Dal primo piano alla soffitta

Chapter 9

Chapter 93,705 wordsPublic domain

L'appello materno gli era pervenuto in un momento critico della sua vita. Già da qualche mese tre ufficiali della marina austriaca, amicissimi suoi, Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro, nomi che l'eroismo e la sventura resero sacri, erano fuggiti a Corfù col proposito di gettarsi sul primo lembo di terra italiana ove fosse possibile di alzare il grido della riscossa contro i tiranni stranieri e domestici. Partecipe dei loro disegni e non meno deliberato a dar per la patria il suo braccio e il suo sangue, Gasparo Rialdi però non aveva creduto l'ora propizia pel magnanimo tentativo e aveva scongiurato quei valorosi a serbarsi per tempi migliori. E forse essi avrebbero accolto il suo consiglio, se il timore di esser già spiati dalla polizia imperiale non li avesse indotti a precipitare la diserzione. Con che cuore Gasparo li avesse visti partire è facile immaginarlo. Ed è facile immaginare con che ansietà egli avesse seguito le loro vicende. L'incrollabile fermezza di Emilio di fronte alle preghiere e alle lacrime della misera madre volata a Corfù nella primavera di quell'anno 1844 per iscongiurare l'imminente sciagura, la fiera dichiarazione pubblicata dai due fratelli in un giornale di Malta in risposta a un editto dell'Ammiragliato austriaco, la lettera scritta da Domenico Moro al comandante della sua nave per ispiegargli la propria condotta, commossero in quei tempi, prima ancora della tragedia di Cosenza, quanti erano spiriti gentili nella penisola. E Gasparo, ch'era stato il confidente di quei giovani audaci e che, pronosticando col lucido ingegno l'inanità dell'impresa s'era invano sforzato di trattenerli, aveva poi sentito un acre rammarico a non esser con loro, ad aver piuttosto ubbidito alla voce della ragione che agl'impeti dell'entusiasmo. La notizia sparsasi nella seconda metà di giugno che i Bandiera coi loro seguaci fossero sbarcati in Calabria diede nuova esca al fuoco, e il nostro giovane ufficiale al quale pareva di meritarsi la taccia di codardo, studiava già i modi di raggiungere gli amici, quando la lettera di sua madre gli additò un dovere sacro, preciso, immediato a cui non gli era lecito di sottrarsi.

Livido di sdegno e di rabbia, Gasparo Rialdi, appena ricevuto quel foglio, si presentò al suo comandante pregandolo d'accordargli un congedo d'un mese per motivi gravissimi di famiglia.

Il comandante, austriaco fino al midollo dell'ossa, ma buono di cuore e amoroso dei suoi dipendenti, fu fieramente turbato da quella richiesta, e cercando di leggere nella fisonomia stravolta dell'ufficiale:

--Che avete, Rialdi?--gli disse.--Non vi si riconosce più.

L'altro si schermì dal rispondere e insistette sulla necessità che aveva di partir subito per Venezia.

--Mi date proprio la vostra parola d'onore che partite per Venezia? Solamente per Venezia?

Gasparo Rialdi comprese il significato della domanda e proseguì con voce ferma:--Sì, le do la mia parola d'onore.

--Ebbene, ebbene,--brontolò il comandante ordinando allo scrivano di redigere il permesso. E proseguì a voce più bassa:--Vedete, Rialdi, sono momenti difficili. Quei disgraziati giovani hanno fatto del male a tutti.

Gasparo sentì salirsi una fiamma al viso, ma non disse nulla.

--Del male a tutti,--ripetè il suo interlocutore.--Si vive in un'atmosfera di sospetti.... Sfido io.... Dopo un fatto simile.... Tre giovani che avevano uno splendido avvenire davanti a sè.... I Bandiera specialmente.... figli d'un contrammiraglio.... Non par vero.... E che cosa credono di fare? Di vincer delle battaglie contro le truppe di S. M. Borbonica?.... Di conquistare il Lombardo-Veneto?.... Ci rimetteranno la testa.... pazzi, pazzi da legare.... Date qui.

Quest'ultime parole erano rivolte allo scrivano che aveva finito il suo lavoro.

--Ecco il permesso firmato, Rialdi.... In fede mia, a un altro avrei risposto di no.... Dunque siamo intesi.... A Venezia direttamente.... Venezia per la via di Trieste.... La vostra parola d'onore.

--Gliel'ho data,--tornò a dire Gasparo ringraziando e inchinandosi.

E quella notte medesima egli viaggiava col vapore del Lloyd per Trieste. C'era a bordo una quarantina di passeggieri, quasi tutti sopra coperta, tanto il tempo era bello e il mare tranquillo. Si ciarlava, si giocava, si faceva all'amore. Tre o quattro suonatori ambulanti, imbarcatisi a Smirne in terza classe, strimpellavano delle polke e dei valzer, e chi ne aveva voglia ballava al chiaro di luna, mentre i delfini saltellavano sulle acque fosforescenti.

Gasparo Rialdi pensava ai suoi amici inseguiti, a sua sorella vituperata. Egli era solo, taciturno, chiuso in sè stesso. Nè le sue angoscie patriottiche, nè i suoi dolori domestici erano di quelli che possono cercare un sollievo nelle simpatie altrui.

XIV.

Pallida, confusa, tremante, con le gote molli di lagrime, Fortunata osava appena alzare gli occhi verso il fratello. La confessione del suo fallo non l'era mai stata così grave. Non dinanzi al sacerdote, avvezzo a quetar gli scrupoli della sua coscienza, non dinanzi alla madre, la cui leggerezza colpevole aveva avuto tanta parte nella sua caduta. Ma Gasparo, del quale ella ricordava le previsioni, gli ammonimenti, i consigli, ahimè non seguiti, Gasparo poteva rinfacciarle la sua vergogna cercata, voluta, poteva chiederle conto dell'onore della famiglia da lei macchiato per sempre. Ella ne aveva avuto sin da bambina una gran soggezione; figuriamoci adesso ch'egli era un giovinotto alto, severo, abbronzito dal sole, con uno sguardo acuto, penetrante, che ricercava l'intime latebre dell'anima.

Eppure, di mano in mano ch'ella parlava le rigide fattezze dell'ufficiale s'atteggiavano a un'espressione più dolce; pareva che il giudice si fosse impietosito del reo. E invero un gran peso gli si era tolto di dosso. Il linguaggio schietto, ingenuo di Fortunata lo aveva reso sicuro che, quale pur fosse stata la condotta di sua madre, sua sorella era una vittima e non era una complice.

Quand'ella si tacque, egli stette un momento in silenzio col viso nascosto tra le palme; poi disse queste sole parole:--E lo ami sempre?

--Sempre--ella rispose chinando la fronte, ma con voce ferma.

--Sì, capisco--ripigliò Gasparo--l'amarlo fu la tua unica colpa e fu anche la tua unica scusa.... Ma adesso.... dopo il suo vile abbandono, dopo il suo turpe oblio d'ogni dovere più sacro.... Ah se tu non lo amassi più!...

Fortunata lo guardò atterrita.--Lo amo! Lo amo! In nome del cielo, che faresti se non lo amassi più?

Gli occhi del giovane sfolgorarono.--Quel che farei?... Gli farei pagare a caro prezzo l'oltraggio, e poi direi a te: Dimentica perfino il suo nome: dimentica ch'egli ti ha reso madre... l'essere che darai alla luce non ha nulla da guadagnarci a conoscerlo.... ci penseremo noi, noi soli.... se sarà un maschio, avrò cura io della sua educazione, ne farò un uomo, un cittadino.

--Grazie, Gasparo, grazie--esclamò Fortunata.--Oh tu sei buono e io non perdonerò mai a me stessa di non averti ubbidito; ma se mi vuoi bene, se hai misericordia di me non devi far del male a _lui_.... a Leonardo.... non devi togliermi la speranza ch'egli mi ridoni un giorno il suo affetto, che, disingannato, stanco dei baci delle altre donne, egli torni da quella il cui cuore non muta... dalla madre della sua creatura....

--Ma non sai dunque--interruppe il fratello--che faranno di tutto per indurlo a prender moglie... una moglie che porti il suo bel gruzzolo di zecchini.... poichè si va buccinando che i nostri illustri parenti siano dissestati e che occorra una grossa dote per tappare i buchi?

--No--disse la ragazza sforzandosi di persuader sè medesima che i dubbi di Gasparo erano infondati.--No, non vi riusciranno.... Quello che Leonardo vuole è la sua libertà.... È la risposta ch'egli diede a mia madre, a Monsignore... Se si risolvesse a sposarsi....

--Credi che sposerebbe te?

--Lo credo.

--Senti--disse Gasparo dopo una pausa--vedrò gli zii Bollati, vedrò Leonardo... oh non temere, so esser calmo, so reprimere le mie antipatie.... e quello che potrò fare pel tuo bene te lo giuro, sorella mia, lo farò.

Quantunque a malincuore, la contessa Zanze s'era rassegnata ad abbandonar nelle mani di suo figlio il grave affare domestico, pel quale da un paio di mesi ella metteva in combustione il mondo. Quel benedetto Gasparo aveva un certo carattere, certe idee tutte sue.... Insomma ella lo aveva chiamato e non poteva disgustarlo. Ma il conte Luca brontolava:--Fanno come s'io non esistessi.... Vanno, vengono senza degnarsi d'avvisarmi.... Quest'è bella.... Sono o non sono il marito di mia moglie e il padre dei miei figli?... Mi spiego?... Non era naturale che conducessi io la faccenda?... Ma, nossignori... Prima _madama_ ha voluto far da sè.... E adesso tocca a Gasparo, che con quel suo temperamento sulfureo finirà di rovinarci.... Cose che andrebbero trattate con calma, con prudenza, con spirito conciliativo.... E intanto chi soffre di più siamo noi due, Fortunata e io.... io che non ho un momento di bene....

Il conte Luca non osava dirlo, ma pensava alla sua scacchiera.

In famiglia Bollati l'arrivo di Gasparo Rialdi a Venezia recò una molestia infinita. Gasparo non era più un ragazzo da prendersi a scappellotti; era un uomo, era un ufficiale tenuto in gran conto dai suoi superiori, e non si poteva sbrigarsene con delle ciancie vuote. Sua Eccellenza Zaccaria se n'era persuaso subito dopo un primo colloquio, in cui, ricevuta l'imbeccata da _sior_ Bortolo e dai Geisenburg, egli aveva tentato di menare il can per l'aia. Bisognava vedere, bisognava studiare (proprio le parole precise di _sior_ Bortolo), bisognava cercare con tranquillità una soluzione conveniente. Al bambino si sarebbe provveduto....

--Conte Zaccaria--aveva detto l'ufficiale in tuono reciso--o il bambino entra in palazzo Bollati in compagnia di sua madre, o nessuno ha il diritto d'ingerirsene.... La soluzione a cui ella accenna sarebbe un secondo insulto per mia sorella... E io non sono disposto a passar sopra nemmeno al primo.... Ci rifletta meglio, conte, ascolti i suggerimenti del suo cuore e del suo onore.

Già; quest'era esprimersi chiaro. L'antifona della contessa Zanze. Non c'è altra riparazione che il matrimonio. Senonchè Gasparo non affogava il suo concetto in un mare di chiacchiere. Andava per le spiccie, aveva un piglio soldatesco che produceva un certo effetto.

Il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, secondato dalla consorte, urlava che la tracotanza di quell'ufficialetto di marina era intollerabile, e che bisognava dargli una buona lezione, e che gliel'avrebbe data lui stesso se non avesse temuto d'insudiciarsi le mani.

In quanto al contino Leonardo, è vano il dissimularlo, egli aveva paura, e se da un paio di generazioni i Bollati non fossero stati avvezzi a rimanersene attaccati come ostriche agli scogli della laguna, c'è da scommettere ch'egli avrebbe colto quell'occasione per intraprendere un viaggietto all'estero, tanto gli pesava il trovarsi faccia a faccia col fratello di Fortunata, del quale egli conosceva per esperienza l'indole focosa ed altera.

La paura è un difetto, ma anche i difetti possono servire a qualche cosa. Nel caso presente essa serviva a far capire a Leonardo il brutto impiccio in cui egli s'era messo e a predisporlo alla moderazione e all'umiltà nel suo inevitabile abboccamento con Gasparo.

Gasparo dal canto suo s'era impegnato con la sorella e con sè medesimo a frenar gl'impeti del suo carattere, cosicchè i due giovani, nell'incontrarsi, seppero nascondere il mal animo reciproco. Anzi, sulle prime, Gasparo fu lì lì per dubitare di essere stato ingiusto in passato negando al cugino ogni qualità di cuore e di intelletto. Ma, ohimè, il dubbio non tardò a dissiparsi, e Gasparo s'accorse ben presto che nel fare appello ai sentimenti generosi che scuotono le fibre degli altri uomini egli usava un linguaggio non inteso o inteso a rovescio dal contino Bollati.

Quelle parole che destano la coscienza sopita, che fanno salire al viso i rossori della vergogna, che fanno spuntare sul ciglio le lagrime del pentimento, erano pel giovane patrizio un vano frastuono, e invece di persuaderlo al bene rinfocolavano in lui gl'istinti bassi e perversi. Preparato ai motti pungenti, alle intimazioni recise del fiero Rialdi, l'eloquenza appassionata, commossa, affettuosa di lui gli sembrava un sintomo di debolezza.

--Quand'è così--pensava il vigliacco--ho torto io a farmi coniglio.--E si imbaldanziva a poco a poco, e dal labbro che un momento prima stillava latte e miele, gli uscivano allusioni maligne e velenose. Gasparo pazientò alquanto, ma colta a volo una frase che pareva accusarlo di fini subdoli e venali; egli afferrò pel braccio Leonardo, e fulminandolo con lo sguardo:--Bada--gli gridò con un ruggito--bada a quello che dici, o guai a te.

E mentre l'altro, allibito, biascicava delle scuse, egli proseguì:--Bada di non confondere la calma di chi è sicuro del proprio diritto con la pusillaminità de' tuoi pari.... Perchè t'ho parlato come a un fratello, tu hai creduto ch'io fossi qui a mendicar le tue grazie.... Povero scemo! Io non so se potrò costringerti a fare il tuo dovere; per me....--e Gasparo voleva dire: per me ci rinunzierei ad averti per cognato; ma si trattenne e soggiunse invece:--Però una cosa è sicura; me vivo, mia sorella non sarà impunemente disonorata, nè il nome della mia famiglia impunemente trascinato nel fango.

Misericordia! Sta a vedere che Rialdi si sognava di provocare un duello? Era matto? Eh Leonardo Bollati non si batteva! S'eran battuti abbastanza i suoi vecchi! La spada egli sapeva appena come s'impugnasse, e infatti non si ricordava d'aver mai toccata quella del nonno, comandante di galera, che il conte Zaccaria aveva regalato al Museo Correr insieme con altre anticaglie.

Questa certezza che, nella peggiore ipotesi, nessuno sarebbe riuscito a condurlo sul terreno, rimetteva un po' di fiato in corpo al nostro contino, ma non più di quello che era necessario per permettergli di manifestare con parole sconnesse la propria codardia. Il cugino era troppo focoso, lo aveva frainteso... Egli non aveva mai avuto l'idea di offenderlo... Ne aveva anzi una grandissima stima... ben meritata... come per tutta la famiglia Rialdi... Del resto, riconosceva i suoi torti... Avrebbe voluto morire piuttosto che nuocere a Fortunata... Ma adesso che poteva fare?... Già non poteva mica disporre di sè... Era minorenne, dipendeva da' suoi genitori... Se si persuadevano loro....

Gasparo lo interruppe con un gesto d'impazienza:--Quando facciamo sparger delle lagrime per i nostri piaceri, abbiamo perduto il diritto di addurre a scusa la nostra età giovanile e di ripararci all'ombra degli altri... Siamo abbastanza _uomini_ da dover risponder noi soli delle nostre azioni.

Parole altrettanto savie quanto inutili. Il contino Bollati non si dominava con gli argomenti, ma con la paura; lo si teneva in pugno perch'era un vile.

E questa fu l'impressione che anche Gasparo ritrasse dal suo colloquio con Leonardo. Si sarebbe vinto, ma la prospettiva d'una tale vittoria umiliava il nostro ufficiale assai più d'una sconfitta. E non volle o non seppe tacerlo a sua sorella allorchè ella gli corse incontro trepida, ansiosa, e vedendolo con la cera stravolta balbettò sbigottita:--Dio mio, tu m'annunzi qualche disgrazia.

--Non quella che temi--egli rispose con un sorriso pieno d'amarezza.

--Che cosa dunque?

--Ascoltami, Fortunata, ascoltami fin che c'è tempo. Se il consenso di Leonardo fosse una disgrazia peggiore del suo rifiuto?

--Egli acconsente? Leonardo acconsente a farmi sua moglie?--gridò Fortunata pazza di gioia. E i suoi occhi s'illuminarono come se le brillasse dinanzi una visione celeste. Ma poi scorgendo la meraviglia, il disgusto dipinti sulla fisonomia di suo fratello, chinò la fronte e arrossì.

--Non lo ha detto ancora--rispose Gasparo.--Ma io credo ch'egli acconsentirà a tutto quel che si vuole... sai perchè? Perchè lo spaventa l'idea ch'io possa fargli pagar caro il male che ti ha fatto, perch'egli trema per sè, perchè egli non ha nemmeno il coraggio d'essere un tristo... E da un tal uomo tu speri la felicità?... Ah se io fossi in te, piuttosto di aver costui per marito, accetterei anche il disonore.

--Per me forse--esclamò Fortunata--ma non per _lui_, non per mio figlio... Io non voglio che mio figlio sia chiamato con un nome ingiurioso.

Ma a questo grido di madre non tardò a tener dietro un grido d'amante.

--Vedi, Gasparo, tu non puoi capire... malgrado del tuo ingegno, e ne hai tanto, non puoi capire quello che si passa in cuore di donna... Tu mi domandi s'io spero da Leonardo la felicità... Ma la felicità, per noi, consiste nell'appartenere all'uomo che amiamo, nel viver con lui, per lui... anche s'egli non è degno del nostro amore... anche se ricambia con gli oltraggi e gli scherni le nostre carezze... Non corrugar la fronte, Gasparo, non esser troppo severo con me... sono una povera femmina, io... Non ragiono, sento... In quell'amore che mi ha fatta colpevole, in quell'amore che mi fa madre è chiuso il mio piccolo mondo... Non ho altro, non avrò altro mai... Il Signore non ha voluto ch'io espiassi il peccato con le preghiere, con le penitenze, coi digiuni... ha ribadito lui stesso le catene che mi tengono attaccata alla terra... No, no, te lo ripeto--ella continuava infiammandosi sempre più--tu non puoi capire... Bisognerebbe esser davvero al mio posto... Io non ho nè la bellezza, nè la grazia, nè lo spirito, ed _egli_ mi ha amata, sia pure per una settimana, sia pure per un giorno... è quanto basta perchè io l'ami per tutta la vita.

Gasparo era ammutolito. Che rispondere alle manifestazioni esaltate d'una passione che non tentava nemmeno giustificarsi, ma si affermava come un fatto inesorabile, voluto dal destino? Ed egli, il forte e prode uomo, si domandava tristamente come un libertino volgare, senza ingegno, nè dignità, nè coscienza, potesse esercitare un tal fascino sopra una fanciulla buona e gentile. Di quanto fango è dunque composta quella cosa divina che si chiama l'amore?

Checchè ne sia di ciò, l'abboccamento di Leonardo Bollati e di Gasparo Rialdi aveva avuto per effetto di lasciar uno dei due interlocutori sbigottito, l'altro nauseato. Ma se lo sbigottimento rendeva Leonardo più malleabile, la nausea rendeva Gasparo meno acconcio che mai al suo ufficio di negoziatore. Egli si trovava, del resto, in una singolare condizione di spirito. Egli capiva che, in certi casi, dal matrimonio in fuori, non c'è riparazione che valga, ma, d'altra parte, sentiva crescere la sua ripugnanza ad adoperarsi per combinare un matrimonio che avrebbe unito Fortunata con un uomo tanto spregevole. Era scontento della sua famiglia, scontento di sè. Lo irritava la nullaggine del suo babbo, l'indole poco scrupolosa di sua madre, l'accecamento di sua sorella; si sentiva umiliato di queste misere lotte in un tempo nel quale i suoi amici scontavano col loro sangue un'eroica follìa.

XV.

Poichè in Calabria era avvenuto quello che tutti prevedevano.

Sopraffatti dalle forze borboniche presso San Giovanni in Fiore il 19 giugno di quell'anno 1844, tratti a Cosenza dinanzi a una Corte marziale, Attilio ed Emilio Bandiera, Domenico Moro e i principali fra i loro seguaci, venivano condannati a morte il 24 di luglio e fucilati il dì appresso. La _Gazzetta privilegiata_ di Venezia di martedì 6 agosto riproduceva dal _Giornale di Napoli_ l'estratto della sentenza pronunciata ed eseguita. Non una riga di commento, non una parola di compianto pei tre veneziani che pur lasciavano qui tanta eredità di memorie e d'affetti. Era già molto se l'insulto villano non li accompagnava nella tomba. Ma nel segreto delle pareti domestiche, nell'intimità dei crocchi giovanili, i nomi dei tre martiri erano susurrati con affettuosa riverenza, e il sacrifizio magnanimo richiamava a più alti pensieri i popoli della Penisola immersi in frivole cure.

Ciò che Gasparo Rialdi provasse alla notizia della strage di Cosenza, è inutile il dirlo. Egli giurò allora, e mantenne il giuramento, di consacrare la sua vita all'idea per la quale i suoi compagni d'armi erano caduti. Certo non era piccolo sforzo per lui il far violenza alla sua natura schietta e leale, il continuar a indossare una divisa abborrita, a servire sotto una bandiera ch'egli tradiva; però i tempi tristissimi non lasciavano libertà di scelta ai generosi che i voleri delle famiglie o la dura necessità costringevano a militare sotto lo straniero; o venir meno agli obblighi di cittadini, o venir meno agli obblighi di soldati.

Comunque sia, sotto la prima impressione della tragedia di Calabria, il nostro ufficiale non seppe padroneggiarsi appieno, e il luogo e il modo in cui egli uscì dal suo riserbo diedero origine a un fatto che poteva avere per lui conseguenze gravissime.

Egli aveva pregato un suo conoscente d'introdurlo una sera nel Casino dei nobili affine di leggervi nei fogli napoletani i particolari del processo contro i Bandiera e i loro complici.

Ora nel momento in cui Gasparo entrò con l'amico, quei fogli erano tutti accaparrati da un gruppo di persone, tra cui primeggiava il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen, quello stesso che avrebbe voluto dare una buona lezione al Rialdi se non fosse stata la paura d'insudiciarsi le mani. Il signor marchese leggeva ad alta voce con la sua pronunzia ostrogota, fermandosi a ogni due parole per pigliar fiato e per interpolare qualche sua riflessione in italiano o in tedesco, un articolo del _Giornale di Napoli_, contenente un giudizio sommario sull'impresa di Calabria. Impresa _incredibile al racconto, di superlativa stoltezza, di crassa ignoranza_, la chiamava il dotto articolista, e l'illustre signor marchese stava appunto deliziandosi in queste frasi concise, vibrate, degne di Tacito. Egli vide con la coda dell'occhio Gasparo Rialdi, ma finse di non accorgersene e tirò innanzi nelle sue osservazioni, mettendoci forse una maggiore acrimonia. Anch'egli opinava, come la suocera, che Gasparo fosse un po' carbonaro, e non gli dispiaceva di slanciargli indirettamente qualche frecciata, tanto più che l'ufficialetto gli era antipatico per cento altre ragioni. La condotta del signor marchese non era punto generosa, giacchè egli doveva sapere che nel campo politico il Rialdi non aveva libertà di parola. Noi non abbiamo però detto mai che il marchese fosse un uomo generoso. Anzi egli non era punto tale, sebbene non fosse certo un vigliacco come il cognato Leonardo.

--Penissimo--esclamò il marchese Ernesto, sempre col giornale in mano--_Superlativa stoltezza... crassa ignoranza. So ist es..._ Così è.

L'uditorio approvava. Era proprio da matti furiosi il pensarsi una cosa simile... In trenta o quaranta voler abbattere un regno... E poi, se fossero padroni loro?

--_Gott bewahre!_ Dio guardi! meglio la fine del mondo... Sarebbe come Rifoluzione francese... Ladrerie, stragi, sacrilegi.

--Quel Mazzini!--disse un signore grave e maturo tentennando la testa.

--Sicuro--assentì il marchese.--Quel Mazzini, gran canaglia... Se si prende, non fucilarlo... troppo onore... _Erhängen muss man ihn_... come si dice in italiano? ah sì... impiccare, impiccare...

--Quello non si piglia--osservò un altro--e intanto dei poveri giovani vanno a farsi ammazzare per lui.

--Che poferi giovani? che poferi giovani?--esclamò infastidito il nobile moravo.--Esempi ci vogliono, e queste condanne faranno puonissimo effetto... Che poferi giovani?.... Tanto peggio per loro... Non poferi, impecilli forse... ma impecillità non scusa.