sull'òmero.--Muraglia vivente forman sulla via che abbaglia nel sole.--Ira e tristezza li fan bianchi.--

Su ogni moto dei muscoli riflessa l'impronta sta della materia inerte dalla potenza de le braccia esperte plasmata, martellata, sottomessa.

L'uomo con l'opra una sol forza forma che non si scinde.--Essi lo sanno.--E il rude edificio lo sa, ch'oggi si chiude dietro i ribelli, e par che invitto dorma;

ma doman, nella pura alba serena, spalancherà le porte all'orda muta: --non può battere il cuor, se si rifiuta il sangue di fluir per vena e vena.

SAMARITANA

O tu che vivi sola, sul confine della foresta ove sei nata, e siedi d'un cedro all'ombra centenaria, i piedi ignudi e sciolto sulle spalle il crine:

tu che hai negli occhi la corrente azzurra del fiume che laggiù splende fra gli elci, e, nascosta fra l'alte umide felci, sogni, ascoltando il bosco che susurra:

dammi per questa sete che m'uccide un sorso:--l'acqua del tuo pozzo invoco, quella che attingi tu, mentre con roco gemito il secchio discendendo stride.

Tu che ti stendi per dormir sull'erba aulente di viole e d'innocenza, e distingui semenza da semenza e la mandorla sbucci quand'è acerba:

tu che legger non sai ne' libri impuri che l'uomo scrisse per offender l'uomo, e rassembri in tua forza ad un indômo puledro, che di nulla s'impauri:

lascia ch'io prenda la metà dell'aria che tu respiri, la metà del frutto che stai mordendo:--nel cammino io tutto il mio bene ho perduto, o solitaria.

Io l'ho perduto e più non lo ricerco, troppo imparai quanto quel ben sia vano: tu che t'ascondi ad ogni sguardo umano, dammi la sola voluttà che cerco.

Con l'acqua del tuo pozzo una freschezza versami nella gola, che mi renda qual letto di ruscello, e diaccia scenda ad annientarmi in cuore ogni tristezza.

Dammi l'oblìo di me, fammi novella come in Aprile un cespo di mentastri, tu, che misteri di foreste e d'astri sai, ma null'altro sai, dolce sorella.

SELCIATO CITTADINO

Vampe e vampe a me salgono dal lastrico che sfioro, errando nel tramonto roseo. L'ultimo fischio echeggia dalle fabbriche, l'ultima rondin stride intorno agli embrici, l'ultimo sogno langue sui garofani dei davanzali, e van le lune elettriche sbocciando in alto, tra una rete ferrea di fili.--Oh, sol per me, pe' miei veggenti sensi, di vampe e vampe arde il selciato. Io me ne cingo, come d'una fiammea veste.--Io ben so di quanta vita è saturo il selciato, in quest'ora del crepuscolo misterïosa.--Femmine passarono snelle nei veli, con profili pallidi annegati fra dense ombre di piume; e una scìa di profumi e un lungo fremito di turbamento dietro al passo ambiguo lasciaron sull'asfalto e sulla pietra. Rapidi e chiusi in lor superba maschera gli ammassatori d'oro, i falchi umani passarono, celando acute granfie per ogni bene che si compri ed ogni perversa ebbrezza della vita breve; e un odor di rapina e un denso filtro d'energia bevve da' lor passi il suolo. Con saettare di carrozze e fremere d'automobili e fughe di bicicli e tumulti di plebe e canti e fischi d'artieri in corsa e duellar di sguardi cozzanti a gara, fluttuò la vita, vibrò rifulse divampò la vita. Ed il dolor che sè credea più squallido d'ogni dolore, ad un quadrivio urtò l'ambascia che in sè chiude ogni altra ambascia, ma non la riconobbe; e passò oltre. Risa d'infanzia, risa di feminee labbra scarlatte in dolce arco dischiuse, schiette risa di popolo e sogghigni di suggellate bocche s'incrociarono razzando--e fu una rete di scintille. Un nemico, con balzo agil di tigre, si scagliò sul nemico; e nella mischia brutale il sangue invermigliò la strada. Fanciulle a gruppi vennero, con freschi fiori al petto, alle trecce--e i rosei petali caddero, a fascio, sull'orror del sangue. I commerci e le industrie in forme innumeri di sagacia, d'audacia e di conquista, e amor che sogna, e orgoglio cinto d'armi, e ambizïon che in fervido silenzio le proprie arrota, e povertà che obliqua tende la mano oppur s'asconde, tutto passò, di sè, di sè la terra e l'aria saturando, le vene delle pietre gonfiando di viventi umane linfe. Sacro tramonto!... Ecco, il mistero io pènetro: ecco, io perdo la mia forma mortale, io mi dilato in me, sino ad accogliere l'altrui sostanza, anche la più segreta, l'altrui miseria, anche la più profonda, l'altrui pensiero, anche il più vasto.--Il mondo col suo bene e il suo male è tutto in me: ed io somiglio al letto d'un torrente in piena, allor che l'acqua vi precipita dal monte, ribollendo nelle torbide schiume, in sua furia rapinando gli alberi, empiendo l'aria del suo rauco mugghio; ma le pietre e le sabbie del ghiareto frantumate e travolte, abbrividiscono d'ansia e di gioja all'impeto dell'acqua che le devasta, follemente viva.

DAL PROFONDO

Nostalgia mi cacciò dalla mia nitida casa, ove i fiori in snelle coppe odorano. Ed un guarnello d'operaja indosso mi mise, e al collo un fazzoletto rosso.

E son venuta ove le basse fabbriche serpi di fumo snodan dai comignoli; e di cordami e di carbone e d'assi ingombri son gli spiazzi irti di sassi.

Ecco, e respiro il noto odor di polvere e di tintura, odo la danza ritmica dei telaj dietro alle finestre nere, e canti uguali a bibliche preghiere.

Fratello, che t'affacci sulla soglia e assomigli nel sajo a un prence barbaro, dammi una spola che tra bianchi fili passi e ripassi con guizzi sottili:

e tu, fabbro, che il maglio sull'incudine batti in cadenza, a domar ferro e bronzo, e tu, artiere del legno, che la grezza pianta ti foggi in forme di bellezza:

e voi che in alto, sovra palchi aerei, con acciajo e cemento enormi gabbie costruite, ove un giorno i ricchi schiavi si chiuderan con sapïenti chiavi:

e voi del marmo, e voi del fulvo cuojo mastri, ch'io viva nel compatto fremito del vostro sforzo, fra di voi perduta, o asservitori di materia bruta.

Nè mi chiedete il nome mio: sui ciottoli della strada mi cadde, ed a raccoglierlo io non mi volsi: il nome io l'ho nel viso, e nell'ardor del mio selvaggio riso.

Camminerò con voi, presa nell'impeto della corrente rapinosa, in gaudio: canterò per la vostra anima oscura il ditirambo della forza pura.

E se materia sull'artier si vendica, canterò che la morte è necessaria: l'opera all'uomo e l'uomo all'opra sia come l'anima al corpo.--E così sia.--

Basti alla nostra sete un sorso d'acqua, ed alla fame un pane, e al sangue un palpito di giovinezza; e dai possenti amori balzino razze di dominatori.

E il Sol su noi, dentro di noi, magnifico dator di grazia, che pei Puri sfolgori: e se gioja ne investa dal profondo, piccolo sia pel mio peana il mondo.

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Nota dei trascrittori

I seguenti refusi sono stati corretti (tra parentesi il testo originale):

33 in vorticoso baratro d'oblìo [oblio] 55 soggòlo [soggolo] curva un poco, un po' rugosa 71 ai davanzali rossi di geranî [gerani] 87 lo [o] sentiva nel rombo d'ogni arteria 191 venìa [venia] Primavera in leggiadre 199 Chi or non vide, nel sogno, dentro un mare [mar]