Chapter 8
Sotto l'impero di questa idea, il giorno stesso del fatale colloquio, ella corse in traccia d'un sacerdote suo conoscente, e inginocchiata nel confessionale gli rivelò la sua passione infelice e il fermo proposito di espiare i suoi errori con una vita d'orazioni, d'astinenze, di sacrifici. Che le dicesse il prete noi non sappiamo; certo si è ch'ella uscì dal tempio più invasata che mai dall'ascetismo e più che mai decisa a prendere il velo. La contessa Zanze, che aveva già notato quella mattina il pallore e l'abbattimento di Fortunata, notò ora lo stato d'esaltazione in cui ella si trovava e l'assoggettò a un interrogatorio in piena regola. La ragazza avrebbe voluto ritardare questa nuova confessione, ma non potè schermirsi dall'insistenza materna. Stremata di forze, ella fu côlta da un pianto isterico, irrefrenabile, e in mezzo ai singhiozzi ripetè ancora una volta la dolente istoria del suo amore e della sua vergogna. Quella storia sorgeva accusatrice terribile contro la madre, e la contessa Zanze, quantunque certe cose le capisse poco, non si sentiva la coscienza affatto tranquilla. Nondimeno, perchè ell'era seguace della dottrina che il fine giustifica i mezzi, se la caduta di Fortunata doveva darle un'arma per venire a capo de' suoi disegni, ell'era prontissima ad assolversi d'ogni colpa. Sì, sì, ella non aveva difficoltà a riconoscerlo, la faccenda poteva esser condotta meglio e sopratutto sarebbe stato necessario di badare che Fortunata conservasse il suo sangue freddo e che la bussola la perdesse Leonardo. Invece era successo precisamente l'opposto. Fatalità! A tale proposito la signora Zanze ricordava con segreto orgoglio l'arte finissima da lei adoperata a' suoi tempi col conte Luca Rialdi in condizioni analoghe a quelle della figliuola. Prima aveva invischiato ben bene il merlo; poi non aveva avuto più tanti scrupoli, chè già non è un delitto il mangiar il proprio grano in erba. Del resto, ora l'essenziale era di non smarrirsi d'animo e guai se Fortunata abbandonava la partita. Perciò, quando la ragazza tirò in campo l'argomento del chiostro, la contessa, che fino a quel punto l'aveva ascoltata con simpatia fingendo di non accorgersi dei rimproveri indiretti che c'erano nelle parole di lei, mutò tenore ad un tratto, e non frenandosi più dichiarò che questi eran discorsi da bambina e che il chiostro non accomodava nulla, e che una sola cosa poteva salvar l'onore della famiglia, il matrimonio. Ma Fortunata, la timida Fortunata, insistette dicendo che già il matrimonio era impossibile, e che a ogni modo ell'era ormai risoluta a fuggire dal mondo e a non consacrarsi ad altri che a Dio.... Era risoluta, avevano capito? La lasciassero stare, se non desideravano la sua morte.
Ne seguì una scena violenta, nel mezzo della quale la giovane cadde in deliquio.
Assistita subito dalla madre, ella non istette molto a rinvenire; ma si lagnava d'una grande spossatezza, d'un malessere generale ch'ella non sapeva spiegarsi.
Un dubbio improvviso sorse nell'animo della contessa Zanze; tuttavia ella tenne per sè le sue impressioni, e ripigliando verso la figliuola un tuono affettuoso e sollecito, raccomandò a Fortunata di esser calma, di non pensare a malinconie, di persuadersi che nessuno in famiglia voleva tiranneggiarla.
Rinfrancata alquanto da queste parole, la ragazza baciò e ribaciò la genitrice, e chiestole perdono del suo linguaggio eccessivo di poco fa, consentì a mettersi a letto.
Il conte Luca, tornando quel giorno dall'ufficio con la testa piena d'un finale di scacchi ch'egli aveva studiato sulla carta, trovò la moglie in cima alla scala e fu condotto da lei con gran mistero in un salottino appartato.
--Che cosa c'è? Che cos'è successo?--chiese il pover'uomo che non capiva.
--Zitto!--disse la contessa.--Non facciamoci sentire dalla gente di servizio.
La gente di servizio, fra parentesi, si riduceva a una fantesca un po' sorda. Ma la contessa Zanze amava le amplificazioni.
--Insomma?--ripigliò il conte abbassando la voce.
E allora la consorte gli spifferò tutto quello che ella sapeva e tutto quello che l'indisposizione di Fortunata le faceva supporre.
Il nobile Rialdi era d'indole mansueta, ma in certi casi non c'è mansuetudine che tenga; bisogna parlare o scoppiare.
--Questa tegola mi casca sul capo!--esclamò il conte Luca, girando come un forsennato su e giù per la stanza.--Mi spiego?... Non l'avevo detto io che l'andava a finir male?... Ma volete sempre fare a vostro modo, voi....
--Eh non mi seccate--interruppe la contessa Zanze.--Piuttosto andate a chiamare il medico, giacchè mi occorre saper precisamente in che acque si navighi.
Il conte Luca ubbidì, e il dottore, interrogata con molta discrezione la ragazza, uscì dalla camera coi genitori e disse loro che le supposizioni della signora contessa avevano proprio côlto nel segno.
--Povero me, povero me!--gemette il conte Luca, cacciandosi le mani nei pochi capelli che gli rimanevano.--Poteva toccarmi di peggio?
La contessa moglie gli diede sulla voce.--Ci vuol altro che queste smorfie! Adesso si vedrà se siete un uomo o un _pampano_.
La qual cosa si doveva vedere, ma non si vide, perchè la contessa Zanze, secondo il suo solito, prese la direzione della faccenda e al marito lasciò l'ufficio, meno arduo e delicato, di tener compagnia alla figliuola.
XII.
L'annunzio del grave avvenimento fu come lo scoppio d'una bomba in casa Bollati. Di così grosse Leonardo non ne aveva fatte mai, nè aveva mai recato un impiccio simile alla famiglia, neppure quella volta dello scandalo in giardino. Come immaginarsi che quel ragazzo si incapricciasse della Fortunata, una giovinetta senza forme e senza colore, che aveva diciott'anni e ne mostrava sedici, e con la quale egli aveva giocato alla bambola? E per peggio, il diavolo ci doveva metter la coda; anche un bimbo in prospettiva ci doveva essere!--Già--notava in cuor suo il lustrissimo Zaccaria--un gran sangue quello dei Bollati.
Sicuro, un gran sangue. Ma intanto (poichè non s'era nemmeno potuto effettuare l'andata in campagna a cagione di un'epidemia di tifo che infestava in quei mesi i pressi della villa) non c'era modo di levarsi d'attorno la contessa Zanze, la quale voleva che si rendesse l'onore alla sua creatura, e s'era ostinata a non veder altro risarcimento possibile che il matrimonio. E non si lasciava mica scoraggiare dalle ripulse, ma tornava alla carica col _lustrissimo_ Zaccaria, o con la _lustrissima_ Chiaretta, o con Leonardo, o con don Luigi, che nella sua qualità di ecclesiastico avrebbe pur dovuto capire quale fosse l'obbligo sacrosanto dei suoi padroni.
Don Luigi, uomo alieno dai fastidi, aveva in principio adottato la tattica di non credere all'importanza della cosa.
--Esagerazioni, esagerazioni--egli diceva.--Le ragazze senza esperienza prendono spesso lucciole per lanterne.
La contessa Zanze si sentiva il prurito di graffiargli gli occhi.--Ma che lucciole, ma che lanterne? Metterebbe forse in dubbio quello che Leonardo confessa?
--I giovinotti, si sa, hanno l'abitudine di vantarsi.
--Auff! Ma se il medico ha dichiarato che mia figlia... via, non lo sa quello che ha dichiarato il medico?
--Bisogna star a vedere, bisogna aspettare... I medici, cara contessa, pigliano tanti granchi a secco.
Finalmente don Luigi si arrese all'evidenza. Gli dispiaceva, proprio da galantuomo gli dispiaceva assai. Ma che poteva farci? Le Loro Eccellenze non ricorrevano a lui per consiglio... eh, pur troppo, i preti non eran più tenuti nel conto d'una volta.... E poi era un affare difficilissimo;... tutte le soluzioni avevano i loro inconvenienti... senza dubbio il matrimonio riparava al mal fatto... ma c'erano le sue obbiezioni, oh se c'erano....
La contessa Rialdi non voleva ammettere che ce ne fossero affatto, si riscaldava, usciva dai gangheri, e pretendeva tener responsabile il sacerdote della cattiva condotta del suo allievo. Allora anche a don Luigi saltava la mosca al naso, e, accendendosi in viso, egli dichiarava che aveva instillato al contino principii di moralità e di religione, e che non era colpa sua se l'altro non aveva saputo trarne profitto. Insomma perchè lo tiravano in ballo lui? Perchè non lo lasciavano attendere in pace a' suoi studi?
Coi cugini Bollati la contessa Zanze era a vicenda umile e petulante, supplichevole e minacciosa. Vantava i servigi da lei resi a Leonardo durante la sua malattia e così indegnamente ricambiati, dipingeva coi più tetri colori lo stato della propria famiglia dopo la catastrofe; Fortunata che si stemperava in lagrime; il conte Luca che ci rimetteva la pelle dall'avvilimento; oh se ce la rimetteva; lei ch'era invecchiata di più anni in pochi giorni e ch'era sostenuta soltanto dall'idea di giovare agli altri;... senza contare poi Gasparo che navigava nelle acque del Levante e che ancora non sapeva nulla, ma che quando avesse saputo.... Misericordia! Era meglio non pensarci neanche.
Quest'era il nembo lontano che ruggiva nei discorsi della contessa, ma di lì a poco tornava il sereno, tornava l'idillio pastorale. Che moglie più amorosa di Fortunata poteva mai trovare Leonardo; che nuora più devota, più ubbidiente potevano trovare il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta? Non era una Venere, ma non era nemmen brutta e spiacente, e poi aveva tutto le qualità morali che è lecito desiderare in una ragazza... buona, docile, pia.... Era povera sì, pur troppo, non aveva dote; ma che bisogno avevano di dote i Bollati?... Che cos'è il danaro? Che cos'è la ricchezza?... In quanto alla nobiltà dei Rialdi, nessuno pretendeva che essa fosse paragonabile a quella dei Bollati, ma era sempre una nobiltà genuina, co' suoi documenti in regola, non una delle tante che circolano per la piazza.
Ma la parte più commovente delle arringhe della contessa Zanze era quella che si riferiva al nascituro. Ella s'inteneriva al solo pensarci. Lo amava già con tutta l'anima quel suo nipotino. Ed era anche nipotino loro, dei Bollati; era, voglia o non voglia, un Bollati... Possibile che si rifiutassero di riconoscerlo?... Bisognava altresì considerare che vantaggio inestimabile sarebbe stato per Leonardo il prender moglie.... Era forse l'unico modo di sottrarlo davvero alle tentazioni, alle cattive amicizie e ai cattivi esempi.
Insomma la loquace femmina tratteggiava ai Bollati un quadro compiuto di felicità domestica. Che se le riusciva di abbrancar Leonardo (e non era cosa facile) rincarava la dose. Aveva a un passo il Paradiso ed esitava ad entrarci, quel disutilaccio.
Malgrado della sua furberia, la contessa Zanze non s'appigliava al mezzo migliore per far entrare in grazia il matrimonio a Leonardo. La prospettiva delle gioie casalinghe non lo seduceva punto, e chi avesse voluto persuaderlo a sposarsi avrebbe agito più saviamente dicendogli che il matrimonio era una semplice formalità, e che dopo le nozze egli avrebbe potuto menar la solita vita, senza paura che la moglie lo tormentasse con tenerezze o con gelosie, o che i figliuoli gli ruzzolassero fra le gambe o lo assordassero coi loro strilli.
Tutto considerato, i maggiori ostacoli all'adempimento del gran disegno della contessa Zanze non venivano nè dal _lustrissimo_ Zaccaria, nè dalla _lustrissima_ Chiaretta. Certo ch'essi non favorivano l'unione da lei vagheggiata, certo che avrebbero voluto anzi impedirla, ma non avevano per essa una di quelle ripugnanze invincibili che fanno cascar le braccia e troncano le parole in bocca a chi difende una causa.
Il conte un fondo di gentiluomo l'aveva; egli capiva che il danno recato da suo figlio ai Rialdi non è di quelli che si risarciscano con l'oro, e che non era una bella cosa pei Bollati il restar con quella macchia sul loro nome, e che la contessa Zanze non aveva torto a veder una sola riparazione possibile....; quantunque fosse lecito sospettare ch'ella avesse una gran parte di colpa in ciò che era accaduto.
La _lustrissima_ non era mossa dalle ragioni di suo marito. Ella non poteva soffrire quella inframmettente e pettegola cugina Rialdi e non avrebbe voluto fargliela spuntare a nessun prezzo; giacchè per lei non c'era dubbio ch'era tutto un intrigo ordito dalla Zanze, la quale adesso spargeva lagrime di coccodrillo; ma d'altro lato ella s'era tanto avvezza ad aver intorno a sè Fortunata, a farsene servire come da una cameriera o da una dama di compagnia, che non sapeva rassegnarsi all'idea di dover perderla. E allora era costretta ad ammettere che, realmente, come diceva la contessa Zanze, una nuora simile essa non l'avrebbe trovata mai, e che una gran signora avrebbe portato chi sa che fumi in casa.
L'avversario più accanito, più formidabile dell'unione fra Leonardo e Fortunata era l'agente generale, _sior_ Bortolo, il quale, tanto per procurarsi nuovo danaro quanto per tener a bada i vecchi creditori, aveva necessità assoluta di ripetere su tutti i tuoni che presto o tardi gli affari della nobile famiglia s'accomoderebbero con un cospicuo matrimonio del signor contino. Al principale poi fra questi creditori, certo signor Vinati, usuraio desideroso di nobilitarsi, _sior_ Bortolo non voleva togliere ogni speranza di vedere un giorno contessa la sua unica figliuola che stava per uscir di collegio e aveva gli occhi scerpellini, i denti guasti e cinquecento mila lire austriache di dote, astrazion fatta da ciò che le spettava alla morte del padre.
Cosicchè, sempre col debito rispetto alle Loro Eccellenze, il brav'uomo disse aperto l'animo suo. Non conveniva esagerare in nulla, nemmeno negli scrupoli. Un ragazzo di vent'anni che seduce una ragazza di diciotto non è più responsabile di lei che s'è lasciata sedurre.... ammesso anche che le parti non siano state invertite e che la ragazza, ubbidiente ai consigli di una madre artificiosa, non sia stata lei la vera seduttrice. A ogni modo, ci vorrebbe altro che in tutti i casi di questo genere si finisse col matrimonio! L'esservi un bimbo per istrada era senza dubbio un impiccio di più, era una disgrazia, ma si poteva vedere, studiare una soluzione decorosa, soddisfacente.... Il matrimonio egli, in coscienza, per la sua gran devozione ai padroni, doveva sconsigliarlo con tutte le sue forze. Quando si ha nome Bollati, si hanno degli obblighi verso il paese, verso la società, ed era evidente che queste nozze non corrispondenti alla grandezza del casato nè sotto l'aspetto morale nè sotto l'aspetto economico avrebbero prodotto una pessima impressione. E poi, era inutile dissimularlo, gli anni continuavano a esser cattivi, c'eran sempre batoste nuove, pur troppo, alcune innovazioni agricole introdotte dal signor conte, sebbene eccellenti in sè, non eran riuscite, le tasse crescevano, crescevano gli interessi dei mutui; alle corte, se il contino Leonardo si risolveva ad ammogliarsi era indispensabile ch'egli facesse entrar di molti quattrini in famiglia. E _sior_ Bortolo concludeva, come per tastare il terreno:--Insomma, sul blasone si può transigere; perchè quello dei Bollati basta per tutti, ma non si può transigere sui danari.
Alleati di _sior_ Bortolo, se non molto efficaci certo molto romorosi, erano i Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali erano venuti a saper la cosa e tempestavano i genitori e suoceri di lettere scritte in lingua austro-italica. Per carità non si lasciassero tirar nelle reti dalla Zanze Rialdi. Non dessero alla scappatella giovanile di Leonardo più peso di quello ch'essa meritava. Il matrimonio dell'ultimo rampollo maschio dei Bollati con una ragazza nè bella, nè ricca, nè sufficientemente nobile avrebbe alienato i parenti e gli amici. Se Leonardo doveva ammogliarsi, si cercasse un partito degno di lui. Anzi, a questo proposito, si riserbavano di discorrerne personalmente in Venezia, dove non eran più tornati dopo il 1838 e dove si disponevano a venir prestissimo per abbracciare il conte Zaccaria, la contessa Chiaretta e il caro Leonardo, fattosi ormai un bel giovinotto.
Non c'è bisogno di soggiungere che in queste difficili contingenze anche gli amici di casa volevano dir la loro opinione. E naturalmente non andavano d'accordo. La contessa Ficcanaso, per esempio, era furibonda alla sola idea che i Rialdi potessero vincere il loro punto, e urlava che sarebbe un pessimo esempio, e che tutte le ragazze sarebbero incoraggiate a far le civette e peggio, e che nessuna madre di famiglia avrebbe voluto più condur le figliuole in palazzo Bollati se fosse successo quello scandaloso matrimonio. Certo, s'ella fosse stata madre di famiglia, non ci avrebbe più posto il piede. Invece il nobil'uomo Canziani sosteneva, secondo le sue deboli forze, la causa di Fortunata, e un buon canonico di San Marco, monsignor Evaristo Lipari, commensale dei Bollati nelle grandi occasioni, aveva assicurato la contessa Zanze che farebbe il possibile per ottenere la benevola interposizione di S. E. il Patriarca.
Nondimeno la contessa Zanze, vedendo che passavano i giorni senza frutto, ricorse ad un alleato più energico e scrisse a Gasparo informandolo dell'ultime vicende domestiche, e sollecitandolo a procurarsi una licenza di alcune settimane e ad accorrere in aiuto di sua sorella.
XIII.
E Fortunata?
Che trasformazione succedesse in lei allorchè il vero le fu interamente palese, ce lo dirà una sua lettera, ch'ella, di nascosto dei suoi genitori, fece pervenire in quei giorni al cugino.
«_Caro Leonardo,_
«Le conseguenze del nostro fallo non saranno più un segreto nemmeno per te. Dapprima, te lo giuro, credetti di morirne per la vergogna. Ma a poco a poco s'impadronì di me un nuovo sentimento, che dev'essere assai forte in noi donne se riesce a soverchiare tutti gli altri, il sentimento della maternità. Più disonorata che mai al cospetto del mondo, mi pare d'esser meno infelice. Quando tu mi dichiarasti che bisognava troncare le nostre relazioni, io ero fermamente decisa a seppellirmi in un chiostro, e son sicura che nulla avrebbe potuto rimuovermi dal mio proposito. Tu non mi amavi; che mi rimaneva da fare? Ma oggi ho mutato idea. Certo non potrei entrare adesso in convento; e come vi entrerei più tardi quando avrò _qualcheduno_ da difendere, da proteggere? E poi, perchè negarlo? Io penso che questa creaturina che mi palpita in seno è un vincolo sacro fra noi due, un vincolo che tu puoi sprezzare, ma non puoi distruggere. E malgrado delle tue parole crudeli, io son sempre tua, Leonardo, ed è un conforto per me che qualche cosa del nostro amore sopravviva. Chi sa, un giorno forse, se non della madre, tu potrai rammentarti del figlio.
«E ancora questo voglio dirti. Se mi abbandonai fra le tue braccia non fu per un calcolo vile. Checchè ti susurrino nell'orecchio, non credermi capace di tanta bassezza. Te lo giuro in nome della mia, in nome della _nostra_ creatura, io ti amai come s'ama a diciott'anni, senza guardare più in là, senza pensare che tu sei ricco e io son povera.
«Addio, Leonardo, nessuno ti vorrà bene quanto te ne volle, e, pur troppo, te ne vuole ancora
«_la tua_ FORTUNATA.»
Questa lettera non ebbe risposta; già, fra le altre ragioni per non rispondere, Leonardo ne aveva una di eccellente; egli sarebbe stato molto impicciato a metter quattro righe in carta. Come si vede, le lezioni di don Luigi avevano dato ottimi frutti.
Tuttavia Fortunata sperava. Ella sperava nel ravvedimento spontaneo di Leonardo, indipendentemente dal grande anfanare della contessa Zanze, la quale non istava mai cheta, andava, veniva, prorompeva in brevi esclamazioni, sempre ravvolgendo però in un profondo mistero le sue mosse strategiche.
Chi teneva molte ore di compagnia alla figliuola era il conte Luca, al quale l'occasione di mostrare, secondo il detto memorabile della contessa Zanze, s'egli fosse un uomo o un _pampano_ era mancata assolutamente per colpa della moglie medesima che l'aveva lasciato in disparte. Nondimeno Fortunata gli era gratissima dell'averle sacrificato la sua partita a scacchi al caffè della _Vittoria_, e per ricompensamelo faceva le viste di gustar molto i suoi pettegolezzi d'ufficio e consentiva a studiare sotto di lui il nobile giuoco, inestimabile conforto, diceva il conte, in tutte le tribolazioni della vita.
Senonchè, in mezzo a tante cure che l'angustiavano, Fortunata andava soggetta a frequenti distrazioni. Talora, mentre il padre s'affannava a spiegarle un gambitto di re o di regina, ella con gli occhi fissi verso l'uscio guardava se per avventura comparisse Leonardo, ovvero, raccolta in sè stessa, seguiva altre fantasie.--Sarà un maschio? Sarà una femmina? A chi somiglierà?
Vagando in questi pensieri, ella ebbe un giorno un gran rimescolamento del sangue, ebbe un impeto di tenerezza che la fece sciogliere in lagrime.
--Misericordia! Che altri malanni ci sono?--esclamò il conte Luca, il quale non osava attribuire questa subitanea commozione al racconto di alcune facezie burocratiche con cui egli la intratteneva.
Ella gli gettò le braccia al collo: e seguitava singhiozzando:--Povero piccino! povero piccino!
Il conte Luca non osava fiatare, e diceva tutt'al più:--No, Fortunata, no, non conviene agitarsi. Il medico te l'ha proibito. Mi spiego?
Ma Fortunata non gli dava retta e si lasciava portar via dai suoi pensieri.
--Gli vorrà bene, babbo?.... Chi sa quanto bisogno avrà che gli vogliano bene!
--Sicuro che gliene vorrò.... che domanda!.... Non è mio nipote?--E il conte soggiungeva aspirando una grossa presa di tabacco e rasciugandosi una lagrimetta col dorso della mano:--Ma! Speriamo che tutto finisca secondo giustizia, mi spiego?
Un po' per le piccole sofferenze inerenti alla sua condizione, un po' per lo stato del suo animo, Fortunata non sapeva risolversi a uscire e non vedeva nessuno fuori che il canonico, il quale, buona pasta d'uomo, veniva ogni tanto a far l'ufficio di confortatore e a dire che non aveva ancora potuto indurre Sua Eminenza Reverendissima a parlare al conte Zaccaria, ma che non dubitava punto di indurvelo quanto prima. E una parola di S. E. sarebbe bastata senz'altro, perchè i Bollati eran gente religiosa, e lo stesso Leonardo, così scappato e vanesio, adempiva sempre alle pratiche del culto.
--E quando c'è la religione,--concludeva monsignore,--c'è l'essenziale.
Però la contessa Zanze non era soddisfatta. _Sior_ Bortolo era duro come un macigno, e adesso erano venuti giù dalla Moravia anche i Geisenburg e s'erano accampati nel palazzo riempiendolo di boria e di fumo. Vederlo quel marchese Ernesto! Un po' meno pingue, ma più pettoruto di quello che fosse sei anni addietro, trasudava la superbia da tutti i pori. Ella invece, la marchesa, era diventata magra come una sardella, ma in quanto a superbia non aveva nulla da invidiare a suo marito. S'era appena degnata di salutare la contessa Zanze (che pur se l'era tenuta sulle ginocchia) e poi aveva detto (questo lo riferivano le persone di servizio) che non capiva come i suoi genitori ricevessero ancora _certa gente_.
Di Fortunata i Geisenburg sparlavano senza misura. E ridevano fra di loro della sua pretensione stravagante di farsi sposare perchè Leonardo s'era levato un capriccio con lei. Faccenda da accomodarsi con qualche centinaio di zecchini, fissando poi una piccola pensione pel bimbo se si volevano spinger gli scrupoli all'estremo. Di spose convenienti per Leonardo ne avevano loro, i Geisenburg, da proporne una mezza dozzina, tutte ricche, tutte della prima nobiltà austriaca, tutte registrate nell'almanacco di Gotha. E anzi un cameriera di casa Bollati, che aveva il vizio di stare in ascolto dietro gli usci e che pretendeva di capire il tedesco, assicurava che tra marito e moglie avevano già fissato la ragazza da preferirsi.
Probabilmente non c'era in tutto ciò nulla di serio, tanto più che per la scelta della sposa, se una sposa ci doveva esser davvero, _sior_ Bortolo avrebbe voluto indubbiamente aver voce in capitolo. A ogni modo, mentre le cose stavano in questi termini arrivò a Venezia Gasparo Rialdi.