Part 3
se le mani s'aggrappan con terrore a un mobile, ad un muro, a un davanzale, per trattenerti di scagliare il tuo corpo e il tuo dolore dalla finestra!...--Ma perchè patire senza rivolta?... Io non lo so, il tuo male; ma t'insegnerei, forse, a non morire.--
Senti come garriscono le rondini bianche e nere, nell'ora del tramonto. Pel ciel s'inseguono stridendo, in cerchi rapidi e giocondi. Non hai pensato mai che forse un giorno fosti la rondin che a Novembre fugge verso il sole, e nel Marzo fa ritorno?...
Non ti senti quelle ali dentro il cuore batter, folli d'azzurro?... non lo senti che tu sei libera come la rondinella del Signore, e che sol per gioirne Iddio ti diede l'anima tua piena di raggi, ardente di sogni, aperta ad ogni pura fede?...
Vuoi ch'io ti regga al volo?... Oh, non tremare forte così.--Non ti dirò più nulla.-- Lagrime e lagrime io verserò su te senza parlare: su te, che in una torre di tristezza ti chiudi, e in fondo l'ami, il tuo martirio, e vi sfiorisci con la tua bellezza.
IL SEGRETO
Spirò stanotte, senza dir parola. Chi su lei pianse la coprì di rose bianche, e i capelli in fronte le compose, poi la lasciò nel gran silenzio sola.
Già intorno agli occhi e a le mascelle forti si decompone il glacïal pallore. Odor d'ambra e di ceri: odor di fiore sfatto--e la calma estatica dei morti.
Ma la bocca che tace è però chiusa sinistramente, un po' contratta, come pietrificata su un lamento, un nome caro, un comando, una suprema accusa.
Chi sa?... Volea la moribonda, forse, d'un pesante segreto finalmente purificarsi l'anima, languente da tanto tempo tra le ferree morse
del silenzio: volea per la sua pace ultima, forse, chiedere perdono, o dir, chiudendo gli occhi: «Io ti perdono....». .... Ma in cor per sempre il suo mister le giace.
Sta fra i neri capelli il sigillato volto sì dolce un giorno, e par che dorma, e par che avvolga la marmorea forma l'ombra del sogno che non fu svelato:
sta la parola che non fu mai detta sulla bocca di spasimo e di pietra: dura, solenne, appassionata, tetra, tace in eterno, ed in eterno aspetta.
FIORITA DI MARZO
La fioritura vostra è troppo breve, o rosei peschi, o gracili albicocchi nudi sotto i bei petali di neve.
Troppo rapido è il passo con cui tocchi il suolo--e al tuo passar l'erba germoglia o Primavera, o gioja de' miei occhi.
Mentre io contemplo, ferma sulla soglia dell'orto, il pio miracolo dei fiori sbocciati sulle rame senza foglia,
essi, ne' loro tenui colori, tremano già del vento alla carezza, volan per l'aria densa di languori;
e se ne va così la tua bellezza come una nube, e come un sogno muori, o fiorita di Marzo, o Giovinezza!...
ROSE ROSSE
Rose color di sangue fioriscono in giardino. .... Il sole a tratti sfolgora dalle nubi--e si cela:-- un'afa ardente vela la purità dell'aria che vibra di fermenti acuti e d'echi spenti, e attossica il silenzio d'un languore felino. .... Rose color di sangue fioriscono in giardino.
Purpuree sono, e tragiche come divelti cuori. Oh, perchè mai non gocciola sulle foglie e sull'erba il flusso dell'acerba ferita?... O forse l'aria lo beve avidamente, e per esso è vivente, e per esso t'inebria col ricordo di amori perduti?...--O rose, tragiche come divelti cuori!...
V'è il mio fra essi.--È solo ove il verde è più folto. Sbocciò fra un raggio e un battito d'ali e un ronzìo di maggio- -lino, in questo bel Maggio d'amor, senza saperlo. Di novella prestanza, di novella baldanza si avviva--e del disìo d'esser côlto--e travolto.-- .... Rinato è il cuore--solo, ove il verde è più folto.
.... Rosa d'ebbrezza, flammea rosa del sogno, è tardi. Perchè non puoi rinascere ogni giorno, ogni giorno con grazie fresche--e intorno a te fiori sbocciare, e rondini garrire, e le frasche stormire, e la vita rinfonderti i suoi succhi gagliardi eternamente?... O cuore, è tardi, è troppo tardi....
VERITÀ
Credevi di conoscere il dolore, tu!... T'ammantavi del suo fosco manto con ampi gesti di tragedia,--e il pianto t'era una voluttà, come l'amore!...
Ora che l'incontrasti a viso nudo, a cuore nudo, il tuo dolore, or tenti un riso, e taci; o pur, se parli, menti la calma: ed il mentir t'è orgoglio e scudo.
Dici a chi t'ode: «Nova maraviglia sempre, la vita, e dolce a chi l'intende!» .... Gocciola intanto il sangue, e si rapprende sotto l'unghia che i visceri ti artiglia.
QUELLA CHE DORME
Quella che è stesa sul crocicchio, il lasso corpo abbattuto al par d'un sacco informe, d'un così immoto e duro sonno dorme che il suo viluppo si confonde al sasso.
Per quali impure vie, da che remoti sentieri d'ombra al lastrico sonoro giunse, ove sete di potenza e d'oro scaglia le sue pugnaci orde d'ignoti?...
Un carro può sventrarla, un fiotto umano travolgerla.--Chi sei, povera carne?... che storia narran le tue membra scarne di miseria feroce e pianto vano?...
.... Dormi.--Ti sveglierai quando verrà l'uomo che nella tua sudicia e magra forma una pura argilla di Tanagra scoprir, comprare ed adorar saprà:
e tu, stupita, avrai profumi per le trecce, e monili ai nudi polsi, e trine sulle giovani membra serpentine, e intorno al collo sfavillìi di perle:
piccola principessa della strada, vestirai di lusinghe il tuo dominio; e il riso e il bacio insanguinar di minio saprai, come s'insanguina una spada.
CONTADINA
Bestia opulenta e morbida, che ridi a me col riso de' bei denti bianchi, tu somigli alla terra; ed i tuoi fianchi dan figli come il solco dà la spica.
L'anima tua non t'è fatta nemica, perchè d'averla tu non sai, nè pensi. Hanno il tuo sguardo gli orizzonti immensi. Le zolle han la tua forza e il tuo turgore.
Sia che falci, a meriggio, i prati in fiore, o ammucchi, a vespro, in auree biche il fieno, o all'ignudo poppante offra il tuo seno, o spannocchi sull'aja o lavi al fonte,
ombra non v'ha che turbi la tua fronte, femmina che bevesti alle sorgenti di giovinezza, e ridi co' bei denti di lupatta, e per tutti i sensi godi
cantando sulla terra che dissodi.
PER MUSICA
Le fronde che vedesti rinverdire nell'Aprile che è già così lontano, or, tutte d'oro, cadono man mano a terra, per morire.
Così cade da te, stanca, la gioja che ti sorrise, e un po' di giovinezza fugge, e tremi, e ti par che la bellezza della tua vita muoja;
ma non è vero.--Sboccieran novelli germi da linfe rifluite, e tu ritesserai sul sogno che già fu sogni più dolci e belli....
MARIA GIOVANNA
Maria Giovanna avea trent'anni, un viso scarno e lungo di vergine avvizzita, e una profonda vita d'anima negli azzurri occhi e nel riso.
Lieve il suo passo per le nude sale ove dai letti in fila i dolci infermi levavano gli inermi volti a implorarla, in ansia, dal guanciale:
lieve la mano a sanar piaghe orrende, su l'arse fronti a chiamar sonno e oblio, a ricomporre, in pio atto, intorno ai dolenti arti le bende:
forte il suo cuore nelle notti, quando paura, insonnia, spasimo, demenza, in ferreo cerchio, senza tregua gemean, la grigia alba invocando.
Ella non conosceva altro destino. Amava il freddo balenar scultorio del gesto operatorio, il sangue in getto e l'ulular felino,
e l'acre odor dei corrosivi, e i tersi bendaggi, freschi come baci santi su piaghe fumiganti, e il--grazie--degli umìli occhi riversi.
La sua verginità sapea lo stigma del vizio, che ogni rea carne suggella; la frusta che flagella il senso, eterno e maledetto enigma;
d'ogni male la maschera e il martirio, d'ogni agonia la smorfia ed il terrore; sul labbro di chi muore la verità, più nuda nel delirio.
Tacita e sacra amante era ai morenti, rapiti in lei nell'ultima preghiera: vergine-madre ell'era per cullar fra le braccia i bimbi spenti.
*
Stava tacito in veglia, al capezzale d'un fanciul, con la Donna dell'Aiuto, un medico d'acuto sguardo e di lìgneo volto imperïale.
Nella corsìa senza riposo, un lume solo, verdastro.--Degl'infermi i rochi lamenti, i gesti fiochi, s'attutivan, sinistre ombre fra brume.
E il fanciullo spirò, bianco e sereno, e i due veglianti a lui chiusero gli occhi: poi si fissaron, tôcchi di grazia.--Il lume li colpiva in pieno.
Ella sentì fondersi tutta nella forza dell'Uomo: di sua vita il senso perdette, in un immenso stupore, in un baglior puro di stella.
E l'Uomo a un tratto la sentì nel core, piccola bimba trepida e sperduta; ma fu la bocca muta, le pupille soltanto arser d'amore.
E spuntò l'alba e i giorni ad uno ad uno caddero e Morte scivolò fra i letti ridendo co' suoi schietti denti di teschio entro il cappuccio bruno:
il taciturno seguitò la lotta tra i recidenti ferri e la cancrena, la siringa e la vena, il verme ingordo e la beltà corrotta:
e la vergin fu sua, così, avvampando a quel gesto d'imperio, ombra sottile dietro quei passi, umìle strumento di pietà sacro al comando:
altro non chiese.--Oh, un attimo, col forte polso egli a sè l'avvinse, al cor la tenne.-- Ma in braccio essa gli svenne, e quell'amplesso ebbe sapor di morte.
L'IGNOTA
L'uomo del camposanto, o Creatura, distesa ti trovò sull'erba diaccia, squallida salma senza sepoltura.
E non avevi più capo nè braccia: solo il ventre mostravi allo stupore dei cippi:--altra di te non era traccia.
Non avevi più labbra per l'amore bugiardo, per la voluttà venduta: nulla, più nulla: un torso: un arso cuore:
un eterno silenzio, o Sconosciuta.
*
Io lo so, chi tu fosti.--In un oscuro crepuscolo, alla fiamma d'un fanale, io ti vidi passar rasente un muro,
con lenti occhi mal desti e viso male imbellettato e tutto il corpo sfatto da una stanchezza che parea mortale.
Tentavi con la bocca di scarlatto un riso di lusinga e di menzogna. Ed io tremai, dentro il mio cor contratto,
per te, soffrendo della tua vergogna.
*
Mai ti raggiunse, o sempre ignuda e sola fra turpi amplessi e fiati acri di vino, la pietà d'una tenera parola.
Vile sino al torpore, affranta sino a non distinguer più morte da vita!... Ma venne uno, nell'ombra, a te vicino.
La tua preghiera egli avea forse udita. Ebbe pietà. Ti soffocò con braccia di ferro--e la tua forma irrigidita
mutilò, fino a sperderne ogni traccia.
*
Ora, o Ignota, pregando io vo che il sozzo urlo de la plebea folla loquace s'acqueti intorno al tuo bel corpo mozzo;
ora che dormi finalmente in pace, e il cieco infurïar della tormenta che turbinando ti travolse, tace;
.... e perchè più non gema e più non menta le divoranti fiamme arser l'impura bocca--e degli occhi la lusinga lenta
e le lacrime occulte, o Creatura!...
*
Riposa.--Oh, forse mai, nell'errabonda tua vita, il sonno a te venne con veli sì casti e santità così profonda.
Senza nome sarai come gli steli nati domani dal tuo morto cuore e puri sotto il puro arco dei cieli.
Non ti ricorderai del tuo dolore che per fissar con iridi novelle il sol che schiude in ogni boccio un fiore,
l'ombra che in alto palpita di stelle.
LA VOCE
S'incappucciò la donna, e di soppiatto sgusciò nel bujo, fra la porta e il muro. Attraversar correndo il vico oscuro niun la scôrse, sì rapido fu l'atto.
Ella andava a morire.--Alta la riva non lunge, a picco, dominava il fiume. Un balzo, un tonfo, un ribollir di schiume, un cuore in pace, un corpo alla deriva....
In questo sogno ella fendea la notte, cieca, demente, sotto vento e pioggia. Sostò d'un tratto, su una pietra roggia, tutta in un fascio, colle membra rotte,
e fu in ascolto.--Il grembo avea parlato. Voce non era.--Dal profondo, un fremito era; ma il corpo si contrasse, in tremito, come innanzi al suo Verbo rivelato.
E più non fu la donna che un materno invòlucro, una forza di natura china e raccolta sulla creatura del sangue, per difenderla in eterno;
e volse il dorso alla malia del gorgo, e ritornò verso la vita dura, e vi fu madre....--Ecco la storia oscura d'una povera donna del sobborgo.--
IL CIECO
Un cieco è fermo sotto il mio balcone: suona su un vecchio cembalo una vecchia danza. M'entra nel cuor, che vi si specchia, la grazia triste della sua canzone.
Ma perchè innalza i torbidi occhi fissi fino a me?... Sono vuoti; e pur s'asconde non so che fiamma in quelle orbite fonde, non so che viva, intenta ombra d'abissi.
Mi guarda: vede.--Vede, sulla mia fronte di marmo, il mio segreto strazio: quel che m'uccide e di cui pur mi sazio, quel che mi seguirà nell'agonia.
LA MARTIRE
_Per Maria Spiridònova. _
Maria Spiridònova, sono io.--Taci.--Nessuno m'ha scôrta. Strisciai come un serpe nell'andito, richiusi in silenzio la porta. Io reco il dolore del mondo al tuo nudo abbandono: oh, non mi vedranno i Cosacchi in ginocchio presso il tuo cuore. Io venni nel nome di ognuna che canti con trepida voce, segnando sul figlio una croce, la sua nenia sovra una cuna.
Maria Spiridònova, è oscura la cella ove giaci; e tu aspetto umano più quasi non hai, distesa sul fetido letto. Lo so, ch'eri bionda al par della messe matura; ma t'hanno divelti i capelli a ciocche, ed a guisa di fionda lanciato il bel corpo a muraglie di pietra; e accecato un degli occhi, e pesti e spezzati i ginocchi, e sovra la carne tua pura,
suggello d'infamia, lo stigma impresser di ferrei staffili, di punte infocate, di sputi villani, di baci più vili dei colpi....--e tu appari serena, o terribile enigma femineo:--più calma dei morti di Kàrian, nuotanti fra mari di sangue: di Deef sfracellato, dei mille che tu hai vendicato, o pia dal dolcissimo volto.
.... Maria Spiridònova, pensi talvolta, nel cuore, alla queta tua casa, alle chiome tue d'oro disciolte sul collo?...--Era lieta l'infanzia. Corolle azzurre, i tuoi occhi fra immensi giardini fiorivano. E tu cucivi, sognando, se molle venìa Primavera in leggiadre sue vesti a ingemmar prati e dumi, e a sciogliere i ghiacci sui fiumi. Cucivi, vicino a tua madre....
Or piange con urla errabonde la madre.--Tu no.--Tu atterravi chi Patria colpiva.--E fu giusto.-- C'è Spartaco in terra di schiavi; e dove si scaglia ferocia, ferocia risponde. O bionda omicida, tu sei la Russia discesa in battaglia, coperta di neve, grondante di sangue, sfregiata dal morso del knut, con indomito corso dall'ombra dell'evo balzante.
La Russia tu sei di Sofia Perowska, di Bèlkin, di Gorki, che rompe i suoi lacci coi denti, e va, croce in mano, alle forche: che sbuca con neri vessilli da la stamperia segreta, dall'isba selvaggia, dall'aule, dai bassi cantieri sul Volga, dal fumo dei roghi accesi su la steppa madre un giorno--e cantavan le squadre le vittorie de i Zaporoghi.
.... Silenzio.--Ora dormi, con puro sorriso. Non temi più nulla. Il letto ove stai, muta e rigida, somiglia una bara o una culla. Qualche stilla diaccia risgorga, insistente, dal muro. Aràcnidi lente traversano la vôlta. A un pertugio s'affaccia lo sbirro dal volto camuso, e ghigna, battendo il fucile all'uscio.--Il tuo labbro sottile all'ansia d'un sogno è dischiuso.
E i muri si sfasciano, senza romore. La cella si fa deserto ai confini di Patria: enorme una folla vi sta. Ti chiamano, i tuoi compagni. In esilio, in demenza, in ceppi, in agguato, col cappio al collo, ti arridono: A noi!... .... Qual dunque, o martirio, è la gioja che doni, perchè l'uomo uccida per essere ucciso, e sorrida ai colpi, ed in estasi muoja?...
ALLA SBARRA
La donna volge i freddi occhi velati su l'inquieta folla che la guarda. La sua bocca ha una smorfia un po' beffarda. Sotto l'altera maschera bugiarda vibra un fascio di nervi esasperati.
Ella non dice: No.--Confessa tutto, tutto, l'ora, la via, l'uccisïone fulminea, il perchè di passïone, il perchè d'odio.--Solita canzone.... Non abbassa la donna il ciglio asciutto.
Non ispera, nè invoca essere assolta. Porta in sè la sua pena, il suo rimorso, livida impronta di ferino morso su membra vive, sin che duri il corso della vita.--Nel cuore è già sepolta.--
Che vuol dunque da lei quella togata gente che l'attanaglia con indagine acuta, e scruta le gelose pagine delle sue notti d'ombra, e la compagine squarcia della sua carne disperata?...
Che vuol dunque da lei quell'altra gente trepida, verso il suo pallor protesa coi più torbidi sensi, e nell'attesa di più torbidi e rei palpiti, presa dall'odore del sangue, inconsciamente?...
L'antica anima tragica che dorme in ogni petto, su ogni fronte appare. Chi or non vide, nel sogno, dentro un mare di sangue il suo nemico boccheggiare, e non tremò nel desiderio enorme?...
Tra la folla e la donna ondeggia il vampo della ferocia originaria: sale per vena e vena la follia del male: d'un'angoscia inconfessa ognun trasale, sotto le ciglia ogni pupilla ha un lampo.
IL VECCHIO
... Toc-toc...--Chi batte alla mia porta?...-È un vecchio stanco.--«Entra: lascia sulla soglia i sandali. Aggiungerò per te sul focolare un ceppo, e un fascio di formelle amare.
Oh, quanta neve hai sul mantello!... Asciùgati alla fiamma. Ecco il pane, ospite, e l'acqua. Un letto antico a baldacchino rosso per questa notte t'offrirò.»--«Non posso.
Non m'è dato dormir che sulla pietra, non m'è dato posar che per un attimo. Ripartirò, signora, a pena io senta che fra i monti cessata è la tormenta.»
--«Vattene all'alba, quando il gallo squarcia l'aria col canto. Nella tua bisaccia io metterò tre pani e tre preghiere, che t'accompagnin sulle vie straniere.
--«Non odi?... I monti abbandonò la ràffica, torna il silenzio al bosco, il sogno all'ombra. Ora io debbo partir, dolce madonna, sì fina e bianca nella bianca gonna.
Non mi tentano i muri ove t'incarceri, nè la coltre che m'offri, ampia e purpurea; porto nel mio mantello un regal bene che in suoi forzieri il tuo signor non tiene.
Vuoi tu goder di questo bene?... Lascia orzo e frumento nella madia, e l'olio nell'orcio, e il vino nelle coppe chiare, e i frutti all'orto, e il ceppo sull'alare.
Rigetta il tuo nome e i tuoi ricordi, e seguimi: ti condurrò per strade di delizia: t'insegnerò le magiche favelle dei fiori, ed il cammino delle stelle.
Ed io Re Lear e tu sarai Cordelia bionda, perduti in selve millenarie; e degli alberi l'anima e dell'acque nascerà in noi, come da Jèhova nacque.
Non temi, prima di tua morte, infrangere il laccio d'oro che ti avvince agli uomini?... Chi lo squillo seguì del mio richiamo più non ritorna...»--«Io sono pronta. Andiamo.»
L'ORGOGLIO
Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno a numerar le lacrime degli occhi tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi, chieder coraggio ad altri è inopportuno.
Conta nel tuo segreto ad uno ad uno, se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi, i singhiozzi del cor--ma non trabocchi la piena mai, per la pietà d'alcuno.
È un'orribile cosa esser compianti. Conquista in te, con la tua forza sola di volontà, l'oblio del tuo cordoglio.
T'insegnerò, per disseccare i pianti fiacchi e cangiarli in riso entro la gola, un peccato magnifico: l'Orgoglio.
LA VEGLIA
Ancor la teda antica, per tre becchi accesa, splende accanto al focolare. Sul ceppo, a che le fiamme sien più chiare, fasci hanno aggiunto di rametti secchi.
Traggon le donne il fuso alla conocchia, altre sull'ago le pupille aguzzano: fra risa e giochi e strilli, i bimbi ruzzano delle giovani madri alle ginocchia.
Pendon pannocchie dal soffitto, e fronde di vischio all'uscio, e il pane è nella madia. Qui forse, o Pace, il tuo poter s'irradia dalle radici semplici e profonde!...
Uomini dell'aratro e del rastrello, vergini che sapete il cigolìo del secchio al pozzo e il gelido sciacquìo dei panni al fonte e il peso del mannello,
fatemi un po' di posto, ch'io mi sieda fra voi, ch'io fili la conocchia d'oro, mentre scoppietta il vostro allegro coro d'intorno, e splende sul camin la teda.
Monti e mari ho varcato--e molte so favole--e narrerò di Vïolante e Biancabella, trasformate in piante dalla fata perversa; e narrerò
la storia triste d'una donna triste che andò andò fino a smarrir la strada.... .... Accoglietela, avanti ch'ella cada; del campo ignoto fra le mozze ariste.
Datele un sacco ed un lenzuolo, ed ella vi dormirà del sonno d'un bambino; e canterà l'albata a mattutino, salutando con voi l'ultima stella.
IL RECESSO
So la bellezza d'un recesso verde dove roseti carichi di thee bisbigliano coi pioppi de le allee, e in un col passo l'anima si perde.
Ogni cosa del mondo è sì lontana di là, ch'io forse del mio lungo male mi guarirei, con l'erba per guanciale, vestendomi di salvia e maggiorana.
Forse....--ah, m'inganno.--Che un fischiar di serpi m'accoglierà, sol che il cancello io schiuda: per sùbita malia selvaggia e cruda vedrò le rose tramutarsi in sterpi.
SANGUE
Sangue ch'io vedo--se i grand'occhi neri socchiudo in languidezza di desìo-- scorrer per vene e muscoli nel mio corpo, dal capo eretto ai piè leggeri:
sangue ch'io sento insorgere al cervello, fumida vampa, ed affluirmi al cuore: so la tua forza, gusto il tuo sapore, da te ogni giorno ho un fremito novello.
E sia tu d'altri, e grondi in mischia, o sgorghi nerastro da ferita volontaria, o, decomposto, il sol, la terra, l'aria ti rïassorban ne' lor vasti gorghi:
o ti rapprenda in grumi all'orifizio delle piaghe nascoste, che il silenzio benda di spine, abbevera d'assenzio, inacerba qual corda di supplizio:
o splenda e arda, animator fecondo, nelle vene di chi per vincer nacque: o, col flusso instancabile dell'acque oceaniche, gonfî il cuor del mondo:
tutto per me ti addensi, meraviglia di vita, di beltà, di passïone, in questa che fiorì sul mio balcone in un'alba d'amor, rosa vermiglia.
NOTTE SANTA
Madre, una notte di Natale io penso con neve in terra e fulgor d'astri in cielo, e dentro il gemmeo fluttuante velo un aroma nostalgico d'incenso.
Tu sfioreresti il suol col passo alato de' tuoi tempi più belli--allor che il gajo cuore batteva al ritmo del telajo, e povertà ridea senza peccato.
L'anima in petto io sentirei tremare quale a fior della neve il bucaneve; scendere a me vedrei, con volo lieve, bianche angelelle, nel candor lunare.
Soavissima notte!...--Uno stupore d'infanzia, un'innocenza di bambino addormentato.--Io non avrei vicino al cuor che il soffio del tuo grande cuore.