Part 2
Malinconia delle città lontane ove le sembra d'essere sperduta, ove ogni cosa agli occhi, al cuore è muta, voce di folla e voce di campane!... Malinconia di ferree tettoje piene di fischi, di fumo, di gente, di lacrime e di brividi nella penombra dei tramonti lividi!... Creature che van verso le gioje d'una casa o d'un sogno--e il sogno mente, e un labbro v'è che mente in quella casa!... Trepide partenze, singhiozzi e gridi soffocati in gola, baci, dolore, amore!... Vana forma fra innumeri parvenze, va l'Errabonda, e non si volge indietro; ma quando parla col suo chiuso cuore si curva, e trema d'esser troppo sola.
*
Oh, fermarsi un momento!... Oh, ritrovare una casa fedele, un volto amato!... Ma non può. Dietro a sè tutto ha spezzato. Ella stessa distrusse il focolare. E in fondo al cuore seppellì i suoi morti, e non v'accese lampada a vegliare; ma fugge; chè una muta ombra l'incalza, sol da lei veduta. Cieli acque terre cimiteri ed orti fuggon dinanzi al suo solingo errare, fuggono il monte e il mare, così fuggir potesse anche il ricordo!... Così strappar da te potessi, o bruna innominata, il senso d'ambascia che ti preme, opaco e sordo, le viscere, se pensi un dolce nido piccino agli occhi, ma pel cuore immenso, e in esso, a notte, un dondolìo di cuna....
GIORNO DI FESTA
Anima stanca, andiam dunque in letizia per le strade e le piazze, oggi ch'è festa. Le piccole operaje han tutte in testa un fiore, e in bocca un riso di delizia.
Ridono al sol d'Autunno che riversa carezze d'oro sugli ippocastani, ai davanzali rossi di geranî, alla gente che passa, all'aria tersa.
Non sei dunque tu pure un'operaja che agucchia sulla tela il suo destino?... Oggi con esse mettiti in cammino, cantando qualche canzonetta gaja.
Le campane del vespro han le parole di pace che in lontani tempi udivi; quando, fanciulla ancor, pei verdi clivi del sogno errasti a cogliere viole.
È così dolce vivere il momento felice, con ingenua contentezza!... Chi te lo toglie, il filtro di bellezza che adesso bevi come bevi il vento?...
Lo so: giostra, fanfara, lotteria, le arancie a un soldo, il ballo popolare.... Tutto questo, lo so, forse è volgare. .... Sta fra i semplici il gaudio, anima mia!...
Nessuno mai ti darà gioja come l'agil popolo tuo ch'è sì fanciullo nell'amore, nell'odio e nel trastullo, nè chiede, per sorriderti, il tuo nome!...
Segui la giovinetta che s'oblia nel passo, a fianco del suo forte amante, e gli s'appoggia, flessile, allacciante, susurrando una tenera follia:
va come il fiume verso la sua foce: va come il sogno verso la sua stella: fatti ogni giorno una bontà novella, anima stanca, e canta fin che hai voce!...
VANNI E VANNA
Una notte d'inverno, Vanni e Vanna chiusero gli occhi alla lor dolce madre. Ad essi non lasciavi, o dolce madre, che un giaciglio di strame e una capanna.
Nulla sapevan, fuor che verdi boschi percorsi a gara, e fiumi vinti a nuoto, e sogni d'astri su nel cielo ignoto, e rosse nubi di tramonti foschi:
egli biondo, ella bruna: egli con tersi occhi d'acciajo, ella con lunghi cigli d'ombra: e nessuno li potea dir figli d'istessa madre--tanto eran diversi.
Pur s'amavano. E quando fu sepolta la madre, Vanni disse: Ove s'andrà?... Ma Vanna scosse con serenità il casco della chioma arida e folta.
Non per essi la fumida officina ove d'odio e di sangue gl'ingranaggi s'intridono talvolta, e nei selvaggi rombi vibran minacce di ruina:
non gelida bottega o solitaria soffitta, in lezzo sordido ammuffita. Fiori eran essi di beltà, di vita, maturati nel sole, avidi d'aria.
E chiese Vanni ancora: Che faremo?...-- Ella gli rise stranamente in faccia allacciandogli il collo con le braccia di zingarella; e disse: Canteremo.--
*
Così, lasciato il bosco e la capanna, soli con la chitarra e la canzone, sospinti da una folle passïone di libertà, partiron Vanni e Vanna.
Molti carmi sapevano: d'amore, d'odio, di guerra, di promessa. I lenti ritmi appresi li aveano essi dai venti, da lo stormir delle frasche sonore,
dalle piogge d'Autunno, dai sospiri degli usignoli quando Maggio torna, dal riso della terra che s'adorna se Primavera in sua freschezza spiri....
Strani talvolta sulle labbra smorte dei due fanciulli senza posa erranti dettava la profonda anima i canti. .... Apparivan le donne sulle porte:
macre fra i cenci, coi piccini al seno, impallidivan di dolcezza, in cuore pensando giovinezza e il breve amore primo, e i sorrisi del tempo sereno.
Sollevavano i fabbri dalle incudi sudato il volto, e dalla tela gli occhi le cucitrici, e i bimbi dai balocchi, e i braccianti dai ferri i polsi rudi;
e ognun tornava ad una sua perduta gioja, a un lontano bene, a una malia di tenerezza--a ciò che non s'oblia anche se per dolore il cor si muta.--
*
«Vanna, sei stanca?... Come in un agguato la luna piomba dietro un aggroviglio di nubi nere.--Per il tuo giaciglio il mio mantello io stenderò sul prato.
Sorella della mia libera gioja, lucciola d'oro, piccola farfalla!... Posa, col capo presso la mia spalla, fino a che l'ombra ad oriente muoja.
Dell'ombra io spierò sogni e misteri, e del silenzio i fremiti sommessi; e ingenue laudi comporrò con essi che tu modulerai lungo i sentieri....»
«.... Vanni, m'ha desta il brivido dell'alba, dormìi sull'erba come in un lenzuolo: chi fu che mi vegliò tacito e solo, sotto l'incanto della luna scialba?...
La luna m'insegnò stanotte un canto che farà bianche di malinconia tutte le donne.--Un poco aspra è la via lungo il fiume che piange un sordo pianto:
giungerem tardi alla città superba che laggiù, tra le nebbie, innalza i suoi pinnacoli fumanti.--Oh, dolce a noi mirare alberi e cieli, e premer l'erba:
e non aver dagli uomini che un pane, nè chieder altro: ai focolari accanto stornellando passar senza rimpianto, dominatori delle vie lontane!...»
*
Livida, immota sotto un ciel di piombo sta la città dove son giunti. Tetre minacce par che salgan dalle pietre. Investe l'aria un vampo ardente, un rombo
di tempesta, di collera. Le porte son chiuse, chiuse le finestre. Passano i soldati a nuda arma, a testa bassa. Sbuca la turba, ecco, a tentar la morte:
d'odio armata, di sassi e di pazzia, contro la forza il suo delirio scaglia. Irrompe, ansa, urla, impreca, si sguinzaglia, si ricompone a barricar la via.
.... Così, così s'ammazzano i fratelli in Dio, nelle città cariche d'oro?... .... Dolci rapsòdi, alto a quest'ora è il coro dei passeri, laggiù, sui pioppi snelli.
Fiori travolti nella gran ruina con l'orda cieca i due rapsòdi vanno. Odon sibili e gemiti: non sanno. Sorridono al furor che li trascina.
Nella trepida gola han le canzoni della selva, nel sangue onde d'amore; ma un colpo spacca all'uno all'altra il cuore, cadono insieme, boccheggiando, proni....
Sulle labbra innocenti amor s'impietra che agli umili sorrise in gaje note: l'anima goccia dalle arterie vuote, e se ne imbeve, gelida, la pietra.
IL GIARDINO DELL'ADOLESCENTE
I.
_Gli occhi. _
La fanciulla ch'io sveglio in questi vani versi, altra grazia non avea nel viso che lo splendor degli occhi sovrumani.
Nessuno sguardo sostener potea lo sguardo di quegli occhi, ove una fiamma più intensa della vita era: l'Idea.
Lucean per rogo interno fra l'oscura massa dei ricci, ammorbidendo il grave profilo e il taglio della bocca pura.
Ogni raggio ogni fiore ogni diversa beltà di cieli e di terrene forme vi si specchiava come in acqua tersa,
e velavan le ciglia un sogno enorme.
II.
_La stanza e il balcone. _
Era nuda la stanza, con pareti bianche di calce, un crocifisso al letto, qualche libro nei freddi angoli queti.
Ma dal balcone Ella scorgea le frecce delle rondini a volo--e libertà irrompeva col vento nelle trecce:
e un aroma di prato e di boscaglia acutamente dal giardin salìa folle di rose e denso di ramaglia.
L'Adolescente in sè fingea le vite colà viventi: erba che cresce, fronda che svetta, arsa tristezza d'appassite
rose, palpito d'ala vagabonda.
III.
_Re Sole. _
Leggera Ella passava fra le ajuole: pensava: Sono un fiore o una fanciulla?... O son l'innamorata di Re Sole?...--
Le penetrava il sol dentro i capelli, dentro le carni, con sottil delizia saturando di forza i fianchi snelli:
onde di vita, onde di gioja acerba s'abbattevan su lei, simili al vento che bacia e piega al suo passaggio l'erba.
Ell'era una lucente creatura di sole--nata pei meriggi, quando su le rïarse terre la calura
sta come un rogo, immota balenando.
IV.
_La via. _
Dietro il cancello una solinga e tetra via risognava il suo centenne sogno e l'erba le crescea fra pietra e pietra.
Appuntava alle sbarre la sua faccia l'Adolescente, con desìo febbrile cercando il mondo sulla muta traccia:
ed il mondo per essa era una rete di giardini e di strade, immerse in una fulgida e profondissima quiete:
in quel silenzio un'eco di campane, in quella luce uno sbocciar di fiori: dietro le porte un balenío di strane
pupille, ardenti di secreti ardori.
V.
_La gamma. _
«Do re mi fa sol la....» La gamma eterna da lontana invisibile tastiera saliva e discendea con ansia alterna.
Saliva al par d'un'ala che s'avventi al cielo, discendea con la ruina precipite di frane e di torrenti:
in sè il principio d'ogni ritmo e l'onda d'ogni cadenza e il vivo cuor del canto chiudeva, innumerevole e feconda:
e all'anima fanciulla il senso della vita apparve così, dentro una gamma; ed ogni voce essa vi udì: da quella
dei sogni al disperato urlo del dramma.
VI.
_I fiori del sogno. _
Allor che il sonno la gettava inerte sul capezzale, e in quel sopor parea morta, nell'ombra, con le palme aperte,
tutti i suoi fiori Ella sognava.--In una luce scialba e malata, che non era notte, nè giorno, nè sole, nè luna,
simili a bocche umane le corolle di viva carne protendeansi ai baci dell'aria; ed altre sorridean con molle
riso, ed altre eran occhi, occhi splendenti di passïone in volti di follia; e mormoravan verso gli astri spenti
parole di divina nostalgia.
VII.
_Il sangue. _
Il sangue, il sangue!... Lo vedea, nel grembo d'ogni fiore vermiglio, nelle nubi d'alba e di vespro, nell'orror del nembo;
lo sentiva nel rombo d'ogni arteria, denso, caldo, gagliardo, veemente, sola ricchezza nella sua miseria.
Da quale avo guerriero quell'ebbrezza del sangue a lei veniva, e, nel sognarlo, quell'occulta spasmodica dolcezza?...
Fontanelle di sangue zampillare scorgea dall'imo del suo cor profondo; e d'un tragico rosso imporporare
ogni giardino ed ogni via del mondo.
VIII.
_La visione. _
A raccoglier nel cavo della mano quel suo bel sangue dilagante a rivi, venìan turbe, da presso e da lontano.
Le vesti in cenci lor cadean da' fianchi, avean nodose mani e scarni volti, e labbra ansanti, come di chi manchi.
Col gesto d'una belva che si sazia bevevano alla dolce fonte umana generatrice di forza e di grazia.
E più scendea per vene sitibonde il tesoro di vita, e più nel cuore della Sognante rifluiva in onde
dense di succhi, turgide d'amore.
IX.
_La vita. _
Che voleva da lei la vita?...--Tutto.-- Ella sentiva d'esser sacra.--In lei niun atomo poteva esser distrutto.
L'aria l'erba la terra il fiore il raggio si trasmutavan nella sua sostanza con la fecondatrice ansia del Maggio:
dalla punta del piede agile, al torso nervoso, al casco dei capelli neri, Ella era frutto che attendeva il morso.
Oh, vivere la piena vita!... Oh, fra le avide mani stringerla, per sete di spremerne ogni succo, ed anche il male,
e le più aspre verità segrete!...
X.
_La partenza. _
Un giorno Ella partì, per la sua strada. Ogni energia per vincere temprata aveva, in fiamma e in ghiaccio, al par di spada.
Vide paesi, vide ampie città. Pulsar sentì nel suo fraterno cuore il cuore enorme dell'umanità.
Le parve d'esser cento e d'esser mille. Fu la donna del gran sogno vermiglio. Nel sole abbacinò le sue pupille.
Ma a poco a poco si trovò smarrita, nè seppe come.--Ognuno era scomparso.-- Si trovò sola, a mezzo della vita,
fra le sterpaglie d'un campo rïarso.
XI.
_La nostalgia. _
Ora vorrebbe, ma non può tornare al tempio di sua fiera adolescenza. O ricordo, o divina alba sul mare!...
Forse i rovi s'aggrappano alle porte, ora: forse la quercia è rasa al suolo, fra l'aggroviglio delle rose morte.
Che direbber, vedendola, i cancelli arrugginiti?... «Ohimè, come diversa!... Sei tu colei che aveva occhi sì belli,
labbra sì rosse, e qui tra fronda e fronda crebbe, ed il lembo del suo cielo scôrse?... Che cerchi, con la bocca sitibonda?...
Un sorso d'acqua?... Il sogno antico, forse?...»
XII.
_Suora Morte. _
--Come stanca!... Abbandònati sul fresco terreno.--Ancor, mattina e sera, l'Ave suona, in rintocchi píi, da San Francesco.
Ti ricordi di quando eri fanciulla?... Contavi ad uno ad uno i lunghi steli dell'erba, e d'essi ti facevi culla....
Se la tua carne soffre e vuol dormire, oh, nulla qui ti sveglierà, nemmeno le rondinelle coi lor voli a spire.
Cresceranno dal tuo corpo sottile cespi di menta e violette smorte, e tu respirerai l'antico Aprile
per sempre....--Benvenuta, Suora Morte.»
LIED
Suonavi al pianoforte un'ampia e lieve melodia di dolcezza, un Lied tedesco. Stillava il suon sulla mia febbre, fresco sfaldandosi nel cuor come la neve.
L'invincibile arsura che mi strazia s'abbeverò a gran sorsi alla tua fonte, o figlia mia, che porti sulla fronte, simile a stella, il segno della grazia.
Ero in ombra, addossata a una parete. Tu non vedesti la marmorea faccia, il muto amor che ti tendea le braccia, l'amarissima bocca arsa di sete.
LA MASCHERA
Tutto il giorno la bella creatura rise, mostrando lo splendor dei denti: carezzò bimbi, ornò la sua cintura di fiori, gorgheggiò con lieti accenti.
Nulla in essa turbò l'agile e pura grazia del gesto e dei lineamenti tanàgrici: la voce e la figura furono un sogno d'armonie fluenti.
Ma or ch'essa è sola e fitta ombra la cinge, subitamente si scompone in volto, irrigidita come in agonia.
Chi è costei che il suo lenzuolo stringe con l'unghie, ed ha nel torvo occhio stravolto l'angoscia, la vendetta e la pazzia?...
LA VOCE DEL MARE
Io ti farò morire di dolcezza, se tu m'ascolterai quando la luna gonfia il mio cuore come un cuore umano. Sarà rossa la luna ad orïente, e poi, salendo, diverrà di perla. Tu immobile starai tra flutto e spiaggia, piccola--oh, un punto!...--in mezzo all'infinito. Io ti dirò l'ore perdute della tua dolce infanzia, l'ore che tu credi dimenticate; e i sogni in cui vedevi fiori simili a bocche aperte al bacio fiorir per te lungo rupestri lande ove il giorno non era e non la notte era, ma Vita somigliava a Morte. Io ti dirò ciò che hai sofferto.--Ma mitemente, così, come di cose lontane, e che non possono colpire più, tanto nel pensier le trasfigura la poesia della possente vita. Io ti dirò le cose che tu speri, e per incanto le vedrai compiute: e la pienezza de' tuoi sensi tale sarà, che ti parrà d'essere eterna, fulgida innumerevole leggera quale schiuma di queste onde d'argento che si gonfian d'amor sotto la luna.
Io ti farò morire di tristezza se tu m'ascolterai quando di piombo grava il cielo su gravi acque di piombo. Starà sospesa dentro la calura, nel silenzio, un'attesa di tempesta: l'onde verranno a lacerarsi sulla spiaggia, con rauche grida appassionate. Allora, allora, o piccola, che hai così tenere mani e così grandi occhi, io ti canterò la veemente poesia della vita che vivesti prima d'esser la piccola che sei. Una zingara fosti.--I tuoi capelli battenti il dorso eran color del rame, tutti a riccioli, vivi uno per uno: e verdastri e mutevoli i tuoi occhi di sole e d'onda; e tutto di serpente l'agile corpo, in mille avvolgimenti esperto, ed arso dall'impuro sangue dei nomadi. Tu fosti una regina. Passò il tuo carro lungo le mie rive, il tuo riso il tuo canto a fior de l'acque. I tuoi compagni avean denti ferini, rapaci mani, acuti occhi di falco, e tu li amavi; ma più d'essi amavi la libertà.--Tenevi al petto un fiore, sotto il fiore nascosto un pugnaletto lucentissimo. E fiera sulle piazze danzavi le tue danze, le tue danze di gitana, ricordi?...--Non ricordi dunque tu nulla?...--Dalla casa errante le pallide vedesti albe fiorire, e nei tramonti l'acque invermigliarsi, e nei meriggi tutto esser di fiamma, anche il tuo corpo, anche la vagabonda anima tua come l'arena innumere, multicolore come l'onda, libera come il vento del largo. E delle folle ti piacque il gran clamore, e del deserto il gran silenzio, e delle vie notturne i fanali rossastri, i torvi agguati, il pericolo corso ad ogni istante.
Di desiderio io ti farò morire, se vorrai ch'io ti dica il nome tuo d'una volta.--Ricòrdati.--Superbo era, ma dolce e pieno d'assonanze strane.--Non giungi a ricordarti?... China sul mare, ascolta il pianto inconsolabile dell'acque che s'inseguono s'infrangono e muojono e rinascono e non sanno perchè.--Non ti diran forse quel nome; ma in esse sentirai la sua potenza dominatrice, o piccola, che hai così teneri polsi per catene di perle, e così grandi occhi pel sogno.
MALINCONIA
Malinconia dei primi capelli bianchi, che timidamente spuntano tra il vigor della fluente feminea chioma, intorno al dolce viso!.... Malinconia dei primi solchi di ruga, oh, lievi, che al sorriso danno una tenue grazia d'appassita rosa, e allo sguardo il tuo mistero, o Vita!...
Lenta e sottil tortura della tristezza che non si può dire, quando la gioventù sa di morire, sa di morire tutti i giorni un poco: ombra su fronte pura, sordo spavento di colei che al foco d'amore arse la bianca leggiadria, e visse di carezze e di follia!...
Piccola donna stanca che al tuo balcone guardi Primavera risorgere fra timida e leggera, fiori e nidi portando al tuo giardino; piccola donna stanca, perchè tieni sul petto il capo chino, mentre il riso dei cieli ed il tepore ha una dolcezza che ti rompe il cuore?...
Tu sai la vita. Sai di tutti i baci la delizia lenta, quando amore ti culla e t'addormenta abbandonata come cosa morta. E la malia tu sai della tua faccia, ove la bocca smorta sorride sempre, mentre gli occhi sono tristi, quasi chiedessero perdono.
E tu l'ami, l'amore: e pensi: Che farò, domani?...--Oh, nulla al mondo vale un riso di fanciulla che insegua, a Maggio, lucciole nel prato. O amore, o folle amore di giovinezza, o efèbo incoronato di rose, o calda onda del sangue, o lieve passo, o chiara bellezza, o gioja breve!...
.... Piccola donna, forse meglio è morire in questa Primavera molle, pria che ti renda a te straniera quello che temi più della tua morte. Piccola donna, forse ti è dolce chiuder dietro a te le porte del silenzio e dell'ombra--ora che in viso t'arde di gioventù l'ultimo riso.
IL TERZETTO DELLE DAME GRIGIE
Tre dame grigie stan sedute intorno ad uno stagno, sul finir del giorno.
Guardan la bruma vaporar dall'acque: pensano un canto che oscillò, poi tacque.
L'una lasciò cadere il suo lavoro, un giglio bianco sulla trama d'oro:
l'altra perdette al suo volume il segno, ove si parla d'Elsa e del suo regno:
la terza non ha libro di leggenda, non ha filo e ricamo--e par che attenda:
che cosa?... o chi?...--Riflette i volti lividi lo stagno.--Il cielo ha nubi, e l'acqua ha brividi.
*
Dice la prima dama, con un riso timido e dolce nel pallor del viso,
ma triste, oh, triste al par della memoria d'un sogno: Io son colei che non ha storia.
Le mie carezze non le seppe alcuno, poi ch'io serbai tutto il mio cor per uno
che non mi vide.--Io son colei che cuce sola, al balcone, fin che il giorno ha luce:
che passa come in un deserto fra le turbe: che non sa il bene e non sa il male:
che irrigidisce in sè chiusa e raccolta, già morta prima d'essere sepolta.--
*
--Ebbi un fascio di raggi per capelli-- mormora l'altra--e il sol negli occhi belli.
Venne l'Inverno e nevicò sul ramo, ma «Che t'importa?...» uno mi disse «Io t'amo:
chioma d'argento sarà chioma bionda sempre, per la mia bocca sitibonda.
Ad ogni filo bianco un bacio scocca la fida bocca, l'adorata bocca:
più fugge il tempo e più al mio si stringe il cor che sol da me conforto attinge;
ma è tardi. E già nell'ombra che ci preme solo temiam di non morire insieme».
*
Geme la terza: Io voglio i miei vent'anni. Chi me li rende, coi divini inganni
d'allora?... Io dunque fui quella che visse di baci e «Amor» col proprio sangue scrisse,
e coperse con maschere di grazia le febbri della carne non mai sazia?...
Le mie labbra han le stimmate roventi dei morsi. Io so l'orror dei roghi spenti.
So delle rughe l'onta ed il martirio sulla bellezza; e il torbido delirio
dei sensi vivi in fascino che muore. Che farai dunque, o mio selvaggio cuore,
se invecchiare non puoi come le chiome?... Oh, il tempo di sorridere al tuo nome,
di scorger l'orma del tuo piede al suolo, d'afferrar del tuo manto un lembo a volo,
o Giovinezza, e fuggi!... Oh, il tempo di....» .... Taccion le bocche stanche. Scolorì
una rossastra nube in cielo, e parve morire.--Tutto è cenere.--Tre larve
immote e sole, dello stagno a riva, sì immote che non sembran cosa viva,
restano a guardia della cupa notte: ombre vane, la vana ombra le inghiotte.
IL SILENZIO
Tu che sussulti a un batter d'ali, ed hai il nodo del silenzio sulle labbra color di cenere!... Perchè taci, e tremando te ne stai rinchiusa in una torre di tristezza?... E pure sei così giovine ancora, così soave è ancor la tua bellezza!...
Non so il tuo male.--Tu mi sembri oppressa da un cilicio nascosto, che flagelli la carne fragile, perdutamente al suo poter sommessa; e un'ebbrezza indicibile ti è data forse dal tuo soffrir senza parola, se al lamento la bocca è sigillata;